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	<title>Ligucibario &#187; relitto di diano marina</title>
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		<title>Vino navigato</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2024 15:09:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La sezione di <strong>archeologia subacquea nel Museo di Albenga</strong>, in Palazzo Peloso Cepolla, bella dimora secentesca, è sorta a metà Novecento dopo la scoperta, sui fondali presso l’isola Gallinaria, di una nave <strong>oneraria</strong> (da trasporto) degli inizi del I secolo a.C. Sono stati quindi esposti resti della chiglia e vari materiali via via rinvenuti, fra cui molte anfore vinarie, collocate così come stavano disposte durante la navigazione, stivate strettamente affinché le une “riparassero” le altre da movimenti e urti. Erano gli anni gloriosi di <strong>Nino Lamboglia</strong>… L’interno dell’anfora veniva impermeabilizzato con pece e resine, donde il “<strong>vino resinato</strong>”, mentre l’imbocco veniva sigillato in vari modi, ad es. con una pigna, o con un tappo di sughero spalmato di pece, ma anche con specifici tappi di ceramica sigillati con calce o pozzolana, una fine cenere vulcanica (si veda anche il mio “<em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</em>”, ed. De Ferrari, Genova, 2012). Altre 4 anfore, recuperate dal comandante Paccagnella, a bordo del peschereccio “Impavido” che andava a caccia di gamberoni, il 27 maggio 2016 <strong>al largo di Portofino</strong> (700 m di profondità), hanno di fatto svelato una “portacontainer” romana del II – I secolo a. C…. Le anfore, coi bolli del generale e politico Lucio Domizio Enobarbo (49 a.C. – 25), rivelano una precisa origine (quasi una DOP&#8230;), una fornace, e finanche lo schiavo che le aveva cotte. Considerate le generose dimensioni, al momento si era sospettato che appartenessero ad una grossa partita di vino trasportata da un’idonea, capace nave. Tutto ciò attesta che una “storia” dei cosiddetti <strong>vini navigati</strong> è assai antica, e che la Liguria era ieri come oggi sponda dinanzi alla quale si susseguivano le rotte commerciali est-ovest (<strong>Kainua→Genova, nata presso il seno del Mandraccio sotto la collina di Castello, valse da emporio già in epoca etrusca. E Massalia→Marsiglia fu fondata dai greci…</strong>). Purtroppo a quei tempi una nave ogni tre s’inabissava per via del mistral, o per via del libeccio (altri relitti sono infatti a Portovenere, a Diano, ecc.). Approfondire il tema è sempre stimolante. Pare siano stati i “<em>marangoni” </em>genovesi<em> (</em>sommozzatori e palombari noti sin dal Trecento, abili nuotatori anche in apnea) ad individuare non pochi relitti romani dando il via ad una “risalita” di quelle anfore che fossero scampate a mareggiate e naufragi (si noti che marangone è anche, di fatto, sinonimo di cormorano). E pare che quel vino, navigato ma anche sommerso, fosse…migliore di tanti altri. Un segreto – maniman &#8211; da non condividere, da sussurrare lontano dai microfoni, tutt’al più sulla battigia e su qualche banchina appartata&#8230; Un vino quindi che come un santo pellegrino navigava sui <strong>leudi</strong> (l’eroico natante di molto Mediterraneo, sovente carico di ardesie), dentro botti di rovere. Il leudo, forse di origine catalana, più che un natante è un DNA della Liguria di levante, e serviva a trasferire tanti generi di prima necessità, incluso certo il vino (<strong>il gozzo è viceversa barca da pesca</strong>). Da carico, ha linea di galleggiamento molto bassa. E’ stabile in navigazione ma lento, e dunque risultava performante con venti a favore, poiché movimentare il bordo della vela costituisce operazione complessa (solo negli anni ’30 del Novecento si montarono motori). Esistevano <strong>leudi vinaccieri</strong> con botti costruite sottocoperta, e botticelle più piccole in coperta; <strong>leudi formaggiai</strong>, annunciati dal pungente odore; e leudi surari (da sura= ghiaia), caricati di sabbia per l&#8217;edilizia. Esistevano