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	<title>Ligucibario &#187; il cibo in liguria dalla preistoria all&#8217;età romana</title>
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		<title>Basilico e pesto. English and storytelling all&#8217;ITS Albenga</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2025 14:22:48 +0000</pubDate>
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<div id="attachment_26154" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/DSCN3033.jpg"><img class="size-medium wp-image-26154" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/DSCN3033-300x215.jpg" alt="albenga" width="300" height="215" /></a><p class="wp-caption-text">albenga</p></div>
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<p><em>Basilico e pesto protagonisti della formazione superiore: uno storytelling in 20 punti dall&#8217;italiano all&#8217;inglese. Dal lessico settoriale bilingue alla necessità di approntare una narrazione sempre a misura d’interlocutore, in modo personalizzato e interculturale. Una sessione didattica a due voci per gli allievi dell&#8217;ITS “Tecnico superiore responsabile delle produzioni e trasformazioni nel settore ortofrutticolo” di Albenga &#8211; futuri custodi e ambasciatori di quei plus che l’agricoltura ligure &#8220;eleva&#8221; ad enogastronomie, originando una cucina varia, profumata, salubre, evergreen. Focus su immagine e percezione all&#8217;estero di basilico e pesto ligure, sulla tracciabilità della filiera e su  internazionalizzazione ed export del Made in Liguria.</em></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/DSCN9400.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25733" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/DSCN9400-300x225.jpg" alt="pesto storyteller" width="300" height="225" /></a></p>
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<h2>Albenga, agricoltura e turismo ai tempi dell&#8217;antropocene</h2>
<p>Mi emoziona sempre un po’ recarmi ad <strong>Albenga, l’antica Albingaunum</strong>, terra di una comunità che s’oppose strenuamente all’invasione romana. Ho poco tempo, e quindi dalla stazione ferroviaria il viaggio verso l’Ente formativo ELFO mi consente solo qualche rapidissimo sguardo al centro storico, uno dei più importanti in Liguria, intravvedo da lontano le torri… A questo luogo (contemporaneamente costiero, ricchissimo di archeologia e storia, e “terroir” – come direbbero in Francia &#8211; grazie a ortaggi, vini ed olii inarrivabili) ho dedicato non a caso molte pagine, ahimé tanto tempo fa, ne “Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana”.</p>
<h2>Albenga: l&#8217;esperienza dei luoghi</h2>
<p>In questi anni chi faccia il mio mestiere ha constatato un uso eccessivo per non dire un abuso dell’aggettivo esperienziale. Ma cos’è poi, in senso quasi più antropologico che turistico, l’esperienza di un luogo? Nel mio pensiero (<a title="umberto curti libro bianco del turismo esperienziale" href="https://www.sabatelli.it/shop/gastronomia/libro-bianco-del-turismo-esperienziale-e-foodcrafts/" target="_blank">puoi leggermi anche qui</a>) è un’immersione nel genius loci. Molti “nuovi” ospiti invocano – ed è bene che sia così – soggiorni ad alto tasso di autenticità: scoperte, emozioni, relazioni, la possibilità di entrare in contatto con le comunità, le tradizioni, <strong>i mestieri, i momenti quotidiani, le ricette</strong>, i modi di dire, gli artigiani.</p>
<p>La Liguria del turismo è ancora chiamata a rimboccarsi le maniche per attenuare alcuni ritardi e criticità (integrazione coste-entroterra, destagionalizzazione, lingua inglese, web e social media…), ma è destinazione che alberga in sé culture millenarie, donde heritage, patrimoni UNESCO, biodiversità, dieta mediterranea, dentro paesaggi accoglienti più o meno 365 giorni l’anno.</p>
<p>Basilico e pesto ad Albenga. Quanto a me, come dicevo sono ad Albenga perché <strong>Luisa Puppo, autrice anche di &#8220;Day by day English&#8221; (uscito nel 2013) svolge alcune docenze di inglese settoriale all’ITS “Tecnico superiore responsabile delle produzioni e trasformazioni nel settore ortofrutticolo”, in svolgimento presso l’Ente formativo ELFO</strong> di cui sopra, privilegiando come sempre le metodologie didattiche concrete, operative, in grado di “replicare” il più possibile quanto accade nei reali contesti lavorativi.</p>
<div id="attachment_26155" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/luisa-its-albenga.jpg"><img class="size-medium wp-image-26155" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/luisa-its-albenga-300x253.jpg" alt="luisa puppo" width="300" height="253" /></a><p class="wp-caption-text">luisa puppo</p></div>
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<h2>Basilico e pesto, formazione e identità territoriale</h2>
<p>L’<em>antropocene</em> che scontiamo si caratterizza purtroppo anche per i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, il marketing pervasivo di alcuni oligopoli, la spregiudicatezza delle agromafie, un mix che ovviamente si riverbera anche nei consumi alimentari, pregiudicando la qualità a tavola. Occorre quindi, anche dentro le aule, sensibilizzare l’audience e ove possibile indirizzarla verso le cultivar autoctone, le filiere brevi, la stagionalità dei prodotti, il <em>buonessere</em>. Circa il tema basilico e pesto, con Luisa Puppo abbiamo dunque “allestito” <strong>uno storytelling (in 20 punti) relativo al basilico, al pesto, all&#8217;abbinamento enologico (in primis certamente il Pigato di Albenga), onde poi trasferirlo in lingua inglese</strong>, via via fornendo ai corsisti un corredo lessicale specifico, ma al contempo raccomandando loro una narrazione sempre a misura d’interlocutore, targettizzata ad hoc, perché – di fatto – la sola comunicazione efficace è quella che raggiunge il destinatario venendo opportunamente decifrata.<br />
Basilico e pesto. L&#8217;aula è ottimamente intervenuta, con commenti e domande che hanno anzitutto riguardato le peculiarità del Basilico Genovese DOP, la storia del pesto e del mortaio, gli ingredienti, gli eventuali allergeni, i formati di pasta più adatti.<br />
Luisa Puppo ha poi dedicato una nuova sessione didattica all&#8217;immagine e alla percezione all&#8217;estero di basilico e pesto: focus specifico sull&#8217;importanza di &#8220;standard&#8221;, affinché una filiera integralmente tracciabile consenta adeguata internazionalizzazione ed export del Made in Liguria.</p>
