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	<title>Ligucibario &#187; spezie</title>
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		<title>Civiltà della forchetta. Rebora in biblioteca</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 14:30:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_29915" style="width: 136px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/04/rebora.jpg"><img class="size-medium wp-image-29915" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/04/rebora-126x300.jpg" alt="barbera del professore" width="126" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">barbera del professore</p></div>
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<p>Sono trascorsi circa 44 anni da quando sentii in un’aula universitaria (“di Balbi 6”) una lezione di Giovanni Rebora… E l’8 marzo del 1983 s’inaugurò a Imperia quel Convegno sulla dieta mediterranea, caldeggiato da Rebora, i cui Atti sono tuttora una lettura preziosa.</p>
<p>Nel 2027 ricorrerà il ventennale della sua scomparsa. O Professö, se ben ricordo, se ne andò poco tempo dopo un viaggio a Zurigo, una sorta di roadshow ove aveva accompagnato insieme a Vincenzo Gueglio i ristoratori della Val Graveglia (La Brinca, I Mosto, I Barba) e le loro ricette.</p>
<p>Di Rebora ho già scritto molto (<a title="giovanni rebora" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/rebora-giovanni/" target="_blank">link qui</a>), e non vorrei ripetermi. Ma in questi giorni con Biblioteca Civica “Saffi” di Genova-Molassana ho cantierato una duplice iniziativa (un video sulla figura dello studioso e il 5 maggio prossimo una presentazione di “Civiltà della forchetta”, forse il suo saggio più noto * ), la quale vorrebbe anche essere un’anticipazione di quel che Ligucibario® porrà in essere l’anno prossimo.</p>
<p>Rebora era nato a Sampierdarena, da una famiglia di modeste origini. E da qualche anno a Sampierdarena v’è un ponte che porta il suo nome, stavolta la città è stata tempestiva e non matrigna.</p>
<p>Qualche volta, non a caso presso la trattoria “Baccicin du caru” di Mele, luogo del buon mangiare reboriano come pochi, ho incontrato uno dei suoi figli, il quale mi raccontava anche talune predilezioni paterne a tavola, le ricette senza fronzoli, i taglierini verdi col “töccö”, le zucchine ripiene, i vini rossi di corpo (<a title="barbera del professore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/barbera-del-professore/" target="_blank">link qui</a>).</p>
<p>So poi che con uno dei mille suoi illustri colleghi, Fernand Braudel, cantore della mediterraneità, Rebora s’aggirava per i carruggi in cerca di trippe e di gelato&#8230;</p>
<p>Della loro lezione è rimasto molto, in primis una nuova capacità di leggere e di scrivere la storia. Ovvero l’intuizione (originariamente di Bloch e Febvre sugli “Annales”) che attraverso la microstoria si interpreti adeguatamente il modo di essere delle comunità. Rebora indagò i cibi di bordo, le spezie, il trasporto e il pricing delle merci, lo stoccafisso…, capovolgendo alcune prospettive sin lì usuali.</p>
<p>E in tal senso il cibo (ovvero l’agricoltura, il commercio, la pastorizia, l’import-export…) emergeva nei suoi scritti sempre come tema “politico”, chiarendoci gli aspetti socioeconomici nonché culturali che connotano un tempo e un luogo.</p>
<p>Il video cui accennavo sarà presto online, mentre la conferenza del 5 maggio alle h 17.00 è progetto “in progress”, poiché vorrei allargarlo ad altre voci. Sia come sia, stay tuned!</p>
<p>* editore Laterza (Bari), 1998<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/umberto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25493" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/umberto-186x300.jpg" alt="umberto" width="186" height="300" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Cucina ligure domande e risposte(20). La Barbera del Professore?</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 10:22:55 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25653" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/CUCINA-LIGURE-DOMANDE-E-RISPOSTE.jpg"><img class="size-medium wp-image-25653" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/CUCINA-LIGURE-DOMANDE-E-RISPOSTE-300x251.jpg" alt="CUCINA LIGURE DOMANDE E RISPOSTE" width="300" height="251" /></a><p class="wp-caption-text">CUCINA LIGURE DOMANDE E RISPOSTE</p></div>
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<p>Cucina ligure domande e risposte. Un lungo viaggio con Umberto Curti attraverso più di cento &#8220;dubbi&#8221; e curiosità che riguardano la cucina ligure e genovese: <em>corzetti</em> o <em>croxetti</em>? <em>Cuculli</em> o <em>friscêu? </em>Il sugo alla genovese è genovese? E&#8217; più antico il pandolce alto o quello basso? Stoccafisso o baccalà?</p>
<p>Eccovi la nuova puntata della rubrica ospitata da Ligucibario® per gli appassionati, i cuochi, i turisti, i gastronauti e i foodblogger&#8230;. Un centinaio di casi ricorrenti che abbiamo strutturato in FAQ alle quali andremo a rispondere nei prossimi mesi.</p>
<h2>La Barbera del Professore?</h2>
<h2></h2>
<p><strong>20. la Barbera del Professore? </strong>E&#8217; un &#8220;ricordo&#8221; che il viticoltore Franco Roero (di Montegrosso d&#8217;Asti) dedica al professor Giovanni Rebora, sampierdarenese, storico dell&#8217;enogastronomia (1932-2007). Di cui ogni tanto incontro il figlio Federico all&#8217;ottima trattoria &#8220;Baccicin du Caru&#8221; in quel di Mele, lungo il Turchino. E&#8217; Barbera d&#8217;Asti, su cui ha lavorato l&#8217;enologo e saggista albese Lorenzo Tablino. Regala calici di significativo impatto, ideali con i plin, le carni in umido, i cotechini, la cacciagione&#8230; Io stesso conobbi Rebora, una vita fa ed assai prima di tanti altri, alla Facoltà di Lettere di Genova (via Balbi 6), dove insegnava storia economica. Ligucibario® gli ha dedicato nel tempo ritratti esaurienti (leggetemi ad es. <a title="giovanni rebora" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/rebora-giovanni/" target="_blank">a questo link</a>). In cima agli scaloni universitari, donde udivi anche le voci di Raimondo Luraghi, Salvatore Rotta, Antonio Gibelli, non a caso Rebora traguardava in quegli anni il convegno internazionale sulla dieta mediterranea che poi si svolse a Imperia tra l’8 e il 12 marzo 1983, e i cui Atti sono tuttora lettura preziosa. Grazie al suo “determinismo” mai rigido conobbi Braudel, Cipolla, Vilar, Wallerstein, Sanfilippo, Hocquet… Della sua saggistica possiedo pressoché tutto, e vi trovo ogni volta intuizioni fondamentali e documentatissime (sul cibo di bordo, sulle spezie, sulla trasportabilità e il “pricing” delle merci…), sebbene non mi sia sentito in toto d’accordo circa quel che Rebora scrisse &#8211; un po&#8217; tranchant &#8211; a proposito dell’olio in &#8220;Civiltà della forchetta&#8221;. Questa figura di sampierdarenese “burbero” e innamorato di quel che indagava manca da 15 anni all’enogastronomia ligure (e non solo), ma il modo migliore di attenuare la nostalgia è – e sarà – “tramandare” il metodo storico, sagace e trasversale, che Rebora ci ha regalato in eredità</p>
