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	<title>Ligucibario &#187; tavola bronzea</title>
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		<title>Mia cara Sampierdarena</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2026 08:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/buranello_gallino_giovanni_rebora_27052026_.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-30130" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/buranello_gallino_giovanni_rebora_27052026_-212x300.png" alt="buranello_gallino_giovanni_rebora_27052026_" width="212" height="300" /></a></p>
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<p><em>Mercoledì 27 maggio alle ore 17, presso la Sala Blu del Centro Civico Buranello – Biblioteca Civica Gallino di Genova-Sampierdarena, si terrà l’incontro “La civiltà della forchetta. Giovanni Rebora, cibi, comunità”. L’appuntamento, a cura di Umberto Curti, è dedicato alla figura di Giovanni Rebora, tra i principali studiosi italiani della storia dell’alimentazione. In forma di dialogo con Federico Rebora, l’incontro ripercorre il profilo umano e professionale del Professore, intrecciando ricerca storica, memoria familiare e cultura del territorio. Un’occasione per ripercorrere anche la Sampierdarena del Novecento e le sue antiche trattorie, tra memoria urbana e identità popolare.</em></p>
<p>Un filosofo vissuto tra Otto e Novecento, che conobbi &#8211; ahimé una vita fa &#8211; quand&#8217;ero liceale, scrisse che &#8220;l&#8217;origine è la meta&#8221;.<br />
Mio padre Alfredo Curti, sampierdarenese doc (era nato nel 1915 * in via G.B. Monti), dopo una vita a tratti avventurosissima, che lo condusse anche tra gli indios del Mato Grosso * , è sepolto nel cimitero della Castagna di Sampierdarena, ove sovente salgo a fargli visita. Il suo lungo viaggio ebbe una circolarità che lo ricondusse dond&#8217;era salpato.</p>
<p>Forse è quest&#8217;origine paterna, mista ad un poco di nostalgia, il cordone ombelicale che mi lega stretto stretto a Sampierdarena. E quando gli impegni me lo consentono, mi reco là a far la spesa il sabato mattina, con Luisa Puppo, ho i miei favolosi &#8220;pusher&#8221; &#8211; da Via Dottesio a Via Rolando &#8211; di teste in cassetta, di tortine Sacher, di gnocchi col pesto&#8230; Senza tessuto commerciale, i luoghi via via si spengono, ed è impressionante constatare quanto ciò si riveli quando ormai è troppo tardi.</p>
<h2>Civiltà della forchetta. Giovanni Rebora, cibi, comunità</h2>
<p>Mi rende dunque molto felice, <strong>mercoledì 27 dalle h 17.00</strong>, <strong>rievocare &#8211; insieme al figlio Federico</strong> &#8211; la figura del <strong>Professor Giovanni Rebora</strong> (1932-2007), insigne studioso di storia medievale ed agraria. Rebora infatti era sampierdarenese, forse &#8211; come lo sentii dire &#8211; con ascendenze verso quei Langenses menzionati nella <a href="https://www.ligucibario.com/tavola-bronzea-io-turista-nella-mia-citta/" target="_blank">Tavola Bronzea</a>, ed era un paladino delle autenticità e un avversario delle retoriche.<br />
<strong>&#8220;Civiltà della forchetta. Giovanni Rebora, cibi, comunità&#8221;</strong> è l&#8217;evento presso la <strong>Sala blu del Centro Civico Buranello</strong> (in Via Buranello, ingresso anche da Via Nicolò Daste) che abbiamo ideato per conversare di storie, di luoghi, di abitudini, di piatti, di vini, anche e preziosamente ispirandoci alla produzione saggistica di Rebora ** , uno storico dell&#8217;alimentazione che &#8220;rinnovò&#8221; una disciplina e a cui dobbiamo molte intuizioni. <a href="https://www.ligucibario.com/storia-alimentazione-identita-ligure-curti-rebora/" target="_blank">Storia dell&#8217;alimentazione e identità ligure attraverso lo sguardo di Giovanni Rebora</a> sono il tema di un approfondito articolo (con video) che ho pubblicato qui su Ligucibario®.</p>
<h2>Sampierdarena nel Novecento: vita quotidiana, cultura popolare e trattorie storiche</h2>
<p>Ma anche un evento per ripercorrere, con sintesi suggestive, la <strong>Sampierdarena delle trattorie</strong>, dal &#8220;Toro&#8221; alla &#8220;Gina&#8221;, i report gastronomici di Mario Soldati, le atmosfere e gli aneddoti di una stagione che talvolta pare ancora vivissima. Le <a href="https://www.ligucibario.com/sampierdarena/" target="_blank">antiche trattorie di Sampierdarena</a> furono nel 2019 protagoniste di un partecipato incontro da me tenuto presso la Biblioteca Civica Berio.<br />
Quest&#8217;articolo non vale dunque solo da invito all&#8217;incontro di mercoledì 27. A quei Lettori di Ligucibario® (che da tanti anni non sono poi pochi) i quali non la conoscessero a fondo, suggerisco anche una visita non frettolosa a Sampierdarena, che saprà incantarvi con le sue ville storiche, i portici di Via Cantore, le mille botteghe, e qualche crêuza superstite verso le alture &#8220;fortificate&#8221;. Buona passeggiata!</p>
<p>* all&#8217;epoca Sampierdarena era ancora Comune autonomo. Fu annessa alla &#8220;Grande Genova&#8221; in epoca fascista (1926)<br />
** &#8220;Civiltà della forchetta&#8221; uscì edito da Laterza nel 1998. Si suggerisce anche la lettura di &#8220;Tagli scelti&#8221;, edito da Slow Food nel 2009<br />
<strong><a href="https://www.ligucibario.com/umberto-curti-luisa-puppo/" target="_blank">Umberto Curti</a>, </strong>Ligucibario®<strong><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/umbi-versa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25121" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/umbi-versa-245x300.jpg" alt="umbi versa" width="245" height="300" /></a></strong></p>
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		<title>Il Dizionarietto GAE di Umberto Curti (14)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 11:38:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/vecersio1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25385" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/vecersio1-300x203.jpg" alt="vecersio1" width="300" height="203" /></a></em></p>
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<p><em><br />
Il Dizionarietto GAE di Umberto Curti</em></p>
<p><em>Repertorio di termini e concetti ad uso degli allievi dei corsi GAE presso l’ente F.Ire di Genova.</em></p>
<p><em>Per approfondimenti si raccomanda anche la richiesta all’editore (<a title="umberto curti glossario sostenibilità e biodiversità" href="https://www.sabatelli.it/?product=biodiversita-e-sostenibilita-un-glossario" target="_blank">link qui</a>) del mio saggio “Sostenibilità e biodiversità. Un Glossario” (2023), che verrà spedito (<span style="text-decoration: underline;">gratuitamente</span>)in formato pdf…</em></p>
<p><em>Si suggerisce agli allievi l’uso di una buona cartina regionale, così da georeferenziare ove necessario quanto segue.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tutti i contenuti esplicativi che affiancavano i lemmi sono ora fruibili nel volume di Umberto Curti “Parole in movimento. Dizionario di territori, culture e sapori liguri per Guide GAE” </strong></p>
<p>Parte 14 (di 15)</p>
<p><strong>Strada bianca</strong>: indica una&#8230;</p>
<p><strong>Stregoneria</strong>: questa lugubre parola&#8230;</p>
<p><strong>Tavola bronzea</strong>: nel 1506 un&#8230;</p>
<p><strong>Tecci</strong>: essiccatoi (da&#8230;</p>
<p><strong>Terme di Genova</strong>: si trovano all’&#8230;</p>
<p><strong>Terroir</strong>: felice espressione&#8230;</p>
<p><strong>Titanio</strong>: un notevole&#8230;</p>
<p><strong>Tonnara</strong>: famoso sistema&#8230;</p>
<p><strong>Torbiera</strong>: ambiente scaturito&#8230;</p>
<p><strong>Torre d’avvistamento</strong>: luogo&#8230;</p>
<p><strong>Toso, Fiorenzo</strong>: linguista e&#8230;</p>
<p><strong>Transumanza</strong>: montegar…</p>
<p><strong>Trekking</strong>: attività escursionistica che&#8230;</p>
<p><strong>Trenino di Casella</strong>: suggestiva&#8230;</p>
<p><strong>Trezen</strong>: “rito” di&#8230;</p>
<p><strong>Truc</strong>: in piemontese&#8230;</p>
<p><strong>Turismo sostenibile</strong>: verosimilmente non&#8230;</p>
<p><strong>Vara</strong>: in una regione&#8230;</p>
<p><strong>Varni, Santo</strong>: scultore&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p><em>Per info sui corsi, ente F.Ire, piazza G. Matteotti 2/3b, 16123 Genova, tel. 010 9820702, formazione@entefire.it</em></p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25120" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia-275x300.jpg" alt="Umbi bottiglia" width="275" height="300" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Tavola bronzea, io turista nella mia città</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 13:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com/tavola-bronzea-io-turista-nella-mia-citta/">Tavola bronzea, io turista nella mia città</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com">Ligucibario</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25202" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/villa-dp-museo-archeo-pegli.jpg"><img class="size-medium wp-image-25202" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/villa-dp-museo-archeo-pegli-300x245.jpg" alt="museo archeologico di genova pegli" width="300" height="245" /></a><p class="wp-caption-text">museo archeologico di genova pegli</p></div>
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<p>Tavola bronzea, io turista nella mia città?</p>
<p>Domenica di inizio febbraio, ma temperatura mite mite, eccomi con Luisa salire il viale alberato di Villa Durazzo Pallavicini che, accanto alla stazioncina ferroviaria, conduce con lieve salita al <strong>Museo archeologico di Genova Pegli</strong>…</p>
<h2>Il Museo Archeologico di Genova Pegli</h2>
<p>Accolti dal personale con cortesia premurosa, che emozione per me ritornare dentro 100mila anni di storia e nei luoghi con cui via via nutrii nel 2011 il mio “<a title="umberto curti il cibo in liguria dalla preistoria" href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/" target="_blank">Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</a>” (ed. De Ferrari), un saggio che fu bellissimo scrivere, che ottenne tanti riscontri, e che avrebbe dovuto originariamente intitolarsi &#8220;Mezunemunius&#8221;, fra poco sarà chiaro il perché.</p>
<p>Entriamo (la Tavola Bronzea ci aspetta al secondo piano&#8230;), ed ecco tra gli altri “<strong>il Principe delle Arene Candide”, l’audace cacciatore quindicenne che 24mila anni or sono, nel Finalese, morì per la violentissima artigliata di qualche animale, e fu sepolto con tutti gli onori. Ecco gli orsi (quasi vegetariani) che trascorrevano il letargo nelle caverne, ecco le anfore vinarie lungo le trafficate rotte Roma-Spagna, ecco la prima statua-stele rinvenuta (a Zignago, SP), con la sua scritta verticale in caratteri etruschi “mezunemunius”, ecco gli oggetti della vita quotidiana fra cui i mortai, immancabili, ecco il tesoretto di monete recuperate a Niusci, presso il tracciato su cui oggi sferraglia il trenino di Casella, ecco i ritrovamenti dalla necropoli di Kainua-Genova, emporio etrusco…</strong></p>
<div id="attachment_25203" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/orso-speleo.jpg"><img class="size-medium wp-image-25203" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/orso-speleo-300x225.jpg" alt="resti di orso speleo" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">resti di orso speleo</p></div>