inoltre leudi “minori” che a Sestri Levante chiamavano latini e a Riva Trigoso rivanetti. Nella seconda metà dell&#8217;Ottocento s’adibivano alle battute di pesca con le <strong>manate</strong> (reti in uso fino agli anni &#8217;30 per le acciughe e le sardine) nei mari dell&#8217;Africa o davanti alle coste toscane e laziali. A bordo recavano le scorte di provviste e l&#8217;occorrente per salare i pesci catturati, viravano sui porti essenzialmente per asciugare le reti, o approvvigionarsi, fino al limite della stagione, entro la prima decade di luglio. Ricorrenti erano nei tempi d’oro i traffici sulle “vie dei leudi” con l’Elba, ma anche la Sicilia e la Corsica, e nel 1876 Bartolomeo Bregante prese a commercializzare “vino navigato” tramite una micro-flotta proprio di leudi. In vista delle burrasche invernali i preziosi natanti venivano faticosamente tirati a riva, e passanti e turisti aiutavano gli equipaggi. I leudi in genere sopportavano fino ad un massimo di 300/500 botti, che all’approdo si buttavano in acqua e poi classicamente si spingevano verso terra, sbalordendo gli stranieri che soggiornavano/svernavano in Riviera, poi rotolavano sulla sabbia e venivano infine issate su mezzi di trasporto per esser condotte all’impianto d’imbottigliamento. Era un momento gioioso. Alcune case fronte mare avevano ganci cui appendere i sacchi per il filtraggio del vino. Mormorano così, in loco, che il gusto di quel vino sarebbe stato (positivamente) figlio di salsedine e legno, unico, irripetibile… Ma il trasporto via gomma e i traghetti per le isole subentrarono ai precedenti usi commerciali, e gli ultimi leudi vennero dismessi negli anni ’50. Inoltre i proprietari, anziani o demotivati dalle onerose spese di manutenzione, talora li abbandonarono sulle spiagge, ben malinconico destino. Oggi, uno &#8211; grande e bello &#8211; è visibile sull&#8217;arenile di Sestri Levante, si chiama &#8220;Nuovo aiuto di Dio&#8221;, e talvolta prende il mare per iniziative culturali&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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		<title>Sardenaira (e pissalandrea), torte ponentine</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2021 09:42:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Sardenaira (e pissalandrea), torte ponentine&#8230; Sardine pan del mare, sardenaira è infatti bella parola che linka sardine, machetto, la frugalità ingegnosa dei popoli mediterranei ben prima che le Meriche donassero il pomodoro e altro! E’ una “torta” salata, lievitata e alquanto morbida, che a Sanremo ormai si fregia della de.co., il relativo disciplinare è visionabile anche ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/sardenaira-e-pissalandrea-la-torta-del-ponente/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20245" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/03/DSCN1909.jpg"><img class="size-medium wp-image-20245" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/03/DSCN1909-225x300.jpg" alt="sardenaira" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">sardenaira</p></div>
<p>Sardenaira (e pissalandrea), torte ponentine&#8230;</p>
<p>Sardine pan del mare, s<strong>ardenaira</strong> è infatti bella parola che linka sardine, machetto, la frugalità ingegnosa dei popoli <strong>mediterranei</strong> ben prima che le Meriche donassero il pomodoro e altro! <strong>E’ una “torta” salata</strong>, lievitata e alquanto morbida, che a Sanremo ormai si fregia della <strong>de.co.</strong>, il relativo disciplinare è visionabile anche online.</p>
<p>Gli ingredienti “del venerdì”</p>