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<h2>Continua a seguire la nostra rubrica &#8220;Cucina ligure domande e risposte&#8221;.</h2>
<p>Cliccate qui per <a title="cucina ligure domande e risposte" href="https://www.ligucibario.com/cucina-ligure-domande-e-risposte19-sardenaira-e-pissalandrea/" target="_blank">la diciannovesima faq</a></p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/umberto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25493" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/umberto-186x300.jpg" alt="umberto" width="186" height="300" /></a></strong></p>
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		<title>Diversità culturali, incontri in cucina</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 09:22:04 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22175" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/canditi2.jpg"><img class="size-medium wp-image-22175" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/canditi2-300x225.jpg" alt="frutta candita" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">frutta candita</p></div>
<p>Oggi, per molteplici e note ragioni, la nostra cultura prova per il mondo arabo un sentimento ambivalente. Tuttavia l’apporto islamico all&#8217;Europa d’età medievale (secoli XI-XIII<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/XIII_secolo">)</a> fu intenso in molteplici direzioni, e coinvolse arte e architettura, chimica e medicina, agricoltura, astronomia, matematica, musica, linguaggio, tecnologia, tessitura&#8230; Di precipuo rilievo, poi, in Europa s’affermarono le traduzioni arabe di antichi testi classici greci, fra cui quelli del filosofo Aristotele. Tanto che secondo alcuni il cosiddetto Medioevo islamico espresse una netta preminenza in termini di progresso civile, scientifico e culturale&#8230;</p>
<h2>L&#8217;eredità araba nella cucina ligure</h2>
<p>Ma <strong>chi si occupi di storia dell’alimentazione sa – senza stupirsene &#8211; che dagli arabi è anche provenuta alla nostra cucina un’importante messe di ingredienti e d’usi</strong>: la pasta (anche ripiena, fritta…) * , gli agrumi, la canna da zucchero (che fra l’altro addolciva i “sherbet” di neve dell’Etna), l’attitudine per la frutta secca, per le spezie, per l’alambicco da distillazione, le tendenze all’agrodolce, e forse lo stesso biancomangiare, quella crema di latte e mandorle macinate che oggi risulta contemporaneamente estinta e superstite. Mandorle che non a caso ritroviamo anche nei marzapani e torroni (ieri, come al presente, dolci da banchetto e da festività).</p>
<h2>Liguria, terra di agrumi</h2>
<p><strong>La Liguria fu a lungo terra di agrumi</strong>, che non di rado i coltivatori avviavano verso Genova per la trasformazione. Verso la fine del ‘400 in città erano attivi 67 laboratori artigianali di canditura, che facevano capo ad una Consorteria dal rigoroso statuto, creatasi nel 1487 anche per normare il settore. A livello etimologico, non si può prescindere dall’arabo qandi, parola che allude al succo di canna da zucchero concentrato dentro cui le frutta si schiariscono. E durante il Medioevo venne in voga anche il verbo confettare, esteso anche a quei semi d’anice o finocchio che, zuccherati, aprivano o chiudevano i banchetti…</p>
<p>Nel dicembre del 1548 il principe Filippo d’Austria, partito da Genova alla volta di Milano, sostò nel castello di Gavi dove (seguiamo lo storico genovese Luigi Tommaso Belgrano) gli venne imbandito un lauto rinfresco ufficiale – ergo espressamente a cura della Repubblica di Genova – che sciorinò <strong>zuccate, pignolate, cotognate, paste di persiche, confetti e susine di zucchero preparate dalle monache di San Silvestro</strong>.</p>
<h2>Genova e l&#8217;arte della canditura</h2>
<p>L’arte di candire squisitamente le frutta, e di cristallizzare fiori quali le violette (celeberrime quelle di <strong>Villanova d’Albenga</strong>) ** , fu riconosciuta a Genova perfino da Denis Diderot e Jean-Baptiste D’Alembert, i quali menzionarono nella loro innovativa Encyclopédie la perizia degli speciarii/confiseurs genovesi. Prosperarono via via, dunque, botteghe altamente specializzate, fra cui <strong>Romanengo</strong>, “tempietto sacro alle dolcezze palatine e alle ore del giubilo”, il quale ormai s’avvia a compiere 245 anni di vita aziendale, e grazie al quale i ricercatori – sempre in cerca di brogliacci, ricette, bolle, fatture… &#8211; recuperano documentazione d’archivio  idonea a ricostruire parte dell’economia e dei commerci del tempo *** .</p>
<p>Nel 1838 operavano a Genova ancora 34 fabbriche confettiere, dialogando anzitutto con Grasse, la città dei profumi&#8230;</p>
<h2>La cuciniera genovese di GioBatta Ratto: un mondo di dolcezze</h2>
<p>Nel 1863, ovvero 28 anni prima dell’Artusi, viene data alle stampe <strong>“La cuciniera genovese” di GioBatta Ratto</strong>, opera che avrà un radioso futuro di ristampe e alla quale Ligucibario® ha ripetutamente dedicato spazi, preferendola a quella di Emanuele Rossi del 1865. Fra le dolcezze coerenti a quanto andiamo approfondendo vi compaiono pasticcini con la marmellata (i “cobeletti”), budini “biancomangiare” (ricetta n. 439), caramellati, anicini, croccanti, ciambelle di pasta di mandorle (“canestrelletti”), numerosi “quaresimali”, numerosi biscotti **** , alcuni canditi, varie frittelle, e una cornucopia di torte (d’arancio, di mandorle…) a cui talora non far mancare spezie… Questo bendidio ovviamente si arricchiva a Natale (ma anche a Capodanno e all’Epifania) del <strong>pandöçe</strong>, molto amato e corroborante, ricetta a base di pasta madre, precedente al panetùn di Milano, tanto che alcuni scomoderebbero come ascendenza il Paska, un “rito” persiano dalle molte analogie, fra cui ancora una volta la frutta secca e candita…</p>
