16 gen 2024  | Pubblicato in Ligucibario

Si scriveva Fertor si legge Bisagno

acquedotto storico di genova

acquedotto storico di genova

La val Bisagno comprende solo 3 Comuni, Genova (verso la foce del torrente), Bargagli e Davagna. Ciononostante è un territorio ricco di natura, risorse antropiche e storia, pertinente ad un asse viario antico e importante.
L’abitato di Stalia, donde Staglieno, a 5 km dal mare, giaceva su di un notevole asse commerciale, come confermato anche da passi letterari (Artemidoro di Efeso, Pomponio Mela, e Tito Livio nella terza deca relativa alla seconda guerra punica…), benché non costituisca il nucleo originario della città, che ormai gli archeologi posizionano sulla collina di Sarzano sopra il Mandraccio. Un asse/via del sale percorso per secoli anche da pellegrini e mercanti, infatti attraverso la val Bisagno passava la via per l’Emilia e all’altezza di San Fruttuoso l‘Aurelia. Il fondovalle, in definitiva, rappresentava talora un’ampia “secca” carrabile.
Il visitatore attento incontra tuttora rissêu talvolta splendidi (decorazioni di sagrati), resti di mulini e soprattutto fornaci, tracce di neviere da cui si rifornivano di prezioso ghiaccio le famiglie abbienti, casette daziarie, grotte dove convissero e convivono il pipistrello e il geotritone…
Area interessata a nord dalla cultura del castagno (e del faggio), con clima appenninico, la val Bisagno scendendo poi verso il mare propone ovviamente un clima ed una flora mediterranea maggiormente “litoranei”, con presenza anche di piante aromatiche. Aumenta anche la consistenza edilizia ed abitativa, sino infine alle sperimentazioni – secondo alcuni riuscite – quali il “Biscione” dell’architetto Luigi Daneri, risalente alla fine degli anni ’60 del Novecento (Daneri fu molto attivo in città, sua anche la piazza del Mare oggi piazza Rossetti).
Pian piano lungo il Bisagno crebbero anche i baraccamenti: carradori, marmisti, conciatori, falegnami e ebanisti, ottonieri, magazzini e depositi, stalle, neppur mancavano alloggi per i lavoratori…, indizi di un dinamismo imprenditoriale bisognoso tuttavia di regolamentazioni…
Era dunque più evidente in passato che al presente la vocazione agricola, e di villeggiatura (molte le ville interessanti, talora ormai “immerse” nel centro città, Brignole, Imperiale, Migone*…), bezagnin non a caso era termine, soprattutto a inizi ‘900, con cui identificare i venditori di frutta e verdura, al tempo evidentemente assai coltivate in valle, che dalle crêuze varcavano le mura di Genova coi loro prodotti nelle ceste o sui carri (erano celebri ad es. i loro cavoli).
Nel 1838, riferisce M. Cevasco, “Ogni giorno a Genova, di primo mattino, quando si aprono la Porta Pila e la porta della Lanterna, entrano in media 60.000 kg di verdure e ortaggi, subito venduti ad alcune donne chiamate Regatone, che li acquistano all’ingrosso per rivenderli immediatamente ad altre donne chiamate besagnine: queste fanno il commercio al minuto; le prime sono circa 180, le seconde più di 800. A inizio ‘900 vendevano la cosiddetta minestra usata, fatta di riso ed erbe, forse risalente all’assedio di Genova… Si legge ancora in un testo del 1913: “La besagnina del portico, la ricordate? Con la sua mostra a gradini, come un altare di verdura, aveva la specialità di ostruire sempre il passaggio, di mantenerlo permanentemente adacquato e anche un tantinello fangoso e di profumare l’andito e le scale con la mescolanza di odori, fra l’acuto e il dolciastro, data dalla fusione del sedano, del basilico, del prezzemolo, delle carote, con le albicocche, le pesche, le pere spadone e le mele carle”.
Di quella vocazione e quelle tradizioni, tuttavia, non rimangono solo l’eco, né il Trattenimento in un giardino di Albaro dipinto dal grande Magnasco intorno al 1740 (lo sfondo sono infatti gli orti del Bisagno): meritoriamente orti urbani, apicolture e artigiani ancora perpetuano sapori e saperi che non vanno perduti.
Ma l’accorpamento con Genova nel 1873 mutò innegabilmente molti fattori ed equilibri, e la zona bassa lungo il torrente ospitò via via alloggiamenti soprattutto popolari. Sorgeva su una sponda anche la grande conceria Bocciardo (1861), poi dismessa e infine acquistata nel 1977 dal Comune per 5 miliardi di lire, e demolita con 850 microcariche esplosive il 1° settembre 1997, per edificare al suo posto un istituto scolastico. Pochi anni prima si era affidato all’architetto novarese Vittorio Gregotti anche il ripensamento dello stadio calcistico Luigi Ferraris a Marassi.