<p>Come si suol dire, la lingua inglese non è un fine ma un mezzo, e in tal senso essa può e deve, nell’àmbito di un ITS “Tecnico superiore responsabile delle produzioni e trasformazioni nel settore ortofrutticolo”, dare ai discenti la possibilità di imparare a dialogare caso per caso in modo personalizzato, interculturale, one to one. Diventando inoltre custodi e ambasciatori di quei plus che l’agricoltura ligure direttamente e indirettamente &#8220;eleva&#8221; ad enogastronomie, originando una cucina varia, profumata, salubre, evergreen &#8211; basilico e pesto, ad esempio&#8230;</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia.jpg"><img class="size-medium wp-image-25120" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia-275x300.jpg" alt="Umberto Curti" width="275" height="300" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Il vino a Valbrevenna</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2025 08:59:02 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_26108" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/197.jpg"><img class="size-medium wp-image-26108" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/197-300x259.jpg" alt="uve a orco feglino (sv)" width="300" height="259" /></a><p class="wp-caption-text">uve a orco feglino (sv)</p></div>
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<p>Riccardo Poggio, mio ex (brillante) allievo nei corsi GAE e persona innamorata della <strong>Valbrevenna</strong>, mi ha inviato un articolo, assai stimolante e subito pubblicato su BioVoci (<a title="vino di valbrevenna" href="https://biovoci.blogspot.com/2025/05/il-vino-della-valbrevenna.html" target="_blank">link qui</a>), relativo alla viticoltura “eroica” che dal 1700 si praticava in quell’entroterra genovese. Valbrevenna, in particolare, è un abitato antico &#8211; e conservatosi green &#8211; di circa 740 abitanti, case sparse sulle colline, noto anzitutto per <strong>il santuario della Madonna dell’Acqua</strong> in frazione Molino Vecchio e per alcune tradizioni gastronomiche, pienamente liguri, fra cui le formaggette (vaccine e caprine), ortaggi e frutta, minestrone e polenta nei mesi più freddi, torta baciocca, ravioli, le “castagne grasse” ovvero castagne-cuighe-côi (un secolo fa agivano una dozzina di mulini per castagne…), ricette col coniglio e col cinghiale, canestrelli, mieli e frutti del bosco… Il tomassu, in particolare, era la prescinsêua, la cagliata, che nelle aree rurali sovente fungeva da breakfast.</p>
<p>ll torrente Brevenna nasce dal <strong>monte Antola</strong> (1.597m) e confluisce nello Scrivia ad Avosso, presso Casella, dopo un breve percorso di circa 15 km. Percorre tuttavia piccoli paradisi da hiking e biking, fra mulattiere e immancabili <strong>muretti a secco</strong> (da Piancassina si sale classicamente a Lavazzuoli e poi all’Antola con circa 100 minuti di cammino). Valbrevenna fu a lungo fliscana (donde l’utilizzo del medievale <strong>castello di Senarega</strong>), e il Comune si costituì dopo svariate vicende storiche solo nel 1898, peraltro in un periodo di spopolamento in quanto cresceva purtroppo l’emigrazione – ligure oltre che genovese &#8211; verso le Meriche (emigrazione che successivamente si orientò alle industrie della città di Genova). Oggi l’economia rurale dà qualche segno di ripresa, tenendo conto che alcuni giovani stanno ribellandosi alle globalizzazioni e riconsiderando mestieri e modelli di vita che talora parevano del tutto estinti.</p>
<p>Quanto all’articolo di Riccardo Poggio, affettuoso tributo a realtà (siano di ieri o di oggi) che sempre troveranno spazio su BioVoci, esso, accennando al <strong>nibbiêu da-ö peigöllö rössö</strong>, conferma un’ampelografia ligure complessa e vivace. Personalmente, molti anni fa, presentando a Toirano il mio “<strong>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</strong>” (<a title="i libri di umberto curti" href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/" target="_blank">link qui</a>), mi trovai dinanzi a varie persone del luogo che non riconoscevano i tanti vitigni locali cui accennavo loro, salvo uno che – così mi fu detto – dava una botta di metilico… E di recente mi sono imbattuto in uno “<strong>Sciactrac</strong>” del 1964, prodotto dal cav. Armando Ansaldo a Riomaggiore, che è – udite udite &#8211; un pinot noir liquoroso…</p>
<p>Poi, ovviamente, alcuni vitigni – e alcune vigne &#8211; sono scomparsi per via anzitutto di 3 cause: a)la loro delicatezza e/o scarsa resa; b)<strong>la tragica fillossera</strong>, che anche in Liguria inferse alcuni colpi di grazia; c)l’insostenibilità economica, poiché produzioni troppo piccole non potevano garantire quel rapporto costi/benefici che è storicamente “appannaggio” di altri (in primis in Piemonte e Toscana).</p>
<p>E’ pur vero che l’istituzione delle DOC, sul modello delle AOC francesi, a partire in Liguria dal <strong>Dolceacqua (1972)</strong>, pur con alcuni limiti ha indotto una diversa sensibilità verso il vinificare bene, e poi ha favorito la riscoperta di alcune varietà dimenticate, fra cui <strong>il Moscatello di Taggia a ponente e lo Scimiscià a levante</strong>. Come sempre, l’auspicio di Ligucibario® è che, senza fanatismi e senza aggettivazioni discutibili (ancestrale, resiliente…), si possano produrre in Liguria vini sempre più puliti, piacevoli, e – oso dirlo &#8211; idonei talvolta a ripristinare coltivazioni là dove esse erano un tempo, prima che le accelerazioni e le turbolenze della contemporaneità le obliterassero. L’entroterra ligure, mi raccomando, richiede <strong>strategie (e momenti formativi) al passo coi tempi, non demagogia</strong> un tanto al chilo…<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<div id="attachment_25120" style="width: 285px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia.jpg"><img class="size-medium wp-image-25120" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia-275x300.jpg" alt="Umberto Curti" width="275" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Umberto Curti</p></div>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Le origini del nome Genova</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Mar 2025 12:24:47 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25821" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/022.jpg"><img class="size-medium wp-image-25821" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/022-225x300.jpg" alt="il cibo in liguria dalla preistoria all'età romana" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">il cibo in liguria dalla preistoria all&#8217;età romana</p></div>