<p>Nella celebre Inchiesta agraria Jacini (1877-1886), tesa ad inquadrare esaustivamente lo status quo dell’agricoltura italiana, e talora le miserande condizioni della classe contadina, si scopre poi come <strong>a Savona si fosse insediata nel 1877 un’importante impresa la quale trattava frutti da cui si confezionavano canditi assai esportati, si trattava evidentemente di chinotti</strong>, che fra l’altro avevano meritato riconoscimenti alle Expo di Parigi e Philadelphia (1876)… L’etimo dell’agrume rinvia alla Cina, da cui provenne grazie ad un navigatore savonese del ‘500. L’impresa era la Silvestre-Allemand, francese in quanto fondata nel 1780 ad Apt, nella Vaucluse (oggi regione PACA), non lontana da Avignone. Anche per questa vicenda rimando il lettore a Ligucibario®, <a title="ligucibario chinotti di savona" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/chinotti-di-savona/" target="_blank">qui il link diretto</a>.</p>
<p>* i primi pastifici a Palermo furono arabi, la dominazione in Sicilia durò quasi 3 secoli, dalla progressiva conquista nel periodo 827-902 sino alla resa di Noto dinanzi ai normanni nel 1091…</p>
<p>** ma, come noto, si possono candire anche verdure, semi…</p>
<p>*** …ma Romanengo già a metà ‘800 vantava gloriosi trascorsi. Antonio Maria avviò l’attività con una bottega di droghe e coloniali in via della Maddalena. Due figli avviarono poi due botteghe in Campetto e un laboratorio per frutta candita e confetti – genere in cui la città, come detto, eccelleva – nonché per sperimentare le innovazioni dei chocolatiers d’Oltralpe. Nel 1829 Pietro Romanengo registrò in Camera di Commercio ed Arti la “Pietro Romanengo fu Stefano”, e a metà Ottocento si restaurò la bottega di Soziglia del 1814, autentica perla che per struttura e arredi rivaleggiava coi concorrenti parigini (ed è oggi non a caso meta di visite guidate)</p>
<p>**** antichissima (1593…) l’usanza dei ”Lagaccio”, che origina un biscotto tagliato di sbieco, profumato dai semi di finocchio tritati finemente, salubre e assai conservabile</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/umberto-curti-luisa-puppo/" target="_blank">Umberto Curti</a><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Genova e botteghe storiche, percorsi e ricordi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jun 2023 09:51:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Botteghe storiche di Genova, ognuno di noi i propri percorsi, ognuno i propri ricordi… Ma dentro una mappa la quale, direttamente o indirettamente, conferma anche quell’Ianuensis ergo mercator che ha decretato la celebrità commerciale dei Genovesi nel mondo. Botteghe storiche: un tour di Genova e dei carruggi all&#8217;insegna del gusto e della memoria Il sabato ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/botteghe-storiche-genova/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/06/torte-verdura.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-21623" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/06/torte-verdura.jpg" alt="torte verdura" width="259" height="194" /></a>Botteghe storiche di Genova</strong>, ognuno di noi i propri percorsi, ognuno i propri ricordi… Ma dentro una mappa la quale, direttamente o indirettamente, conferma anche quell’<em>Ianuensis ergo mercator</em> che ha decretato la celebrità commerciale dei Genovesi nel mondo.</p>
<h2>Botteghe storiche: un tour di Genova e dei carruggi all&#8217;insegna del gusto e della memoria</h2>
<p>Il sabato mattina <strong>con Luisa Puppo</strong>, che li conosce metro a metro, il tour dei <em>carruggi </em>(e delle botteghe storiche) è via via quasi un &#8220;obbligo&#8221;.</p>
<p>Sua nonna scendeva da corso Dogali per compere specifiche e speciali, mia nonna a propria volta abitava in vico dei Garibaldi e quindi, varcato il portone, s’immergeva subito nel dedalo labirintico della “casbah”, che adorava, ecco la merceria dove recuperare bottoni per una rebecca mai smessa, ecco la latteria tentatrice con l’alzatina di panna ben in vista, ecco i bouquinistes di piazza Banchi dove comprare per me qualche vecchio numeri di &#8220;Alan Ford&#8221;… Un mondo che per fortuna, malgrado tutto, non è andato perduto.</p>
<h2>Botteghe storiche: Genova, la città dove senti &#8220;vivere&#8221; la storia</h2>
<p>Mio padre, a propria volta, ammalatosi nel 1975 di qualcosa che nessun luminare riusciva a diagnosticare (si trattava di ipertiroidismo) si recò quasi disperatamente alla “<strong>Farmacia di Sant’Anna</strong>”, istituzione del 1650, dove si procurò alcune bottiglie di sciroppi che in parte lo ristabilirono, e vivemmo ciò quasi come un miracolo, sin quando il mai troppo rimpianto dottor Ermanno Grillotti, studio alla Foce, capì finalmente la malattia, che ai tempi fronteggiò col Tapazole.</p>
<p>Ma torniamo a note più liete (segnalo che la Farmacia di Sant&#8217;Anna è considerata la più antica delle botteghe storiche genovesi). Per Luisa e per me &#8220;botteghe storiche e centro storico&#8221; (e immediati dintorni) è la “<strong>Polleria Aresu</strong>” (1910), sempre affollatissima, a d un passo da quella via della Maddalena che tanti associavano a criminalità e pericolo, ma che viceversa rappresenta uno dei più autentici e affascinanti vicoli di Genova (l&#8217;ortolano ha birre artigianali da urlo).</p>
<p>E’ la “<strong>Macelleria Nico</strong>” (1790), là dove nel Medioevo furono ubicati i macelli, poiché Soziglia era ancora un&#8217;area suburbana.</p>
<p>E’ la “<strong>Tripperia La Casana</strong>” (1890), una delle pochissime superstiti, quando scrissi <em>Il quarto numero cinque. Trippe, busecca, lampredotto</em> (<a title="umberto curti il quarto numero cinque" href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti-9/" target="_blank">link qui</a>) intervistai i cortesi titolari, che mi regalarono una quindicina di ricette.</p>
<p>E’ “<strong>Sa’ Pesta</strong>” (1889), tavoli spartani, odore di farinata, quattro chiacchiere col vicino, che magari è un turista o un curioso gastronauta, per raccontargli il genius loci della “Superba”, il rito delle torte salate, e le sciamadde i fainotti i törtâe…</p>