A fine ‘800, tuttavia, un bellissimo dipinto di Antonio Varni (1839-1908), con echi dai macchiaioli e dai “grigi”, dimostra come alla foce del Bisagno le lavandaie ancora lavassero i panni.
Il torrente era (ed è) scavalcato da numerosi ponti: il superstite più antico, d’epoca medievale (non romana), sebbene mutilo è quello di Sant’Agata, all’altezza del Borgo Incrociati. Somiglia moltissimo al Ponte Rotto di Roma, o Ponte Emilio. Originariamente “lungo” 28 arcate, in parte ora scomparse o interrate, traversava tutto il sedime golenale tra il torrente e corso Sardegna, destinato a greto alluvionale di scarico per le furiose e purtroppo ricorrenti piene (molto note e funeste quelle degli anni 1822, 1889, 1892, 1903, 1908…). Ne restano sfortunatamente solo due arcate. All’area di Sant’Agata, peraltro, si lega ogni anno ai primi di febbraio una fiera-mercato fra le più vive e amate in città.
Ieri come oggi, una stretta gola ripida e boscosa, all’altezza di Prato, conduceva da Genova verso Bargagli e Davagna (il Bisagno col nome di Bargaglino nasce in questo Comune, alla Scoffera, 650 m di altitudine, diviene Bisagno solo a La Presa confluendo col Lentro, e scorrendo poi per circa 25 km raggiunge il mare). Da qui molto legno di castagno giungeva al porto di Genova, destinato alla cantieristica nautica.

Bargagli è un piccolo centro che tuttavia a Natale s’associa alla tradizione dei magnifici presepi di ardesia/pietra, celebre quello in frazione Viganego adiacente alla chiesa. Tre ponti romani testimoniano che il luogo fu crocevia tra la via del sale che portava in Emilia e quella per la Fontanabuona. Il nome deriverebbe dal dominante monte Bragalla, anticamente Bargalla. Tuttora i pastori abbeverano le greggi ad una fonte perenne presso Monte Traso, 850 m, dove certamente venivano cacciati animali di passo. La gastronomia locale sciorina castagne, funghi, miele, teste in cassetta…

A Davagna meritano una visita la chiesa di San Michele o Santuario del Sacro Cuore, nei boschi oltre Paravagna, e la chiesa di San Colombano, intitolata al monaco irlandese che fondò il cenobio di Bobbio, di fatto secentesca. Il territorio è noto per allevamenti di bovini limousine e di capre orobiche, per le castagne, per lo zafferano…, in una dimensione rurale che, a saperla guardare, par quasi fuori dal tempo. Molto coinvolgente anche la scoperta del borgo abbandonato (ma non del tutto?) di Canate di Marsiglia, di origine medievale, a 550 m sul livello del mare, raggiungibile ad esempio con la “scalinata dei mille gradini”. A metà ’900 Canate contava ancora un centinaio di abitanti, contadini e poi camalli. Botti, torchi, attrezzi e damigiane sopravvissuti qui e là nell’abitato suggeriscono una qualche viticoltura, e resti di mangiatoie permettono d’intuire uno spostamento primaverile di bestiame bovino verso i pascoli non lontani dei monti Alpesisa e Lago, a quasi 1.000 m di altezza, dove oggi camminano gli appassionati dell’Alta Via dei Monti Liguri. Altro borgo in abbandono è Barego, sopra Traso, a 700 m di altitudine, una trentina o forse meno di casupole in pietra risalenti a secoli altomedievali.