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<h2>La Tavola Bronzea del Polcevera</h2>
<p>E poi eccola, lei, la <strong>Tavola Bronzea del Polcevera</strong>, rinvenuta là dove correva la via Postumia, verso Libarna e Derthona, verso le “autostrade” del Po dirette ad Aquileia e all’Adriatico… Una tavola del 117 a. C. (cm 47,5&#215;37,5), prima testimone del latino in Liguria, rinvenuta da un contadino in un torrentello nel ‘500 (al <a href="https://www.youtube.com/watch?v=a0mNjzePvUQ&amp;list=PL6sEtQOf4zSWk9vYoTrw3WwFpbNGuyN3I&amp;index=10" target="_blank">ritrovamento della Tavola Bronzea</a> è dedicato uno dei video di &#8220;Assaggi di Medioevo&#8221;, il progetto che ho curato per Biblioteca Civica Berio di Genova nel 2024), ivi condotta da un moto franoso. E nel 1978 restaurata pulendo nerofumo e grassi. La Tavola Bronzea – nella puntuale traduzione di Giulia Petracco Sicardi, riecco un mio lontano ricordo universitario&#8230; &#8211; oltre a riportare la prima menzione circa la <em>via Postumia</em> cita una sentenza d’arbitrato emessa a Roma per regolare una disputa territoriale fra <em>Genuates</em> e <em>Viturii Langenses</em> e sfociata nell’obbligo di un pagamento in vino locale, ovvero un <em>vectigal</em> – entrata erariale &#8211; sotto forma di “baratto”.</p>
<div id="attachment_25238" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/tavola-bronzea.jpg"><img class="size-medium wp-image-25238" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/tavola-bronzea-300x233.jpg" alt="Tavola Bronzea del Polcevera" width="300" height="233" /></a><p class="wp-caption-text">La Tavola Bronzea del Polcevera (photocredits www.museidigenova.it)</p></div>
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<p>La Tavola Bronzea svela la <strong>lingua parlata a Genova all’epoca</strong> (la latinizzazione sta concretamente entrando nell’onomastica) ed uno <strong><em>ius</em> ancora autoctono</strong> rispetto alla successiva romanità della <em>villa</em>, dal quale si evince una suddivisione delle terre in <strong><em>ager publicus</em>, <em>ager privatus</em> e <em>compascuus</em></strong> (terreno da pascolo, fienagione e legnatico, policentrico, su crinali spartiacque, che svolse non di rado funzioni sociali e cultuali), ed è evidente come dalla proprietà pubblica siano via via socioeconomicamente derivate, molti secoli più tardi, le comunaglie, terreni con bosco e pascolo messi a disposizione di famiglie o individui dietro versamento annuo di un modico canone. Erano punteggiate di <strong>casoni in pietra a secco</strong> (<em>caselle, casette, bàreghi, supenne, cabanei</em>…) per il ricovero soprattutto degli attrezzi, costruzioni di cui ancora rinveniamo esempi, già meticolosamente indagati dagli etnologi, fra cui il compianto Pietro Scotti. Caselle punteggiano ad esempio anche monte Bignone, sopra Sanremo.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/04/022.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20346" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/04/022-225x300.jpg" alt="022" width="225" height="300" /></a></p>
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<h2>Sulle tracce della Via Postumia</h2>
<p>Circa poi la <strong><em>via Postumia</em></strong>, l’<em>Itinerarium Antonini</em> e la <em>Tabula Peutingeriana</em> indicano <strong>tra Genova e Libarna una distanza di 36 miglia</strong> (circa 50 km), riesce <strong>oggi difficile seguirne lo sviluppo</strong>, la zona si presenta accidentata e ha subìto molte trasformazioni, e la <em>Postumia</em> a tratti fu verosimilmente poco più che uno stretto sentiero, priva di ponti, con pendenze molto variabili per economizzare su tornanti ed altro, tra paesaggi giocoforza mutevoli. Fatta realizzare dal console Spurio Postumio Albino, essa riproponeva nel tratto a monte una pista già battuta da mercanti liguri e forse anche la medesima percorsa sia dal console Quinto Minucio Rufo, allorché nel 197 a. C. schiacciò i Liguri dell’Oltregiogo fino a Casteggio, sia dal console Quinto Opimio nel 154 a. C., allorché guidò truppe da Piacenza (importante intersezione con la <em>Aemilia Lepidi</em>) a Genova per raggiungere Nizza. I tempi erano quanto mai inquieti. Oggi se ne ragiona solo in via ipotetica ma la <strong><em>Postumia</em></strong>, “strada di arroccamento” per congiungere le colonie cisalpine create al fine di contrastare le locali tribù ribelli, indiscutibilmente <strong>accelerò il processo di romanizzazione dei territori interni toccati dal suo tracciato, ovvero apportò tecnologie e tipi di produzioni romane, usi romani e riti romani</strong>. Il proposito ampio di unire il Tirreno all’Adriatico veicolò inoltre progetti di nuovi centri e “risistemazioni”, anche per facilitare i movimenti delle truppe e delle navi. La <em>Postumia</em> riacquistò poi importanza allorché Genova e Milano nel III-IV secolo d. C. ebbero profondamente bisogno l’una dell’altra relativamente alla compravendita d’olio (dall’Italia meridionale e dall’Africa settentrionale) e di granaglie. In tal senso, <strong>alla vigilia e poi all’inizio dell’apocalisse barbarica</strong> &#8211; che obliterò molte vite e <em>villae</em> &#8211; , aree ospitali dell’Appennino, quali ad es. San Cipriano presso Serra Riccò, non a caso si ripopolarono, e le fasce terrazzate consentirono alcune delle coltivazioni ormai usuali in Liguria. Attraverso la <em>Postumia</em>, all’inizio del V secolo, fu ricondotta al <em>magister militum</em> Stilicone la figlia Termanzia, moglie ripudiata dall’imperatore Onorio. E del resto moltissime mulattiere diventarono durante il medioevo le vere vie di riferimento…</p>
<p>Tavola Bronzea (e molto altro). Con Luisa termino infine la visita ed esco, con un po&#8217; d&#8217;attenzione occorrono circa 3 ore. Una parte di me farebbe dietrofront e rientrerebbe subito, per ricominciare.</p>
<p>E’ stato un pomeriggio meraviglioso, da turista che esplora la propria città? Perché no? Quanta archeologia, in Liguria! Una visione d&#8217;insieme saprà indurre un marketing che finalmente ne faccia quasi un prodotto turistico a sé, dai Balzi Rossi a Luni?<br />
Poiché ormai rapidamente imbruniva, non restava che coccolarsi un po’ con una cioccolata calda al bar “Amleto”, dirimpetto al mare, luogo di cortesia e cose buone (dolci e salate). Chapeau.</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25120" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/Umbi-bottiglia-275x300.jpg" alt="Umbi bottiglia" width="275" height="300" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Cenni per una storia della Liguria e di Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 10:28:25 +0000</pubDate>
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<p><strong>Cenni per una storia della Liguria e di Genova</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1)Origini, preistoria/protostoria</p>
<p>I Liguri sono uno dei più antichi popoli del Mediterraneo (culla di civiltà), e al contempo sono assai remote le prime testimonianze circa una presenza dell&#8217;uomo in Liguria. Tuttora si dibatte se si trattasse di una popolazione indoeuropea, casomai imparentata con popolazioni celtiche antiche, o preindoeuropea (glosse, relitti linguistici e toponomastica includono la lingua ligure fra le preindoeuropee di tipo mediterraneo). In termini – diremmo oggi – di melting pot, nel VI secolo a. C. coloni greci di Focea, in Asia Minore, avevano fondato Massalia (Marsiglia), e intorno al IV secolo si insediarono poi sul territorio “ligure” altre tribù celtiche e fenicie, contatti che ci ostacolano precise ascendenze etniche…</p>
<p>Liguria deriverebbe da un monema lig, che significherebbe luogo acquitrinoso, palude, golena, pantani stagnanti poco abitabili (lig originerebbe anche il toponimo francese Livière). Ma in effetti una terra definita dai diversi primi autori anche sassosa, sterile, aspra, o coperta di alberi da abbattere, quindi sempre inospitale, sempre un’orografia antitetica alle agricolture… “Schiacciata”, ieri come oggi, tra Alpi/Appennini da un lato e coste rocciose dall’altro (il Mar Ligure raggiunge rapidamente profondità superiori ai 1.000 m), con l’eccezione di alcuni arenili più ampi a Ponente e della sempre fertile piana d’Albenga, dove “convergeva” l’acqua di vari torrenti che poi vennero chiamati Pennavaire, Neva, Arroscia, Lerrone.</p>
<p>Durante il Paleolitico, il periodo dell&#8217;uomo cosiddetto di Nearderthal e dei cacciatori di orsi, in Liguria vivevano il cervo, lo stambecco, il camoscio, il capriolo, l’uro (estinto), il bisonte, l’ippopotamo, l’alce, il mammuth e il leone. Qui come in altre zone d’Italia, quali ad esempio la Puglia e la Sardegna, sebbene sia ormai difficile immaginarlo.</p>
<p>I primi Liguri lasciarono traccia di sé nella grotta del Cavillon ai Balzi Rossi a Grimaldi, oggi confine francese; nel territorio dell’attuale Sanremo; nel Loanese-Finalese (grotta delle arene candide (a), val Ponci←vallis pontium…) oltre che a Toirano; e, in misura minore, in altre località di levante (grotta dei colombi all’isola Palmària, l’unica non marina dell’arcipelago…).</p>
<p>Nelle grotte lungo il torrente Pennavaire, che dà nome alla valle tra Zuccarello e Cantarana, ovvero le aree ingauna e ormeasca, sono stati ritrovati residui umani risalenti fino al 7.000 a.C. Via via scavi mirati e accurati, presso i Balzi Rossi e altri siti, hanno restituito agli archeologi molti materiali, tra cui resti fossili, importanti per comprendere l&#8217;alimentazione del tempo, sepolture con oggetti di corredo (il medico Emile Rivière aveva scoperto la prima alla grotta del Cavillon alla fine di marzo del 1872), ed inoltre talune fra le prime espressioni d&#8217;arte conosciute in Italia e nel bacino mediterraneo, si pensi anche alle circa 40mila incisioni rupestri di Monte Bego nella valle delle Meraviglie, risalenti all’età del rame/bronzo. Alla successiva età del ferro o poco prima (Neolitico) risalgono anche i castellari, stazioni fortificate dove poter vivere sorvegliando e fronteggiando i passaggi nemici, e le straordinarie (enigmatiche) statue-stele oggi riunite nel Museo del Piagnaro a Pontremoli, in Lunigiana (la prima statua stele giuntaci venne rinvenuta nel 1827 a Novà di Zignago (SP), e reca l’iscrizione etrusca “mezunemunius”). E’ certo che quei Liguri abitassero una regione molto più estesa dell’attuale, quantomeno dall’Arno al Rodano→Ebro, come è stato scritto (b). Tuttavia, nel ‘300 l’Alighieri, valutando anzitutto l&#8217;aspetto linguistico-dialettale, parlerà della Liguria come di una regione compresa tra il “trofeo d&#8217;Augusto” (La Turbie) ad ovest, Lerici ad est, e lo spartiacque alpino-appenninico. Il patrimonio archeologico ligure compone un fil rouge trasversale, che in termini turistici attende da sempre una compiuta valorizzazione d’insieme.</p>
<p>(a) celebre per il rinvenimento della sepoltura di un “giovane principe”, un cacciatore del Paleolitico superiore deceduto circa 15enne per via di un forte colpo al volto, e seppellito nella cavità con gli onori che si tributano ad un capo, accompagnato da un cospicuo corredo.</p>
<p>(b) per ulteriori approfondimenti, vedi ad es. Umberto Curti, “<em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</em>”, ed. De Ferrari, Genova, 2012…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2)Romanizzazione</p>
