Anice, grande amore di mia moglie, i suoi “finepasto” al ristorante sono sovente le Sambuche, l’Ouzo, il Mistrà e i Pastis (da anice stellato), le Anisette (da anice verde)…
Anice, in senso botanico – bada bene – se ne impiegano i frutti secchi, non i semi come erroneamente si dice, semi che sono contenuti nei frutti.
La pianta è un’Ombrellifera (Apiacea), da sempre “apprezzata” anche perché l’anice detiene notevoli proprietà digestive. Se difficile a trovarsi allo stato selvatico (l’anice selvatico è spesso nei taralli e nei pani), la pianta può esser coltivata in giardini. Chi la cerca nei prati stia peraltro molto, molto attento alla somiglianza con la pericolosissima cicuta (Conium maculatum).
Nota in Occidente era tuttavia solo la Pimpinella anisum, mentre l’anice stellato fu introdotto nel ‘600 da Oriente, attraverso la Russia, e l’anice pepato o pepe di Sichuan (di cui s’usano i semi) proviene da Giappone, Corea, Cina, ed è cosa ben diversa.
In Liguria, al pari dei semi del finocchietto selvatico che talvolta lo rimpiazzano, ad es. nei biscotti del Lagaccio, l’anice, come noto, aromatizza specifiche ricette, chiaramente gli anicini (i anexin) e il pandolce natalizio (ö pandöçe), entrambi ben conservabili. Tramite link, per gli appassionati di cucina, da qui sono raggiungibili entrambe le mie ricette.
Mi risulta infine che il cosiddetto calendario AIFB (Associazione italiana food bloggers) “consacri” ad anice e finocchietto la giornata del 31 agosto, con specifici contenuti utilmente fruibili online.
Umberto Curti
L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa ed autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e aggregato per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, non contiene alcuna pubblicità.
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