La val Bisagno, grazie alla propria storia, è costellata di architetture religiose (talvolta davvero di pregio, si pensi all’antica abbazia San Siro di Struppa**, a San Pantaleo e a Nostra Signora del Monte a San Fruttuoso) nonché militari, mura, torri, e di qualche angolo inaspettato, mi piace qui nominare l’antico e splendido lavatoio di salita alla Chiesa di Staglieno, classico trogolo, a forma ovale, di recente rivisitabile dopo decenni d’incuria grazie all’impegno di alcuni appassionati. Alcune chiese, naturalmente, sono raggiunte da periodiche processioni, come accade a Sant’Eusebio per la Madonna di Caravaggio, che risalgono indietro nel tempo.

Inoltre, a Cavassolo (frazione di Davagna) origina il cosiddetto acquedotto storico, oggi apprezzatissima esperienza escursionistica in sinergia con quell’Oratorio di San Rocco costruito come “risarcimento” delle diatribe fra gli espropriati di Struppa e la Repubblica di Genova (il manufatto è in rovina ma se ne spera il recupero). L’acquedotto nacque – verosimilmente – poco dopo la romanizzazione, e nel secolo XIII vi pose mano Marin Boccanegra (della famiglia del capitano del popolo Guglielmo), perché la città a mare nei secoli fu sempre vorace d’acqua… L’acquedotto corre la parte a monte del cimitero di Staglieno, sotto le possenti mura nuove, lunghe in totale quasi 20 km; rispetto alle sorgenti presso Trensasco (già Comune di Sant’Olcese), alcune integrazioni ne hanno poi allungato il percorso (40 km), attingendo a sorgenti ancor più a monte. Altri interventi hanno interessato il cosiddetto “Ponte sifone” sul Veilino progettato dal famoso architetto comunale Carlo Barabino, che scavalca con una discesa mozzafiato ed un’altrettanto ripidissima ascesa il cimitero (il ponte sifone sul Geirato, chimato “i piloin”, è viceversa settecentesco). La parte medievale con le sue arcate a mezza costa corre scenograficamente sempre alla stessa quota; utilizzata come percorso pedonale, la (sciagurata?) costruzione del casello autostradale negli anni ’60 del Novecento purtroppo ne interruppe in loco il tracciato***.

Quanto al cimitero monumentale di Staglieno, “protagonista” anche di alcune magnifiche foto di Alfred Noack, fotografo tedesco naturalizzato italiano, nacque tra il 1844 e il 1851 su progetto del Barabino poi ripreso e condotto a termine dal Resasco. E’ oggi meta di turismo culturale e visite guidate, custodendo – nei porticati e viali dell’eterno riposo – opere di sommi artisti, Santo Varni, Giulio Monteverde, Lorenzo Orengo, Leonardo Bistolfi, Eugenio Baroni…
Infine, last but not least, la val Bisagno è interessata dal tracciato del cosiddetto “trenino di Casella”, a scartamento ridotto, che dal 1929 partendo da piazza Manin percorre 25 km toccando 3 valli in successione, e collegando in circa un’ora di viaggio la città con l’entroterra, a beneficio di studenti, pendolari, picniqueurs domenicali e turisti italiani e stranieri, che trovano escursioni, sagre, tipicità e trattorie. Le stazioni nel Comune di Genova sono San Pantaleo, Sant’Antonino, Cappuccio, Trensasco, Campi, Pino. Viadotti e gallerie – come sempre sottolineo ai miei allievi dei corsi GAE presso l’ente formativo F.Ire di Genova – rappresentano un viaggio nel viaggio, green and slow, tra panorami sbalorditivi.

Amici lettori, in carrozza dunque, si parte!
*sul tema è online un bell’articolo a firma Fabrizio Spiniello con Jole Valenti
**a Struppa, come noto, in via Benedetto da Porto nacque nel 1922 l’attore Vittorio Gassman, che con Genova mantenne sempre un legame affettivo
***per maggiori dettagli, suggerisco la consultazione di Paolo Stringa, La strada dell’acqua, ed. Sagep, 1980, Claudio Guastoni, L’acquedotto civico di Genova, ed. Franco Angeli, 2004, e soprattutto Luciano Rosselli (prolifico specialista della materia), Passeggiate sull’acquedotto storico di Genova, ed. NEG, 2016.
Umberto Curti
umberto curti

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