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<p>Quando si indagano le origini di un toponimo, occorre sempre muoversi coi piedi di piombo, questo imparai più di 40 anni fa seguendo le lezioni universitarie di Giulia Petracco Sicardi.<br />
Quanto al caso di <strong>Genova, dal latino Genua</strong>, esso ascenderebbe ad una radice indoeuropea geneu (“ginocchio”→baia) o genu- (“mascella” →apertura); genu come allusione ad uno sbocco, una foce di uno degli antichi torrenti, o alla struttura di un abitato progressivamente insediatosi sulla costa?<br />
I linguisti che propendono per questa ipotesi ritengono Genua e <strong>Genaua (Ginevra)</strong> versioni differenti scaturite da una medesima origine, Ginevra in effetti è “sbocco” arcuato sul lago Lemano…<br />
Il villaggio dell’età del bronzo antico di piazza Brignole, la struttura palafitticola del V millennio a.C. di piazza della Vittoria e i tumuli della necropoli etrusca (fra cui una sepoltura principesca) alla spianata dell’Acquasola peraltro confuterebbero la (già discussa e discutibile) teoria secondo cui Genova nacque come emporio presso il seno del <strong>Mandraccio (1), una baia sotto la collina di Castello</strong>, viceversa essa sarebbe nata lungo la sponda destra del <strong>Bisagno</strong>, e questo &#8211; secondo studi del 2010 dell’archeologo Filippo Maria Gambari, purtroppo poi mancato nel 2020 &#8211; confermerebbe come primo toponimo Genaua, celtico-ligure, che nell’età del ferro significava “bocca”, ovvero porto fluviale.<br />
I secoli del Medioevo lo alterarono nel <strong>latino Ianua, “porta di accesso”</strong>, “di inizio, di transito”, ciò che contribuì alla leggenda di Genova legata alla divinità romana <strong>Giano (bifronte poiché osserva passato e futuro)</strong>, un troiano “discendente” da Noè, paladino delle porte, là dove Genova sarebbe bifronte, denotando un orientamento al mare ed uno ai monti retrostanti.<br />
La leggenda, che come tutte le leggende confonde piani e tempi, è “rilanciata” da <strong>una epigrafe nel duomo di San Lorenzo</strong> sotto una testa di Giano, ove si legge “<em>Janus, primus rex Italiae de progenie gigantum, qui fundavit Genuam tempore Abrahae</em>”.<br />
Studi recenti sono infine risaliti ad una scritta etrusca, <strong>Kainua</strong>, ritrovata incisa su un frammento di vaso, essa significa “città nuova” (una Kainua etrusca sorse anche presso Marzabotto in Emilia…), o – se si legasse al greco xenos (Ξένος), “straniero” &#8211; alluderebbe a Genova come luogo di arrivo, il che in effetti connota sempre gli scali portuali&#8230;<br />
(1) si veda anche il mio &#8220;Il cibo in Liguria dalla preistoria all&#8217;età romana&#8221;, ed. De Ferrari, Genova, 2012<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<div id="attachment_25120" style="width: 285px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia.jpg"><img class="size-medium wp-image-25120" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia-275x300.jpg" alt="Umberto Curti" width="275" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Umberto Curti</p></div>
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		<title>Tavola bronzea, io turista nella mia città</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 13:20:32 +0000</pubDate>
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<p>Tavola bronzea, io turista nella mia città?</p>
<p>Domenica di inizio febbraio, ma temperatura mite mite, eccomi con Luisa salire il viale alberato di Villa Durazzo Pallavicini che, accanto alla stazioncina ferroviaria, conduce con lieve salita al <strong>Museo archeologico di Genova Pegli</strong>…</p>
<h2>Il Museo Archeologico di Genova Pegli</h2>
<p>Accolti dal personale con cortesia premurosa, che emozione per me ritornare dentro 100mila anni di storia e nei luoghi con cui via via nutrii nel 2011 il mio “<a title="umberto curti il cibo in liguria dalla preistoria" href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/" target="_blank">Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</a>” (ed. De Ferrari), un saggio che fu bellissimo scrivere, che ottenne tanti riscontri, e che avrebbe dovuto originariamente intitolarsi &#8220;Mezunemunius&#8221;, fra poco sarà chiaro il perché.</p>
<p>Entriamo (la Tavola Bronzea ci aspetta al secondo piano&#8230;), ed ecco tra gli altri “<strong>il Principe delle Arene Candide”, l’audace cacciatore quindicenne che 24mila anni or sono, nel Finalese, morì per la violentissima artigliata di qualche animale, e fu sepolto con tutti gli onori. Ecco gli orsi (quasi vegetariani) che trascorrevano il letargo nelle caverne, ecco le anfore vinarie lungo le trafficate rotte Roma-Spagna, ecco la prima statua-stele rinvenuta (a Zignago, SP), con la sua scritta verticale in caratteri etruschi “mezunemunius”, ecco gli oggetti della vita quotidiana fra cui i mortai, immancabili, ecco il tesoretto di monete recuperate a Niusci, presso il tracciato su cui oggi sferraglia il trenino di Casella, ecco i ritrovamenti dalla necropoli di Kainua-Genova, emporio etrusco…</strong></p>
<div id="attachment_25203" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/orso-speleo.jpg"><img class="size-medium wp-image-25203" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/orso-speleo-300x225.jpg" alt="resti di orso speleo" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">resti di orso speleo</p></div>
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<h2>La Tavola Bronzea del Polcevera</h2>
<p>E poi eccola, lei, la <strong>Tavola Bronzea del Polcevera</strong>, rinvenuta là dove correva la via Postumia, verso Libarna e Derthona, verso le “autostrade” del Po dirette ad Aquileia e all’Adriatico… Una tavola del 117 a. C. (cm 47,5&#215;37,5), prima testimone del latino in Liguria, rinvenuta da un contadino in un torrentello nel ‘500 (al <a href="https://www.youtube.com/watch?v=a0mNjzePvUQ&amp;list=PL6sEtQOf4zSWk9vYoTrw3WwFpbNGuyN3I&amp;index=10" target="_blank">ritrovamento della Tavola Bronzea</a> è dedicato uno dei video di &#8220;Assaggi di Medioevo&#8221;, il progetto che ho curato per Biblioteca Civica Berio di Genova nel 2024), ivi condotta da un moto franoso. E nel 1978 restaurata pulendo nerofumo e grassi. La Tavola Bronzea – nella puntuale traduzione di Giulia Petracco Sicardi, riecco un mio lontano ricordo universitario&#8230; &#8211; oltre a riportare la prima menzione circa la <em>via Postumia</em> cita una sentenza d’arbitrato emessa a Roma per regolare una disputa territoriale fra <em>Genuates</em> e <em>Viturii Langenses</em> e sfociata nell’obbligo di un pagamento in vino locale, ovvero un <em>vectigal</em> – entrata erariale &#8211; sotto forma di “baratto”.</p>
