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	<title>Ligucibario &#187; neviere</title>
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		<title>Baccicin du caru, Trattoria con t maiuscola</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 09:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_23698" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/11/DSCN1251.jpg"><img class="size-medium wp-image-23698" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/11/DSCN1251-225x300.jpg" alt="gianni bruzzone del &quot;baccicin du caru&quot; a mele" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">gianni bruzzone del &#8220;baccicin du caru&#8221; a mele</p></div>
<p><em>Che le autentiche – ed ammirevoli – trattorie siano un bene in via d’estinzione in questo Paese distratto, e che “<strong>Baccicin du caru</strong>” – in quel di Mele &#8211; incarni e rappresenti i valori migliori di ciò che alla parola trattoria un po’ tutti ancora associamo è incontestabile.</em></p>
<p>Ligucibario® in tanti anni non ha mai contenuto pubblicità né “dintorni”.<br />
Scrive di ciò che ama e di ciò che reputa importante divulgare anzitutto circa la cucina ligure.</p>
<p>Oggi, e avviene di rado, partirei da una “perplessità”, storcendo un po’ il naso: forse non ha molto senso definire una trattoria la migliore d’Italia. La migliore in assoluto secondo il giudizio (giocoforza arbitrario) di chi? E in base a quali parametri?</p>
<p>Premesso ciò, che le autentiche – ed ammirevoli – trattorie siano un bene in via d’estinzione in questo Paese distratto, e che “<strong>Baccicin du caru</strong>” – in quel di Mele &#8211; incarni e rappresenti i valori migliori di ciò che alla parola trattoria un po’ tutti ancora associamo, beh questo viceversa è incontestabile…</p>
<h2>Baccicin du caru: memorie lungo il passo del Turchino</h2>
<p>Quasi 50 anni fa e a 30 all’ora percorrevo il <strong>valico del Turchino</strong> in “Vespa”, diretto a Tarsoebi (Trisobbio, AL), dove i miei affittavano una casetta per agosto, e ricordo che in una curva a sinistra mi colpiva questo “presidio” dove immaginavo si mangiassero pietanze buone, e – vista l’atmosfera del luogo &#8211; si fermassero gli amanti della tradizione.</p>
<p>La gigantesca autostrada da metà anni Settanta ha un po’ tagliato fuori certi luoghi, ma io tuttora insieme a Luisa prediligo, ostinatamente, raggiungerli in <strong>treno</strong>, con quel <strong>binario unico di fine Ottocento</strong> che all’inizio fu a vapore e che regala – tra viadotti panoramici, santuari, neviere abitate da salamandre, e commoventi scorci rurali – <strong>Appennino allo stato puro</strong>…<br />
Partendo da Genova, ecco &#8211; iniziando a salire &#8211; Borzoli, Costa di Sestri, Granara, Acquasanta, Mele, poi il lungo tunnel e di là Campo Ligure, Rossiglione e infine Ovada, ormai in Piemonte (con le nocciole e i vini Dolcetto, e d’inverno magari la neve).</p>
<p><strong>Luoghi da</strong> <strong>trekkers</strong>, anzitutto col “sentiero” Frassati, e da archeologi (si pensi alla “pietra di Issel” crivellata di misteriose microcavità dette coppelle).<br />
L’area inoltre insiste su quell’interessante “cammino di Santa Limbania” la cui prima tappa congiunge Voltri con Roccagrimalda, per poi ripartirne verso Gavi.</p>
<h2>Baccicin du Caru: i cibi, i vini e il territorio</h2>
<p>Da Baccicin du Caru ho mangiato, nel corso del tempo, almeno una quindicina di volte, o forse ben di più, ricordo il sorriso di Gianni Bruzzone quando organizzava cene intorno ai formaggi della val Sangone, o ad altre prelibatezze scovate chissà dove. I suoi antenati commerciavano vino sfuso, e presumo che l’amore per il vino gli sia stato tramandato dritto dritto nel DNA.</p>
<p>Oggi i clienti approdano qui, oltre che da Genova e dalla Padanìa, anche da Francia e Germania, e sovente magari incontri, al tavolo accanto, il figlio del Professor <strong>Rebora</strong>, studioso che conobbi ai tempi dell’Università e cui ho dedicato molti scritti, gustando anche quel poderoso <strong>Barbera d’Asti</strong> che co-progettò con Franco Roero (<a title="umberto curti barbera del professore" href="https://www.ligucibario.com/una-barbera-dentro-la-storia/" target="_blank">leggimi qui</a>).</p>
<p>Di “Baccicin” ormai raccontano comprensibilmente in tanti, e ne sono davvero lieto, io anni e anni fa gli dedicai su un sito di viaggi la recensione, che bontà sua Gianni incorniciò, “Del mangiar benissimo sul Passo del Turchino”, colpito anzitutto dagli <strong>antipasti</strong> (lardo di pata negra, salame cotto piemontese, soppressata di cinghiale, spianatine di cervo, torta ai peperoni, Roccaverano su porcini, e, servita a parte, una salsiccia con uva), da <strong>cose arcirare come il <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/mucci/" target="_blank">flan di mucci</a> e la <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/pute/" target="_blank">pute di Masone</a></strong>, e dal fatto che con gli gnocchi al <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/pesto-di-basilico/" target="_blank">pesto</a> venisse fornita anche una coppetta da cui attingere, se necessario, ancora un po’ di “profumi”&#8230;</p>
