Il fa(r)inotto era il “commestibili” che vendeva farine. Cosa diversa dal tortaio (ö tortâ, che preparava specialmente torte, e farinate) e dalle sciamadde (con la fiamma sempre accesa per preparare piatti vari a camalli ecc.). Erano i fumosi ristori, con le grandi teglie in rame stagnato e il forno a legna, tipici dei centri storici, a un passo dal porto, dove avventori d’ogni sorta – compresi avvocati, giornalisti, intellettuali… – sedevano a tavoli spartani, e trovavano anche e talora anzitutto quel che oggi chiamiamo street food, finger food (farinate, friscêu di baccalà, panissa…). Studenti e turisti ovviamente li adorano, ed io pure (che spero sempre d’incontrare Giovanni Ansaldo e le sue 24 bellezze…).
Umberto Curti
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