<div id="attachment_25238" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/tavola-bronzea.jpg"><img class="size-medium wp-image-25238" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/tavola-bronzea-300x233.jpg" alt="Tavola Bronzea del Polcevera" width="300" height="233" /></a><p class="wp-caption-text">La Tavola Bronzea del Polcevera (photocredits www.museidigenova.it)</p></div>
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<p>La Tavola Bronzea svela la <strong>lingua parlata a Genova all’epoca</strong> (la latinizzazione sta concretamente entrando nell’onomastica) ed uno <strong><em>ius</em> ancora autoctono</strong> rispetto alla successiva romanità della <em>villa</em>, dal quale si evince una suddivisione delle terre in <strong><em>ager publicus</em>, <em>ager privatus</em> e <em>compascuus</em></strong> (terreno da pascolo, fienagione e legnatico, policentrico, su crinali spartiacque, che svolse non di rado funzioni sociali e cultuali), ed è evidente come dalla proprietà pubblica siano via via socioeconomicamente derivate, molti secoli più tardi, le comunaglie, terreni con bosco e pascolo messi a disposizione di famiglie o individui dietro versamento annuo di un modico canone. Erano punteggiate di <strong>casoni in pietra a secco</strong> (<em>caselle, casette, bàreghi, supenne, cabanei</em>…) per il ricovero soprattutto degli attrezzi, costruzioni di cui ancora rinveniamo esempi, già meticolosamente indagati dagli etnologi, fra cui il compianto Pietro Scotti. Caselle punteggiano ad esempio anche monte Bignone, sopra Sanremo.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/04/022.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20346" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/04/022-225x300.jpg" alt="022" width="225" height="300" /></a></p>
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<h2>Sulle tracce della Via Postumia</h2>
<p>Circa poi la <strong><em>via Postumia</em></strong>, l’<em>Itinerarium Antonini</em> e la <em>Tabula Peutingeriana</em> indicano <strong>tra Genova e Libarna una distanza di 36 miglia</strong> (circa 50 km), riesce <strong>oggi difficile seguirne lo sviluppo</strong>, la zona si presenta accidentata e ha subìto molte trasformazioni, e la <em>Postumia</em> a tratti fu verosimilmente poco più che uno stretto sentiero, priva di ponti, con pendenze molto variabili per economizzare su tornanti ed altro, tra paesaggi giocoforza mutevoli. Fatta realizzare dal console Spurio Postumio Albino, essa riproponeva nel tratto a monte una pista già battuta da mercanti liguri e forse anche la medesima percorsa sia dal console Quinto Minucio Rufo, allorché nel 197 a. C. schiacciò i Liguri dell’Oltregiogo fino a Casteggio, sia dal console Quinto Opimio nel 154 a. C., allorché guidò truppe da Piacenza (importante intersezione con la <em>Aemilia Lepidi</em>) a Genova per raggiungere Nizza. I tempi erano quanto mai inquieti. Oggi se ne ragiona solo in via ipotetica ma la <strong><em>Postumia</em></strong>, “strada di arroccamento” per congiungere le colonie cisalpine create al fine di contrastare le locali tribù ribelli, indiscutibilmente <strong>accelerò il processo di romanizzazione dei territori interni toccati dal suo tracciato, ovvero apportò tecnologie e tipi di produzioni romane, usi romani e riti romani</strong>. Il proposito ampio di unire il Tirreno all’Adriatico veicolò inoltre progetti di nuovi centri e “risistemazioni”, anche per facilitare i movimenti delle truppe e delle navi. La <em>Postumia</em> riacquistò poi importanza allorché Genova e Milano nel III-IV secolo d. C. ebbero profondamente bisogno l’una dell’altra relativamente alla compravendita d’olio (dall’Italia meridionale e dall’Africa settentrionale) e di granaglie. In tal senso, <strong>alla vigilia e poi all’inizio dell’apocalisse barbarica</strong> &#8211; che obliterò molte vite e <em>villae</em> &#8211; , aree ospitali dell’Appennino, quali ad es. San Cipriano presso Serra Riccò, non a caso si ripopolarono, e le fasce terrazzate consentirono alcune delle coltivazioni ormai usuali in Liguria. Attraverso la <em>Postumia</em>, all’inizio del V secolo, fu ricondotta al <em>magister militum</em> Stilicone la figlia Termanzia, moglie ripudiata dall’imperatore Onorio. E del resto moltissime mulattiere diventarono durante il medioevo le vere vie di riferimento…</p>
<p>Tavola Bronzea (e molto altro). Con Luisa termino infine la visita ed esco, con un po&#8217; d&#8217;attenzione occorrono circa 3 ore. Una parte di me farebbe dietrofront e rientrerebbe subito, per ricominciare.</p>
<p>E’ stato un pomeriggio meraviglioso, da turista che esplora la propria città? Perché no? Quanta archeologia, in Liguria! Una visione d&#8217;insieme saprà indurre un marketing che finalmente ne faccia quasi un prodotto turistico a sé, dai Balzi Rossi a Luni?<br />
Poiché ormai rapidamente imbruniva, non restava che coccolarsi un po’ con una cioccolata calda al bar “Amleto”, dirimpetto al mare, luogo di cortesia e cose buone (dolci e salate). Chapeau.</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25120" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia-275x300.jpg" alt="Umbi bottiglia" width="275" height="300" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Al Museo della Certosa</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 09:04:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_24863" style="width: 243px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/12/muce.jpg"><img class="size-medium wp-image-24863" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/12/muce-233x300.jpg" alt="il chiostro della certosa di rivarolo" width="233" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">il chiostro della certosa di rivarolo</p></div>
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<p>Al Museo della Certosa, un pomeriggio di metà dicembre&#8230;</p>
