9 giu 2020  | Pubblicato in Ligucibario

18 giugno: fare la spesa

109Quanto il marketing ha via via condizionato le nostre quotidianità a scapito del tempo, degli altri, della sostenibilità, del risparmio, del cibo inteso come forma di cultura locale? Riflessioni intorno alla Giornata mondiale della gastronomia sostenibile

Per parlare della giornata internazionale della gastronomia sostenibile” (18 giugno) mi sia consentito un antefatto. Un po’ di tempo fa mi sono imbattuto nel blog https://www.vivicomemangi.it, scoprendo che la sua linfa vitale dipendeva dall’Autrice di un libro (uso sempre la maiuscola per chi ancora s’ostini a scriver libri), Elena Tioli. Quel libro s’intitola “Vivere senza supermercato” (Terra Nuova Edizioni, 2017) ed è tuttora reperibile online.

Quanto il marketing condiziona la nostra quotidianità?

Mi sono francamente domandato quanto il marketing – disciplina che peraltro io conosco bene * – abbia via via condizionato le nostre quotidianità a scapito del tempo, degli altri, della sostenibilità, del risparmio, del cibo inteso come forma di cultura locale.

C’è marketing e marketing

Intendo dire, v’è un marketing che è diritto e quasi dovere d’ogni impresa, ed anzi ogni impresa che rifugga dal marketing presumo sia per natura condannata all’insuccesso.
Ma v’è anche un marketing condizionante, talora ambiguo, a causa del quale perdiamo sempre più di vista i prodotti freschi, le filiere di prossimità, la possibilità di comprare sfuso, o d’autoprodurre detersivi ed altro (come facevano le massaie d’un tempo).
La vita in città, la fretta, lo stress – quasi sempre spinti già in veste di condannati sul banco dei rei – in realtà sono responsabili solo in parte. Non voglio affermare (né lo penso, in quanto non è così) che tra i lunghi scaffali delle mega-superfici – dopo la caccia al parcheggio – occhieggino solo file infinite di prodotti già lavorati “per noi”, di farine iper-raffinate, di OGM, di cibi usaegetta, bensì che sino alla coda verso le casse non possiamo mai o quasi mai conoscere direttamente il “volto” dei produttori, tantomeno se piccoli artigiani, di corsa carichiamo il carrello di confezioni e plastiche che sovente non ricicleremo (ma eludendo il meaculpa), cediamo al superfluo di caramelle e dolciumi e tanto altro.

Questo sarebbe un risparmio (economico e/o di tempo)?

Purtroppo, la routine, e la scarsa conoscenza circa la provenienza e il contenuto dei prodotti acquistati, inducono a conservare le abitudini e gli stili di vita di sempre, ad appagare bisogni sovente artificiali, a non praticare una vera autonomia di giudizio.
Il fascino del packaging, le continue martellanti promozioni, l’influsso pervasivo dei media, la mancata lettura delle etichette configurano i nostri modelli di comportamento, emulativi e superficiali, talora consumistici nell’accezione su cui magistralmente ci allertò il sociologo Zygmunt Bauman (ma anche Vance Packard e Marc Augé). Molti prodotti s’appiattiscono verso standard e chimiche che li rendono anonimi proprio per piacere a “tutti”. Nel frattempo, molte piccole botteghe chiudono per sempre i battenti, sovente lungo itinerari dei centro-città dove pian piano i turisti incontreranno solo fastfood e punti vendita di catene.

La spesa come atto politico

Ma la natura stessa va ribellandosi, e l’uomo può e potrà riappropriarsi di sé solo attraverso il rispetto per l’ambiente che lo circonda. La spesa (alimentare e non) è in tal senso un atto fra i più “politici”, ovvero etico e civico, ethos e civis, un’assunzione di responsabilità che condiziona la nostra e le altrui vite, poiché ciò che scegliamo – o che viceversa rifiutiamo – “plasma” il mondo in cui abitare oggi e soprattutto il “buonessere” in cui abiteranno i nostri discendenti domani.
Intendo dire che spese e acquisti non massificati potranno contribuire poco alla volta ad un rinnovato senso di comunità, dove confrontarsi, interagire coi produttori, scambiarsi informazioni “sulla fiducia”, consigli, ricette, indirizzi di aziende autenticamente biologiche. Ligucibario è un inno alla cucina ligure proprio come valore mediterraneo, promozione dei prodotti locali, salvaguardia di antiche ricette, divulgazione di culinary heritage…
Personalmente diserto già da anni le carni da allevamento intensivo, i brand che non rispettano la dignità delle manodopere, le verdure fuori stagione (il quartiere dove abito è Deogratias costellato di mercati ortofrutta), le agricolture che abusano di pesticidi ecc., e quelle seduzioni preconfezionate le cui liste d’ingredienti sono contemporaneamente illeggibili e chilometriche.
Fatemi sapere, Amici lettori, la vostra opinione, questi sono temi su cui cooperare.
Umberto Curti
* il marketing è (stato) parte importante del mio percorso professionale, e (chi mi conosce lo sa) sulla materia ho scritto anche specifica saggistica
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