<p>La Liguria, ancora tribale e “primitiva” due secoli e mezzo prima di Cristo, suddivisa in gruppi apuani, ingauni, intemelii ecc., praticanti una modesta economia agro-pastorale (integrata da caccia e pesca) ma bellicosi, fu quindi conquistata dai Romani, potenza per natura espansiva. Per quanto attiene a Genova, il nucleo pre-romano fu la rupe di Sarzano, sorta poi di oppidum sopra il navigatissimo seno del Mandraccio, oggi la “collina di Castello”.</p>
<p>Durante la prima guerra punica (238-235 a.C.), a seguito dell&#8217;alleanza di alcune tribù liguri – ma mai i Genuates! &#8211; coi Cartaginesi e coi Galli contro Roma, i Romani dovettero superare molte difficoltà per assicurarsi il controllo del territorio, che pian piano divenne – malgrado la guerriglia di gruppi liguri rimasti “autonomi” – la IX Regio augustea. Dopo le distruzioni del 205 a.C. provocate dai Cartaginesi di Magone Barca – fratello minore di Annibale &#8211; nel corso della seconda guerra punica, si verificò nell’attuale area di Genova una spinta abitativa a nord ed est, &#8220;popolando&#8221; quelle prime alture che (la storia si ripete “curiosamente”) molti secoli dopo divennero i luoghi di villeggiatura della nobiltà cittadina in fuga dalla calura.</p>
<p>Apuani e ingauni, nel corso della conquista romana, vennero ripetutamente massacrati e deportati (182-180 a.C.). Tuttavia, solo con la costruzione delle grandi strade romane (ovvero 1.la via Julia Augusta da Vada al Var in Provenza; 2.la via Postumia, da Derthona (Tortona) a Genova (visibili alcuni resti di Libarna), che collegava il mare alla Padania e alle “autostrade” direzionate all’Adriatico; 3.la via Aemilia Scauri, da Luna a Vada e a Derthona), i Romani poterono finalmente assicurarsi la sottomissione e il controllo definitivo della regione posta tra Pisa/Magra a levante e Roja/Aquae Sextiae (oggi Aix-en-Provence) a ponente, rafforzandone l&#8217;unità territoriale ed incrementando gli scambi ed il business dei commerci. I Romani confermarono, per così dire, come principali città Albintimilium (Ventimiglia), di cui rimangono significativi monumenti; Albingaunum (Albenga), anch&#8217;essa ricca e splendida, area agricola su cui giunsero subito ad insediarsi facoltosi coloni, e che “dialogava” con Aquae Statiellae e Alba Pompeia; Vada Sabatia (Vado Ligure), scalo come oggi di valenza portuale; Ad Navalia (Varazze) dove i conquistatori ricavavano dal Beigua tronchi per costruire la flotta mercantile e militare; Genua (da un etrusco Kainua, Genova), emporio per l’import ed export sin dall&#8217;epoca etrusca, scalo delle “portacontainer” che trasferivano merci &#8211; ad es. vini e olii &#8211; sulle rotte da Roma alla Spagna, e ritorno (c). E infine la bella marmorea Luna (Luni), il porto a forma di luna, da cui salpavano anche formaggi di pregio, verosimilmente ovini e rotondi, di cui parla in un epigramma il salace poeta Marziale («caseus etrusca signatus imagine Lunae praestabit pueris prandia mille tuis», il cacio contrassegnato dal simbolo etrusco di Luni procaccerà mille pasti ai tuoi fanciulli/servi), vissuto nel I secolo d.C..</p>
<p>(c) nel 1506 un contadino della val Polcevera, tal Agostino Pedemonte, ritrova presso Serra Riccò (GE), nel rio Pernecco, ivi portata da un moto franoso, una tavola di bronzo, che poi verrà datata al 117 a.C., contenente un testo in latino. Si tratta di un arbitrato emesso da magistrati a Roma per dirimere la contesa fra “Genuates” (Genovesi) e “Viturii Langenses” (abitanti di Langasco, in val Polcevera). Questi ultimi dovranno pagare un vectigal, una sanzione (in grano e vino) onde poter fruire del compascuus, ovvero il terreno pubblico su cui far pascolare le mandrie ecc.. La tavola bronzea, restaurata alcuni decenni or sono e oggi visibile al Museo civico archeologico di Genova Pegli, è la conferma di come in zona – lungo l’importante via Postumia… &#8211; si praticasse al tempo già anche la viticoltura (ed oggi la val Polcevera è una delle 8 DOC vinicole liguri…)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3)Epoche “barbariche” ed Alto Medioevo</p>
<p>Caduto via via l&#8217;impero romano, il territorio ligure fu ovvia e ambita meta delle invasioni barbariche, dei Visigoti di re Alarico (morto nel 410), degli Eruli di Odoacre (morto nel 493) e dei Goti di Teodorico (morto nel 526)… Genova fu certamente e precocemente sede vescovile, come si evince – leggendo gli Acta Concilii &#8211; dalla presenza di Diogene (con funzione anti-arianesimo) al Concilio d&#8217;Aquileia del 381, un sinodo “politicamente” decisivo per la Cristianità. Conquistata dall’audace e abile generale Belisario, la Liguria di fatto fu poi bizantina. I bizantini, che abitavano i “resti” dell’Impero romano d’oriente, per l&#8217;importanza dei suoi porti la tennero a lungo, difendendo anzitutto la costa contro le mire esterne. In seguito e per un paio di secoli fu dominata anche dai Longobardi “di Rotari”, che naturalmente applicarono l&#8217;editto di Rotari (643) e permisero la fondazione di diverse abbazie, dato che molti monaci – in primis poi i benedettini &#8211; erano agronomi e speziali di grande cultura (è di pochi decenni antecedente all’editto di Rotari l’insediamento dell’irlandese Colombano a Bobbio, e si suppone che l’editto, un corpus di norme per dirimere controversie, sia stato redatto proprio nello scriptorium di Bobbio, dove si fabbricavano anche pergamene…). Non si devono figurare le calate barbariche sempre in forma di scorrerie selvagge: i nuovi venuti “scendevano” sovente con famiglie e bestiame, per insediarsi e campare stabilmente.</p>
<p>Il porto di Genova divenne porto franco, e si sviluppò nei retrostanti entroterra la coltivazione a terrazze, ovvero fasce sostenute da muretti a secco (quest’arte appartiene oggi al patrimonio UNESCO), mentre riprendevano alcuni commerci.</p>
<p>Presa poi dai Franchi, che avevano sconfitto alle chiuse in val di Susa i Longobardi nel 773-774, la Liguria subì anche ripetute aggressioni saracene e normanne. Tali razzie comportavano anche stupri e rapimenti, impattavano gravemente sul morale e l’economia locale, e indussero molte località “in prima linea” ad erigere strutture e torri di avvistamento sugli arenili, di cui talora ci resta traccia. Sconfitti o quantomeno fronteggiati i Saraceni (nel 952 venne distrutto l’avamposto del Frassineto – La Garde-Freinet &#8211; in Provenza e quindi la minaccia islamica che da alcuni decenni tormentava anche Genova ne uscì notevolmente diminuita), dopo il Mille le attività commerciali ripresero pian piano vigore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4)Medioevo e progressiva affermazione mercantile di Genova</p>
<p>Intanto la Liguria dei Franchi era stata divisa da Berengario II d’Ivrea in tre marche “fedeli”, da cui provengono le maggiori dinastie di quel tempo: l&#8217;Arduinica ad occidente, l&#8217;Aleramica al centro, e l&#8217;Obertenga (con Genova e La Spezia) ad Oriente. Nei secoli XI e XII le marche sopracitate furono frazionate in feudi. Feudo deriverebbe da un franco/germanico fehu, ovvero possesso di bestiame.</p>
<p>È a questo punto (alquanto tranquillo) della storia ligure che in effetti Genova si afferma durevolmente, e più d’ogni altro centro ligure.</p>
<p>Elevata a rango di contea in epoca carolingia contro i Saraceni, i quali in varie occasioni la percorsero e ripercorsero con l&#8217;usuale puntualità (sino agli anni 931, 934, 945…), divenne successivamente, come detto, Marca Obertenga, cioè feudo dei marchesi Obertenghi. Lo stato di fatto, sin dal 958, consentì ai Genovesi molte prerogative di relativa libertà, dentro quelle cinte murarie che una dopo l&#8217;altra venivano issate a contrasto anzitutto degli Arabi. E&#8217; del 1056 l&#8217;autonomia cittadina grazie ad un accordo stipulato fra il vescovo e &#8211; appunto &#8211; i marchesi Obertenghi. Genova, pertanto, assurse a libero Comune che &#8220;aggregava&#8221; in sé le antiche <em>compagne</em> commerciali di rione; in tal senso, possiamo affermare che i Comuni sono stati null’altro che la prima forma forte di associazionismo. Tale indipendenza, unitamente al valore strategico delle sue coste ed ai valichi, consentì a Genova una prima significativa espansione verso occidente, ed alcune compagne poterono già schierarsi a fianco dei pisani, al tempo ancora alleati, nella navigazione del Mediterraneo centrale. Fu il preludio alle Crociate del XI secolo, che cominciarono a fruttare nuove relazioni e molteplici colonie d’oltremare. Genova nel 1091 insediò addirittura un mega-mercato a San Giovanni d&#8217;Acri. Al 1155 risalgono la celebre Porta Soprana e la cinta muraria eretta contro la minaccia di Federico Barbarossa, all’epoca un bellicoso 33enne, incoronato “re dei Romani”. Il governo della Sicilia fece ulteriormente di Genova l&#8217;emporio nodale del Mediterraneo, mentre ferveva l&#8217;escalation delle Maone, sodalizi privati (molto se ne è scritto anche recentemente) di carattere finanziario-politico grazie alle quali si realizzeranno poi le missioni &#8211; altrimenti inimmaginabili &#8211; per la presa di Ceuta del 1235, di Scio del 1347, di Cipro del 1373 e del 1402. C’est l’argent qui fait la guerre.</p>
<p>Dunque, sintetizzando un “riepilogo”, a seguito del consolidamento dell&#8217;organizzazione feudale, con la crescita del potere dei vescovi e dopo lo sviluppo dei liberi Comuni, Genova impose la sua preminenza – con le buone o le cattive &#8211; sulle altre comunità liguri. Nel 1254 riuscì a sottrarre pure Lerici all’influenza di Pisa e accrebbe il proprio controllo su quel Golfo, ma per quasi vent&#8217;anni, tra il 1256 e il 1273, il borgo della Spezia fu peraltro svincolato dal dominio genovese, poiché Nicolò Fieschi ne fece il centro di una propria ambiziosa ma effimera &#8220;signoria guelfa&#8221;, estesa da Lavagna a Sarzana, che ebbe termine con la conquista dell’ammiraglio Oberto Doria, il quale nello stesso tempo inviò vittoriosamente il fratello Jacopo contro i Grimaldi (Oberto è molto noto per aver comandato la flotta genovese nel trionfo della Meloria contro Pisa, sebbene affiancato dall’esperto Benedetto Zaccaria).</p>
<p>Genova incontrò le maggiori resistenze da parte dei Conti di Ventimiglia, dal Marchesato di Finale dei Del Carretto sottomesso solo nel 1713, da Savona in perenne lotta contro la filo-genovese Noli, e in alcuni momenti storici la sua supremazia sui territori fu necessariamente un po’ “a macchia di leopardo”…</p>
<p>Ma, partecipando attivamente alle Crociate (la nona ed ultima risale al 1272), poté diventare paladina baricentrica della Cristianità, così da ricavarne enormi benefici, assicurando la propria presenza commerciale e navale in tutto il Mediterraneo (divenuto intanto meglio navigabile in virtù dei progressi tecnologici delle flotte). Presso Caricamento affluivano non a caso tutte le merci che ora diremmo top di gamma, né è un caso che anche molte parole della gastronomia locale si leghino all’arabo, da buridda a bottarga, da mosciamme a scuccusun, o talvolta al francese, o al catalano… Le vittorie sul mare della Meloria contro Pisa (6 agosto 1284 con l’aiuto di 300 portorini), e della Curzola contro Venezia appena 14 anni dopo (1298), rinsaldarono la leadership genovese, ed anche la diarchia “ghibellina” Doria-Spinola, malgrado la terribile caduta di San Giovanni d’Acri (1291) in mano di un sultano mamelucco: Genova, che nel 1358 il Petrarca stesso andava definendo “Superba per uomini e per mura”, non a caso rimase la Repubblica marinara più potente del Mediterraneo dal XII al XIV secolo, una sorta di potenza pre-coloniale, nel 1252 emise il primo genovino d’oro, e “Ianuensis ergo mercator” (Genovese e quindi mercante) divenne espressione proverbiale, sebbene quel mercante si trasformasse poi progressivamente in banchiere, per godersi – meno temerariamente &#8211; finanze e palazzi, indirettamente “causando” il declino della città&#8230;</p>