<p>Nessuno, davvero, può in questi anni imputarmi di aver trascurato la Val Polcevera… Ho trattato a lungo di Via Postumia nel mio “<a href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/" target="_blank"><strong>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</strong></a>”, ho raccontato anche in senso enogastronomico il (bellissimo) viaggio <strong>sul trenino di Casella</strong> che attraversa Sant’Olcese, ho dedicato un omaggio assai approfondito alla <strong>Bianchetta, perché la viticoltura locale è già testimoniata dalla Tavola Bronzea…</strong><br />
Lo sforzo di Ligucibario® si è infatti sempre rivolto alla tutela e alla valorizzazione delle risorse liguri, a maggior ragione quando – come in questo caso – i territori sono stati oggetto di brutali industrializzazioni, che hanno profondamente condizionato i loro assetti sociali ed economici.</p>
<p>Ma, per dir così, avvertivo che ancora qualcosa mi “mancasse”… E domenica, con Luisa, ho quindi <strong>visitato il MuCe, il museo della Certosa di San Bartolomeo, a Rivarolo, proprio a due passi dal capolinea di Brin della metropolitana</strong>.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/12/muce1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24864" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/12/muce1-300x225.jpg" alt="smart" width="300" height="225" /></a></p>
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<h2>Il Museo della Certosa</h2>
<p>E’ un luogo subito incantevole grazie al chiostro silenzioso, ed un luogo vivo, che non solo percorre la storia e le tradizioni &#8211; anzitutto contadine &#8211; della valle, con specifico riferimento agli attrezzi e oggetti del lavoro e della quotidianità, ma anche programma una serie di eventi per famiglie con bambini o per visitatori adulti.</p>
<p>Confesso, nelle 3 sale espositive del Museo della Certosa ho scattato una cinquantina di fotografie, affascinato da ciò che botti, arnie, <strong>magagli</strong>, vanghe, pentole, setacci, falci, culle ecc. ecc. mi svelavano. Le tecniche agricole, in vigna in uliveto negli orti, le fienagioni, gli allevamenti, i pascoli e la caseificazione del latte, la centralità del <strong>castagno</strong>, ovvero l&#8217;albero del pane, i modi di muoversi, di cucinare… Ho trascorso davvero un’ora di buon tempo, e mi permetto di suggerire la scoperta di quest’angolo appartato non solo a quei genovesi e liguri che ancora non lo conoscono, ma a chiunque abbia a cuore il concetto di genius loci, e – come me – veda nella memoria un viatico essenziale per orientarsi idoneamente all’avvenire…<br />
Buon Natale!</p>
<p>Per orari e informazioni sulla visita, 010 5579081 e <a href="https://www.museidigenova.it/it" target="_blank">www.museidigenova.it</a>.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-21488" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord-300x189.jpg" alt="smart" width="300" height="189" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>La storia dell&#8217;enogastronomia, indagare le fonti</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 08:23:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Storia dell&#8217;enogastronomia, serve una validazione più scientifica. Come avviene per la storia “ufficiale” (e la storia dell’arte, e l’archeologia, e…), anche la narrazione storica dell’enogastronomia non è disciplina proprio per tutti. E deve sempre basarsi – grazie alla paleobotanica, alle citazioni letterarie ecc. &#8211; sull’indagine rigorosa delle “fonti” (talora le poche o pochissime di cui ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/la-storia-dellenogastronomia/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_23603" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/10/DSCN1137.jpg"><img class="size-medium wp-image-23603" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/10/DSCN1137-300x278.jpg" alt="teglia di focaccia di recco col formaggio" width="300" height="278" /></a><p class="wp-caption-text">teglia di focaccia di recco col formaggio</p></div>
<p><em>Storia dell&#8217;enogastronomia, serve una validazione più scientifica. Come avviene per la storia “ufficiale” (e la storia dell’arte, e l’archeologia, e…), anche la narrazione storica dell’enogastronomia non è disciplina proprio per tutti. E deve sempre basarsi – grazie alla paleobotanica, alle citazioni letterarie ecc. &#8211; sull’indagine rigorosa delle “fonti” (talora le poche o pochissime di cui disponiamo).</em></p>
<p>In un tempo nel quale un po&#8217; tutti sono ormai critici gastronomici, guru, recensori e cucinologi, diventa arduo destreggiarsi nel mare magnum delle riviste, del web e dei social e discernere i contenuti di qualità, separando – per così dire – il  grano dal loglio.</p>
<h2>Storia dell&#8217;enogastronomia: tra sviste e leggende&#8230;</h2>
<p>Tutti sanno tutto, tutti vogliono dire la propria su tutto (in barba a Wittgenstein?…).</p>
<p>Non pochi “<strong>articoli</strong>” tuttavia contengono <strong>sviste</strong>, o spacciano <strong>leggende per eventi storici</strong>, o sono palesemente cortigiani.</p>
<p>Le sviste sono perdonabili – è pur vero che solo chi non fa non sbaglia &#8211; , ma in spirito di servizio segnalo, tanto per dire, che perfino “La cucina italiana”, in un contenuto del 2022 circa la cucina ligure, a cura di un giornalista milanese, parla di <strong>bianchetti</strong> (la cui pesca è da anni, com’è bene che sia, categoricamente proibita), di <strong>pansoti</strong> conditi al sugo di noci (si tratta viceversa di una salsa, a crudo), e destinerebbe la <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8Ane__4fKf0" target="_blank"><strong>prescinsêua</strong></a>, ovvero la cagliata, alla <strong>focaccia col formaggio</strong> (chiunque viceversa bazzichi Recco e dintorni sa che si utilizza solo e soltanto crescenza, e che la prescinsêua nuocerebbe a quella ricetta)…</p>
<p>Non mi reputo certo un conservatore, ogni fanatismo e snobismo è alieno da Ligucibario®, ma mi sia permesso dire che la valorizzazione &#8211; quella autentica e duratura &#8211; è anzitutto tutela.</p>
<h2>Storia dell&#8217;enogastronomia: indagare le fonti</h2>
<p>Come avviene per la storia “ufficiale” (e la storia dell’arte, e l’archeologia, e…), anche la <strong>narrazione storica dell’enogastronomia</strong> non è disciplina proprio per tutti. E <strong>deve sempre basarsi</strong> – grazie alla paleobotanica, alle citazioni letterarie ecc. &#8211; <strong>sull’indagine rigorosa delle “fonti”</strong> (talora le poche o pochissime di cui disponiamo). Ne so qualcosa io, che nel 2012, redigendo “Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana” mi mossi dentro un tempo di umanità primitiva, che mi forniva minimi indizi, qualche grotta, qualche resto fossile, qualche incisione e coppella, qualche passo in latino e poco altro.</p>
