A Genova sciamadda sta per “fiammata”. Sovente ubicati nei carruggi, questi ristori caratterizzati dall’ampio bancone e dalle piastrelle chiare ai muri, sono piccoli – e odorosi – ambienti che prendono il nome dal forno dove brucia la legna, per cucinare anzitutto ampie teglie d’immancabile farinata (di ceci), ovvero l’antica scribilita, e panisse, fritti di pesce/acciughe, polpettoni e varie torte verdi… A fine ‘800 erano ben più numerosi di oggi, molto di quel mondo è scomparso, ma il futuro fa ben sperare. Oltre all’asporto, vi sedevano per pausa pranzo/fine turno, affamati di finger food, pescatori e camalli, parola di origine araba che indica i facchini che caricavano e scaricavano le navi. Ma anche, seduti a conversare fianco a fianco, avvocati e prostitute, giornalisti * e intellettuali, fannulloni e studenti… E sulle tovaglie a quadretti non mancavano mai economiche caraffe di vino. Vedi qui anche la voce fa(r)inotto.
* Giovanni Ansaldo…
Umberto Curti
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