13 nov 2017  | Pubblicato in Ligucibario

Archeogastronomia ad Olioliva2017

imperia

imperia

 

 

 

 

 

 

 

Il mare (il Mediterraneo) davanti a Porto Maurizio un pomeriggio di novembre, dai balconi dell’hotel Corallo.
Destagionalizzare il turismo, qui, non è merito dell’uomo, ma del clima. Un turismo, lo ripeto e invoco da decenni, che in gran parte rifugge ormai le offerte untantoalchilo e viceversa chiede esperienze, autenticità, emozioni. Io le provo ogni volta che dalle silenziose logge di Santa Chiara lo sguardo scopre l’orizzonte…

logge s.chiara a porto maurizio

logge s.chiara a porto maurizio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono a Imperia per “Olioliva 2017”, invitato dal Consorzio di tutela olio DOP Riviera Ligure a “conversare” col valoroso Alessandro Giacobbe che, a propria volta da decenni, del Ponente ligure e dei suoi entroterra è paladino. Con queste persone condivido infatti una certezza: ovvero che qui l’olio sia qualcosa di più di una produzione agroalimentare.
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Il taxi mi approda dalle parti di Piazza Dante, e poco lontano un cartello ammonisce, quanto mai bonario, che “il nostro panino con l’acciuga può creare dipendenza”… Poche ricette della cucina ligure (dai finger food sino alle preparazioni più laboriose) non la creano, una cucina ligure che va – ogni giorno di più – rivelandosi anzi confermandosi creativa, attuale, profumata, salubre.
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Dopo l’infilata di bancarelle su Corso Bonfante (tra aglio di Vessalico, cubaite, brüssö, lavanda, fagioli bianchi…) scendo a Calata Cuneo, ai suoi portici contemporaneamente rumorosi e appartati, dirimpettai di un “paese di ferrame e alberature”, per mutuare le parole con cui Eugenio Montale definì Sottoripa a Genova.

calata cuneo

calata cuneo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ quasi l’ora della conferenza, ma la storia delle (tante) cultivar liguri di ieri e di oggi – ed un mio libro d’archeogastronomia, “Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana” – varranno solo come pretesto per poi affrontare anche le nuove forme di turismo enogastronomico e le strategie dell’accoglienza che ad esso, anche in Liguria, debbono confarsi.
umbi relatore olioliva2017

 

 

 

 

Ore 17.30, si comincia. Solo posti in piedi, e che gioia constatare quanto le nostre tradizioni e i nostri patrimoni etnoculturali ancora richiamino e appassionino… La machetusa di Apricale (1) e il Moscatello di Taggia secco (la storia del suo recupero varrebbe un pezzo a sé) chiuderanno degnamente la serata.

machetusa 'homemade' di Apricale

machetusa ‘homemade’ di Apricale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie a tutti, cari Amici, e buon extravergine – dunque – alle vostre tavole. Un ringraziamento particolare (last not least) anche a Francesco Basso, de “Il Secolo XIX” online, che ha dedicato una preziosa videointervista all’evento, il cui link è
http://www.ilsecoloxix.it/p/eventi/2017/11/12/ASUa7UjK-preistorico_mangiava_umberto.shtml.
Umberto Curti
(1) machetusa, per via del machetto, antica salsa al mortaio prima di sardine poi di acciughe (quasi una colatura nipote del garum), è il nome che ad Apricale definisce quella “focaccia-torta” altrove detta sardenaira, piscialandrea… Ogni Comune dell’estremo Ponente si può dire abbia una propria ricetta… Apricale, magnifico borgo dell’entroterra bordigotto, a circa 13 km dalla costa, giace nella valle del torrente Merdanzo, affluente del Nervia, “sotto” cima Bignone. Vanta infinite tradizioni gastronomiche: dai berôdi alle pansarole, dal pesto di noci “cantato” da Libereso Guglielmi al coniglio bruscau cucinato col Rossese, dalla capra “natalizia” coi fagioli alle cubaite, dalla coda di stoccafisso ripiena alla “fidelansa” (pasta con salsiccia, olive, pomodori…) che i contadini consumavano al lavoro. Mi fermo, ma potrei – e vorrei – proseguire a lungo.

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