<p>So che <strong>Mele</strong> – il cui nome si legherebbe al miele &#8211; è stata a lungo carta (di pregio), prodotta da varie officine lungo i corsi del Leira e del Cerusa, e talora esibisce fieramente qualche bella dimora di villeggiatura, visto il verde circostante e le vicine terme salso-sulfuree dell’Acquasanta (<a title="umberto curti a mele" href="https://www.liguriafood.it/2021/01/08/mele-miele-lacqua-le-coppelle/" target="_blank">leggimi qui</a>).</p>
<p>Tanto che già leggevamo nei preziosi “Annali” del Giustiniani (1537): “&#8230;e accanto ad essa villa (Mele) passa il fiume nominato Leira qual va in mare tra l’un borgo e l’altro (di Voltri), ed è il fiume celebre per l’utilità grande che produce agli uomini del paese, comeché su quelle siano edificati molti molini, molte ferriere, molte fabbriche per il papero e somiglianti edifici”.</p>
<p>Le cuciniere di quei luoghi in primis sciorinavano fügassin, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/zeraria/" target="_blank">zraria</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/zimino-di-ceci/" target="_blank">zimino</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/craston/" target="_blank">crastön</a>…</p>
<h2>Baccicin du caru: la salvaguardia di miti e riti alimentari</h2>
<p>Ma quando conobbi “Baccicin” innegabilmente mi seduceva l’immagine di una <strong>“osteria” nata (con cambio cavalli)</strong> per sfamare manodopera ferroviaria e tuttora, con sacrificio e passione, resiliente al tempo, ben salda sui propri ideali, <strong>paladina di quel che mi piace chiamare buonessere…</strong></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/11/DSCN1253.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-23699" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/11/DSCN1253-300x225.jpg" alt="DSCN1253" width="300" height="225" /></a>Con Gianni, via via, ci siamo conosciuti un po’ più a fondo, anche per via di alcune analogie biografiche (entrambi VAM in Aeronautica, entrambi guidatori di Giuliette nei primi anni Ottanta…).<br />
Il locale, lindo e quieto, non tradisce mai se stesso, e propone una trentina di coperti disposti su due salette.<br />
<strong>Rosella, la sorella di Gianni</strong>, Rosella e non Rossella come purtroppo leggo qui e là, ha ingentilito alcune ricette importanti, che raccontano una storia di famiglia e che sanno collegare il mare della Riviera di ponente all’Ovadese. Perché <strong>qui si salvaguardano miti e riti alimentari</strong> ma – ove opportuno – con una <strong>creatività che non scada mai a stravaganza</strong>. <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/galantina/" target="_blank">Galantina di vitella</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/ravioli-di-carne-o-di-magro-col-tocco/" target="_blank">ravioli</a> del terroir, pasta fresca, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/trippe-accomodate/" target="_blank">trippe accomodate</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/cima-alla-genovese/" target="_blank">cima</a>, brasato, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/coniglio-alla-ligurealla-carlona/" target="_blank">coniglio alla ligure</a>, lingua con la salsa verde, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/lumache/" target="_blank">lumache</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/funghi-funghi-funghi/" target="_blank">funghi</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/canestrelli-di-torriglia-rovegno-brugnato-taggia/" target="_blank">canestrelli</a>, <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/panera/" target="_blank">semifreddi</a>, mamma mia che meraviglia, il tutto sempre abbinato a <strong>vini significativi</strong> (c’è affetto anche verso la DOC val Polcevera che grazie a 3 vignerons è tornata a nuova vita), ma senza necessariamente dover firmare cambiali…</p>
<p>Che dirti, amico Lettore? Se prenoterai, buon appetito, e salutami caramente i titolari…<br />
Un’ultima precisazione: da “Baccicin” non troverai chips, né tataki, né chapati, né topping…</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Vendito de giasso</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Nov 2024 13:43:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Venditô de giassö&#8230;, figura quasi &#8220;incredibile&#8221; oggi, ma sino a tempi relativamente recenti in molte famiglie non si disponeva di frigorifero, anzi di norma esso era il davanzale, dove durante le notti invernali si collocavano burro ecc.. Si aggirò l’ostacolo del prezzo alto dei frigoriferi inizialmente con lo sviluppo del commercio di ghiaccio, utilizzabile tutto ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/vendito-de-giasso/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Venditô de giassö&#8230;, figura quasi &#8220;incredibile&#8221; oggi, ma sino a tempi relativamente recenti in molte famiglie non si disponeva di frigorifero, anzi di norma esso era il davanzale, dove durante le notti invernali si collocavano burro ecc.. Si aggirò l’ostacolo del prezzo alto dei frigoriferi inizialmente con lo sviluppo del commercio di ghiaccio, utilizzabile tutto l’anno ma particolarmente, con alcune accortezze, durante l’estate. L’uso risaliva peraltro già al Medioevo, stipando la neve dell&#8217;Appennino in pozzi profondi chiamati “neviere”, dove veniva coperta con paglia e foglie perché serbasse la temperatura il più a lungo possibile. Al momento debito, si tagliava in blocchi e stecche che nottetempo raggiungevano su carri i centri delle città, acquistati dalle famiglie abbienti, che li proteggevano in cassette di metallo. Il nevieraio era il giassin, e alcune neviere sono tuttora visibili, a forma di tronco di cono rovesciato, di solito alte 5-6 metri e con diametro interno di 10-12. Il ghiaccio fu molto utile per non dire necessario durante le drammatiche epidemie di tifo dell’800, quando fungeva da rimedio contro i febbroni (ricoprendone gli ammalati, soprattutto fronte, polsi e caviglie). Ma a fine ‘800 incominciarono a diffondersi vere e proprie fabbriche di ghiaccio, e così nacque la figura del venditore&#8230;</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Salti di acciughe e vie del sale</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jan 2024 11:12:27 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/verso-il-saccarello.