<p>E’ il cioccolato/il gelato di &#8220;<strong>Viganotti</strong>&#8221; (1866), coi macchinari e gli stampi del bel tempo andato, puro artigianato d’arte che stupisce buongustai e scolaresche, ne scrissi anche nel mio <em>A scuola di cacao. Conosci e degusta il cioccolato</em> (<a title="umberto curti a scuola di cacao" href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti-11/" target="_blank">link qui</a>), accennando al ruolo del porto di Genova – rivale di Siviglia &#8211; dove i semi di cacao approdavano dal Nuovo Mondo, diretti anche al Piemonte.</p>
<p>E’ la drogheria “<strong>Torielli</strong>” (1930), tempio delle spezie, durante il Rinascimento esse costituivano la prima grande differenza tra la mensa dei patrizi e ricchi e quella dei ceti meno abbienti (per un “viaggio” dentro le spezie leggimi <a title="umberto curti le spezie e genova" href="https://www.liguriafood.it/2018/03/29/le-spezie-genova/" target="_blank">a questo link</a>).</p>
<p>E’ il ristorante “<strong>Da Rina</strong>” (1946), dove sostava il presidente della Repubblica, Sandro Pertini (nativo di Stella San Giovanni…), atmosfera raccolta, mille foto rievocatrici alle pareti, ottimo pesce.</p>
<p>Sono le vetrine di “<strong>Romanengo</strong>” (1780), che alcuni anni fa ci ospitò in laboratorio per il progetto regionale <em>Sonne und Geschmack,</em> mostrando a buyer tedeschi – che rimasero a bocc’aperta &#8211; la preparazione tutta manuale delle uova di Pasqua, dei quaresimali, dei dragées…; di “<strong>Klainguti</strong>” (1828), attività aperta da fratelli engadinesi innamoratisi di Genova, ieri come oggi salotto charmant, cui auguro una “immediata” riapertura anche per gustare la crema Zena e quei Falstaff (brioches) adorati da Giuseppe Verdi; i capolavori di “<strong>Villa-Profumo</strong>” (1827), un’impresa che da quasi due secoli nobilita via del Portello con eleganze dolcissime e dove mio suocero, una vita fa, commissionava una Saint-Honoré per gli auguri natalizi in ufficio, ben gentile usanza; di “<strong>Mangini</strong>” (1876), splendore liberty della famiglia Rossignotti, già attiva a Sestri Levante nella torroneria-cioccolateria (puoi <a title="umberto curti storia delle caramelle in liguria" href="https://www.ligucibario.com/caramelle-in-liguria/" target="_blank">leggermi qui</a>)…</p>
<p>Ma l’album delle meraviglie (e delle botteghe storiche) non è ancora terminato. Stay tuned, amico Lettore, e intanto buon appetito/felice shopping!</p>
<p><strong>Umberto Curti</strong></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a></p>
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		<title>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 10:31:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti&#8230;<br />
Dedico questo pezzo alla famosa pasticceria &#8220;Klainguti&#8221;, piazza di Soziglia, cuore di Genova, auspicandone la riapertura.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20019" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062-300x225.jpg" alt="DSCN4062" width="300" height="225" /></a>Dicembre, mai come quest&#8217;anno si sente forte il bisogno di <strong>Natale</strong>&#8230;, di quel solstizio che confermerà vittorioso il sole. Nel 2015 Ligucibario® dedicò un pezzo specifico al pandolce, ricevendo in poco tempo oltre 1.200 like… In effetti, <strong>ö pandöçe a Genova</strong> * non è più soltanto un dolce natalizio, bensì un compagno frequente dell’alimentazione locale. Vanta (quello alto) una storia antica, sin dagli anni intorno al Mille, allorché Genova – non ancora regina finanziaria di molte rotte – via via si posiziona come “tappa” verso <strong>le crociate</strong> (gli eccidi dell&#8217;una parte e dell&#8217;altra m&#8217;impediscono la &#8220;c&#8221; maiuscola) per la Terrasanta. Esse non furono semplici contese militari, si legga anzitutto Jacques <strong>Le Goff</strong>, viceversa rappresentarono – in pieno Medioevo – una delle più importanti fasi culturali ed economiche della storia europea. Infatti, con gli armigeri “marciarono”, e per decenni, anche mercanti e artigiani&#8230; Molta è la saggistica sul tema, si veda ad es. <a href="https://www.museodiocesanogenova.it/25-marzo-ore-17-due-libri-su-genova-e-le-crociate/" target="_blank">questo link.</a></p>
<p>Genova poté così via via consolidare il proprio influsso sui territori e le città occupate, e come sempre avviene in questi casi (Graecia capta ferum victorem cepit…) gli occupanti appresero nuovi saperi, anche gastronomici (fra cui <strong>la canditura “araba”</strong>), e s’impossessarono di usi, prodotti e merci&#8230; In effetti, dopo le conquiste militari, anche (e soprattutto?) i mercanti genovesi si affermeranno in primis grazie alla concessione di privative commerciali, di esenzioni fiscali, di quartieri commerciali dove “sperimentare” tutte le novità e le transazioni (approfondimenti a <a href="https://www.archiviodistatogenova.beniculturali.it/index.php?it/212/i-genovesi-e-la-terrasanta" target="_blank">questo link</a>). L’immensa ricchezza che ne derivava, tornata in patria (<strong>piazza Caricamento</strong>) fece di Genova non a caso quella città che Francesco <strong>Petrarca</strong> nel 1358 esaltò come “Superba per uomini e per mura”.</p>
<p>Ho già scritto altrove (Liguria Food <a title="umberto curti storia delle spezie a genova" href="https://www.liguriafood.it/tag/spezie/" target="_blank">a questo link</a>) che Genova e Venezia per secoli si disputarono l’esclusiva di quelle erbe e spezie che rivoluzionarono cucine e consumi. Ma ai fini del nostro ragionare è opportuno tornare proprio alla canditura, che vide eccellere per primi i francesi, non a caso indefessi Crociati. Solo col voltaggino Pietro <strong>Romanengo</strong> essa approdò (1780) presso i confiseurs genovesi, ambientandosi perfettamente in <strong>piazza Soziglia</strong> (il giornalista Stefano Pezzini approfondisce tali vicende a <a href="https://liguriaedintorni.it/seduto-ad-un-tavolino-con-la-storia-da-romanengo/" target="_blank">questo link </a>). Quest’azienda, tuttora in attività, è di fatto – purtroppo &#8211; l’unica a Genova che agevoli la ricerca storica, avendo conservato parte di quei brogliacci e documentazioni commerciali con cui si riescono a ricostruire alcune vicende non solo gastronomiche.</p>