<p>E&#8217; medievale anche l&#8217;ulteriore espansione urbana a ponente, dove oggi s&#8217;incontrano rispettivamente Ponte Monumentale, Piazza Fontane Marose (dal nome di una fonte “impetuosa”, forse vicina ad un postribolo), la Lanterna &#8211; edificata nel 1139 ma il cui attuale aspetto risale al 1543 &#8211; , Montegalletto.</p>
<p>Con l&#8217;eccezione di una breve parentesi sotto i Visconti, la Francia e il Sacro Romano Impero, e poi di nuovo sotto i Visconti, Genova riuscì a riguadagnare pieno prestigio sulla ribalta politica con l&#8217;ammiraglio Andrea Doria (Oneglia, 1466 &#8211; Genova, 1560), che sgominò la – famosa &#8211; congiura dei rivali Fieschi (filo francesi) nel 1547, conquistando il castello di Montoggio grazie all’assedio del capitano Lercari. E che soprattutto seppe avvicinarsi alla Spagna di Carlo V e di Filippo II e a nuovi successi (siglos de oro), tanto che Genova cedette al potere enorme di Venezia e alle fatali mire dei Savoia solo alla fine della propria parabola di Stato autonomo… Era peraltro sopravvissuta ad anni difficili sulla scena internazionale, basti pensare che nel 1453 Costantinopoli, pur difesissima da mura, dopo lungo assedio s’era arresa ai turchi che disponevano del cosiddetto “cannone ottomano” consegnando loro l’intero impero bizantino; nel 1463 il Banco di San Giorgio (il &#8220;sostituto&#8221; delle Maone) aveva ceduto a Francesco I Sforza la proprietà della Corsica, sempre ribelle e continuamente appetita dai catalani (gli Sforza gliela restituirono nel 1484); e nel 1522 era stata saccheggiata dagli imperiali francesi&#8230;</p>
<p>“Capitale” di un territorio aspro, Genova necessitava (ieri come oggi) di connessioni, mancavano ancora 3 secoli all’introduzione delle ferrovie&#8230; Nel 1585 fu dunque aperta la strada della Bocchetta, sorta di “via del sale” per collegare Pontedecimo e la val Polcevera con Voltaggio e la val Lemme (la strada due secoli dopo fu adattata dal doge Giovan Battista Cambiaso ai carriaggi, divenendo “via Cambiagia”, ma dal 1823 perse d’importanza per via della costruzione della regia strada dei Giovi). Nel 1630, inoltre, una nuova, poderosa cinta di difese dalla Lanterna e dalla foce del torrente Bisagno salì lungo i crinali, disegnando profili di fortificazioni che preludono alla vista d&#8217;oggi ed alla città attuale.</p>
<p>Il temperamento della città da offensivo scadde tuttavia a tendenzialmente difensivo, i grandi palchi della storia si allontanarono (accenneremo fra poco a Cristoforo Colombo, genovese ma al soldo della Spagna), fu l&#8217;epoca delle congiure, delle fortificazioni sulle alture, degli attacchi di Carlo Emanuele I di Savoia prima, e di Carlo Emanuele II di Savoia in sèguito. Nel 1684 Genova, sempre filo spagnola, resisté anche per dieci giorni all&#8217;atroce cannoneggiamento francese dal mare, finalizzato ad esaurirne le forze e deprimere la popolazione, finché il doge Francesco Maria Imperiale Lercari dové prostrarsi a Versailles dinanzi alla potenza transalpina. Proseguirono inoltre &#8211; dal 1729 fino al 1768 &#8211; le insurrezioni in Corsica (indotte anche da epidemie, da carestie, e dall’iniquo sfruttamento fiscale genovese), che trovarono non pochi sostenitori anche all&#8217;esterno. Al termine, la Francia poté infatti “estorcere” l’isola a Genova…</p>
<p>Quanto a Savona, sottomessa da Genova nel 1528, quella città fuoriuscendo dal Medioevo conferiva al soglio due Papi, e ancora a metà Cinquecento – pur sofferente, ma “caratterizzata” da clamorose apparizioni mariane… &#8211; recitava sia un ruolo portuale (nella rada di Vado stavano alla fonda centinaia di navi le cui àncore reggevano ai ricorrenti libecci e scirocchi), sia di link con Piemonte e Padanìa, come ben focalizzò anche lo Chabrol (funzionario napoleonico) 3 secoli più tardi&#8230; Traffici, equipaggi, truppe animavano dunque anche le stagioni savonesi… Compulsando le pagine dell’illustre cronista Giovanni Vincenzo Verzellino (1562-1638), addirittura scopriamo che al Corpus Domini del 1543 l’imperatore Carlo V, salpato da Barcellona con una flotta impressionante, giunse (nuovamente) sulla riviera. Accolto con tutti gli onori, visitò a cavallo la nuovissima fortezza, prima di ripartire per Genova, sodale com’era – lo abbiamo appena scritto &#8211; di Andrea Doria. E 5 anni più tardi fu Filippo II, sempre con una flotta impressionante, a sostare (3 giorni) a Savona, ospitato a pranzo dai notabili, devoto alle Messe nel Santuario (la Madonna era apparsa 16 anni prima), ma incline – per esigenze di sicurezza – a dormire a bordo delle proprie galere. Non possiamo conoscere i raffinati menu che allietavano tali momenti di rappresentanza, ma certo ricevette in dono “molte conserve di zucchero (ovvero confetture) e altre gentilezze”. All’occorrenza, non dovettero mancare neppur i vini, se pochi anni dopo il poeta Gabriello Chiabrera, oziando nelle sue campagne di Legino, cantava di vigne e di vendemmie (paradisi per la vista e il palato che, peraltro, anche l’erudito Nicolò Cesare Garoni “confermò” nella sua Guida storica economica e artistica della città, 1874)…</p>
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<p>5)Epoche moderna e contemporanea</p>
<p>Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo, “buscando el levante por el poniente” al soldo della corona spagnola, come noto scoprì l&#8217;America centrale (anziché le Indie) e successivamente, aprendosi quelle nuove rotte rivoluzionarie, cominciò per la Liguria e poi per Genova un periodo di decadenza. Acuitasi allorquando la Spagna stessa prese via via a soccombere dinanzi alle forze inglesi e olandesi (è del 1588 il tracollo della “invincible armada”, l’invincibile flotta spagnola vintissima dai colpi di Francis Drake, corsaro-politico, primo circumnavigatore inglese del globo…). Nel 1746 Genova fu occupata dagli Austriaci, e qui si collega il celebre episodio di Balilla (Giobatta Perasso), il giovinetto 11enne che a Portoria il 5 dicembre al grido &#8220;che l&#8217;inse!&#8221;, e scagliando un sasso, pare abbia incoraggiato la rivolta della città contro gli occupanti (alleati di Inghilterra, Olanda e Savoia, in un quadro confusissimo, contro Francia, Spagna, Prussia, Sassonia, Baviera e Regno di Napoli).</p>
<p>Nel 1805 la Liguria entrò a far parte dell&#8217;Impero napoleonico, furiosamente anticlericale (ma che talora inviò ottimi e lungimiranti funzionari, si pensi a Chabrol per Savona), e nel 1815 la regione fu poi annessa al Regno di Sardegna, sotto i Savoia (già possessori dal 1576 di Oneglia e dal 1736-1770 di Loano), per far infine parte dell&#8217;Italia unificata. Dopo i terremoti indotti dalle guerre bonapartiane, del resto, non v’era più spazio per staterelli e repubbliche che non fossero asserviti alle necessità delle potenze maggiori.</p>
<p>Peraltro la Liguria, com’è stato acutamente sottolineato, a differenza di tutte le altre regioni italiane non ha mai approvato l&#8217;annessione allo Stato sabaudo prima, e al Regno d&#8217;Italia poi, con plebisciti o altre forme di democrazia…  Tale annessione, sancita dal Congresso di Vienna e operativa dal 7 gennaio 1815, fu perciò illegittima perché avvenuta in violazione dello scopo stesso per cui era stato convocato il Congresso, ovvero ristabilire le sovranità esistenti prima del 1797, e per la ferma contrarietà del legittimo e sovrano governo della Repubblica di Genova… Significativamente, aggiungo io, i forti costruiti dai Savoia a &#8220;difesa&#8221; di Genova vedevano le cannoniere rivolte non verso l&#8217;esterno delle mura ma verso l&#8217;interno, ovvero la città.</p>
<p>Sia come sia, dopo un primo momento di pesanti contrasti fra gli ex nemici, culminato con duri scontri urbani e la sanguinosa “calata” dei bersaglieri, le complementarità territoriali, sociali ed economiche diedero frutti, e i rispettivi interessi affiorarono palesi così da unire liguri e piemontesi nella emergente tensione risorgimentale, ed in seguito nella prospettiva unitaria. Di fatto Genova, col suo porto leader nel Tirreno, si elevò anche a vertice del cosiddetto “triangolo industriale” Ge-Mi-To.</p>
<p>Sul piano storico l&#8217;Ottocento fu dominato proprio dalle azioni insurrezionali del Risorgimento, che portarono all&#8217;Unità d&#8217;Italia (1861) e alla breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), le quali ebbero come protagonisti tanti personaggi liguri: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Goffredo Mameli, Nino Bixio e molti altri patrioti irredenti. Tutto il secolo vide inoltre un intenso fervore imprenditoriale, agevolato anche dall’apertura del canale di Suez (1869) e dalla presenza a Genova di businessmen inglesi (che tra l’altro fondarono il Genoa cricket &amp; football club) e tedeschi. Attraverso l&#8217;Ottocento prese poi vita il vero piano regolatore, con la sistemazione delle attuali Piazza De Ferrari, Via XXV aprile, Via Roma, la ripida Via Assarotti e la circonvallazione a monte, dove cominciarono a trasferirsi i facoltosi proprietari delle abitazioni del centro storico, sempre gravate – anche per l’attività del porto &#8211; da problemi igienico-sanitari. Si definì inoltre la fusione con le popolose aree di Quezzi e Marassi e con Albaro e Sturla…</p>
<p>Si noti che questa urbanizzazione, e il conseguente “operaismo”, in qualche modo coincisero se non produssero la nascita a Genova, presso la sala dell’associazione garibaldina Carabinieri genovesi, del Partito socialista (1892).</p>
<p>Fece però da contraltare a quanto sopra la poderosa emigrazione di liguri verso le “Meriche”, in primis l’Argentina, segno di una povertà che costringeva a partire, in cerca di maggiori fortune, verso l’ignoto. Questi liguri lasciarono in patria radici che tuttora consentono ritorni, all’insegna di una bilateralità culturale profonda, biografie mestieri musiche, si pensi anzitutto al barrio della Boca di Buenos Aires e ad alcune ricette “condivise” attraverso l’oceano…</p>
<p>Il fascismo, salito al potere (con la marcia su Roma del 1922) sfruttando anche il malcontento del primo Dopoguerra che covò sulla cosiddetta vittoria mutilata, non poté mai posizionare Genova fra le città più “devote” alla sua causa. Risale peraltro al 1926 l’accorpamento con Genova di tanti Comuni fino a quel momento autonomi, fra cui Sampierdarena, “la Manchester d’Italia”. E un regio decreto aveva 3 anni prima accorpato a ponente anche Oneglia e Porto Maurizio, gli empori dell’olio, dando vita alla realtà amministrativa di Imperia.</p>
<p>Durante la seconda guerra mondiale la Liguria fu pesantemente bombardata, e infine dopo l’armistizio dell’8 settembre occupata per due anni, dall’autunno 1943 al 25 aprile 1945, dalle forze naziste affiancate dal residuo fascismo della RSI (Repubblica Sociale Italiana), forze contrastate dalle azioni dei partigiani nascosti sui monti liguri. Genova, costringendo alla resa il generale tedesco Meinhold e dunque autoliberandosi, meritò al termine di quella terribile guerra civile la medaglia d&#8217;oro resistenziale.</p>
