“Assediato da newsletter”, cui a suo tempo evidentemente mi sono iscritto, le quali mi narrano sempre di magnifiche sorti e progressive, e dove chi scrive è quasi sempre protagonista di straordinari successi, mi aggiro tra decine di vocaboli inglesi di cui sovente neppur comprendo il significato.
Eppure, conosco benino la lingua inglese, sono socio e marito di un’anglista nota e apprezzata, e dal 1995 opero nel marketing (anzitutto turismo e food), disciplina globale e social per natura, quindi mi stupisce ritrovarmi spaesato e – I must confess, ecco – anche infastidito… Non certo per uno sciovinismo che mi farebbe definire l’italiano la lingua più bella del mondo (affermazione priva di significato), bensì per un abuso di terminologie straniere il quale sembra anche “accompagnare” un trionfalismo sempre entusiastico circa ciò che, in quelle newsletter, viene scritto e descritto…
Più in concreto, mi aggiro – e un po’ mi viene anche da ridere – tra call e deadline, tra summit&trade show e startup, tra match camp e automation lab. Ma non basta: spin off e one-to-one, contest e pitch, networking e una spolverata di smart week che non guasta mai…
E’ ormai uno tsunami, però che noia!
Nel frattempo, guardo la mia città (che qualche anno fa si autonominava “capitale” d’ogni cosa e si ergeva a “modello” per farsi ammirare dall’universo mondo… * ) e guardo la mia regione, certo amandole più di quanto talvolta debba detestarle. Ma guardo le microimprese famigliari e le botteghe artigiane alle prese con la globalizzazione (e l’inglese), i carruggi e le periferie, la crisi del commercio (leggimi qui), l’invecchiamento della popolazione, la bassa qualità della vita (tutte le province liguri sono sempre distanti dalle prime classificate), i giovani che emigrano e viceversa le “lobby” gerontocratiche che purtroppo rimangono, la crisi dei trasporti pubblici, la sporcizia e i graffiti ovunque, lo stato delle strade e di alcune infrastrutture, la criminalità… Tutti temi tradizionalmente scomodi per la politica, non da oggi ma tanto più oggi che quasi tutta si è ridotta a sketch, non solo sui social. Eppure, a saperlo leggere, una ventina d’anni fa uscì un saggio (L’ascesa della nuova classe creativa) di un sociologo americano, Richard Florida, ove già molti fenomeni in atto erano analizzati, ed altri venivano sagacemente prefigurati… Io ne utilizzai alcuni spunti per completare il saggio che a mia volta stavo pubblicando (e che vedete in foto), ma a Genova quanti lessero Florida?
Mi chiedo dunque se potrà confortarmi la prossima newsletter (la sento già arrivare, come on!), dove certo leggerò di realtà (e di economie) molto diverse da quelle che quotidianamente vedo. Ma – dopo tutti questi anni di lavoro – temo di no, temo proprio che non potrà.
* come non ricordare anche il mortaio gigante che galleggiava sul Tamigi…
Umberto Curti

