Neppure il tempo di ricordare la figura di Carlin Petrini (omaggiando anche uno dei suoi sodali migliori, ovvero Giovanni Rebora * ), ed ecco che purtroppo occorre anche dire addio a Carlo Ginzburg.
Per chi faccia il mio mestiere, queste sono perdite culturali immedicabili. Figlio di Leone l’antifascista e di Natalia Levi la scrittrice, e torinese (1939) realmente tutto d’un pezzo, ci riferiamo infatti ad uno storico e accademico di caratura internazionale, capace come pochi di narrare le esistenze quotidiane, di immergersi dentro i destini cosiddetti “comuni”.
La sua “microstoria” – una corrente metodologica di rilettura del passato che positivamente attecchì anche in Italia dagli anni ’70 sulla scia delle “Annales” di Bloch e Febvre – ci lascia capolavori come “Il formaggio e i vermi”, appena riedito da Adelphi, saggio che io conobbi (memorabili quelle stagioni) da studente universitario, ammirandone la dimensione storico-antropologica.
A Carlo Ginzburg difatti interessavano sin dagli anni ’60 “fonti” quali le tradizioni, le leggende e dicerie, i riti, le quotidianità rurali, il genius loci autentico delle comunità. Mi godevo gli scritti suoi, di Piero Camporesi, di Fernand Braudel, di Jacques Le Goff…
“Il formaggio e i vermi” è in tal senso un incredibile sorvolo della vita di un mugnaio friulano del ‘500 che l’Inquisizione destinò ad ardere su un rogo, e una profonda – a suo modo militante – riflessione circa il potere ed i suoi “oppositori”. E leggere quelle pagine necessariamente incide un segno sin dentro le nostre coscienze.
Da parte mia, confido quindi che nelle scuole superiori e nelle università quelle pagine siano tenute ben presenti come proposta di lettura ai giovani. Poche discipline umanistiche infatti possono avere oggi la portata della storia, se opportunamente insegnata.
*del Professor Rebora (1932-2007), anche grazie al figlio Federico, ho avuto ripetutamente il piacere di occuparmi, anche nel video a questo link
Umberto Curti
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