<p>Seguirono gli anni del boom economico, e di un’industria sempre “pesante” più che pensante, la quale asservì interi quartieri. Più di recente, anche grazie a progetti specifici, a “concause” e a finanziamenti ad hoc (mundial calcistico di Italia90, Colombiadi, Giubileo, G8 nel 2001, Capitale europea della cultura 2004…), Genova è andata legittimamente orientandosi al turismo culturale, una vocazione che potrebbe, se ben gestita, compensare le crisi industriali e lavorative che da decenni affliggono una città non più Superba – per ovvie ragioni &#8211; come ai tempi del Petrarca, ma in cerca di nuovi ruoli…</p>
<p>E in un certo senso, come sempre è avvenuto, al “destino” di Genova si legheranno forse anche i destini di molte altre territorialità liguri…</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
<p>Suggerimenti bibliografici (in ordine alfabetico per cognome)</p>
<p>P.Baratono, <em>Genova misteriosa – Scene di costumi locali</em>, Genova, 1982</p>
<p>G.B.N. Besio, <em>Genova e la Liguria nella storia</em>, Genova, 1982</p>
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<p>G.V. Verzellino, <em>Memorie e uomini illustri della città di Savona (1885)</em>, 2 volumi, Bologna, 1974</p>
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		<title>Al Museo della Certosa</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 09:04:43 +0000</pubDate>
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<p>Al Museo della Certosa, un pomeriggio di metà dicembre&#8230;</p>
<p>Nessuno, davvero, può in questi anni imputarmi di aver trascurato la Val Polcevera… Ho trattato a lungo di Via Postumia nel mio “<a href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/" target="_blank"><strong>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</strong></a>”, ho raccontato anche in senso enogastronomico il (bellissimo) viaggio <strong>sul trenino di Casella</strong> che attraversa Sant’Olcese, ho dedicato un omaggio assai approfondito alla <strong>Bianchetta, perché la viticoltura locale è già testimoniata dalla Tavola Bronzea…</strong><br />
Lo sforzo di Ligucibario® si è infatti sempre rivolto alla tutela e alla valorizzazione delle risorse liguri, a maggior ragione quando – come in questo caso – i territori sono stati oggetto di brutali industrializzazioni, che hanno profondamente condizionato i loro assetti sociali ed economici.</p>
<p>Ma, per dir così, avvertivo che ancora qualcosa mi “mancasse”… E domenica, con Luisa, ho quindi <strong>visitato il MuCe, il museo della Certosa di San Bartolomeo, a Rivarolo, proprio a due passi dal capolinea di Brin della metropolitana</strong>.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/12/muce1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24864" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/12/muce1-300x225.jpg" alt="smart" width="300" height="225" /></a></p>
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<h2>Il Museo della Certosa</h2>
<p>E’ un luogo subito incantevole grazie al chiostro silenzioso, ed un luogo vivo, che non solo percorre la storia e le tradizioni &#8211; anzitutto contadine &#8211; della valle, con specifico riferimento agli attrezzi e oggetti del lavoro e della quotidianità, ma anche programma una serie di eventi per famiglie con bambini o per visitatori adulti.</p>
<p>Confesso, nelle 3 sale espositive del Museo della Certosa ho scattato una cinquantina di fotografie, affascinato da ciò che botti, arnie, <strong>magagli</strong>, vanghe, pentole, setacci, falci, culle ecc. ecc. mi svelavano. Le tecniche agricole, in vigna in uliveto negli orti, le fienagioni, gli allevamenti, i pascoli e la caseificazione del latte, la centralità del <strong>castagno</strong>, ovvero l&#8217;albero del pane, i modi di muoversi, di cucinare… Ho trascorso davvero un’ora di buon tempo, e mi permetto di suggerire la scoperta di quest’angolo appartato non solo a quei genovesi e liguri che ancora non lo conoscono, ma a chiunque abbia a cuore il concetto di genius loci, e – come me – veda nella memoria un viatico essenziale per orientarsi idoneamente all’avvenire…<br />
Buon Natale!</p>
<p>Per orari e informazioni sulla visita, 010 5579081 e <a href="https://www.museidigenova.it/it" target="_blank">www.museidigenova.it</a>.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-21488" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord-300x189.jpg" alt="smart" width="300" height="189" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Assaggi di Medioevo a Genova</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 08:12:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Genova “omaggia” con l’anno 2024 il Medioevo, programmando un calendario di iniziative e focus tutt’attorno ad una stagione storica che &#8211; troppo a lungo e iniquamente &#8211; fu tacciata di oscurantismo. In un millennio di grandi eventi (dal disfarsi dell’impero romano sotto i colpi dei “barbari” sino al 1492 della reconquista di Granada e di ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/assaggi-di-medioevo-a-genova/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22485" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a><p class="wp-caption-text">umberto curti durante le riprese in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova</p></div>
<p>Genova “omaggia” con l’anno <strong>2024 il Medioevo</strong>, programmando un calendario di iniziative e focus tutt’attorno ad una stagione storica che &#8211; troppo a lungo e iniquamente &#8211; fu tacciata di oscurantismo. In un millennio di grandi eventi (dal disfarsi dell’impero romano sotto i colpi dei “barbari” sino al 1492 della reconquista di Granada e di quelle clamorose scoperte geografiche che per primo associamo a Cristoforo Colombo), Genova, <em>more solito</em>, risultò fra i protagonisti, con un crescendo di capacità mercantili che valsero il detto “<strong>Ianuensis ergo mercator</strong>”, sin poi al Rinascimento e ai suoi <em>siglos de oro</em>… L’ammiraglio <strong>Andrea Doria</strong> (1466-1560), vissuto quasi cent&#8217;anni, seppe inoltre sagacemente allearla alla <strong>Spagna dell’imperatore Carlo V</strong>, mentre in tutta Europa proseguirono incredibili conquiste tecnologiche, geografiche, della scienza medica&#8230;, che davvero rivoluzionarono il vivere di tutti.</p>
<p><strong>Umberto Eco</strong>, che fra riflessioni storiche e romanzi bestseller sfrucugliava da maestro dentro i fenomeni socioeconomici del passato, affermò (e non gli si può dar torto) che “Il Medioevo inventa tutte le cose con cui stiamo ancora facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica: sostituite le Maldive con Gerusalemme e avete tutto, compresa la guida Michelin”.</p>
<p>Il nostro <strong>Umberto Curti</strong> – a propria volta storico dell’alimentazione, docente e saggista &#8211; , a nome del sodalizio <strong>Genova World</strong> (che dal 2020 opera pro Genova senza nulla chiedere in cambio) ha realizzato per il 2024, in stretta sinergia ancora una volta con <strong>Biblioteca Civica Berio</strong>, un ciclo di 10 brevi video (“Assaggi di Medioevo”) che analizzano il Medioevo genovese con un taglio un po’ inconsueto, ma il più possibile multidisciplinare e “multisensoriale”: ovvero raccontando luoghi, date, personaggi, leggende, tradizioni ecc. legati direttamente o indirettamente alla gastronomia. Ogni video, poi, si chiude ovviamente con uno specifico <strong>suggerimento di lettura</strong>, così che lo spettatore possa ulteriormente e autonomamente approfondire quel che ha veduto e udito&#8230; Si tratta di libri celebri, o comunque di godibilissima fruizione.</p>
<p>I <strong>10 video di “Assaggi di Medioevo”</strong>, dunque, rappresentano da una parte (anche in sinergia con conferenze, mostre, lezioni scolastiche…) un valido storytelling per far comprendere, ancora una volta, quanto la storia alimentare giovi alla comprensione della cultura di una comunità. E dall’altra – <strong>dal 1156 al 1506</strong> – una diacronia, oggi appassionante a narrarsi, di quel che la Genova del Medioevo &#8211; dominatrice dei mari &#8211; usò cucinare e mangiare. Dalle trippe ai canestrelli, dalla pasta alle focacce, dalla farinata alla prescinsêua, dallo stoccafisso a…Buona visione tra flotte, dogi, vescovi, artigiani, corporazioni!<br />
<strong>Luisa Puppo</strong></p>
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		<title>Tavola bronzea</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 07:54:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Circa la Tavola Bronzea del 117 a. C. (cm 47,5&#215;37,5), su cui molto si è scritto, si consideri che in confronto ad altre regioni la Liguria non propone un gran numero di iscrizioni romane, tuttavia le epigrafi superstiti sono di qualità importante, in quanto consentono di monitorare la romanizzazione – che non dimentichiamolo fu preceduta da prolungate relazioni commerciali e da accordi con alcune popolazioni &#8211; , il coevo persistere di culti indigeni, le aggregazioni tribali, insomma la condizione di vincitori e vinti, quest’ultimi soggetti a misure sia coattive sia assimilative imposte dai vincitori… La Tavola, ritrovata dal contadino Agostino Pedemonte nel rio Pernecco nel 1506, è la prima testimone del latino in Liguria, una lingua – nella quotidianità reale &#8211; condotta fra gli indigeni, come ben puntualizza in relazione ad esiti linguistici Fiorenzo Toso, soprattutto dai coloni, da militari, funzionari e commercianti, dunque “popolare” e “volgare”… Ritrovata casualmente, e restaurata pulendola da nerofumo e grassi nel 1978, essa – oltre a riportare la prima menzione circa la <em>via Postumia</em> &#8211; cita una sentenza d’arbitrato emessa a Roma per regolare una disputa territoriale fra <em>Genuates</em> e <em>Viturii Langenses</em> e sfociata nell’obbligo di un pagamento in vino locale, 1/6 da quanto vendemmiato, ovvero un <em>vectigal</em> – entrata erariale &#8211; sotto forma di baratto. Svela la lingua parlata a Genova all’epoca (la latinizzazione sta concretamente entrando nell’onomastica) ed uno <em>ius</em> ancora autoctono rispetto alla successiva romanità della <em>villa</em>, dal quale si evince, come in un mappale preistorico inciso sulle sacre rupi di Monte Bego?, una suddivisione delle terre in <em>ager publicus</em>, <em>ager privatus</em> e <em>compascuus</em> (terreno da pascolo, fienagione e legnatico, policentrico, su crinali spartiacque, che svolse non di rado funzioni sociali e cultuali), ed è evidente come dalla proprietà pubblica siano via via socioeconomicamente derivate, molti secoli più tardi, le comunaglie, terreni con bosco e pascolo messi a disposizione di famiglie o individui dietro versamento annuo di un modico canone. Erano punteggiate di casoni in pietra a secco (<em>caselle, casette, bàreghi, supenne, cabanei</em>…) per il ricovero soprattutto degli attrezzi, costruzioni di cui ancora rinveniamo esempi, già meticolosamente indagati dagli etnologi, fra cui il compianto Pietro Scotti. Caselle punteggiano ad esempio anche monte Bignone, sopra Sanremo-IM.<br />