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22165" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/verso-il-saccarello-300x168.jpg" alt="verso il saccarello" width="300" height="168" /></a>&#8220;Storie che s&#8217;intrecciano, antiche, vecchie, nuove; pescatori, donne, finanzieri, contrabbandieri di sale, acciugai&#8230; in tutto il libro si sente il profumo dell&#8217;aglio rosa, del salso del mare, delle valli nascoste e della Olga, la rossa di capelli che passa nelle pagine come una cometa&#8221;. Così, Rigoni Stern tratteggiava “Il salto dell’acciuga” del torinesissimo Nico Orengo, 1997 (ed. Einaudi).<br />
Se il viaggio più celere è a piedi, il rimpianto Gino Veronelli per penetrare l’Italia esortava non a caso a “camminare le osterie”…<br />
Oggi in cerca di acciughe non cammineremo, amico lettore, da <strong>Monterosso</strong> nelle Cinque Terre, né da coste. Ma da <strong>Campo Ligure</strong> (Parco Beigua ai piedi del Passo del Turchino), borgo della filigrana e della revzora, che fu degli Spinola. I genovesi vi salivano da Voltri e Mele (link LF) ben prima che un’autostrada a 3 corsie “scavalcasse” castelli, e romitori, e formaggi. Dove corre anche l’ottocentesco binario unico Genova-Acqui Terme grimpavano le “vie del sale”, mini Francigene mare-entroterra e ritorno. Gli adepti del commercio v’incrociavano come sempre gli adepti della fede.<br />
Nell’Ottocento, fra l’altro, a <strong>Voltri</strong> prosperò anche una produzione cartaria (censimento del 1830…). Questa carta favolosa originava da stracci, import padano. L’area di pertinenza sarebbe tuttora “Fabbriche”, ma per il micro Museo che ne rievoca le storie occorre la tortuosa viabile (crêuza da auto e minibus 101) dell’<strong>Acquasanta</strong>, luogo noto per il santuario (iniziato nel 1683), le benefiche terme solforose, le neviere che rifornivano di utile ghiaccio i genovesi patrizi/ricchi, e le schiette trattorie ben fornite di raiêu a-ö töccö. L’origine del nome Mele è, malgrado tutto, discussa, forse alludendo a Meleo dio della pastorizia, fratello di una ninfa <em>Eia</em>, donde il nome del fiume Leira?, oppure al miele (lo stemma comunale recita infatti “<em>ex melle mihi nomen</em>”). Peraltro l’area fu abitata già remotamente, e una quindicina d’anni fa è stato rinvenuto presso un orto un grosso cippo in pietra, forse a confine di un podere d’età romana. Taluni affermano che l’Acquasanta, punto di “valico”, oggi venerato santuario cristiano, già fosse luogo sacro e di convegno dei popoli celtici dell’Italia settentrionale, le acque sulfuree vantando proprietà miracolose… Ivi, la roccia detta “dell’Issel” in onore dello studioso del primo ‘900 propone una metà ricca d’incisioni: piccole coppelle (non atte a contenere acqua), intagli fusiformi… Lo studioso non può che ipotizzare un antico valore sacrale, legato a culti delle acque.<br />
Certo l’acciuga, come altri pesci (sardine, merluzzi, aringhe) che da tanto si salano, o s’affumicano…, era fra i pochi alimenti idonei a lunghe marce. Acciughe versus tela di canapa. Il sale, “sostanza da dèi” già in Omero e Platone, nelle varie età valse a conservare cibi, a preparare formaggi, medicamenti, tinte… Salsomaggiore, Salisburgo… Quest’oro bianco, diretto dalle îles e da Salon de Provence (Bocche del Rodano) verso l’Europa centrale, in Valle Stura come noto risuona anche nel Bric Saliera, guglia di pietra sovrastante una sella a 800 m dove si stoccava sale (a Colle dei Ferri viceversa il sale valeva chiodi).<br />
Vita ovunque agra… Malgrado tracce prei- e protostoriche, sappiamo che anche <strong>passo del Turchino</strong> e dintorni evolsero solo dal XIII secolo, con l’espandersi della prima badìa cistercense italiana, Santa Maria della Croce ovvero <strong>Tiglieto</strong>, dato che i monaci, non di rado còlti rampolli, ergo botanici e speziali, ben tesaurizzano e/o “convertono” i boschi, anche sostituendo le piante (di fatto il patriziato glieli affidava). Tiglieto così fu come lo <em>scriptorium</em> colombaniano di Bobbio, come la benedettina Novalesa (echi da Umberto Eco?), irradiò sapienza. Attorno alla splendida badìa, restaurata, corre oggi un agevole anello escursionistico di circa un paio d’ore di cammino.<br />
E bosco significa(va) legna, castagne, funghi, tartufi, miele, lumache, cinghiali e varia selvaggina…, ghiande di faggi e querce per i bovini e maiali. Il bosco può in tal senso soccorrer le città, e crebbero (un po’ ovunque in Liguria) i castagni da frutto, alberi del pane, ottimi sodali anche in carestia. Nei pressi, ecco sempre gli aberghi coi tetti di scandole, mezzo diruti al pari di tanti tecci dell’alta <strong>Val Bormida</strong> e canissi dell’<strong>Arroscia </strong>e scau di Garessio. Donne piemontesi arrivavano ad aiutare la raccolta, l’anno seguente la vendemmia causava esodi inversi. Ai castagni, e all’essiccazione dei frutti, Ligucibario® ha dedicato nel tempo molte pagine commosse…<br />