<p>Il “legame” del pandolce (un impasto con <strong>uvetta sultanina e frutta secca</strong>) con l’oriente è tale che, secondo Luigi Augusto Cervetto, storico genovese (1854-1923), esso deriverebbe, evolutivamente, da un antico, voluminoso dolce persiano con miele e canditi (suppongo il <strong>paska</strong> o dintorni), che secondo i riti del luogo un giovanissimo suddito offriva ogni capodanno al re (dalla Persia giunse in Europa anche quella <strong>maggiorana</strong> che a Genova chiamiamo persa). Ed in effetti a Natale, dopo i rituali della vigilia ** e la visita al <strong>presepe</strong>, a Genova può affettare il pandolce solo il pater familias, ma come noto è il più giovane di casa – prima di porgerglielo &#8211; ad ornarne la sommità, conficcandovi un rametto d’ofeuggiö (laurifolium→<strong>alloro</strong>), simbolo di armonia, di senno e di benessere…</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20020" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056-300x225.jpg" alt="DSCN4056" width="300" height="225" /></a>Paolo Monelli</strong>, giornalista gourmand (che fra l’altro <strong>battezzò la “via dell’amore”</strong>), definì l’alloro ligure “così profumato che, assaggiandolo, ci sembrò di trangugiare tutte le glorie letterarie d’Italia”. Tutto il territorio regionale in effetti è cosparso di cespi e alberi, le foglie verde intenso rinviano sentori balsamici; inoltre l’alloro nelle credenze popolari scongiurava i fulmini, ecco perché s’incontra in giardini e parchi. Le lattaie che dall&#8217;immediato entroterra trasportavano il latte alle famiglie genovesi donavano rami d’alloro; e i macellai e i rosticcieri, durante le feste, ornavano la bottega con una grande «ramma». E<strong> fino agli anni Trenta del ‘900</strong> l’alloro rappresentò in Liguria il vero albero di Natale (più “ecologico” dell’abete nordico?), i rami abitavano tutti i vani della casa, ingresso bagno cucina…, e tutto l’arredo (porte, armadi, dipinti, specchi, carrelli…), ma l’alloro fungeva anche da prato del presepe. I rametti “assemblati” ai mandarini, infine, rallegravano ciotole di cristallo poste un po’ ovunque, anche sulla tavola del banchetto. Su quella tavola, poi, non mancavano mai alcuni “portafortuna”: lo scopino d’erica benedetto durante la Messa di mezzanotte, la manciata di sale, il mestolo forato (cassarea), due pani bianchi, uno per i poveri e l’altro per gli animali&#8230; Nel focolare, inoltre, un ceppo d’alloro ardeva fino a capodanno, a figurare l’exit dell’anno vecchio a beneficio dell’avvento del nuovo.</p>
<p>Alla madre intanto spettavano l’assaggio del pandolce e la recita di voti benauguranti.<br />
“Vitt-a lunga con sto’ pan, prego a tütti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalo chi assettae, da mangialo in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tütti i anni che vegnià, comme spero Dio vurrià”.</p>
<p>A questo punto una fetta veniva riposta dentro un tovagliolo per farne dono al primo povero che picchiasse all’uscio (talora erano frati che raccoglievano offerte per il convento e i bisognosi), e un’altra si serbava ben protetta <strong>per S. Biagio, il 3 febbraio</strong>, protettore &#8211; come noto &#8211; del naso e della gola.</p>
<p>Tutto questo per dire che, storicamente, il (meraviglioso) panettone milanese, certo il grande lievitato più famoso d’Italia, è in qualche modo debitore al pandolce genovese, non il contrario, e che forse fu semplicemente la potenza di marketing di aziende quali <strong>Motta e Alemagna</strong> a rendere poi più nota la tradizione meneghina…</p>
<p>Oggi presumo che, ogni 10 pandolci genovesi, 9 siano “bassi” (il basso è una sorta di pastafrolla “ottocentesca” *** , più veloce e semplice, resa possibile dai <strong>baking</strong> del chimico Liebig), e che quasi tutti li acquistino in negozio. Ma nei tempi addietro la preparazione – a base beninteso di pasta madre &#8211; era casalinga, e per la lievitazione, lenta e costante, ovviamente occorreva calore, tanto che le massaie lo portavano a letto avvolto in stoffa, e sotto le coperte faceva compagnia ai “preti” contenenti <strong>lo scaldino</strong>. Dopodiché cuoceva nei <strong>runfò</strong> a legna di casa (i “caloriferi” dell’epoca), o presso i panettieri, beninteso di fiducia.</p>
<p>In linea generale, dunque, in passato gli ingredienti erano solo farina, olio, miele, “zibibbo”, acqua di fiori d’arancio, semi di anice e lievito naturale, oggi vengono aggiunti gli zest d’arancia e cedro canditi, i pinoli, il burro ha sostituito l’olio, e lo zucchero il miele…</p>
<p>Chi voglia cimentarsi con una ricetta, mia (<a title="umberto curti pandolce genovese" href="https://www.youtube.com/watch?v=iQhIPGUiWfc" target="_blank">a questo link</a>) o altrui, approfitti anche della “Cuciniera genovese” di <strong>Giobatta Ratto (1863)</strong>, primo ricettario ligure, precedente anche l’Artusi (1891), che s&#8217;impose maggiormente a livello nazionale. Il dolce è ieri come oggi, quanto a shelf-life, ben conservabile **** , e l’abbinamento enologico privilegia il <strong>Moscato</strong> per le versioni alte (buon appetito a Andrea Doria!), ma un passito a bacca bianca per quelli bassi. So bene che v’è anche chi abbina bollicine brut, rosolii o Marsala, ma francamente a costoro non mi riesce di dir altro, e volentieri, che Prosit.</p>
<p><strong>Note al testo</strong></p>
<p>* tanti qui e là i sinonimi, baciccia, pan dö bambin, focaccia sarzanese, pan del marinaio, e – come noto &#8211; <em>Genoa cake</em> nel mondo…</p>
<p>** il mattino del 24 le donne addobbavano la casa con semplici spaghi cui appendere le bacche di ginepro, l’alloro, i rametti di ulivo, i maccheroncini, le noci e le nocciole. E, nel frattempo, gli Abati del Popolo, rappresentanti le Podesterie di Bisagno, Polcevera e Voltri, donavano al Doge il tradizionale “<strong>confêugö</strong>” (un ceppo d’alloro) quale augurio dalle popolazioni fuori porta</p>
<p>*** ottocentesco è anche il <strong>Selkirk bannock</strong>, puro artigianato scozzese (Selkirk è un burgh della Scozia di SE), gustato di solito col thé del pomeriggio</p>
