19 giu 2026  | Pubblicato in Ligucibario

Vobbia e il suo castello dentro la pietra

IMG-20260607-WA0023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Poggio, oggi attiva Guida ambientale escursionistica ma ieri mio brillantissimo allievo nei corsi di qualifica alla professione regionale, talvolta mi invia fotografie e brevi docufilm che gira in occasione dei suoi trekking o relativamente alla valle Scrivia (ove abita e ove sovente guida gruppi alla scoperta del Castello della Pietra di Vobbia…).

Vobbia è un paese di circa 370 abitanti, a 480 metri d’altitudine, tra castagni, querce, faggi. Incastonato lungo un’antica via del sale, fu punto di sosta già in età feudale.

Sei a pochi chilometri da Genova ma il mare e il caos paiono già lontani lontani.

Risalendo le strette gole del Vobbia, nel punto dove il suo corso si slarga in una piana, si adagia il centro paese, ma quel tessuto urbano, tuttavia, subito si dirada man mano risalendo le meno ospitali pendici.

Quanti, anche da qui, partirono per l’America Latina ai tempi delle grandi emigrazioni! Destinazione Argentina, Perù, lunghi viaggi in nave e infiniti sacrifici, qualche scambio epistolare per tener vivi gli affetti e abbreviare le lontananze…

Il Castello ducentesco (1) cui Riccardo conduce i gruppi, fortilizio inespugnabile, a corpi sovrapposti negli speroni della roccia bifida, pienamente recuperato (anni 1981-1993) è una tappa in mezzo alla grande storia, ma è un’emozione che disvela anche microstorie. Quando dabbasso o dagli strapiombi di Monte Cravi (990m) urla il vento, i torrioni paiono immense canne d’0rgano. E l’autunno regala agli amanti del foliage momenti unici, il bosco ceduo avvinto alla roccia viva si colora infatti di rosa e giallo e il castello, dall’insellatura, sembra affiorare isolato e fiero da una distesa di fuoco…

Ai suoi piedi, ormai sovrastato dalla strada provinciale, si nota anche quel che resta del ponte medievale ad arcata unica “di Zan”, costruito in una sola notte…dal diavolo in persona, in cambio del possesso della prima anima che lo avesse traversato. Per non far torto alla storia, il ponte fu probabile iniziativa non del diavolo bensì materialmente di Giovanni Malaspina, figlio di Opizzone della Pietra, da cui prese il nome, Zan è difatti un diminutivo di Giovanni…

Scrive il poeta

“Ricantano i tuoi monti e le vallate,

la Croce Santa e i Fieschi feudatari,

risuonano fra i tronchi secolari

le voci gaie delle antiche fate;

Ma nuova vita or pulsa nelle vene,

e al dolce aroma, che dal suol rampolla,

si sposa l’alma di gioconda folla,

che d’ogni parte muove e quì conviene.”

Tutto il paesaggio circostante, fitto di vegetazione, è selvaggio ed insieme ammaliante. La Val Vobbia è un insieme di microvillaggi – posizionati come “antenati di pietra” – lungo antichi percorsi viari (anche verso la Val Borbera), tra fasce terrazzate talvolta ancora ordinatamente coltivate: e qui, come a Valbrevenna, si sapeva lavorare la vite, e prima della sventura della fillossera allignava anche il vitigno timorasso, che come noto regala un bianco profumato. Vallenzona poi, presidio d’umanità dalle origini almeno ducentesche, testimonia coltivazioni, in altura, di cereali “poveri”, supponiamo ad es. di spelta. Alimento di base già nella dieta degli antichi, la spelta trovava e trova salubre impiego in polentine, zuppe, biscotti… La farina si amalgama di solito a quella di frumento in quanto da sola lievita con una certa difficoltà. I Romani la frantumavano e macinavano dentro una puls, pappa quotidiana, semplice e povera ma energetica, tanto che una piccola sporta di cereale figurava nel rancio delle legioni… Sopravvissuta in epoca medievale, è stata via via un poco riscoperta per il valore rustico e tradizionale.

Ma Vobbia è poi celebre anche per i salumi artigianali – ottenuti, da generazioni, con carni scelte – di cui annotare i nomi (oltre al classico salame): mostardella, testa in cassetta, lonzina di maiale, vobbiantina col formaggio nell’impasto… Ottime naturalmente anche le “svizzere” (come si diceva un tempo), da scottare in padella magari con l’uovo.

La mostardella, divenuta qui forse il prodotto ormai più iconico ed “esportato”, si produce tritando una carne il cui 70% è bovino (da femmine piemontesi) e il resto suino. Si deve procedere – il norcino Gianni Torrigino docet – ad una selezione scrupolosa di nervetti, pellicine, filamenti fibrosi, affinché il prodotto riesca morbido ma fragrante, con una stagionatura di 10-15 giorni. Non si utilizzano conservanti, né glutine né latte in polvere. Questo salume si può gustare a fette, o scottato in un padellino antiaderente, dove non si secca… Un tempo si scaldava sulle stufe e arricchiva i sughi un po’ “poveri”. Il promesso sposo addirittura ne donava uno ai genitori dell’amata: un’accettazione del regalo significava infatti che quelle nozze avrebbero avuto il via libera… Qualcuno osa ancora chiamarlo “salume di scarto”?

Tutto questo e tanto altro vado in questi mesi approfondendo nel manuale operativo “Valle Scrivia, l’appetito vien camminando” in via di ultimazione, anche grazie al contributo di Luisa Puppo (anglista ed esperta di turismo internazionale) e di Riccardo Poggio stesso. Stay tuned! Al momento della pubblicazione, il volume sarà ovviamente presentato anche nei diversi Comuni della Valle Scrivia.

(1) tuttavia le opere iniziarono nel secolo XI.
Umberto Curti
(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)

dop riviera ligure

 

Commenta