Quando dal Nuovo Mondo il pomodoro giunse in Europa, al pari della patata non fu subito ben accetto. Ma col passare del tempo determinò (al pari della patata ma anche di mais, peperoni, zucchini, fagioli, cacao…) una vera rivoluzione alimentare.
Questa bistecca sanremasca – curioso ingegnoso nome – altro non è che un “panino” molto imbottito, preparazione semplice, mediterranea, tutta sapore e profumo (Sanremo del resto è la città dello chef Fulvio Bordogna, cui si deve la mitica frase “Voi siete come quelli che vanno al ristorante per provare nuove sensazioni, per riequilibrare lo spirito mediante introspezioni guidate dai sensi e farvi coinvolgere dalla spirale spazio-temporale del gusto o siete come me che ci vado per mangiare?”).
Vediamo la preparazione in dettaglio. Il pane artigianale della frazione quasi montana di San Romolo (vescovo protettore di Sanremo), sorta di grissa quadrangolare e crunchy al morso, che tradizione vorrebbe spolverizzato di semola alla base e cotto in forno a legna, è da alcuni secoli “condito” con (aglio), pomodoro cuor di bue ben maturo, un pizzico di sale fino, basilico a foglioline piccole cotto dal sole, e – superfluo dirlo – abbondante olio evo (taggiasco) “dalla giara”.
Il pomodoro tuttavia, come narra ad es. Mino Beghello nel dialetto di Taggia, viene “spegazà”, cioè spaccato e schiacciato (col pollice), non affettato né ridotto in pezzetti. Così si “sbrignacca” creando una ‘bistecca’ pastosa che si deposita, arrossandolo, dentro il pane, precedentemente semi-svuotato della mollica. Sopra ad una delle due “s-ciappe” si pressa poi con forza l’altra, e questo bendidio si mangia ovviamente con le mani, senza sofismi e senza null’altro. Di solito ci si unge ‘fino ai gomiti’, ma è il piacevole prezzo da pagare per assaporare questo street food “della memoria”, che già “â prima murdà o te inamua”, e all’ultima ti lascia sazio… Debbo dire però che intorno al 1990 ho assaggiato qualcosa di analogo anche vicino a Marsiglia.
In questi casi Ligucibario® abbina un bianco della DOC locale, ad esempio Vermentino, servito a 10°C in tulipani a stelo alto, oppure (per via del pomodoro) un DOC Ormeasco sciac-trà, ovvero dolcetto vinificato cerasuolo in quel di Pornassio, presso quelle vigne quasi verticali che sedussero anche Mario Soldati.
Buon appetito e cin cin. Vedi comunque qui sull’alfabeto del gusto anche la voce pan e pumata.
Umberto Curti
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