<p>Purtroppo, molti libri in commercio sono (e nei casi migliori non pretendono d’esser altro) ricettari un tanto al chilo, aneddotica, pubblicità, celebrazione dei locali e dei cuochi di moda in quel momento. E, come talvolta i locali ed i cuochi, dureranno lo spazio d’una stagione.</p>
<h2>Storia dell&#8217;enogastronomia: una validazione scientifica</h2>
<p>Dunque, fin quando la <strong>storia dell’enogastronomia</strong> non meriterà una <strong>“validazione” in qualche modo più scientifica</strong>, saremo sovente esposti a narrazioni sciatte. E le venti o più cucine regionali che costituiscono il meglio del made in Italy (ogni campanile rivendica una ricetta) stenteranno a perpetuare e posizionare ciò che sin qui le ha rese celebri nel mondo, perché <strong>l’eccesso di comunicazione &#8211; soprattutto online &#8211; oggi in corso mischia e frastorna.</strong></p>
<p>Del resto, nel nostro Paese – dove abbondano gli assaggiatori di vini, formaggi, salumi, birre, mieli… &#8211; ci si ostina a non creare e normare una figura professionale che nello scenario di cui sopra sarebbe importantissima, ovvero la guida enogastronomica… Buon lavoro e auguri.</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Luni e la pietra di Luna</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2024 10:10:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ho visitato con Luisa, al Palazzo Reale di Genova, la mostra “La pietra di Luna”. Per me, che nel 2012 pubblicai “Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana” riservando grande spazio anche a quella colonia romana (dedotta nel 177 a.C.), è stata una gioia. L’esposizione è fruibile – riservando la dovuta attenzione anche ai ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/luni-e-la-pietra-di-luna/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/06/luni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22908" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/06/luni-205x300.jpg" alt="luni" width="205" height="300" /></a>Ho visitato con Luisa, <strong>al Palazzo Reale di Genova, la mostra “La pietra di Luna”</strong>. Per me, che nel 2012 pubblicai “<em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</em>” riservando grande spazio anche a quella colonia romana (dedotta nel 177 a.C.), è stata una gioia.</p>
<p>L’esposizione è fruibile – riservando la dovuta attenzione anche ai pannelli esplicativi – in un paio d’ore circa. Pannelli, purtroppo, non privi qui e là di refusi, nonché uno in particolare forse troppo confidente nei riguardi di una calata a Luni di un “re danese”, Hasting, il quale l’avrebbe scambiata per Roma: tale episodio è ormai messo in dubbio dalla gran parte degli storici.</p>
<p>Sia come sia, la bella iniziativa è un viaggio dentro <strong>una città via via ricca ed evoluta, che per alcuni secoli, grazie in primis al suo marmo pregiato, seppe dialogare con Roma (e non solo)</strong>. Una città che si punteggiò di edifici sacri ed istituzionali, botteghe che s’affacciavano sul foro, domus eleganti, e quel bell’anfiteatro (esterno) giuntoci in ottimo stato di conservazione…</p>
<p>In età romana le merci viaggiavano meglio, quasi sempre, via mare piuttosto che via terra, specie se gli dèi si mostravano benigni, e quindi da Luni il marmo raggiungeva l’Urbe via Tirreno, sovente senza scali intermedi, e colà “sostanziava” case patrizie, teatri, edifici di rappresentanza. Del resto, sappiamo che <strong>Augusto, patronus anche di Luna</strong>, desiderò intensamente solennizzare l’aspetto urbanistico della capitale, tanto che poi lo storico Svetonio ci conferma come costui si vantasse davvero d’aver reso di prezioso marmo una città che aveva trovato di poveri mattoni…</p>
<p>Luni “sfamava” gli appetiti di marmo dei vari mercati-target con 25 siti produttivi. Quando però il crollo dell’impero romano determinò anche una crisi delle cave estrattive, Luni s’avviò ad un inevitabile declino, fra terremoti, incursioni barbariche, insabbiamenti del porto, epidemie di malaria. Declino che in qualche modo possiamo recuperare anche <strong>da alcuni versi di Rutilio Namaziano e, vari secoli dopo, della Divina commedia</strong>. Sic transit gloria mundi…</p>
<p>Agli amici Lettori di Ligucibario®, che da tanti anni non sono poi pochi, suggerisco quindi di recarsi a “scoprire” Luni anzitutto al Palazzo Reale di Genova, e poi, ancorpiù, di scoprire dal vivo quel che ne resta a <strong>Ortonovo</strong>…  A pochi km dalla Spezia si può infatti sperimentare una full immersion archeologica attraverso un Museo che temo sia, purtroppo, ben poco visitato.</p>
<p>Buon viaggio!</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/umberto-curti-luisa-puppo/" target="_blank"><strong>Umberto Curti</strong></a></p>
<div id="attachment_22485" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a><p class="wp-caption-text">umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova</p></div>
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		<title>Acqui, anzi Aquae Statiellae</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2024 09:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22760" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/05/022.jpg"><img class="size-medium wp-image-22760" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/05/022-225x300.jpg" alt="il cibo in liguria dalla preistoria all'età romana" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">il cibo in liguria dalla preistoria all&#8217;età romana</p></div>
<p><em><strong>Acqui Terme vale un weekend di viaggio approfondito e non frettoloso</strong>. </em><br />
E’ una vita che adoro <strong>Acqui Terme</strong>, salotto piemontese dove talvolta da Genova salgo anche con la commovente ferrovia di fine Ottocento… Quasi sempre è sabato, e lascio a Luisa la scelta per l’apericena, vagando senza fretta <strong>dalla Bollente sino alla Pisterna, ma qualche volta anche a caccia di farinata, qui chiamata la “bela caöda”, o di una coppa spumosa di Brachetto DOCG</strong>. Mi bastano ingredienti semplici, notoriamente, per render felice la mia tavola.</p>
<h2><em>Aquae Statiellae</em> e la &#8220;bollente&#8221;</h2>
