Storico genovese ottocentesco, in Vita privata dei genovesi (1875) descrive così la gastronomia dei signori medievali:
“Facevano due pasti, il pranzo e la cena. Carni di bue, cinghiali, caprioli, montoni castrati e agnelli di Corsica e di Piemonte, pollame, pesca e cacciagione; e queste vivande servivansi in parte schiette, e in parte inorpellate con torte o galantine o cotte in salse con il pepe, il garofano, la noce moscata, la cannella… e d’alcune d’esse, come del pepe, può dirsi che faceasi allora quel consumo che oggi si fa dello zucchero o del caffè.
Si usavano tartufi, sardelle, e acciughe fresche, tonni, formaggi, frutta, datteri d’Alessandria e Catalogna, mandorle di Puglia, Cologna, Provenza e Malaga, mele, aranci, nocciole, uva passa, fichi, miele e confetti e zuccherini di varia forma e sorta chiamati “dragiate”. I vini erano crudi o cotti, nazionali o forestieri. Godevano fama i vini di Coronata, Rivarolo, Noli e Quarto e i moscatelli di Taggia… Le vivande si portavano in tavola intiere ed ammonticchiate in grosse pile… Nel mettersi a tavola, davano l’acqua alle mani, stillata con odori di rose o mammole… Il pranzo era distribuito in due o tre servizi, poscia si sparecchiavano le mense, si ridavano acque alle mani e si facevano venire trovatori, menestrelli e mimi a rallegrar la brigata. Poi la frutta e i confetti, con i rosoli e i vini aromatici”.
Direi proprio che non si facevano mancare alcunché…Umberto Curti
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