Dalle faggete viceversa si ricavò carbone per vetrerie e ferriere, sempre attigue ai torrenti poiché necessita loro energia idrica (e qui l’acqua, per l’impatto fra massa d’aria continentale e mitezza mediterranea, non mancava). Col legno, alquanto pieno e curvabile a vapore, si produsse mobilio, con le foglie foraggi per le bestie, coi frutti un olio alimentare, o si tostano come caffè surrogato&#8230; Ma anche i tronchi viaggiarono, dall’Olba ai cantieri navali della Repubblica di Genova lese di legno slittarono incidendo “orme” tuttora identificabili sui cammini hiking giù da Faiallo a Gava, nord di <strong>Arenzano</strong> (che fu minuscolo abitato dei Liguri <em>Viturii</em>, tribù povera dedita all’allevamento e al baratto).<br />
O cammineremo dalla <strong>Val Polcevera</strong>… Già la Postumia (via d’arroccamento realizzata verso Libarna e Piacenza dal console S. Postumio Albino nel 148 a.C. traguardando Aquileia) fu sutura tra porto di Genova e basso Piemonte, e non capitalizzò, aggregandola, che la rete di preesistenti percorsi. Così come la Tavola Bronzea del 117 a. C. (dove si cita anche Mignanico = <strong>Mignanego</strong>, presso la Bocchetta) inquadra l’esistenza di una società tribale in qualche modo organizzata. Dal <em>De bello gallico</em> di Cesare si apprende poi che i <em>Viturii Langenses</em> s’opposero strenuamente ai Romani, ma proprio la via Postumia mutò tutti gli equilibri e i destini del territorio, peraltro costantemente vocato ai transiti commerciali. I castagni, o i gelsi, o un tal Maurone (?) sono stati via via confusamente collegati all’origine del toponimo <strong>Campomorone</strong>. La Postumia tornò in auge quando Genova e Milano nel III-IV secolo d. C. si sostennero l’un l’altra circa le compravendite d’olio (da sud Italia e nord Africa) e granaglie. In tal senso, alla vigilia e poi all’inizio della calata barbarica quest’Appennino ospitale non a caso si ripopolò, e le fasce terrazzate ripermisero alcune delle usuali coltivazioni.<br />
Dopo il collasso viario romano e della élite “curtense” longobarda, dal XI secolo ecco l’ascesa politico-economica di Genova, e le notizie sul contado giungono più cospicue e perspicue. Nel “buio” Medioevo (buio?) pellegrini e merci si adattarono a sentieri e mulattiere, la Repubblica di Genova difatti badò solo alla transitabilità militare. Muli, slitte e dorsi di persone a piedi, non di rado donne (come per l’ardesia in Tigullio), furono i soli vettori – di fatto – sino alle ardite infrastrutture che, con binari e tunnel, dal tardo ‘800 unirono Genova alla Padanìa prediligendo la valle, dove prima era prediletto il crinale (che “evita” briganti e esondazioni). Il crinale, tuttavia, può essere a propria volta ventoso, gelido, brullo.<br />
Con l’espandersi genovese nell’Oltregiogo fu la Val Polcevera a incardinare tutt’attorno una “via del sale”, di nuovo una rete sud-nord. Quel sale divenne monopolio capitale, tanto che i contrabbandieri lo celavano, salvo sulla Francigena elargirne ai pii, per una prece di costoro quando giungessero in San Pietro. E il sale, sui moli poi sui muli, da Genova “saliva” in Padanìa in primis (amico lettore apri una cartina) <strong>via Pontedecimo, o per le Capanne di Marcarolo, o per Langasco-Pietralavezzara-Fraconalto-Voltaggio-Gavi</strong>. Oggi a fine percorso mangeremmo amaretti e, più riposati, berremmo Cortese. Sul fianco sinistro del Polcevera saliva viceversa a <strong>Torrazza</strong> sin poi alle valli Scrivia e Borbera, ma in genere valicava anche su altri tracciati, i Giovi a <strong>Busalla-Ronco</strong> (dove oggi si coltivano le rose), la Vittoria e la Crocetta di Orero, “vie dei feudi imperiali” poiché, vinti i Longobardi, il Sacro Romano Impero carolingio aveva affidato possessi ai feudatari leali, onde garantirsi vie al mare.<br />
<strong>Casella</strong> ai tempi della Roma repubblicana beneficiava di due notevoli assi: appunto la strada dei feudi imperiali e la perpendicolare via di fondovalle, su cui i mercanti trasportavano beni dal porto di Genova alla Padanìa. L’attuale toponimo (che ha sostituito il longobardo <em>Raudigabium</em>) significherebbe casa colonica (nella vicina Savignone, il locale Museo archeologico conserva resti in ceramica e funerari dell’età del Bronzo, cui risalgono i primi insediamenti). Il Medioevo fu fliscano, sino al 1547.<br />
Ricerche storiche hanno segnalato tra le vie tuttora più riconoscibili da Porta delle Chiappe (ciappe d’ardesia), detta anche di San Simone, le cosiddette “via della salata” (verso Borbera e Tortona via <strong>Casella-Savignone-Crocefieschi-Vobbia</strong>) e, più in quota, “via dei Malaspina” (verso Varzi via <strong>Bargagli-Torriglia</strong>).<br />
Tre ponti romani testimoniano che Bargagli fu crocevia tra la via del sale che portava in Emilia ed un’altra che portava in Fontanabuona. Il nome deriverebbe dal dominante monte Bragalla, anticamente Bargalla. Tuttora i pastori abbeverano le greggi ad una fonte perenne presso Monte Traso, 850 m, dove certamente venivano cacciati animali di passo. Mentre sull’area di Vobbia, oggi dominata dal castello della Pietra incastonato nella puddinga, i paleobotanici hanno evinto la presenza di conifere, il che attesterebbe trattarsi di area dal clima invernale tendenzialmente troppo ostile all’uomo.<br />