Quanto al toponimo Polcevera, deriverebbe per alcuni da “<em>porco-bera</em>”, fiume che porta i salmoni/le trote/le zolle, o addirittura acqua che da monte porta la verità, per altri ma tardamente e inopportunamente da “<em>purci-fera</em>”, ossia (valle) popolata di maiali. Che fosse in contatto col porto di Genova lo proverebbe ad esempio l’anfora punica da pesce rinvenuta in località Monte Carlo (Cao), un <em>pagus</em> dell’alta valle a 551 m sul livello del mare. Circa poi la <em>via Postumia</em>, che dal 148 a. C. collegò Genova al Po/Aquileia (181 a. C.) e lungo la quale si sviluppò Libarna, oggi nel Comune di Serravalle Scrivia-AL, la prima menzione, come detto, sta appunto nella Tavola Bronzea. <em>Itinerarium Antonimi</em> e <em>Tabula Peutingeriana</em> indicano tra Genova e Libarna una distanza di 36 miglia (circa 50 km), riesce oggi difficile seguirne lo sviluppo, la zona si presenta accidentata e ha subìto molte trasformazioni, e la <em>Postumia</em> a tratti fu verosimilmente poco più che uno stretto sentiero, priva di ponti, con pendenze molto variabili per economizzare su tornanti ed altro, tra paesaggi giocoforza mutevoli. Fatta realizzare dal console Spurio Postumio Albino, essa riproponeva nel tratto a monte una pista già battuta da mercanti liguri e forse anche la medesima percorsa sia dal console Quinto Minucio Rufo, allorché nel 197 a. C. schiacciò i Liguri dell’Oltregiogo fino a Casteggio-PV, sia dal console Quinto Opimio nel 154 a. C., allorché guidò truppe da Piacenza (importante intersezione con la <em>Aemilia Lepidi</em>) a Genova per raggiungere Nizza. I tempi erano quanto mai inquieti. Oggi se ne ragiona solo in via ipotetica ma la <em>Postumia</em>, “strada di arroccamento” per congiungere le colonie cisalpine create al fine di contrastare le locali tribù ribelli, indiscutibilmente accelerò il processo di romanizzazione dei territori interni toccati dal suo tracciato, ovvero apportò tecnologie e tipi di produzioni romane, usi romani e riti romani. Il proposito ampio di unire il Tirreno all’Adriatico veicolò inoltre progetti di nuovi centri e “risistemazioni”, anche per facilitare i movimenti delle truppe e delle navi. La <em>Postumia</em> riacquistò poi importanza allorché Genova e Milano nel III-IV secolo d. C. ebbero profondamente bisogno l’una dell’altra relativamente alla compravendita d’olio (dall’Italia meridionale e dall’Africa settentrionale) e di granaglie. In tal senso, alla vigilia e poi all’inizio dell’apocalisse barbarica &#8211; che obliterò molte vite e <em>villae</em> &#8211; , aree ospitali dell’Appennino, quali ad es. San Cipriano presso Serra Riccò-GE, non a caso si ripopolarono, e le fasce terrazzate consentirono alcune delle coltivazioni ormai usuali in Liguria. Attraverso la <em>Postumia</em>, all’inizio del V secolo, fu ricondotta al <em>magister militum</em> Stilicone la figlia Termanzia, moglie ripudiata dall’imperatore Onorio. E del resto moltissime mulattiere diventarono durante il medioevo le vere vie di riferimento…<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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		<title>Salti di acciughe e vie del sale</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jan 2024 11:12:27 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/verso-il-saccarello.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22165" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/verso-il-saccarello-300x168.jpg" alt="verso il saccarello" width="300" height="168" /></a>&#8220;Storie che s&#8217;intrecciano, antiche, vecchie, nuove; pescatori, donne, finanzieri, contrabbandieri di sale, acciugai&#8230; in tutto il libro si sente il profumo dell&#8217;aglio rosa, del salso del mare, delle valli nascoste e della Olga, la rossa di capelli che passa nelle pagine come una cometa&#8221;. Così, Rigoni Stern tratteggiava “Il salto dell’acciuga” del torinesissimo Nico Orengo, 1997 (ed. Einaudi).<br />
Se il viaggio più celere è a piedi, il rimpianto Gino Veronelli per penetrare l’Italia esortava non a caso a “camminare le osterie”…<br />
Oggi in cerca di acciughe non cammineremo, amico lettore, da <strong>Monterosso</strong> nelle Cinque Terre, né da coste. Ma da <strong>Campo Ligure</strong> (Parco Beigua ai piedi del Passo del Turchino), borgo della filigrana e della revzora, che fu degli Spinola. I genovesi vi salivano da Voltri e Mele (link LF) ben prima che un’autostrada a 3 corsie “scavalcasse” castelli, e romitori, e formaggi. Dove corre anche l’ottocentesco binario unico Genova-Acqui Terme grimpavano le “vie del sale”, mini Francigene mare-entroterra e ritorno. Gli adepti del commercio v’incrociavano come sempre gli adepti della fede.<br />
Nell’Ottocento, fra l’altro, a <strong>Voltri</strong> prosperò anche una produzione cartaria (censimento del 1830…). Questa carta favolosa originava da stracci, import padano. L’area di pertinenza sarebbe tuttora “Fabbriche”, ma per il micro Museo che ne rievoca le storie occorre la tortuosa viabile (crêuza da auto e minibus 101) dell’<strong>Acquasanta</strong>, luogo noto per il santuario (iniziato nel 1683), le benefiche terme solforose, le neviere che rifornivano di utile ghiaccio i genovesi patrizi/ricchi, e le schiette trattorie ben fornite di raiêu a-ö töccö. L’origine del nome Mele è, malgrado tutto, discussa, forse alludendo a Meleo dio della pastorizia, fratello di una ninfa <em>Eia</em>, donde il nome del fiume Leira?, oppure al miele (lo stemma comunale recita infatti “<em>ex melle mihi nomen</em>”). Peraltro l’area fu abitata già remotamente, e una quindicina d’anni fa è stato rinvenuto presso un orto un grosso cippo in pietra, forse a confine di un podere d’età romana. Taluni affermano che l’Acquasanta, punto di “valico”, oggi venerato santuario cristiano, già fosse luogo sacro e di convegno dei popoli celtici dell’Italia settentrionale, le acque sulfuree vantando proprietà miracolose… Ivi, la roccia detta “dell’Issel” in onore dello studioso del primo ‘900 propone una metà ricca d’incisioni: piccole coppelle (non atte a contenere acqua), intagli fusiformi… Lo studioso non può che ipotizzare un antico valore sacrale, legato a culti delle acque.<br />
Certo l’acciuga, come altri pesci (sardine, merluzzi, aringhe) che da tanto si salano, o s’affumicano…, era fra i pochi alimenti idonei a lunghe marce. Acciughe versus tela di canapa. Il sale, “sostanza da dèi” già in Omero e Platone, nelle varie età valse a conservare cibi, a preparare formaggi, medicamenti, tinte… Salsomaggiore, Salisburgo… Quest’oro bianco, diretto dalle îles e da Salon de Provence (Bocche del Rodano) verso l’Europa centrale, in Valle Stura come noto risuona anche nel Bric Saliera, guglia di pietra sovrastante una sella a 800 m dove si stoccava sale (a Colle dei Ferri viceversa il sale valeva chiodi).<br />
Vita ovunque agra… Malgrado tracce prei- e protostoriche, sappiamo che anche <strong>passo del Turchino</strong> e dintorni evolsero solo dal XIII secolo, con l’espandersi della prima badìa cistercense italiana, Santa Maria della Croce ovvero <strong>Tiglieto</strong>, dato che i monaci, non di rado còlti rampolli, ergo botanici e speziali, ben tesaurizzano e/o “convertono” i boschi, anche sostituendo le piante (di fatto il patriziato glieli affidava). Tiglieto così fu come lo <em>scriptorium</em> colombaniano di Bobbio, come la benedettina Novalesa (echi da Umberto Eco?), irradiò sapienza. Attorno alla splendida badìa, restaurata, corre oggi un agevole anello escursionistico di circa un paio d’ore di cammino.<br />
E bosco significa(va) legna, castagne, funghi, tartufi, miele, lumache, cinghiali e varia selvaggina…, ghiande di faggi e querce per i bovini e maiali. Il bosco può in tal senso soccorrer le città, e crebbero (un po’ ovunque in Liguria) i castagni da frutto, alberi del pane, ottimi sodali anche in carestia. Nei pressi, ecco sempre gli aberghi coi tetti di scandole, mezzo diruti al pari di tanti tecci dell’alta <strong>Val Bormida</strong> e canissi dell’<strong>Arroscia </strong>e scau di Garessio. Donne piemontesi arrivavano ad aiutare la raccolta, l’anno seguente la vendemmia causava esodi inversi. Ai castagni, e all’essiccazione dei frutti, Ligucibario® ha dedicato nel tempo molte pagine commosse…<br />
Dalle faggete viceversa si ricavò carbone per vetrerie e ferriere, sempre attigue ai torrenti poiché necessita loro energia idrica (e qui l’acqua, per l’impatto fra massa d’aria continentale e mitezza mediterranea, non mancava). Col legno, alquanto pieno e curvabile a vapore, si produsse mobilio, con le foglie foraggi per le bestie, coi frutti un olio alimentare, o si tostano come caffè surrogato&#8230; Ma anche i tronchi viaggiarono, dall’Olba ai cantieri navali della Repubblica di Genova lese di legno slittarono incidendo “orme” tuttora identificabili sui cammini hiking giù da Faiallo a Gava, nord di <strong>Arenzano</strong> (che fu minuscolo abitato dei Liguri <em>Viturii</em>, tribù povera dedita all’allevamento e al baratto).<br />
O cammineremo dalla <strong>Val Polcevera</strong>… Già la Postumia (via d’arroccamento realizzata verso Libarna e Piacenza dal console S. Postumio Albino nel 148 a.C. traguardando Aquileia) fu sutura tra porto di Genova e basso Piemonte, e non capitalizzò, aggregandola, che la rete di preesistenti percorsi. Così come la Tavola Bronzea del 117 a. C. (dove si cita anche Mignanico = <strong>Mignanego</strong>, presso la Bocchetta) inquadra l’esistenza di una società tribale in qualche modo organizzata. Dal <em>De bello gallico</em> di Cesare si apprende poi che i <em>Viturii Langenses</em> s’opposero strenuamente ai Romani, ma proprio la via Postumia mutò tutti gli equilibri e i destini del territorio, peraltro costantemente vocato ai transiti commerciali. I castagni, o i gelsi, o un tal Maurone (?) sono stati via via confusamente collegati all’origine del toponimo <strong>Campomorone</strong>. La Postumia tornò in auge quando Genova e Milano nel III-IV secolo d. C. si sostennero l’un l’altra circa le compravendite d’olio (da sud Italia e nord Africa) e granaglie. In tal senso, alla vigilia e poi all’inizio della calata barbarica quest’Appennino ospitale non a caso si ripopolò, e le fasce terrazzate ripermisero alcune delle usuali coltivazioni.<br />
Dopo il collasso viario romano e della élite “curtense” longobarda, dal XI secolo ecco l’ascesa politico-economica di Genova, e le notizie sul contado giungono più cospicue e perspicue. Nel “buio” Medioevo (buio?) pellegrini e merci si adattarono a sentieri e mulattiere, la Repubblica di Genova difatti badò solo alla transitabilità militare. Muli, slitte e dorsi di persone a piedi, non di rado donne (come per l’ardesia in Tigullio), furono i soli vettori – di fatto – sino alle ardite infrastrutture che, con binari e tunnel, dal tardo ‘800 unirono Genova alla Padanìa prediligendo la valle, dove prima era prediletto il crinale (che “evita” briganti e esondazioni). Il crinale, tuttavia, può essere a propria volta ventoso, gelido, brullo.<br />
Con l’espandersi genovese nell’Oltregiogo fu la Val Polcevera a incardinare tutt’attorno una “via del sale”, di nuovo una rete sud-nord. Quel sale divenne monopolio capitale, tanto che i contrabbandieri lo celavano, salvo sulla Francigena elargirne ai pii, per una prece di costoro quando giungessero in San Pietro. E il sale, sui moli poi sui muli, da Genova “saliva” in Padanìa in primis (amico lettore apri una cartina) <strong>via Pontedecimo, o per le Capanne di Marcarolo, o per Langasco-Pietralavezzara-Fraconalto-Voltaggio-Gavi</strong>. Oggi a fine percorso mangeremmo amaretti e, più riposati, berremmo Cortese. Sul fianco sinistro del Polcevera saliva viceversa a <strong>Torrazza</strong> sin poi alle valli Scrivia e Borbera, ma in genere valicava anche su altri tracciati, i Giovi a <strong>Busalla-Ronco</strong> (dove oggi si coltivano le rose), la Vittoria e la Crocetta di Orero, “vie dei feudi imperiali” poiché, vinti i Longobardi, il Sacro Romano Impero carolingio aveva affidato possessi ai feudatari leali, onde garantirsi vie al mare.<br />