<p>Quando nel 2012 scrissi “<a href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/">Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</a>” (ed. De Ferrari, Genova) indagai a fondo la storia &#8211; soprattutto romana &#8211; di questo luogo, <em><strong>Aquae Statiellae</strong></em>, e visitai una prima volta il <a href="https://www.acquimusei.it/" target="_blank">Museo archeologico</a>, che ha sede nel castello dei Paleologi del Monferrato, circondato da un quieto parco.<br />
Dopo la totale sconfitta dei Cartaginesi (148 a.C.) Roma si installò su queste terre agricole al fine anche di collegarle, tramite la via <em>Aemilia Scauri</em>, al mare/porto di Vado (Vada Sabatia). La cittadina, a rete viaria ortogonale, e che mai ebbe mura ma semplici palizzate “difese” da fossati, divenne via via famosissima come centro termale, grazie alla “<strong>bollente</strong>”, un dono degli dèi che sgorga 400 litri al minuto di un’acqua a 74,5°C. Un sedile marmoreo fin da subito la circondava. Acqui in tal senso “rivaleggiò” con Aix en Provence (<em>Aquae Sextiae</em>) più che Aix les Bains (<em>Aquae Domitianae</em>), e con Pozzuoli (<em>Puteoli</em>, fondata da profughi greci di Samo nel 528 a.C.), dato che le cure attraevano, oltre ai residenti, un “turismo” facoltoso che verosimilmente praticava il passaparola… Attorno alla “bollente” si elevarono architetture importanti (fra cui un teatro), per le quali si poteva far anche ricorso al pregiato marmo bianco di Luni (<em>Luna</em>). La maestosità monumentale riecheggiava edifici simili ad Aosta (<em>Augusta Praetoria</em>, fondata attorno al 25 a.C.), ad Arles (<em>Arelate</em>, che in gallico starebbe per luogo vicino a stagni)… Genti patrizie e liberti intraprendenti, per parte loro, si eressero domus arricchite da affreschi, da mosaici, a testimonianza che alcune attività – beneficiando anche del tempo di pace &#8211; rendevano assai bene. Sotto Augusto si comprese però che l’acqua sorgiva in città non bastava più, bisognava dunque ricorrere ad un <strong>acquedotto</strong>, che la captò dal torrente Erro e la avvicinò all’abitato grazie ad un tunnel sotterraneo di circa 11 km. Tale acquedotto supera l’ultimo tratto con ardite arcate – eleganti e riconoscibili col loro diametro di quasi 7 m e l’altezza di 20 – e supera il fiume Bormida, per giungere nei pressi dell’altura dove oggi sorge proprio il castello dei Paleologi. Da lì l’acqua “scendeva” preziosa per la distribuzione ad impianti termali, a case, a fontane che numerose punteggiavano le vie per dare sollievo ai cittadini.</p>
<h2><em>Aquae Statiellae</em>, consigli di lettura</h2>
<p>Non mi stancherò mai di dire che, oggi più che mai, <strong>Acqui Terme vale un weekend di viaggio approfondito e non frettoloso</strong>. Ai cybernauti più curiosi di storia e storie, che da tanti anni non a caso seguono Ligucibario®, suggerisco infine * anche la lettura di “Archeologia dei sapori. Atti del convegno di Acqui Terme”, Palazzo Robellini 25 febbraio 2005; e “I Liguri e Roma. Un popolo tra archeologia e storia. Atti del convegno di Acqui Terme”, 31 maggio-1 giugno 2019, ed. Quasar, Roma.<br />
* dato che io pratico sempre la contaminazione fra saperi&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Plinio il Vecchio</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 09:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Plinio il Vecchio fu un enciclopedista (23-79), un uomo dagli insaziabili interessi, gli dobbiamo i 37 libri della Naturalis historia, compendio dello scibile umano, sorta di “Treccani” della romanità. Ma morì appena 56enne, soffocato a Stabia, come leggiamo negli scritti del nipote Plinio il Giovane, durante la tragica eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/plinio-il-vecchio/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Plinio il Vecchio fu un enciclopedista (23-79), un uomo dagli insaziabili interessi, gli dobbiamo i 37 libri della <em>Naturalis historia</em>, compendio dello scibile umano, sorta di “Treccani” della romanità. Ma morì appena 56enne, soffocato a Stabia, come leggiamo negli scritti del nipote Plinio il Giovane, durante la tragica eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed Ercolano (comandando la flotta di Capo Miseno stava forse anche cercando di recare aiuto a cittadini in fuga).<br />
Qualche anno fa alcuni accademici della cucina hanno ipotizzato che il formaggio “grana padano” sia nato a Luni, ricca colonia romana fra Liguria ed Etruria, città quindi che non era il semplice porto d’imbarco di un formaggio che vi scendeva dall’Appennino emiliano&#8230; I fautori della tesi aggiunsero che infatti presso <strong>l’antica Luni *</strong> , attorno al I secolo, era apprezzato un formaggio stagionato importante, con quella forma tonda e marchiato, il quale rivaleggiava col Coebanus caseus (di Ceva? di pecora?), ma che poi misteriosamente “sparì” per riapparire in pianura padana circa un millennio dopo (le prime testimonianze del grana si registrano a Lodi, grazie all’opera di monaci che, attenuatasi la tempesta barbarica, recuperano le agricolture affiancando come sempre il lavoro alla preghiera…). Il formaggio di Luni presenzia infatti sia scritti di Plinio il Vecchio che del salace poeta Marziale (38?-104?), il quale nel XIII libro dei suoi celebri epigrammi accenna a forme tanto grandi (in partenza per Roma) da poter nutrire mille giovinetti… Quelle forme erano marchiate (timbro a fuoco?) con l’immagine della Luna etrusca, una sorta di DOP per brandizzarle: “<em>Caseus etruscae signatus imagine lunae praestabit pueris prandia mille tuis</em>”, ovvero: ‘Il formaggio marchiato con la luna etrusca fornirà mille merende ai tuoi giovani’, sottintendendo apprendisti di bottega, aiutanti (pertanto il formaggio era con ogni probabilità il lunch durante le pause dal lavoro). Se quelle forme fossero state padane, perché mai contrassegnarle così? Verosimilmente quelle forme furono in seguito sostituite da formaggette (anche ovocaprine), per produzioni più famigliari e consumi più amicali, e in loco si perse quindi un uso produttivo che viceversa via via s’affermò, come detto, in pianura padana. Ma rimangono tanti punti interrogativi.<br />