Si noti che il <em>trenino di Casella</em> (1929) nel progetto originario avrebbe dovuto raggiungere Bobbio e Piacenza. Il tesoretto in monete – quasi 3 chili &#8211; recuperato a Niusci, presso la ferrovia del trenino, era forse pedaggio andata/ritorno a un dio montano.<br />
Del business del sale residua anche una secentesca saliera a <strong>Campomorone</strong>, eretta dai D&#8217;Amico in un quadrangolo a corte su due piani (di sopra riposava il personale, gli stapulieri), difesa verso strada da due garitte angolari con teste apotropaiche. I 3 lati porticati potevano funger da stalla. Il luogo (dal 1923 monumento nazionale) era magazzino franco per varie merci daziate. Il torrione tuttavia rivela una preesistenza irregolare, in pietra di fiume. Anche Ca&#8217; de Rossi a San Martino di Paravanico (1200) fungeva da caravanserraglio (una basica locanda-deposito), ossia dove uomini e animali (decine) potevano pernottare dopo ore di cammino dal mare. Magazzini, fondachi e cantine da vino, stalle con mangiatoie e fienili, cucine e alloggi per il personale e i mulattieri in transito.<br />
L’acciuga, pan del mare, che talora nei cesti dei “passeurs” copriva il sale per eludere i gabellieri (sale da sopra a sotto…), come noto lega, saporita, le cucine ligure-provenzale e piemontese. Di qui acciughe all’ammiraglia, ripiene, fritte, bagnùn di <strong>Riva Trigoso</strong> con la galletta, tegame di <strong>Vernazza</strong>, machetto al mortaio (tra garum di Roma e colatura di Cetara) e <strong>un rito della salagione</strong> che certamente trova echi siculi ne “I Malavoglia” del Verga… Di là – porti e grossisti e contrabbandieri permettendo &#8211; acciughe al verde, in rosso, col burro di malga, con peperoni, “indigeribile” bagna caöda (se le nonne ancora ne cucinano in vendemmia), vitel tonné, persino un ecomuseo degli acciugai (gli anciué dal carretto azzurro), beninteso in…montagna, a Celle di Macra, Val Maira, 1.300 m sul livello del mare, sede anche della Confraternita.<br />
O cammineremo allora da <strong>Col di Nava</strong>… Una nota via del sale dalle coste francesi via <strong>Sanremo e Oneglia</strong> saliva poi fin proprio a Dronero (imbocco della Val Maira), cittadina di viuzze e porticati medievali che – si pensi &#8211; fino al 1966 una ferrovia univa a Cuneo. Un’altra via del sale univa <strong>Albingaunum (Albenga) ad Alba</strong>, salendo da Cisano sul Neva a Erli, Cerisola, San Bernardo di Garessio… Questa fu chiamata &#8220;<strong>via Pompea</strong>&#8221; poiché voluta da Gneo Pompeo Strabone, fondatore della stessa Alba Pompeia e padre di quel Pompeo Magno (106-48 a.C.) che avrebbe poi composto con Cesare e Crasso il primo triumvirato (60 a.C.), patto politico personale e privato, e per un po’ di tempo segreto (Pompeo Magno morì poi pugnalato e, come noto, la sua testa spiccata dal corpo venne offerta a Cesare)&#8230; Dunque, la via Pompea fu messa in opera verso l’anno 100 a.C. Svolse una decisiva funzione anzitutto in quanto, come altre vie altrove, favoriva i commerci tra piana e mare: sale e olio in un senso, vino e farina nell’altro; in particolare vi viaggiava molto sale tratto dalle grandi cave presso Marsiglia e Tolone, e dunque la strada d’attraversamento della valle Ellero fu genericamente nota per vari secoli come &#8220;via del sale&#8221;, ciò che tuttora si ritrova in non pochi toponimi.<br />
Anabasi ponentine che ben scriverei a quattro mani con qualcuno dei posti… La Val Maira – “magra” per pastori e contadini &#8211; sdipana una cinquantina di chilometri fra fitti boschi e mille minimali borghi (Moschieres, Elva…) il cui toponimo rievoca Spagna e Provenza, e persecuzioni che trasferirono cultura e lingua occitane in queste combe. La festa degli acciugai vi cade a giugno, e lo splendido pane locale ha nome <em>tirassa</em>, impasto tirato più volte, e scarsa mollica finale. Un tempo era casereccio, rivolto soprattutto ai bimbi, al centro infatti vi cuoceva golosamente una mela. Mi dicono che in un forno di Villar S. Costanzo, a richiesta, venga ancora preparata&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
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		<title>Si scriveva Fertor si legge Bisagno</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jan 2024 11:26:43 +0000</pubDate>
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<p><strong>La val Bisagno comprende solo 3 Comuni, Genova (verso la foce del torrente), Bargagli e Davagna</strong>. Ciononostante è un territorio ricco di natura, risorse antropiche e storia, pertinente ad un asse viario antico e importante.<br />
L&#8217;abitato di Stalia, donde Staglieno, a 5 km dal mare, giaceva su di un notevole asse commerciale, come confermato anche da passi letterari (Artemidoro di Efeso, Pomponio Mela, e Tito Livio nella terza deca relativa alla seconda guerra punica…), benché non costituisca il nucleo originario della città, che ormai gli archeologi posizionano sulla collina di Sarzano sopra il Mandraccio. Un asse/<strong>via del sale</strong> percorso per secoli anche da pellegrini e mercanti, infatti attraverso la val Bisagno passava la via per l&#8217;Emilia e all&#8217;altezza di San Fruttuoso l‘Aurelia. Il fondovalle, in definitiva, rappresentava talora un&#8217;ampia &#8220;secca&#8221; carrabile.<br />