<strong>Casella</strong> ai tempi della Roma repubblicana beneficiava di due notevoli assi: appunto la strada dei feudi imperiali e la perpendicolare via di fondovalle, su cui i mercanti trasportavano beni dal porto di Genova alla Padanìa. L’attuale toponimo (che ha sostituito il longobardo <em>Raudigabium</em>) significherebbe casa colonica (nella vicina Savignone, il locale Museo archeologico conserva resti in ceramica e funerari dell’età del Bronzo, cui risalgono i primi insediamenti). Il Medioevo fu fliscano, sino al 1547.<br />
Ricerche storiche hanno segnalato tra le vie tuttora più riconoscibili da Porta delle Chiappe (ciappe d’ardesia), detta anche di San Simone, le cosiddette “via della salata” (verso Borbera e Tortona via <strong>Casella-Savignone-Crocefieschi-Vobbia</strong>) e, più in quota, “via dei Malaspina” (verso Varzi via <strong>Bargagli-Torriglia</strong>).<br />
Tre ponti romani testimoniano che Bargagli fu crocevia tra la via del sale che portava in Emilia ed un’altra che portava in Fontanabuona. Il nome deriverebbe dal dominante monte Bragalla, anticamente Bargalla. Tuttora i pastori abbeverano le greggi ad una fonte perenne presso Monte Traso, 850 m, dove certamente venivano cacciati animali di passo. Mentre sull’area di Vobbia, oggi dominata dal castello della Pietra incastonato nella puddinga, i paleobotanici hanno evinto la presenza di conifere, il che attesterebbe trattarsi di area dal clima invernale tendenzialmente troppo ostile all’uomo.<br />
Si noti che il <em>trenino di Casella</em> (1929) nel progetto originario avrebbe dovuto raggiungere Bobbio e Piacenza. Il tesoretto in monete – quasi 3 chili &#8211; recuperato a Niusci, presso la ferrovia del trenino, era forse pedaggio andata/ritorno a un dio montano.<br />
Del business del sale residua anche una secentesca saliera a <strong>Campomorone</strong>, eretta dai D&#8217;Amico in un quadrangolo a corte su due piani (di sopra riposava il personale, gli stapulieri), difesa verso strada da due garitte angolari con teste apotropaiche. I 3 lati porticati potevano funger da stalla. Il luogo (dal 1923 monumento nazionale) era magazzino franco per varie merci daziate. Il torrione tuttavia rivela una preesistenza irregolare, in pietra di fiume. Anche Ca&#8217; de Rossi a San Martino di Paravanico (1200) fungeva da caravanserraglio (una basica locanda-deposito), ossia dove uomini e animali (decine) potevano pernottare dopo ore di cammino dal mare. Magazzini, fondachi e cantine da vino, stalle con mangiatoie e fienili, cucine e alloggi per il personale e i mulattieri in transito.<br />
L’acciuga, pan del mare, che talora nei cesti dei “passeurs” copriva il sale per eludere i gabellieri (sale da sopra a sotto…), come noto lega, saporita, le cucine ligure-provenzale e piemontese. Di qui acciughe all’ammiraglia, ripiene, fritte, bagnùn di <strong>Riva Trigoso</strong> con la galletta, tegame di <strong>Vernazza</strong>, machetto al mortaio (tra garum di Roma e colatura di Cetara) e <strong>un rito della salagione</strong> che certamente trova echi siculi ne “I Malavoglia” del Verga… Di là – porti e grossisti e contrabbandieri permettendo &#8211; acciughe al verde, in rosso, col burro di malga, con peperoni, “indigeribile” bagna caöda (se le nonne ancora ne cucinano in vendemmia), vitel tonné, persino un ecomuseo degli acciugai (gli anciué dal carretto azzurro), beninteso in…montagna, a Celle di Macra, Val Maira, 1.300 m sul livello del mare, sede anche della Confraternita.<br />
O cammineremo allora da <strong>Col di Nava</strong>… Una nota via del sale dalle coste francesi via <strong>Sanremo e Oneglia</strong> saliva poi fin proprio a Dronero (imbocco della Val Maira), cittadina di viuzze e porticati medievali che – si pensi &#8211; fino al 1966 una ferrovia univa a Cuneo. Un’altra via del sale univa <strong>Albingaunum (Albenga) ad Alba</strong>, salendo da Cisano sul Neva a Erli, Cerisola, San Bernardo di Garessio… Questa fu chiamata &#8220;<strong>via Pompea</strong>&#8221; poiché voluta da Gneo Pompeo Strabone, fondatore della stessa Alba Pompeia e padre di quel Pompeo Magno (106-48 a.C.) che avrebbe poi composto con Cesare e Crasso il primo triumvirato (60 a.C.), patto politico personale e privato, e per un po’ di tempo segreto (Pompeo Magno morì poi pugnalato e, come noto, la sua testa spiccata dal corpo venne offerta a Cesare)&#8230; Dunque, la via Pompea fu messa in opera verso l’anno 100 a.C. Svolse una decisiva funzione anzitutto in quanto, come altre vie altrove, favoriva i commerci tra piana e mare: sale e olio in un senso, vino e farina nell’altro; in particolare vi viaggiava molto sale tratto dalle grandi cave presso Marsiglia e Tolone, e dunque la strada d’attraversamento della valle Ellero fu genericamente nota per vari secoli come &#8220;via del sale&#8221;, ciò che tuttora si ritrova in non pochi toponimi.<br />
Anabasi ponentine che ben scriverei a quattro mani con qualcuno dei posti… La Val Maira – “magra” per pastori e contadini &#8211; sdipana una cinquantina di chilometri fra fitti boschi e mille minimali borghi (Moschieres, Elva…) il cui toponimo rievoca Spagna e Provenza, e persecuzioni che trasferirono cultura e lingua occitane in queste combe. La festa degli acciugai vi cade a giugno, e lo splendido pane locale ha nome <em>tirassa</em>, impasto tirato più volte, e scarsa mollica finale. Un tempo era casereccio, rivolto soprattutto ai bimbi, al centro infatti vi cuoceva golosamente una mela. Mi dicono che in un forno di Villar S. Costanzo, a richiesta, venga ancora preparata&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Le origini dei Liguri</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 14:04:21 +0000</pubDate>
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Felice affluenza di pubblico, oltre 70 i convenuti, non a caso ieri alla presentazione del mio “<strong>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</strong>”, organizzata da “A compagna” presso l’oratorio San Salvatore in piazza Sarzano, a Genova. Si è trattato in gran parte di persone coi capelli d’argento, pochi in casi come questo i giovani, forse a confermare un relativo disinteresse circa gli appuntamenti culturali e la storia locale. Tuttavia, questo tempo che tutto accelera e digitalizza, vede ormai in Italia più di 2 milioni di “neet” (not in education, employment or training), ovvero persone dai 15-29 anni che non studiano, non lavorano, neppur più si formano, rassegnati ad una sorte passiva e demotivante. Pensare che, ove opportunamente “attualizzati” (svecchiati?) e “orientati”, i nostri patrimoni paesaggistici, archeologici, storici, d’arte, letterari…, sarebbero ancora l’attrattore italiano capace di creare lavoro, opportunità di crescita, reti interprofessionali, animazione e sviluppo territoriale.<br />
Heritage, terroir, genius loci, sono molte le belle parole italiane ma anche straniere con cui &#8220;sintetizzare&#8221; il meglio del nostro Paese.<br />
Terminata la conferenza, molti mi hanno avvicinato per chiedermi ulteriori approfondimenti su temi che, per ovvie esigenze di sintesi, avevo solo toccato di sfuggita. Fra questi, <strong>le “origini” del popolo ligure, la sua provenienza, i primi accadimenti che lo interessarono</strong>&#8230; Rispondo loro col testo che segue.<br />
Tracce relative ai Liguri rinviano sin dall’inizio a passi d’autori molto diversi, d’Esiodo, di Ecateo di Mileto, di Eschilo, i quali li ubicano addirittura fra i primi abitanti dell&#8217;Italia, “la terra dei vitelli”. Come noto, anche in questo caso il poco materiale letterario che residua su costoro, la loro vera più che supposta provenienza, la suddivisione in tribù, gli usi, ed infine l’audace resistenza all’avanzata militare romana, è sparso lungo una decina di secoli, non chiarisce definitivamente un’etnogenesi, e non è – per così dire &#8211; la voce dei liguri.<br />
Le denominazioni dei gruppi non si decifrano né col gallico né con l’indoeuropeo; Genuates, Apuani, Ingauni, Intimilii, Statielli, Bagienni/Vagienni, Taurini, Salassi, Friniates (abitanti l’Emilia). E fuor d&#8217;Italia i Salyes o Salluvii, della bassa valle del Rodano, e gli Elisyces nel Narbonense.<br />
Dall’Arno all’Ebro essi (“pirati montani”) non espressero mai le proprie antiche origini, i propri spostamenti a varie cause dovuti, le espansioni e gli arretramenti, né quelle asperrime montagne, massicce e stabili come loro, luoghi coerenti all’indole?, cui dovettero adeguarsi (ma riconoscendo sacertà alle vette), fra rigori climatici e presenze d’animali feroci che oggi non sospetteremmo&#8230;<br />
Di certo, i Liguri a lungo avevano percorso l&#8217;Europa Occidentale procacciandosi o lasciando territori. Esiodo sulle sponde ovest del Mediterraneo li nomina in “esclusiva”, quasi sinonimici dell’area; Eratostene definisce Ligustica la penisola iberica; Aristotele ed Ecateo li posizionano in Provenza, basso Rodano (il toponimo Livière si legherebbe a Lig onde Liguria, zona paludosa, malsana…).<br />
Polibio, descrivendoli pressati dai Celti a nord e dagli Etruschi ad est, li “limita” già (!) tra i fiumi Arno e Rodano, incluse le meno ospitali aree alpino-appenniniche e quello che oggi chiamiamo Basso Piemonte. Attorno al monte Ebro, tra val Borbera e val Curone, dimoravano i Liguri Euburiati.<br />
Roma riporta quasi sempre notizie di una gente indomita, libera, restia ad assoggettamenti gerarchici, di fatto da piegare con forza spietata, commisurata all’altrui brutalità (si badi che alcune tribù preferirono il suicidio collettivo alla deportazione dai luoghi aviti). Strabone, Plutarco, Floro e Diodoro Siculo infatti non sorvolano sulle difficoltà che le truppe romane, pur già efficientissime, costantemente incontrarono. Altri passi recuperiamo in Virgilio e Tito Livio, e Catone &#8216;Maior&#8217; sospetta che i Liguri stessi nemmeno la sapessero, la propria provenienza…<br />
Che rimane (e rimarrà) per gran parte un affascinante mistero in termini di ricerca storica, tanto più che gli antichi, che furono geografi ed etnologi forzatamente modesti, ci consegnano teorie confuse e contraddittorie: Strabone e Diodoro Siculo presumono i Liguri d’ascendenza greca; Plinio, Pseudo Scillace e Festo Avieno iberica, Plutarco celtica. Dionigi d&#8217;Alicarnasso rievocherebbe i mitici Aborigeni, limitrofi agli Umbri, ma… La questione è tuttora apertissima, e solo la miglior paleoantropologia ha offerto spiragli di luce.<br />
Berthelot, nel ‘900, tesaurizza anche racconti mitologici – sempre da utilizzarsi con cautela &#8211; per ubicare le origini dei Liguri nell&#8217;Europa settentrionale, notando il cigno totemico sulle armature, tipico nell’età precedente il Paleolitico (ritrovamenti presso il castellaro di Monte Santa Croce a San Biagio della Cima…), e gli ornamenti e amuleti d&#8217;ambra. Quel nord sarebbe stato investito dalle prime migrazioni proto-arie, che poi si spostarono a sud.<br />
