29 gen 2025  | Pubblicato in Ligucibario

I limiti del ruralismo

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I limiti del ruralismo, confrontiamoci vi prego schiettamente… E’ possibile un “ritorno alla terra” non ostile alla modernità? Attenzione spoiler: nell’antropocence non abbiamo bisogno di un ruralismo miope e populista.

Ruralismo: non è demagogia

C’era una volta la ruralità, sorta di “idilliaco” passato a cui molti filosofi, ambientalisti, cucinologi ecc. si richiamano… E come non notare, da parte di chi fa il mio mestiere, anche i molti ristoranti che oggi vanno sempre più riproponendo, ma con impiattamenti sofisticati e richiami cervellotici, forme più o meno ostentate di “tradizionalismo gastronomico”?

Spiace deludere tutti costoro, ma già il fascismo stesso, via via sempre meno rivoluzionario ma sempre più antimarxista, con le bonifiche e i grani “arditi”, con gli aratri e le spade, coadiuvato dai cinegiornali di regime e da ogni arma di cui disponesse la moderna propaganda, cavalcò il tema del “ritorno alla terra”, come recupero degli equilibri sociali e dei valori tradizionali della società contadina…

Ruralismo: un idea “illuminata” da Esiodo a Orazio e a Rousseau

E’ un trend, per la verità, già in atto dai tempi dell’antica Roma, o anche prima, dal greco Esiodo sino al latino Orazio ed al filosofo Rousseau quest’idea “illuminata” percorre un lungo cammino, l’uomo come figlio della natura e non suo rivale. Ecco quindi riaffiorare, non senza misoneismi, il senso ancestrale della casa, i ritmi rallentati, l’immediatezza dei rapporti umani, il lavoro che crea beni tangibili, l’odore e il calore della famiglia, i cibi naturali… Tutto ciò, oggi, in aperta antitesi ai consumi fast, allo spaesamento, all’eccesso di fittizio, alla tecnologia invasiva, alla durezza dell’individualismo, dentro una moltitudine dove l’uomo è usato e spersonalizzato (su questi temi ti rimando al mio recente Sostenibilità e biodiversità. un glossario, richiedibile gratuitamente alla pagina web dell’editore – clicca sul titolo).

L’antropocene, nel frattempo, prosegue il proprio corso, con agricolture industrializzate sempre più impattanti, climate change, pandemie, tecnodominii che dilatano nel mondo le disparità socioeconomiche.

Ruralismo e antropocene

Fra l’altro, le antinomie in primis italiane connesse alla brusca transizione da una cultura agro-pastorale ad una industriale, con conseguenti emigrazioni dalle campagne alle città, sino alla recente terziarizzazione economica, hanno causato profonde “ferite” che inducono proprio istanze di “fuga” dal vissuto presente, di rimpianto verso una realtà “altra”, percepita – consciamente inconsciamente – come più autentica e meno alienata.

E’ pur vero che le urbanizzazioni, veri esodi da Alpi e Appennini * , hanno affollato città che anche nel nostro Paese siedono sul banco degli imputati quanto a ruolo inquinante (è così a livello Pianeta). In tali città sono via via entrate in crisi anche le comunità abituali e la famiglia, primi punti di riferimento per una positiva aggregazione inculturante. Si tratta di città, inoltre, che non si approvvigionano più dalle campagne (di recente ho veduto mirtilli cileni nel banco frigo di un noto supermercato). Il “core” non dialoga più col “ring”, le filiere lunghe ammassano TIR sempre più carichi lungo le autostrade. Temi che il lettore di Ligucibario® può approfondire nelle numerose ed ampie interviste condotte da Luisa Puppo per BioVoci.

Ruralismo: un ritorno alla terra non ostile alla modernità

Detto ciò, a fronte di un’emergenza che per molti aspetti è globale, molti intervengono in nome del ruralismo con appelli demagogici, con toni municipalistici, senza comprendere che tutto è ormai interconnesso, una foglia caduta in un continente può – per così dire – determinare un terremoto in un altro, e ogni barriera è illusoria.

Quanto alla natura, specie la montagna, si pratica una sorta di museificazione, che però più di tanto non indaghi sulle condizioni di vita e le cause che un tempo determinarono l’abbandono di certe aree (ma senza tale indagine come sperare che nuovi abitanti vi giungano?). La natura, specie la montagna, è moda da turisti, che poi però raccolgono il veratro scambiandolo per genziana, il colchico d’autunno per zafferano, e rischiano di avvelenarsi.

Di questo ruralismo miope e populista, che loda il passato a prescindere, e che nulla propone “in agenda”, non abbiamo bisogno. Non abbiamo bisogno di altri progetti pensati per imprese ma redatti da chi le imprese neppur le conosce. Non abbiamo bisogno di altri progetti pensati per il turismo ma che poi, a conti (e auditing) fatti, non hanno attirato un solo turista in più…

Ruralismo: quale futuro?

Occorre sottolineare chiaro e forte (Ligucibario® lo fa da molti anni) che non vi sarà un futuro reale per certi territori e borghi se continueranno a mancare collegamenti viari decenti e connessioni web che attenuino l’isolamento quand’esso è letale. Non vi sarà un futuro per certe comunità ed economie se non si attiveranno corsi base, accuratamente centrati sulle esigenze locali, di marketing e management, di storytelling, di lingua inglese come strumento vitale per comunicare con molti mercati, e last not least, come accennavo, di web e social media. Chi si ostina ad individuare tout court nella “modernità” un nemico, e presume che certe realtà non debbano aggiornarsi, e promuoversi al passo coi tempi, perché si “snaturerebbero”, non ha compreso la posta in gioco né l’incalzare dei tempi.

* dove non a caso va estinguendosi anche la trasmissione orale dei saperi…

Umberto Curti
Umbi bottiglia

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