Il visitatore attento incontra tuttora <strong>rissêu</strong> talvolta splendidi (decorazioni di sagrati), resti di mulini e soprattutto fornaci, tracce di neviere da cui si rifornivano di prezioso ghiaccio le famiglie abbienti, casette daziarie, grotte dove convissero e convivono il pipistrello e il geotritone&#8230;<br />
Area interessata a nord dalla cultura del <strong>castagno</strong> (e del faggio), con clima appenninico, la val Bisagno scendendo poi verso il mare propone ovviamente un clima ed una flora mediterranea maggiormente “litoranei”, con presenza anche di piante aromatiche. Aumenta anche la consistenza edilizia ed abitativa, sino infine alle sperimentazioni – secondo alcuni riuscite – quali <strong>il “Biscione” dell’architetto Luigi Daneri</strong>, risalente alla fine degli anni ’60 del Novecento (Daneri fu molto attivo in città, sua anche la piazza del Mare oggi piazza Rossetti).<br />
Pian piano lungo il Bisagno crebbero anche i baraccamenti: carradori, marmisti, conciatori, falegnami e ebanisti, ottonieri, magazzini e depositi, stalle, neppur mancavano alloggi per i lavoratori…, indizi di un dinamismo imprenditoriale bisognoso tuttavia di regolamentazioni…<br />
Era dunque più evidente in passato che al presente la vocazione agricola, <strong>e di villeggiatura</strong> (molte le ville interessanti, talora ormai “immerse” nel centro città, Brignole, Imperiale, Migone*…), <em>bezagnin</em> non a caso era termine, soprattutto a inizi ‘900, con cui identificare i venditori di frutta e verdura, al tempo evidentemente assai coltivate in valle, che dalle <em>crêuze</em> varcavano le mura di Genova coi loro prodotti nelle ceste o sui carri (erano celebri ad es. i loro cavoli).<br />
Nel 1838, riferisce M. Cevasco, “Ogni giorno a Genova, di primo mattino, quando si aprono la Porta Pila e la porta della Lanterna, entrano in media 60.000 kg di verdure e ortaggi, subito venduti ad alcune donne chiamate Regatone, che li acquistano all’ingrosso per rivenderli immediatamente ad altre donne chiamate besagnine: queste fanno il commercio al minuto; le prime sono circa 180, le seconde più di 800. A inizio ‘900 vendevano la cosiddetta minestra usata, fatta di riso ed erbe, forse risalente all’assedio di Genova… Si legge ancora in un testo del 1913: “La besagnina del portico, la ricordate? Con la sua mostra a gradini, come un altare di verdura, aveva la specialità di ostruire sempre il passaggio, di mantenerlo permanentemente adacquato e anche un tantinello fangoso e di profumare l’andito e le scale con la mescolanza di odori, fra l’acuto e il dolciastro, data dalla fusione del sedano, del basilico, del prezzemolo, delle carote, con le albicocche, le pesche, le pere spadone e le mele carle”.<br />
Di quella vocazione e quelle tradizioni, tuttavia, non rimangono solo l’eco, né il <em>Trattenimento in un giardino di Albaro</em> dipinto dal grande Magnasco intorno al 1740 (lo sfondo sono infatti gli orti del Bisagno): meritoriamente <strong>orti urbani, apicolture</strong> e artigiani ancora perpetuano sapori e saperi che non vanno perduti.<br />
Ma l&#8217;accorpamento con Genova nel <strong>1873</strong> mutò innegabilmente molti fattori ed equilibri, e la zona bassa lungo il torrente ospitò via via alloggiamenti soprattutto popolari. Sorgeva su una sponda anche la grande conceria Bocciardo (1861), poi dismessa e infine acquistata nel 1977 dal Comune per 5 miliardi di lire, e demolita con 850 microcariche esplosive il 1° settembre 1997, per edificare al suo posto un istituto scolastico. Pochi anni prima si era affidato all’architetto novarese Vittorio Gregotti anche il ripensamento dello stadio calcistico Luigi Ferraris a Marassi.</p>
<p>A fine ‘800, tuttavia, <strong>un bellissimo dipinto di Antonio Varni</strong> (1839-1908), con echi dai macchiaioli e dai “grigi”, dimostra come alla foce del Bisagno le lavandaie ancora lavassero i panni.<br />
Il torrente era (ed è) scavalcato da numerosi ponti: il superstite più antico, d’epoca medievale (non romana), sebbene mutilo è quello di <strong>Sant’Agata, all&#8217;altezza del Borgo Incrociati</strong>. Somiglia moltissimo al Ponte Rotto di Roma, o Ponte Emilio. Originariamente “lungo” 28 arcate, in parte ora scomparse o interrate, traversava tutto il sedime golenale tra il torrente e corso Sardegna, destinato a greto alluvionale di scarico per le furiose e purtroppo ricorrenti piene (molto note e funeste quelle degli anni 1822, 1889, 1892, 1903, 1908&#8230;). Ne restano sfortunatamente solo due arcate. All’area di Sant’Agata, peraltro, si lega ogni anno ai primi di febbraio una fiera-mercato fra le più vive e amate in città.<br />
Ieri come oggi, una stretta gola ripida e boscosa, all’altezza di Prato, conduceva da Genova verso Bargagli e Davagna (il Bisagno col nome di Bargaglino nasce in questo Comune, alla Scoffera, 650 m di altitudine, diviene Bisagno solo a La Presa confluendo col Lentro, e scorrendo poi per circa 25 km raggiunge il mare). Da qui molto legno di castagno giungeva al porto di Genova, destinato alla cantieristica nautica.</p>