Decadde via via, viceversa, l&#8217;ipotesi turanica, che lega i Liguri a popoli Ugro-Finni, incardinandosi su parallelismi paleoeuropei tra il basco e alcuni lemmi liguri (e proto-sardi) che scampano alla latinizzazione, parallelismi tuttavia assenti – e ciò non è irrilevante &#8211; nella toponomastica. L’ipotesi fu già respinta dal linguista Hugo Schuchardt.<br />
Tito Livio sottolinea come precedentemente possedessero l&#8217;intera valle del Po, e Giustino li individua anche in quella dell&#8217;Arno. Affiora insomma, dal complesso, una certa fisionomia territoriale, che tuttavia Medioevo e Rinascimento non sapranno né comprovare né “implementare”.<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20220118_171223.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20785" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20220118_171223-300x225.jpg" alt="smart" width="300" height="225" /></a>Gli usi e la quotidianità dei Liguri pre-romanizzazione sono autorevolmente descritti da storici quali il già citato Tito Livio. In effetti, dai Balzi Rossi fino all’isola Palmària, dalle coste alle cime dell&#8217;Appennino, “infine” da Lunae ad Albintimilium essi vivevano di caccia, pesca, pastorizia e coltivazioni, impiegavano manufatti di pietra ed osso finemente realizzati, e sono tornate alla luce bellissime asce litiche così resistenti e taglienti da atterrare grandi faggi, frammenti di corda, stoffe di lino. Prevaleva il matriarcato, sebbene i nati venissero riconosciuti dai padri. Le donne si presentavano vigorose e muscolose, dai fisici magri e tonici, resistenti all’impegno al pari degli uomini… Approfondimenti a <a href="https://cedocsv.blogspot.com/2019/01/le-donne-liguri-storia-di-uno.html" target="_blank">questo link</a>.<a href="https://cedocsv.blogspot.com/2019/01/le-donne-liguri-storia-di-uno.html"><br />
</a>La diffusione dei metalli è alquanto tarda, approssimativamente 600 a.C., allorché si producono attrezzi in bronzo; il ferro, infine, rimase quasi soltanto materiale “decorativo”.<br />
Di fatto vigeva una dimensione clanica, e comunitaria, che “separava” le tribù le une dalle altre (esse si aggregavano solo in caso di guerra), tribù in cui il capo officiava anche i momenti spirituali, accorpando potere politico e religioso.<br />
Solo alcune epigrafi romane, da aree alpino-appenniniche, ci svelano qualcosa circa la religione, che onorava – come detto &#8211; le cime, nonché i venti, le piante (il robusto e longevo faggio), ed intensamente le fonti d’acqua (si pensi a Borman→Bormanus nell’attuale Dianese). Sulle antiche pietre si disegnavano corvi e serpenti, e le “sfolgorine” (quelle colpite da fulmine) avevano funzione talismanica. Si venerava, in qualche modo, tutto quel che è vivo o vivificante: sole, luna, stelle del mattino e della sera, terra (madre), fuoco.<br />
I Liguri non si dimostrarono predoni di terre né d’uomini (tesero sempre al rispetto della libertà altrui), e progressivamente divennero stanziali coltivando lino e orzo, melo, nocciolo e castagno (la storiografia romana situa come bevanda più diffusa la birra, mentre la viticoltura s’affermò dopo la conquista, si veda ad es. l’iscrizione sulla Tavola Bronzea recuperata in val Polcevera, di fatto riferita ad un vectical erariale che un gruppo pagherà in vino ad un altro). Costruivano in punti strategici <em>oppida </em>e <em>castella</em> (si rammenti già la differenza greca fra polis e astu), e si riunivano (conciliabula) in spiazzi collettivi a ciò dedicati. Abitavano in <em>vici</em> o <em>viculi</em> sovente attigui a fonti e assi viari importanti, talora ad approdi.<br />
Cicerone nel <em>De lege agraria</em> allude a genti attive, destre e intrepide, così come il Virgilio delle <em>Georgiche</em>, tenendo però presente che costui nell&#8217;<em>Eneide</em> (come Catone stesso) sarà assai meno generoso descrivendo i Liguri astuti, mendaci e perfidi, capaci di cavarsela con strattagemmi abili ed insidiosi&#8230; Raramente, quando lo descrive, il dominatore è incline al dominato…<br />
I documenti letterari (Diodoro Siculo) connotano poi alcuni aspetti fisici e caratteriali, di gruppi &#8220;tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi&#8230; Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un&#8217;esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le vessazioni sostenuti nel lavoro. E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l&#8217;intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l&#8217;incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre&#8230; A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi&#8230; Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali&#8230; Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve&#8230; essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre di pericolo&#8221;.<br />
Il poeta Lucano aggiunge la capigliatura lunga e irsuta, e Tito Livio ribadisce la resistenza alla fatica, e l&#8217;agilità e velocità nella corsa.<br />
Le ostilità romano-liguri – lunghe, aspre, sanguinose &#8211; datano al 238-237 a.C., la conclusione via via conseguì al trionfo romano di Cartagine (146 a.C.), con la “pacificazione” degli Ingauni e la deportazione dei Friniati (Frignano) nel Sannio. Roma prevalse anche perché le tribù liguri non seppero mai realmente federarsi contro l’avversario, disperdendo così le proprie forze d’urto.<br />
L’avvicinarsi minaccioso di Annibale alle Alpi spinse i Liguri, i Galli Boi ed i Galli Insubri ad auspicare e architettare una grande rivalsa su Roma e sulla sua arroganza. Malgrado sviste anche pliniane, questa Padanìa era di fatto ligure, sappiamo che le tribù locali abitavano &#8220;zone soggette ad acqua&#8221;, paludi, golene, su cui erigevano palafitte&#8230; La sconfitta di Cartagine, come detto, rappresentò dunque una svolta drammatica per i Liguri, poiché Roma, svincolata da quel fronte, coagulò truppe, risorse e sforzi contro i nemici italici. E dal 180 a.C., malgrado residuali ribellioni, i Liguri furono assoggettati (diventando la regio IX), ed anzi militarono coraggiosamente per Roma contro il berbero Giugurta, re di Numidia, e contro le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni. Chi rimase sui monti fu ovviamente disarmato e, di fatto, confinato ad esistenze primitive.<br />
Naturalmente, la successiva realizzazione di strade in molti casi toccò e “valorizzò” quelli che erano stati gli insediamenti liguri nei punti più strategici dell&#8217;Appennino. Nel 109 a.C. la via Aemilia Scauri prolungò quel percorso che Aurelio Cotta aveva iniziato due secoli prima. Proseguita da Augusto, essa divenne la via Julia Augusti. Ed Augusto stesso ordinò il ripristino anche del tracciato che collegava Vada Sabatia (portuale) con Aquae Statiellae (Acqui Terme) e Derthona (Tortona), via val Bormida, e del tracciato che dalla costa saliva la val Tanaro, verso Ceba (Ceva), Pollentium (Pollenzo presso Bra) e Alba Pompeia (Alba). Approfondimenti a <a href="https://www.ecodisavona.it/2020/07/05/due-percorsi-una-strada/" target="_blank">questo link</a>.<a href="https://www.ecodisavona.it/2020/07/05/due-percorsi-una-strada/"><br />
</a>Lungo le strade sorgevano stationes, mansiones e mutationes (punti tappa ov’era possibile caso per caso riposare, rifocillarsi, riparare o cambiare animali), talora cauponae e popinae, ovvero semplici locande e trattorie.<br />
Nel frattempo, per decreto senatoriale, veniva eretto il trofeo delle Alpi alla Turbia, oggi pittoresco villaggio presso Monaco, per onorare – proprio sul confine con la Gallia Narbonense &#8211; i trionfi delle legioni di Augusto e dunque la totale, finalmente definitiva pacificazione del suolo italico.<br />
Quel reticolo viario/infrastrutturale fornì impulsi nuovi e decisivi alle sorti socioeconomiche della Liguria, “nutrendo” i traffici delle città costiere ed attenuando le criticità di quell’orografia che tuttora per così dire l’affligge. Dall&#8217;Appennino non a caso scese un esodo di popolazioni verso Genua a sud, oppure, anche sfruttando via via la Postumia, verso i fiorenti centri di pianura quali Libarna (che prima dell’abbandono d’epoca barbarica raggiunse probabilmente i 4-7mila abitanti), Derthona e Vicus Iriae (Voghera), in cerca di occasioni di lavoro e di benessere, quel che oggi diremmo occupazione e qualità della vita.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>&#8220;A Compagna&#8221; ospita Umberto Curti</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 12:57:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;A Compagna&#8221; ospita Umberto Curti Su invito del Professor Franco Bampi, martedì 18 gennaio alle 17.00 nell’Aula San Salvatore in piazza Sarzano (uscita della metropolitana) presentazione del volume di Umberto Curti «Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana» nell’ambito delle conferenze “I Martedì de A Compagna”, che l’antico e celebre sodalizio cura da oltre ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/a-compagna-ospita-umberto-curti/">leggi tutto</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com/a-compagna-ospita-umberto-curti/">&#8220;A Compagna&#8221; ospita Umberto Curti</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com">Ligucibario</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20778" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/01/022.jpg"><img class="size-medium wp-image-20778" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/01/022-225x300.jpg" alt="il cibo in liguria dalla preistoria all'età romana" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">il cibo in liguria dalla preistoria all&#8217;età romana</p></div>
<p>&#8220;A Compagna&#8221; ospita Umberto Curti</p>
<p><em><i>Su invito del Professor Franco Bampi, martedì <strong><b>18 gennaio alle 17.00 </b></strong>nell’Aula San Salvatore in piazza Sarzano (uscita della metropolitana) presentazione del volume di Umberto Curti «Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana» nell’ambito delle conferenze “I Martedì de A Compagna”, che l’antico e celebre sodalizio cura da oltre quarant’anni…</i></em></p>
<p><em><i>Nella conferenza, Umberto Curti proporrà una “storia” dell’alimentazione in Liguria dai primi insediamenti fino alla romanizzazione cercando di restituire vividamente i giorni le opere i bisogni, ma anche i riti i simboli e gli afflati, di uomini vissuti centinaia o migliaia d’anni fa, e pure a noi vicini. Verranno approfonditi aree e luoghi significativi circa <strong><b>biodiversità e cultivar</b></strong>, i commerci, la pesca, la pastorizia, l’agricoltura. Luni, il frantoio del Varignano, la Tavola Bronzea della val Polcevera, Albingaunum&#8230; Emerge una terra difficile, ma mediterranea, ieri affascinante quanto oggi, e un popolo fiero che sin dalle origini riconobbe a natura, monti e acque una sacralità profonda, che commuove. Il volume contiene le prefazioni di Paolo Odone e del sociologo Professor Mauro Palumbo.</i></em></p>
<p><strong><em><b><i>INGRESSO LIBERO.  Occorre esibire il super green pass, indossare la mascherina e mantenere le distanze di sicurezza. I posti a disposizione sono 160. Stante le attuali disposizioni, la conferenza si terrà anche in zona arancione. Non occorre prenotare.</i></b></em></strong></p>
<p><em><i>Al piacere d’incontrarvi!<br />
Luisa Puppo</i></em></p>
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