<p>**** a bordo dei mercantili le uvette e le scorze di arancia lavorate con sciroppo di zucchero rimpiazzavano la frutta fresca, che si sarebbe deteriorata durante le lunghe rotte. Ai tempi, infatti, diete senza frutta e verdura fresca uccidevano gli equipaggi con epidemie di scorbuto, fin quando nel Settecento la scienza scoprì l’antidoto della vitamina C… Non a caso, <strong>i “cadrai”</strong> &#8211; presidiando i moli col loro catering &#8211; accoglievano i ritorni issando a bordo scodelle di profumato minestrone fumante, the greenest of greens!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>LiguriaFood in edicola</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 09:45:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Malgrado l’emergenza sanitaria, è uscito – anche per una forma di rispetto verso lettori e abbonati – il nuovo numero del magazine bimestrale LiguriaFood (editore Sabatelli). In questo numero ho avuto il piacere di raccontare Rapallo, nei suoi valori paesaggistico-storico-culturali e nella sua gastronomia (pansotti, cubeletti…). In questi anni la rivista, cresciuta anche come foliazione, ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/liguriafood-in-edicola/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/04/DSCN2063.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-19434" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/04/DSCN2063-300x225.jpg" alt="DSCN2063" width="300" height="225" /></a>Malgrado l’emergenza sanitaria, è uscito – anche per una forma di rispetto verso lettori e abbonati – il nuovo numero del magazine bimestrale <strong>LiguriaFood</strong> (editore Sabatelli). In questo numero ho avuto il piacere di raccontare Rapallo, nei suoi valori paesaggistico-storico-culturali e nella sua gastronomia (pansotti, cubeletti…).<br />
In questi anni la rivista, cresciuta anche come foliazione, e le cui traduzioni in inglese sono a cura di Luisa Puppo, è divenuta una piccola enciclopedia del food&amp;wine regionale, con una grafica quanto mai accattivante. Sul sito <a href="https://www.liguriafood.it/la-rivista/">https://www.liguriafood.it/la-rivista/</a> un comodissimo menu a tendina ti consente di sfogliare tutti i primi 14 numeri sin qui usciti.</p>
<p>Quanto ai miei contributi, se desideri approfondirli mi sono via via occupato<br />
sul numero 1 (numerato 0) di<strong> stoccafisso</strong> (storia e qualità),<br />
sul numero 2 della <strong>spungata di Sarzana</strong> (dolce &#8220;mistero&#8221; della via Francigena),<br />
sul numero 3 di <strong>spezie a Genova</strong> (commercio e utilizzi),<br />
sul numero 4 di <strong>mitilicoltura spezzina</strong> (storia e tecniche),<br />
sul numero 5 di <strong>Castelnuovo Magra</strong>,<br />
sul numero 6 di <strong>focaccia di Recco col formaggio</strong>,<br />
sul numero 7 di <strong>sardenaira</strong>,<br />
sul numero 8 di <strong>Ameglia</strong>,<br />
sul numero 9 di <strong>Rocchetta Vara</strong>,<br />
sul numero 10 di <strong>San Colombano Certenoli</strong>,<br />
sul numero 11 di <strong>Santo Stefano Magra</strong>,<br />
sul numero 12 del casato dei <strong>Fieschi</strong> (sino al 1547 grande rivale dei Doria),<br />
sul numero 13 di <strong>focaccia</strong> (storia e tipologie),<br />
sul numero 14 del <strong>pranzo di Natale</strong> nella tradizione ligure,<br />
sul numero 15 (fra poco online) di tradizioni <strong>carnascialesche</strong>.</p>
<p>Buona lettura, amico gourmet!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Genova medievale, un &#8220;ponte&#8221; di spezie con l&#8217;Oriente</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2016 14:56:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Breve storia delle spezie sulla rotta Oriente &#8211; Mediterraneo. Fra business, status symbol e sempiterno delirio collettivo, anche in Liguria, anche a tavola Scrive dei genovesi lo storico Luigi Tommaso Belgrano (Della vita privata dei genovesi, 1875), riferendosi alle tavole della quotidianità cittadina nei secoli appena trascorsi: “Usavano le spezie rotte in salse nelle quali ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/genova-medievale-spezie-oriente/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4>Breve storia delle spezie sulla rotta Oriente &#8211; Mediterraneo. Fra business, status symbol e sempiterno delirio collettivo, anche in Liguria, anche a tavola</h4>
<div id="attachment_16695" style="width: 370px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2016/02/091.jpg"><img class=" wp-image-16695" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2016/02/091-225x300.jpg" alt="erbette di campo" width="360" height="480" /></a><p class="wp-caption-text">erbette di campo, la passione di Liguria che (insieme alle aromatiche) ha &#8220;soppiantato&#8221; le spezie</p></div>
<p>Scrive dei genovesi lo storico <strong>Luigi Tommaso</strong> <strong>Belgrano</strong> (<em>Della vita privata dei genovesi</em>, 1875), riferendosi alle tavole della quotidianità cittadina nei secoli appena trascorsi:</p>
<p>“Usavano le spezie rotte in salse nelle quali spiegava tutto l’ardore il pepe e il pepe lungo (1), il garofano (2), la noce moscata (3), la cannella (4), il gengevero (5), la galanga (6), il macis (7), il cubebe (8) e simili altre delizie, l’uso delle quali era cresciuto a dismisura dopo le prime Crociate e d’alcune di esse, come il pepe, può dirsi che faceasi allora quel consumo che in oggi si fa dello zucchero e del caffè&#8230;”</p>
<p>Spezie deriva da “species”, ovvero mercanzie, robe, derrate, poi le “merci” per eccellenza.</p>
<p>A Genova, nel cuore dei carruggi del centro storico, ad un passo dalla “Maddalena”, esiste un suggestivo <strong>vico dei Droghieri</strong>, legato ad un’attiva corporazione che ivi stoccava e negoziava le merci, e che pregava in una propria cappella, intitolata a Sant’Antonio da Padova, nell’ormai abbattuta chiesa di San Francesco di Castelletto (presso Palazzo Bianco, dove via Cairoli incontra l&#8217;aurea via Garibaldi).</p>
<p>I commerci delle “droghe” si svolgevano anzitutto nella vicina <strong>Sottoripa</strong>, la palazzata che &#8211; per così dire &#8211; separava il dedalo della casbah genovese dal porto coi suoi incessanti carichi-scarichi: commerci di spezie, di frutta secca e passita, di generi rari, il meglio del Mediterraneo, ma anche di mastice (9), di allume di rocca (10)…</p>
<p>Il racconto di Belgrano altro non fa che confermarci come le spezie, con la seta e l’oro, avessero rappresentato alcuni fra i più ambìti business e beni distintivi del Medioevo, per non dire un sempiterno delirio collettivo.</p>
<p>Mentre le piante aromatiche si utilizzano tendenzialmente fresche o freschissime (si pensi alle foglioline del basilico per il pesto (11)), delle spezie – secondo casi &#8211; si utilizzano da sempre parti diverse, radici, cortecce, germogli, semi, bacche, sovente sottoponendole a processi fra i quali, assidua, l’essiccazione.</p>
