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	<title>Ligucibario &#187; canna da zucchero</title>
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		<title>Canna da zucchero</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 13:13:27 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Canna da zucchero in Liguria? La pianta ha esigenze &#8220;tropicali&#8221;.<br />
V&#8217;è nondimeno una curiosa citazione in uno scritto di L. Di Francescantonio &#8220;Allevamento, agricoltura, caccia e pesca nel territorio di Diano Castello&#8221;, in D. Gandolfi e A. Sista (a cura di), <em>Diano Castello. Arte, storie, cultura e tradizioni di un borgo ligure</em>, ed. Comune di Diano Castello, novembre 2016, pp. 51-62), ove a p. 55 si nominano Giacomo Navone e Agostino Bianchi (inizi XIX secolo), per cui vi era memoria che Raffaele Rodino, di Diano, viaggiatore &#8220;illuminato&#8221; reduce dell’Egitto, avesse piantato nel 1399 una coltivazione di canna da zucchero nella piana di San Siro, dove il Navone aveva poi ancora visto i canali che servivano all’innaffiamento della canna. Venne realizzato anche un molino a zucchero sulla sinistra del torrente (è il Varcavello), ove poi c’è stata la trasformazione in molino e frantoio ad acqua. Il sito esiste ancora, per quanto si ricordi&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Diversità culturali, incontri in cucina</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 09:22:04 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22175" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/canditi2.jpg"><img class="size-medium wp-image-22175" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/canditi2-300x225.jpg" alt="frutta candita" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">frutta candita</p></div>
<p>Oggi, per molteplici e note ragioni, la nostra cultura prova per il mondo arabo un sentimento ambivalente. Tuttavia l’apporto islamico all&#8217;Europa d’età medievale (secoli XI-XIII<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/XIII_secolo">)</a> fu intenso in molteplici direzioni, e coinvolse arte e architettura, chimica e medicina, agricoltura, astronomia, matematica, musica, linguaggio, tecnologia, tessitura&#8230; Di precipuo rilievo, poi, in Europa s’affermarono le traduzioni arabe di antichi testi classici greci, fra cui quelli del filosofo Aristotele. Tanto che secondo alcuni il cosiddetto Medioevo islamico espresse una netta preminenza in termini di progresso civile, scientifico e culturale&#8230;</p>
<h2>L&#8217;eredità araba nella cucina ligure</h2>
<p>Ma <strong>chi si occupi di storia dell’alimentazione sa – senza stupirsene &#8211; che dagli arabi è anche provenuta alla nostra cucina un’importante messe di ingredienti e d’usi</strong>: la pasta (anche ripiena, fritta…) * , gli agrumi, la canna da zucchero (che fra l’altro addolciva i “sherbet” di neve dell’Etna), l’attitudine per la frutta secca, per le spezie, per l’alambicco da distillazione, le tendenze all’agrodolce, e forse lo stesso biancomangiare, quella crema di latte e mandorle macinate che oggi risulta contemporaneamente estinta e superstite. Mandorle che non a caso ritroviamo anche nei marzapani e torroni (ieri, come al presente, dolci da banchetto e da festività).</p>
<h2>Liguria, terra di agrumi</h2>
<p><strong>La Liguria fu a lungo terra di agrumi</strong>, che non di rado i coltivatori avviavano verso Genova per la trasformazione. Verso la fine del ‘400 in città erano attivi 67 laboratori artigianali di canditura, che facevano capo ad una Consorteria dal rigoroso statuto, creatasi nel 1487 anche per normare il settore. A livello etimologico, non si può prescindere dall’arabo qandi, parola che allude al succo di canna da zucchero concentrato dentro cui le frutta si schiariscono. E durante il Medioevo venne in voga anche il verbo confettare, esteso anche a quei semi d’anice o finocchio che, zuccherati, aprivano o chiudevano i banchetti…</p>
<p>Nel dicembre del 1548 il principe Filippo d’Austria, partito da Genova alla volta di Milano, sostò nel castello di Gavi dove (seguiamo lo storico genovese Luigi Tommaso Belgrano) gli venne imbandito un lauto rinfresco ufficiale – ergo espressamente a cura della Repubblica di Genova – che sciorinò <strong>zuccate, pignolate, cotognate, paste di persiche, confetti e susine di zucchero preparate dalle monache di San Silvestro</strong>.</p>
<h2>Genova e l&#8217;arte della canditura</h2>