<p><strong>Bargagli</strong> è un piccolo centro che tuttavia a Natale s&#8217;associa alla tradizione dei magnifici <strong>presepi</strong> di ardesia/pietra, celebre quello in frazione Viganego adiacente alla chiesa. Tre ponti romani testimoniano che il luogo fu crocevia tra la via del sale che portava in Emilia e quella per la Fontanabuona. Il nome deriverebbe dal dominante monte Bragalla, anticamente Bargalla. Tuttora i pastori abbeverano le greggi ad una fonte perenne presso Monte Traso, 850 m, dove certamente venivano cacciati animali di passo. La gastronomia locale sciorina <strong>castagne, funghi, miele, teste in cassetta…</strong></p>
<p><strong>A Davagna</strong> meritano una visita la chiesa di San Michele o Santuario del Sacro Cuore, nei boschi oltre Paravagna, e la chiesa di <strong>San Colombano, intitolata al monaco irlandese che fondò il cenobio di Bobbio</strong>, di fatto secentesca. Il territorio è noto per allevamenti <strong>di bovini limousine e di capre orobiche, per le castagne, per lo zafferano…</strong>, in una dimensione rurale che, a saperla guardare, par quasi fuori dal tempo. Molto coinvolgente anche la scoperta del borgo abbandonato (ma non del tutto?) di <strong>Canate di Marsiglia</strong>, di origine medievale, a 550 m sul livello del mare, raggiungibile ad esempio con la “scalinata dei mille gradini”. A metà ’900 Canate contava ancora un centinaio di abitanti, contadini e poi camalli. Botti, torchi, attrezzi e damigiane sopravvissuti qui e là nell’abitato suggeriscono una qualche <strong>viticoltura</strong>, e resti di mangiatoie permettono d’intuire uno spostamento primaverile di bestiame bovino verso i pascoli non lontani dei monti Alpesisa e Lago, a quasi 1.000 m di altezza, dove oggi camminano gli appassionati dell’<strong>Alta Via dei Monti Liguri</strong>. Altro borgo in abbandono è <strong>Barego</strong>, sopra Traso, a 700 m di altitudine, una trentina o forse meno di casupole in pietra risalenti a secoli altomedievali.</p>
<p>La val Bisagno, grazie alla propria storia, è costellata di architetture religiose (talvolta davvero di pregio, si pensi all’antica abbazia <strong>San Siro di Struppa**</strong>, a San Pantaleo e a Nostra Signora del Monte a San Fruttuoso) nonché militari, mura, torri, e di qualche angolo inaspettato, mi piace qui nominare l’antico e splendido lavatoio di salita alla Chiesa di Staglieno, classico <em>trogolo</em>, a forma ovale, di recente rivisitabile dopo decenni d’incuria grazie all&#8217;impegno di alcuni appassionati. Alcune chiese, naturalmente, sono raggiunte da periodiche processioni, come accade a <strong>Sant’Eusebio per la Madonna di Caravaggio</strong>, che risalgono indietro nel tempo.</p>
<p>Inoltre, a Cavassolo (frazione di Davagna) origina il cosiddetto <strong>acquedotto storico</strong>, oggi apprezzatissima esperienza escursionistica in sinergia con quell’<strong>Oratorio di San Rocco</strong> costruito come “risarcimento” delle diatribe fra gli espropriati di Struppa e la Repubblica di Genova (il manufatto è in rovina ma se ne spera il recupero). L’acquedotto nacque &#8211; verosimilmente &#8211; poco dopo la romanizzazione, e nel secolo XIII vi pose mano <strong>Marin Boccanegra</strong> (della famiglia del capitano del popolo Guglielmo), perché la città a mare nei secoli fu sempre vorace d’acqua&#8230; L’acquedotto corre la parte a monte del cimitero di Staglieno, sotto le possenti mura nuove, lunghe in totale quasi 20 km; rispetto alle sorgenti presso <strong>Trensasco</strong> (già Comune di Sant&#8217;Olcese), alcune integrazioni ne hanno poi allungato il percorso (40 km), attingendo a sorgenti ancor più a monte. Altri interventi hanno interessato il cosiddetto <strong>“Ponte sifone” sul Veilino progettato dal famoso architetto comunale Carlo Barabino</strong>, che scavalca con una discesa mozzafiato ed un’altrettanto ripidissima ascesa il cimitero (il ponte sifone sul Geirato, chimato “i piloin”, è viceversa settecentesco). La parte medievale con le sue arcate a mezza costa corre scenograficamente sempre alla stessa quota; utilizzata come percorso pedonale, la (sciagurata?) costruzione del casello autostradale negli anni &#8217;60 del Novecento purtroppo ne interruppe in loco il tracciato***.</p>
<p>Quanto al <strong>cimitero monumentale di Staglieno, “protagonista” anche di alcune magnifiche foto di Alfred Noack</strong>, fotografo tedesco naturalizzato italiano, nacque tra il 1844 e il 1851 su progetto del Barabino poi ripreso e condotto a termine dal Resasco. E’ oggi meta di turismo culturale e visite guidate, custodendo &#8211; nei porticati e viali dell’eterno riposo &#8211; opere di sommi artisti, Santo Varni, Giulio Monteverde, Lorenzo Orengo, Leonardo Bistolfi, Eugenio Baroni…<br />
Infine, last but not least, la val Bisagno è interessata dal tracciato del cosiddetto “<strong>trenino di Casella</strong>”, a scartamento ridotto, che dal 1929 partendo da piazza Manin percorre 25 km toccando 3 valli in successione, e collegando in circa un’ora di viaggio la città con l’entroterra, a beneficio di studenti, pendolari, picniqueurs domenicali e turisti italiani e stranieri, che trovano escursioni, sagre, tipicità e trattorie. Le stazioni nel Comune di Genova sono San Pantaleo, Sant&#8217;Antonino, Cappuccio, Trensasco, Campi, Pino. Viadotti e gallerie &#8211; come sempre sottolineo ai miei allievi dei <strong>corsi GAE</strong> presso l&#8217;ente formativo F.Ire di Genova &#8211; rappresentano un viaggio nel viaggio, green and slow, tra panorami sbalorditivi.</p>