* su Luni puoi ancora utilmente leggere il mio &#8220;Il cibo in Liguria dalla preistoria all&#8217;età romana&#8221;, ed. De Ferrari, Genova<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Vino navigato</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2024 15:09:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La sezione di archeologia subacquea nel Museo di Albenga, in Palazzo Peloso Cepolla, bella dimora secentesca, è sorta a metà Novecento dopo la scoperta, sui fondali presso l’isola Gallinaria, di una nave oneraria (da trasporto) degli inizi del I secolo a.C. Sono stati quindi esposti resti della chiglia e vari materiali via via rinvenuti, fra ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/vino-navigato/">leggi tutto</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/vino-navigato/">Vino navigato</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com">Ligucibario</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La sezione di <strong>archeologia subacquea nel Museo di Albenga</strong>, in Palazzo Peloso Cepolla, bella dimora secentesca, è sorta a metà Novecento dopo la scoperta, sui fondali presso l’isola Gallinaria, di una nave <strong>oneraria</strong> (da trasporto) degli inizi del I secolo a.C. Sono stati quindi esposti resti della chiglia e vari materiali via via rinvenuti, fra cui molte anfore vinarie, collocate così come stavano disposte durante la navigazione, stivate strettamente affinché le une “riparassero” le altre da movimenti e urti. Erano gli anni gloriosi di <strong>Nino Lamboglia</strong>… L’interno dell’anfora veniva impermeabilizzato con pece e resine, donde il “<strong>vino resinato</strong>”, mentre l’imbocco veniva sigillato in vari modi, ad es. con una pigna, o con un tappo di sughero spalmato di pece, ma anche con specifici tappi di ceramica sigillati con calce o pozzolana, una fine cenere vulcanica (si veda anche il mio “<em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</em>”, ed. De Ferrari, Genova, 2012). Altre 4 anfore, recuperate dal comandante Paccagnella, a bordo del peschereccio “Impavido” che andava a caccia di gamberoni, il 27 maggio 2016 <strong>al largo di Portofino</strong> (700 m di profondità), hanno di fatto svelato una “portacontainer” romana del II – I secolo a. C…. Le anfore, coi bolli del generale e politico Lucio Domizio Enobarbo (49 a.C. – 25), rivelano una precisa origine (quasi una DOP&#8230;), una fornace, e finanche lo schiavo che le aveva cotte. Considerate le generose dimensioni, al momento si era sospettato che appartenessero ad una grossa partita di vino trasportata da un’idonea, capace nave. Tutto ciò attesta che una “storia” dei cosiddetti <strong>vini navigati</strong> è assai antica, e che la Liguria era ieri come oggi sponda dinanzi alla quale si susseguivano le rotte commerciali est-ovest (<strong>Kainua→Genova, nata presso il seno del Mandraccio sotto la collina di Castello, valse da emporio già in epoca etrusca. E Massalia→Marsiglia fu fondata dai greci…</strong>). Purtroppo a quei tempi una nave ogni tre s’inabissava per via del mistral, o per via del libeccio (altri relitti sono infatti a Portovenere, a Diano, ecc.). Approfondire il tema è sempre stimolante. Pare siano stati i “<em>marangoni” </em>genovesi<em> (</em>sommozzatori e palombari noti sin dal Trecento, abili nuotatori anche in apnea) ad individuare non pochi relitti romani dando il via ad una “risalita” di quelle anfore che fossero scampate a mareggiate e naufragi (si noti che marangone è anche, di fatto, sinonimo di cormorano). E pare che quel vino, navigato ma anche sommerso, fosse…migliore di tanti altri. Un segreto – maniman &#8211; da non condividere, da sussurrare lontano dai microfoni, tutt’al più sulla battigia e su qualche banchina appartata&#8230; Un vino quindi che come un santo pellegrino navigava sui <strong>leudi</strong> (l’eroico natante di molto Mediterraneo, sovente carico di ardesie), dentro botti di rovere. Il leudo, forse di origine catalana, più che un natante è un DNA della Liguria di levante, e serviva a trasferire tanti generi di prima necessità, incluso certo il vino (<strong>il gozzo è viceversa barca da pesca</strong>). Da carico, ha linea di galleggiamento molto bassa. E’ stabile in navigazione ma lento, e dunque risultava performante con venti a favore, poiché movimentare il bordo della vela costituisce operazione complessa (solo negli anni ’30 del Novecento si montarono motori). Esistevano <strong>leudi vinaccieri</strong> con botti costruite sottocoperta, e botticelle più piccole in coperta; <strong>leudi formaggiai</strong>, annunciati dal pungente odore; e leudi surari (da sura= ghiaia), caricati di sabbia per l&#8217;edilizia. Esistevano inoltre leudi “minori” che a Sestri Levante chiamavano latini e a Riva Trigoso rivanetti. Nella seconda metà dell&#8217;Ottocento s’adibivano alle battute di pesca con le <strong>manate</strong> (reti in uso fino agli anni &#8217;30 per le acciughe e le sardine) nei mari dell&#8217;Africa o davanti alle coste toscane e laziali. A bordo recavano le scorte di provviste e l&#8217;occorrente per salare i pesci catturati, viravano sui porti essenzialmente per asciugare le reti, o approvvigionarsi, fino al limite della stagione, entro la prima decade di luglio. Ricorrenti erano nei tempi d’oro i traffici sulle “vie dei leudi” con l’Elba, ma anche la Sicilia e la Corsica, e nel 1876 Bartolomeo Bregante prese a commercializzare “vino navigato” tramite una micro-flotta proprio di leudi. In vista delle burrasche invernali i preziosi natanti venivano faticosamente tirati a riva, e passanti e turisti aiutavano gli equipaggi. I leudi in genere sopportavano fino ad un massimo di 300/500 botti, che all’approdo si buttavano in acqua e poi classicamente si spingevano verso terra, sbalordendo gli stranieri che soggiornavano/svernavano in Riviera, poi rotolavano sulla sabbia e venivano infine issate su mezzi di trasporto per esser condotte all’impianto d’imbottigliamento. Era un momento gioioso. Alcune case fronte mare avevano ganci cui appendere i sacchi per il filtraggio del vino. Mormorano così, in loco, che il gusto di quel vino sarebbe stato (positivamente) figlio di salsedine e legno, unico, irripetibile… Ma il trasporto via gomma e i traghetti per le isole subentrarono ai precedenti usi commerciali, e gli ultimi leudi vennero dismessi negli anni ’50. Inoltre i proprietari, anziani o demotivati dalle onerose spese di manutenzione, talora li abbandonarono sulle spiagge, ben malinconico destino. Oggi, uno &#8211; grande e bello &#8211; è visibile sull&#8217;arenile di Sestri Levante, si chiama &#8220;Nuovo aiuto di Dio&#8221;, e talvolta prende il mare per iniziative culturali&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
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