<p>L’arte di candire squisitamente le frutta, e di cristallizzare fiori quali le violette (celeberrime quelle di <strong>Villanova d’Albenga</strong>) ** , fu riconosciuta a Genova perfino da Denis Diderot e Jean-Baptiste D’Alembert, i quali menzionarono nella loro innovativa Encyclopédie la perizia degli speciarii/confiseurs genovesi. Prosperarono via via, dunque, botteghe altamente specializzate, fra cui <strong>Romanengo</strong>, “tempietto sacro alle dolcezze palatine e alle ore del giubilo”, il quale ormai s’avvia a compiere 245 anni di vita aziendale, e grazie al quale i ricercatori – sempre in cerca di brogliacci, ricette, bolle, fatture… &#8211; recuperano documentazione d’archivio  idonea a ricostruire parte dell’economia e dei commerci del tempo *** .</p>
<p>Nel 1838 operavano a Genova ancora 34 fabbriche confettiere, dialogando anzitutto con Grasse, la città dei profumi&#8230;</p>
<h2>La cuciniera genovese di GioBatta Ratto: un mondo di dolcezze</h2>
<p>Nel 1863, ovvero 28 anni prima dell’Artusi, viene data alle stampe <strong>“La cuciniera genovese” di GioBatta Ratto</strong>, opera che avrà un radioso futuro di ristampe e alla quale Ligucibario® ha ripetutamente dedicato spazi, preferendola a quella di Emanuele Rossi del 1865. Fra le dolcezze coerenti a quanto andiamo approfondendo vi compaiono pasticcini con la marmellata (i “cobeletti”), budini “biancomangiare” (ricetta n. 439), caramellati, anicini, croccanti, ciambelle di pasta di mandorle (“canestrelletti”), numerosi “quaresimali”, numerosi biscotti **** , alcuni canditi, varie frittelle, e una cornucopia di torte (d’arancio, di mandorle…) a cui talora non far mancare spezie… Questo bendidio ovviamente si arricchiva a Natale (ma anche a Capodanno e all’Epifania) del <strong>pandöçe</strong>, molto amato e corroborante, ricetta a base di pasta madre, precedente al panetùn di Milano, tanto che alcuni scomoderebbero come ascendenza il Paska, un “rito” persiano dalle molte analogie, fra cui ancora una volta la frutta secca e candita…</p>
<p>Nella celebre Inchiesta agraria Jacini (1877-1886), tesa ad inquadrare esaustivamente lo status quo dell’agricoltura italiana, e talora le miserande condizioni della classe contadina, si scopre poi come <strong>a Savona si fosse insediata nel 1877 un’importante impresa la quale trattava frutti da cui si confezionavano canditi assai esportati, si trattava evidentemente di chinotti</strong>, che fra l’altro avevano meritato riconoscimenti alle Expo di Parigi e Philadelphia (1876)… L’etimo dell’agrume rinvia alla Cina, da cui provenne grazie ad un navigatore savonese del ‘500. L’impresa era la Silvestre-Allemand, francese in quanto fondata nel 1780 ad Apt, nella Vaucluse (oggi regione PACA), non lontana da Avignone. Anche per questa vicenda rimando il lettore a Ligucibario®, <a title="ligucibario chinotti di savona" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/chinotti-di-savona/" target="_blank">qui il link diretto</a>.</p>
<p>* i primi pastifici a Palermo furono arabi, la dominazione in Sicilia durò quasi 3 secoli, dalla progressiva conquista nel periodo 827-902 sino alla resa di Noto dinanzi ai normanni nel 1091…</p>
<p>** ma, come noto, si possono candire anche verdure, semi…</p>
<p>*** …ma Romanengo già a metà ‘800 vantava gloriosi trascorsi. Antonio Maria avviò l’attività con una bottega di droghe e coloniali in via della Maddalena. Due figli avviarono poi due botteghe in Campetto e un laboratorio per frutta candita e confetti – genere in cui la città, come detto, eccelleva – nonché per sperimentare le innovazioni dei chocolatiers d’Oltralpe. Nel 1829 Pietro Romanengo registrò in Camera di Commercio ed Arti la “Pietro Romanengo fu Stefano”, e a metà Ottocento si restaurò la bottega di Soziglia del 1814, autentica perla che per struttura e arredi rivaleggiava coi concorrenti parigini (ed è oggi non a caso meta di visite guidate)</p>
<p>**** antichissima (1593…) l’usanza dei ”Lagaccio”, che origina un biscotto tagliato di sbieco, profumato dai semi di finocchio tritati finemente, salubre e assai conservabile</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/umberto-curti-luisa-puppo/" target="_blank">Umberto Curti</a><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com/diversita-culturali-incontri-in-cucina/">Diversità culturali, incontri in cucina</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com">Ligucibario</a>.</p>
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