<p>Amici lettori, in carrozza dunque, si parte!<br />
*sul tema è online un bell&#8217;articolo a firma Fabrizio Spiniello con Jole Valenti<br />
**a Struppa, come noto, in via Benedetto da Porto nacque nel 1922 l’attore <strong>Vittorio Gassman</strong>, che con Genova mantenne sempre un legame affettivo<br />
***per maggiori dettagli, suggerisco la consultazione di Paolo Stringa, <em>La strada dell’acqua</em>, ed. Sagep, 1980, Claudio Guastoni, <em>L’acquedotto civico di Genova</em>, ed. Franco Angeli, 2004, e soprattutto Luciano Rosselli (prolifico specialista della materia), <em>Passeggiate sull’acquedotto storico di Genova</em>, ed. NEG, 2016.<br />
<a href="https://www.luisapuppoeumbertocurti.com/chi-siamo" target="_blank"><strong>Umberto Curti</strong></a><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a></p>
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		<title>Da Liguria Food a Baccicin du Caru</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 09:21:32 +0000</pubDate>
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Editore che ovviamente collegavo al ricettario <em>Cucina e vini di Liguria</em> del marchese bonvivant Beppe Gavotti, e soprattutto al <strong>futurismo savonese-albisolese</strong>, di cui Marco Sabatelli fu – per chi conosca un minimo quelle strepitose vicende – paladino e insieme alfiere… Chapeau.<br />
Per questo numero 20 io ho redatto i pezzi su <strong>Mele/Acquasanta e su Lavagna</strong>, altre firme hanno ad esempio scritto di Tovo San Giacomo e di Airole. La rivista conferma sempre la propria attenzione anche verso i borghi liguri più defilati, dove – tuttavia ma non a caso &#8211; le tradizioni e la cucina si perpetuano religiosamente, e che (con un po’ di marketing pubblico sagace e di formazione agli operatori) si potrebbero candidare alla ribalta del turismo post-covid. Personalmente, infatti, appartengo a coloro i quali profetizzano un aumento di interesse del turismo – sia domestic sia incoming – verso mete meno affollate, verso <strong>località a misura d’uomo</strong> dove entrare davvero a contatto con gli habitat e le culture locali, l’artigianato, le biodiversità, e le ricette storiche che dai prodotti “autentici” trassero e traggono origine…<br />
Sabato scorso ho pranzato <strong>con Luisa presso l’Osteria Baccicin du Caru, al Fado, lungo il valico del Turchino, allietati e intrattenuti da Gianni Bruzzone</strong>, oste-patròn di quella genia che entusiasmava i Soldati, i Monelli, i Veronelli. La sorella Rosella, intanto, coordinava la brigata di cucina (e in quella cucina si cucina davvero). Con Gianni converseresti per ore, lo ascolti con immenso piacere, ti ascolta con immenso piacere. “Del mangiar benissimo sul passo del Turchino”, così intitolai tanti anni fa la prima recensione che gli dedicai, e che Gianni – bontà sua &#8211; conserva.<br />
Quella strada verso il Piemonte, e l’ardita ferrovia ottocentesca che le corre accanto (scampata ai tagli delle cosiddette “razionalizzazioni”), raccontano molte storie, e le storie – come noto &#8211; aiutano a ricostruire la storia. Qui, questo fazzoletto di terre ospita i fügassin, le neviere, il miele, i frutti di bosco, le terme, il santuario…<br />
Da Baccicin du Caru <strong>assaggi</strong> fra gli antipasti la galantina “maison”, la zraria natalizia, la pute della valle Stura, il flan di mucci (sono cavoli navoni), il brandacujùn di stoccafisso, piatti che quasi nessuno oramai osa in carta (1). Poi gli gnocchi di quarantina col pesto, o i taglierini coi funghi, o con il sugo di coniglio, o con il classico töccö alla genovese, perfetto sposo dei ravioli. I secondi assumono le sembianze – beninteso secondo mercato e stagioni &#8211; della faraona in casseruola, dei brasati di taglio perfilo (2), della lingua con salsa verde, delle trippe accomodate. Per chiudere, il gelato “maison” col Barolo chinato, i semifreddi, la pasticceria secca sempre ben abbinata ad un tulipanino di passiti.<br />
Ma in quelle due salette linde ed intime ti ci siedi specialmente perché – come detto &#8211; con Gianni converseresti per ore. Attorno a noi, intanto, è via via trascorso un millennio, mutato un mondo, la morte di alcuni che amavamo, l’avvento dell’euro cui demandavamo (errando?) equità più serene, le tecnologie incalzanti e stranianti, i viadotti che precipitano, i mutamenti climatici, addirittura una pandemia…, ma lasciando irrisolte infinite questioni di fondo, quelle che periodicamente si affacciano a chieder conto delle nostre azioni. Di questo passo, che sarà dell’umanità?<br />
Nondimeno, un’antica trattoria che continua (affettuosamente e cocciutamente) a presidiare benevola un valico (e centomila tradizioni) è certamente speranza, è tepore, è abnegazione di chi crede nel proprio lavoro. E’ buon segno in vista dell’anno che verrà. Ciao caro Gianni, alla prossima, presumo saremo ormai nell’anno domini 2021, che ti auguro felice.<br />
(1) ma che beninteso Ligucibario descrive: figurano qui nella sezione &#8220;alfabeto del gusto&#8221;, che invito i Lettori a navigare<br />
(2) taglio di terza categoria, che si ottiene dal lato basso del collo bovino. Ogni regione gli assegna nomi &#8220;diversi&#8221;. Ma la sua struttura lo rende ovunque ideale per lessi, stufati, macinati&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
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