24 gen 2024  | Pubblicato in Ligucibario

Olio extravergine: una religione della salute

DSCN1276Ho avuto il piacere di conoscere Fabrizio Vignolini durante un corso ITS a Imperia, io docente lui allievo (ma un allievo davvero sapiente non meno del docente…). Dopo molti anni in SIMEST, un grave problema di salute ha improvvisamente cercato di toglierlo al mondo, ma Fabrizio ha retto l’urto. Tornando poi alla vita grazie in primis alle sue passioni, fra cui l’olio (e la cucina: è non a caso autore di “Ricette della tradizione ligure a base di olio extravergine d’oliva”). Siamo via via divenuti amici, in nome del bicchierino blu, raccontandoci le potature dell’olivo, i nuovi contrasti alla mosca Bactrocera ora che il dimetoato è proibito, i borghi e produttori liguri migliori (Chiusavecchia, Lucinasco, Perinaldo, Borgomaro…), le cultivar italiane e straniere (dalla Spagna con piqual e arbequina alla Tunisia con la khemlali ed alla Grecia con makri, galani, halkidiki…) e le DOP che prediligiamo (io gli nomino sempre la Monti Iblei)

Fabrizio segue anche la newsletter di Ligucibario®, e me ne sento onorato. Una caratteristica ci unisce ed una ci divide: quella che ci unisce è l’attitudine alla schiettezza (sempre lontani da demagoghi e cortigiani), quella che ci divide è la strada d’avvicinamento all’olio, Fabrizio infatti ha – per così dire – capacità di tasting quasi innate, da buon imperiese che poi le ha ovviamente consolidate, io vi sono giunto – provenendo dal vino – attraverso una lunga “militanza”, ormai trentennale, fatta – come leggeremmo in uno Zibaldone – di studio matto e disperatissimo, anche per orientare le mie capacità, con “assaggi” sempre più articolati, a quel nuovo contesto organolettico. Sensus extinguitur nisi eum exerceas…

Fabrizio sottolinea sempre che l’analisi sensoriale dell’extravergine (il principe, non dimentichiamolo, della cosiddetta dieta mediterranea) può legittimamente definirsi “un metodo scientifico usato per risvegliare, misurare, analizzare e interpretare quelle risposte ai prodotti che sono esito della percezione tramite i sensi della vista, dell’olfatto, del tatto, del gusto e dell’udito” (Stone H. and Sidel J., Sensory evaluation practices, 2nd edition, 1993, Academic Press Inc, San Diego). Si basa infatti su chiari criteri e procedure di riconoscimento delle caratteristiche.

Evidentemente, l’attenzione ai raccolti e le “innovazioni” nel ciclo estrattivo (anzitutto la quasi totale rinuncia ai fiscoli) prevengono molte delle patologie→difetti che un tempo affliggevano le produzioni, ma il cambiamento climatico – con siccità ripetute e protratte – da un lato, e le agromafie e le truffe dall’altro, stanno purtroppo materializzando nuove, urgenti sfide.

I nostri “sensori” (occhi, naso, bocca come insieme di papille e mucose) decifrano gli stimoli dal mondo esterno, inclusi gli odori e i sapori più o meno intensi degli alimenti, per inviarli al cervello (e in origine questo ci salvò ripetutamente la vita..), ma come noto non disponiamo di “misuratori” in grado di stabilire univocamente tali intensità, tanto che un aceto balsamico può apparire più o meno profumato a chi lo avvicini con maggiore o minor dimestichezza, così come una tavoletta di cioccolato fondente potrebbe risultare lievemente amara per una persona (abituata ad alti tenori di cacao, >80%), ma viceversa sin troppo amara per un’altra…

Al centro dell’esperienza (e dei panel al lavoro nelle Camere di commercio) rimane dunque la sensibilità “soggettiva” dell’uomo, e qui soccorrono proprio – in termini di maggior oggettività – i criteri e le procedure di cui sopra, nonché un costante allenamento, al fine di fornire una valutazione che sia tecnica e non spontaneistica, neutrale e non pregiudiziale. L’analisi sensoriale quindi individua e classifica le varie specificità di un vino, olio, miele, cioccolato, formaggio, salume…, e un extravergine degno di questo nome proporrà un determinato livello-soglia di acidità*, dovrà risultare fruttato (in quanto mosto ottenuto direttamente da drupe…), e garantire franchezza, ovvero assenza di difetti. Tuttavia, ciò che ai sensi dei “dotti” può significare pregio e piacevolezza (ad es. un amaro e piccante indiziari anche di massiccia presenza di polifenoli**) potrebbe al contrario spiacere al consumatore: di fatto, come spesso accade in àmbito enogastronomico, un prodotto molto peculiare “restringe” a nicchie d’intenditori la platea dei propri appassionati ed acquirenti…

L’analisi sensoriale riesce peraltro assai utile anche alle imprese, proprio per inquadrare la messa a punto o – più a valle – le qualità di un prodotto, la sua competitività sui mercati, i suoi matching a tavola, la sua shelf-life…

Il vero punctum dolens, nel caso dell’olio “autentico”, si conferma sovente la sua comunicazione (on e offline), poiché anche – e soprattutto? – in Italia risulta disagevole sensibilizzare i consumatori, non di rado concentrati solo sul fattore prezzo (e alcune bottiglie di extravergine si vendono al supermercato talora a prezzi così bassi – 3 o 4 euro – da apparire fuor d’ogni logica). L’olio, salvo eccezioni, è reputato mero condimento e non alimento, e sconta una marginalizzazione nei social e nelle comunità dei gastronauti risultando ancora tema settoriale e “specialistico”. Molti olivicoltori del resto sono microrealtà a conduzione famigliare, e in alcuni casi il loro dato anagrafico purtroppo non “predispone” alle interazioni su web e social. E verosimilmente anche la comunicazione di enti e consorzi risulta poco intrigante, poco creativa, e molto monotona e corporativistica, parcellizzando il messaggio d’insieme. Ma l’olivo si erge, forse più d’ogni altro, ad albero-paesaggio, in Liguria fra fasce terrazzate e muretti a secco, ed oggi anche molta domanda incoming chiede esperienze in oliveti, frantoi e agriturismi, l’Italia è dunque (o sarebbe) Paese perfetto per un oleoturismo alquanto credibile e qualitativo.

Attitudine all’accoglienza degli ospiti-foodtrotters, lingua inglese e capacità narrative faranno come sempre la differenza, dentro un’economia che anche gli olivicoltori più avveduti stanno rendendo sostenibilmente circolare. Dell’olivo, come del maiale, oramai non si butta più alcunché…

* tale acidità, così come i perossidi (che debbono esser meno di 20), è misurata in laboratorio, e non è percepita dall’uomo; il protocollo disciplinare dell’extravergine DOP Riviera Ligure fissa ora tale livello, secondo sottomenzioni geografiche, a 0,8-0,5%

** i polifenoli, quelli che ci “bruciano” al palato, hanno proprietà antiossidanti, antitumorali e proteggono da malattie cardiovascolari. Col passare del tempo, tuttavia, il pizzicore da essi conferito all’extravergine si riduce. Ai “neofiti”, però, suggerisco estrema prudenza ove assaggino (stripping compreso) olii da regioni calde, ad es. i pugliesi a base coratina, che di polifenoli è ricchissima…

Umberto Curti
umberto curti

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