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Rossese bianco

È un’uva – ovviamente a bacca bianca – documentata da fine ‘800 nelle Langhe, a Monforte d’Alba e nei minuscoli centri di Sinio e Roddino, ma si sospetta provenienza delle Cinque Terre, dove, tra i terrazzamenti che scolpiscono in fasce i declivi verticali verso gli scogli e le calette, sono stati reperiti vecchi ceppi con analogie ampelografiche. V’è chi presume che il Rossese bianco piemontese sia connesso alla memoria dell’antico e oramai “estinto” Razzese/ruzzese delle Cinque Terre. Seguendo il conte Giorgio Gallesio, diplomatico e agronomo nato nel 1772 a Finalborgo (SV), tuttora una “autorità” in materia, il Rossese bianco è effettivamente tipico della Liguria orientale che così lo nomina per le peculiarità cromatiche del rosso sfumato, colore acquisito dalla buccia (bianca) che via via matura. E lo accosta niente meno che ai Madera. Le indagini sul Rossese nondimeno sono complesse poiché: 1)da un lato, come per tutti i nomi d’uva che accennino al colore dell’acino, abbiamo denominazioni riferite a varietà anche tanto incongrue fra di loro; 2)dall’altro lato, con Rossese si denotano sia tipologie a bacca rossa, quali il Rossese di Dolceacqua, sia bianca, appunto quali il Rossese bianco anche di Ponente (Soldano, San Biagio della Cima, viti pre-fillossera…) * e quello piemontese.  Nel registro dei vitigni piemontesi si constata al riguardo che l’acino, sottoposto all’azione solare, acquisisce una tinta giallo ambrata che tende al rosa o rosso rame, donde il nome dell’uva.  Come appuntava nel 1891 il Martinotti, direttore della Regia Stazione di Enologia di Asti, era uso che una volta piantando a dimora una vigna “si mettesse di tutto un po’, tutto alla rinfusa”, e risultavano poi tanto numerose le varietà che sovente lo stesso viticoltore ne trascurava “persino il nome”… Lo stesso Martinotti contestava, però, che tale ammassamento varietale avrebbe causato la criticità opposta, ovvero la dismissione delle varietà minori, viceversa degne di tutela. Da alcuni anni – per fortuna – si è riconosciuta l’importanza dell’abbondanza varietale, un asset della biodiversità italiana, e su tale tendenza da metà anni ‘70 il Rossese bianco è tornato in scena in vecchi vigneti di Monforte d’Alba, a cura di un insieme di coltivatori che ne hanno testato con successo anche commerciale la vinificazione in purezza. Purtroppo ciò non avviene in Liguria, ov’è viceversa una varietà quasi “ripudiata” per via delle scarse rese, a favore del vitigno bosco, nelle Cinque Terre, e del vermentino più in generale, che presenzia 4 DOC regionali… Peccato, perché potrebbe abbinarsi validamente a minestrone genovese, pansoti, tegame di Vernazza, formaggi avetani non eccessivamente stagionati…

* distinto dal suo presunto clone albese e tanto meno imparentato col siciliano grillo, come taluni frettolosamente affermano.
Umberto Curti

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