<p>Innegabilmente, sin dall’antichità e ben prima di Roma, esse attrassero non solo per il loro profumo ed esotismo, ma anche in quanto ritenute risorse <em>lato sensu</em> preziosissime, dotate di &#8220;prodigiose&#8221; proprietà conservanti (12), medicamentose, cosmetiche&#8230; <strong>Cinesi, Egizi, Fenici, Greci</strong>, furono tutti molto innamorati di queste sostanze non solo alimentari, alla cui lavorazione gli specialisti presiedevano non di rado con pratiche esoteriche. E quando toccò a <strong>Roma</strong>, essa (I secolo d.C.) inviò equipaggi sino alle “Indie”, con navigazioni – per così dire pre-monsoniche &#8211; che potevano durare anche due anni, e da cui sovente le flotte neppur facevano ritorno. Circa la cosmesi romana, avida di spezie, troviamo non a caso testi irrinunciabili in <strong>Ovidio</strong> (43 a.C. – 18 d.C), poeta di corte très charmant, è suo ad esempio il <em>Medicamina faciei</em>.</p>
<p>La città di Tiro in Libano, poi la magnifica Alessandria d’Egitto, infine Costantinopoli (l’attuale Istanbul, sul Bosforo) rappresentarono dunque <strong>le prime capitali del commercio su larga scala di spezie</strong>, come si vede le spezie coabitavano con le civiltà evolute, colte, raffinate ed inurbate.</p>
<p>Fu infatti <strong>la caduta dell’impero romano nel V secolo</strong> l’evento che a lungo decretò la stagnazione dei traffici, in quanto molta Europa, percorsa e predata da orde guerriere, privata di centri di riferimento, aveva ormai ben poco da “barattare” con gli Arabi, i quali, via via dominando terre (e mari) dalla Cina alla Spagna, divenivano padroni anche dei mercati e delle “tecnologie” più importanti.</p>
<p>Quell’Europa sventurata salvò parte di se stessa grazie all’alacrità di tanti monaci cenobiti, capaci agronomi (si pensi all’<strong>olivicoltura</strong>), e grazie alla lungimiranza di Carlo Magno il quale, ormai sovrano maturo, decretò che attraverso l’immenso Impero si coltivassero (si perpetuassero) molte fra le spezie e gli erbaggi più compatibili coi climi locali. Il famoso <strong><em>Capitulare de villis</em></strong> non è altro che un’ordinanza in 70 punti tesa a salvare ciò che restava delle economie agropastorali del continente, al fine di sfamare le popolazioni.</p>
<p>Con l’avvento delle <strong>Crociate</strong> salirono sul proscenio Venezia e Genova, e – beninteso &#8211; la loro rivalità. Si consideri fra l’altro che entrambe possedevano un vasto quartiere di <strong>San Giovanni d’Acri</strong>, la capitale del Regno di Gerusalemme, possessi circa cui, nel XIII secolo, si scontrarono con una guerra (detta “di San Saba”) durata 15 anni (13).</p>
<p>Ma le incredibili navigazioni di <strong>Vasco da Gama</strong> (1448-1524), <strong>Cristoforo Colombo</strong> (1451-1506) e <strong>Magalhães/Magellano</strong> (1480-1521) progressivamente spostarono gli equilibri economico-politici e le importazioni. E la scoperta delle &#8220;Americhe&#8221; rivoluzionò neppur troppo lentamente (eccettuati pomodori e patate) anche i menu degli europei: mais, zucche e zucchine, fagioli e fagiolini, cacao&#8230;</p>
<p>Infine, le cosiddette <strong>Compagnie delle Indie</strong>, agenzie che “consorziavano” i maggiori operatori commerciali e godevano dell’incondizionato appoggio dei rispettivi governi di Olanda, Inghilterra, Francia, di fatto, ormai sovrane dei mari e delle strade di passaggio, avocarono a sé la totalità delle possibili transazioni, cosicché contestualmente la forza dei governi nazionali prevalse su quella delle città-repubbliche minori, in specie Venezia e Genova (ormai centri di potere più finanziario che, operativamente, mercantile). Repubbliche le quali non a caso decaddero entrambe nel <strong>1797</strong>, anno che concluse le loro storie millenarie, ormai impossibili a perpetuarsi.</p>
<p>Venezia ha conservato nelle sue cuciniere una maggior inclinazione verso le spezie e, per così dire, verso “l’oriente” rispetto a Genova (14). Del resto già nel 1000 si celebravano i cosiddetti <strong>sacchetti veneti</strong>, riempiti dagli speziari (che trattavano anche riso) di pepe, cannella, coriandolo, cumino (15), chiodi di garofano, noce moscata, macis… Anche Venezia è una città di profumi, di odori forti, di voci poliglotte.</p>
<p>Tuttora però incontriamo alcune spezie, senza ormai farci troppo caso, anche in piatti della tradizione genovese/ligure, ecco l’anice <strong>negli anicini e nei <a title="pandolce" href="https://www.ligucibario.com/pandolcegenovese/" target="_blank">pandolci</a></strong>, ecco il pepe <strong>sulla farinata e nei salami come il Sant’Olcese</strong>, ecco la cannella nella <a title="spongata spungata" href="https://www.ligucibario.com/spungata-spungatae-magnifica-sarzana/" target="_blank"><strong>spungata</strong></a> (16), ecco – permettetemi di aggiungerlo – anche il caffè nella <a title="Pànera" href="https://liguricettario.blogspot.it/2011/11/panera_29.html" target="_blank"><strong>pànera</strong></a> (17), quel semifreddo che si può gustare solo a Zena.</p>
<p>Peraltro, se le spezie sono oggi merce di facile acquisto, la cucina genovese/ligure ha dimostrato negli ultimi due secoli di essere già in sé profumatissima, e di non averne eccessivo bisogno. Fatemi sapere che ne pensate, fraterni lettori.</p>
<p><strong>Umberto Curti</strong></p>
<p>(1) il pepe lungo, “parente” ma non identico rispetto al pepe nero, origina dalla regione dell’Himalaya, in Asia centromeridionale, dove cresce allo stato selvatico</p>
<p>(2) allude ovviamente ai chiodi, ovvero i boccioli essiccati</p>
<p>(3) originaria delle Molucche, arcipelago indonesiano, detta però “moscata” dalla città araba di Musqat, nell’attuale Oman, dov’era intensamente commerciata</p>
<p>(4) di cui s’impiega la corteccia essiccata</p>
<p>(5) l’assonanza permette di intuire che si tratta dello zenzero, di cui si usa il rizoma</p>
<p>(6) famiglia dello zenzero e del cardamomo, speziava i vini come <strong>l’ippocrasso</strong></p>
<p>(7) originario delle Molucche, è il “fiore” membranoso rosso che avvolge la noce moscata</p>
<p>(8) pepe di Giava, isola indonesiana</p>
<p>(9) si ricava dalla resina del lentisco, una pianta mediterranea, immersa in trementina</p>
<p>(10) è un sale misto di alluminio e potassio dell’acido solforico. Genova “dominava” <strong>Focea, in Anatolia</strong>, che deteneva grandi riserve minerarie. Fra i diversi utilizzi, l’allume (fissante dei colori) era anzitutto prezioso per tingere stabilmente le lane e conciare le pelli, infatti le aree dell’artigianato tessile d’Europa (Toscana, Fiandre) ne domandavano ingenti quantità</p>
<p>(11) si conservano in frigo, nel cassetto verdure, o si può ricorrere a metodi sottovuoto. V’è anche chi le pesta/trita e congela in freezer dentro le vaschettine del ghiaccio, coprendole bene d’olio (si spera extravergine), per averle poi pronte all’uso. Ma possono anche essere essiccate e chiuse in barattoli ermetici, da posizionare al fresco e lontani da fonti luminose. Fu proprio la ricchezza in Liguria di piante aromatiche (la cucina ligure, come noto, fa largo uso di prezzemolo, timo, basilico, rosmarino, alloro, maggiorana, salvia) che determinò in qualche modo il declino ottocentesco delle spezie, le quali, liberate dai monopolii esclusivi, erano anche diminuite di prezzo, ciò che le rendeva meno trendy agli occhi dei ceti abbienti e dei raffinati. Le erbe aromatiche in Liguria profumano anche<a title="Preboggion" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/preboggion/" target="_blank"><strong> il preböggiön</strong></a>, mix di piante spontanee il quale entra nei pansoti, nelle torte di verdure… La crescita di queste piante, fra cui la mitica boraggine, beneficia del calore solare “conservato” da quei <strong>muretti a secco</strong> che “terrazzano” le fasce coltivate, celebri tipicità del paesaggio antropico ligure</p>
<p>(12) in tal senso, non è neppure casuale la presenza, nelle più antiche <a title="salse liguri mortaio" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/salse-al-mortaio/" target="_blank"><strong>salse liguri al mortaio</strong></a>, di sale (per lungo tempo altro costoso miraggio) ed aglio, cioè un conservante e un disinfettante</p>
<p>(13) malgrado ripetuti successi sul mare, e l’opportunità di ricostituire proprie colonie a Tessalonica e a Costantinopoli (1277), la Serenissima Repubblica Marciana non poté scalzare Genova dalle sue posizioni di forza in Oriente, tanto più che di lì a poco tali posizioni si sarebbero ulteriormente irrobustite grazie alla via via fortissima alleanza tra i genovesi e i bizantini. In quegli anni Genova batté anche Pisa nella celebre <strong>battaglia navale della Meloria</strong>. Lo scontro con Venezia, perdurando talune criticità, riesplose nella guerra 1293-1299, la quale a sua volta produsse solo alcuni decenni di tregue precarie</p>
<p>(14) i consumi degli italiani/europei restano peraltro residuali, là dove viceversa in India si quantificano consumi quotidiani pro capite di spezie di circa 10 g. Le spezie oltretutto hanno in genere profili nutrizionali interessanti, apportano alcune vitamine dei gruppi B e C e alcuni sali fra cui, essenzialmente, calcio e ferro</p>
<p>(15) coriandolo e cumino appartengono alla medesima famiglia. Il primo “ricorreva” quantomeno già durante la civiltà egizia, il secondo origina dalla regione siriaca, dove lo localizzano indagini archeologiche prima ch’esso fosse condotto alla Grecia e a Roma</p>
<p>(16) a <strong>Sarzana</strong> (dove la spungata è per eccellenza natalizia) non vige peraltro una ricetta unica. Questo dolce, inoltre, è transitato per la Liguria attraverso le <strong>vie francigene</strong>, si incontra nei menu dell’ebraismo, a <strong>Brescello</strong> (RE), nei ricettari dei pasticceri engadinesi…</p>
<p>(17) il caffè storicamente condivise, anche per le frequenti contiguità geografiche, i destini commerciali delle spezie. Inoltre, in Etiopia, dove il caffè è stato individuato, esso viene aromatizzato variamente con zenzero, ruta (diffusa anche in Italia), sale marino, fieno greco (le prime notizie riguardano Persia ed Egitto), cardamomo (che fu sempre costosissimo), cannella o chiodi di garofano… Gli intenditori stanno riscoprendo alcuni accostamenti</p>
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		<title>Viaggio con le spezie e col cacao</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2016 14:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Viaggio con le spezie dall’Oriente a Genova, e col cacao dall’America a Modena Spezie e cacao, un viaggio goloso da Genova a Modena! Si comincia giovedì 11 alle ore 21.00 su Telenord, a “Tappeto rosso” Umberto Curti è ospite di Paolo Zerbini e approfondirà lo straordinario tema delle spezie, che tanti ruoli recitarono nei destini ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/cioccolato-vero-modena/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_16671" style="width: 390px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2016/02/DSCN5272.jpg"><img class=" wp-image-16671" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2016/02/DSCN5272-300x225.jpg" alt="cioccolato vero 2016 in piazza grande a modena" width="380" height="285" /></a><p class="wp-caption-text">cioccolato vero in piazza grande a modena</p></div>
<h4>Viaggio con le spezie dall’Oriente a Genova, e col cacao dall’America a Modena</h4>
<h4>Spezie e cacao, un viaggio goloso da Genova a Modena! Si comincia giovedì 11 alle ore 21.00 su Telenord, a “Tappeto rosso” Umberto Curti è ospite di Paolo Zerbini e approfondirà <em>lo straordinario tema delle spezie</em>, che tanti ruoli recitarono nei destini mercantili della repubblica di Genova. In studio anche l’enoteca “Squillari” e la pasticceria “La Iacona” di Genova e la bottega “Parla come mangi” di Rapallo. La trasmissione è visibile anche nei giorni successivi grazie a varie repliche sui canali del network.</h4>
<p>Si prosegue da venerdì 12 a domenica 14 in piazza Grande a Modena, dove Umberto Curti è nuovamente ospite di <a title="Cioccolato vero Modena" href="https://www.facebook.com/cioccolatoveromodenacna/" target="_blank">“Cioccolato vero 2016”</a>, fiera mercato dei migliori maestri cioccolatieri artigiani d’Italia, e racconterà in <em>3 gustincontri</em> (sempre alle ore 17.00) la storia del cacao e del cioccolato e l’abbinamento con le cosiddette vinificazioni speciali. Una bellissima occasione anche per dedicare un weekend all’affascinante città emiliana e apprezzarne le sontuose tradizioni a tavola, fra cui l&#8217;inarrivabile nocino.</p>
<p>Un cordiale arrivederci a tutti voi da</p>
<p>Luisa Puppo</p>
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