<p>Non propone – lo sottolineo sùbito &#8211; alcun legame storico con la pizza napoletana.  Bensì, forse, con quella sterminata famiglia di pitte, schiacchiate, “piade”, pani carasau e simili, che sovente fungevano da piatto/mensa e dunque s’insaporivano di quel che le sovrastava e le “sgocciolava”. Nel caso della <strong>Liguria</strong> – regione costiera &#8211; poteva trattarsi di sardine (“pan del mare” al pari delle acciughe), aglio (lasciato in camicia), cipolle, olive (nere), odori (anzitutto origano…) e mai spezie “esotiche”, forse anche capperi e formaggi (ovini)… Ingredienti e condimenti anche – come si dice – di riciclo, e sempre sua maestà l’aglio a far da “nutraceutico”. Alle sardine poi successero pure le <strong>acciughe</strong> e putine (avannotti), un po’ meno amare, e meno pungenti nelle narici e sulla lingua. Oggi, per questo genere di torte, ogni massaia e tortaio ponentino segue la propria ricetta (erano un po’ il <strong>rito del venerdì</strong>), ma cucinarle bene risultava indispensabile alle ventimigliesi che desiderassero sposarsi, i mariti sarebbero stati critici implacabili… Come mia abitudine, esorto ancora una volta a scegliere panifici e fainotti che nei diversi impasti o condimenti usino <strong>olio extravergine</strong>, niente sanse, niente strutti, niente miglioratori chimici per velocizzare i processi lievitanti, niente fretta.</p>
<p>Tracce di storia</p>
<p>E la pissalandrea? Il 20 giugno del 1538 la vedova di Stefano Doria, dominus di Oneglia, accolse alcuni fra i potenti del tempo, Papa Paolo III, Carlo V d’Asburgo e Andrea Doria, i quali rientravano da Nizza, là dove Papa Paolo si era adoperato per indurre Carlo V e Francesco I ad una pax o quantomeno una cessazione delle ostilità. Presumo che <strong>Andrea Doria</strong> – visto l’agio in cui viveva e le frequentazioni cui era uso &#8211; fosse anche un buongustaio, possediamo un documento che in qualche modo svela i “bilanci” mensili di Maria, una sua cuoca guarda caso abilissima nelle torte (salate) e nelle focacce, quindi in ricette quanto mai locali. Ma <strong>pissalandrea</strong> non conduce all’Ammiraglio, conduce alla <strong>pissaladière provenzale</strong>  (Nice, Antibes…), a propria volta dal catalano peis salat, quel pesce conservato &#8211; sino a sfarsi in minutaglie &#8211; che per brutale sapidità ricordava e ricorda un po’ il celebre, “temuto” <strong>garum</strong> dei Romani (che tanto ho indagato in &#8220;Tempo mediterraneo. Quel che resta di Apicio&#8221;) o la <strong>colatura di alici</strong> di Cetara (SA), o le acciugate di Arezzo, o perfino la bagna cauda piemontese (quando le acciughe – come narra il compianto Nico Orengo – iniziarono a saltare verso la val Maira…). Il garum sovente viaggiava come merce sulle navi romane, tra cui quella che gli archeologi chiamano <strong>relitto di Diano Marina</strong>, in quanto affondata dinanzi a quelle coste (1).</p>
<p>Una geografia gastronomica borgo per borgo</p>
<p>Sardenaira e pissalandrea – come ho precisato anche altrove, <a title="curti sardenaira sanremo" href="https://www.liguriafood.it/2019/01/18/sanremo-festival-sardenaira/" target="_blank">clicca qui</a> &#8211; costellano si può dire ogni borgo del Ponente ligure, la prima è più di casa a <strong>Sanremo</strong>, Taggia, Badalucco… Viceversa la pissalandrea “abita” ad Imperia ed è divenuta de.co. (<a href="https://trasparenza.comune.imperia.it/archivio16_procedimenti_0_28025_0_1.html" target="_blank">clicca qui</a>), Diano, Ventimiglia, Perinaldo, Bordighera e Vallecrosia, Camporosso, Pigna… A Ceriana infornano pan sciacau, a Dolceacqua pasta cu a pumata/cun a bagna, ad <strong>Apricale machetusa</strong> (fügassön), a Bussana machetaia/machetaera, a Triora crescenza, a Bajardo una torta col <strong>brüssö</strong> (quello che i pastori in alpeggio spalmavano su duri pani “d’ordiu”). Sia come sia e ovunque sia, si tratta in definitiva di una torta salata piacevolissima in tutte le occasioni, come appetizer, come piatto unico, come stuzzichino da aperitivi, come “matafame”, in agriturismo, in enoteca…</p>
<p>E nei calici?</p>
<p>Un DOC Riviera ligure di ponente <strong>Vermentino</strong>, servito a 11°C nei tulipani a stelo alto, è ovunque un felice abbinamento, ma può cedere il passo ad un <strong>DOC Pornassio Sciac-trà</strong>, ovvero il nostro dolcetto vinificato in cerasuolo, o finanche ad un tenue <strong>Ciliegiolo</strong> del Levante qualora il pomodoro – che da cotto risulta presenza assai percepibile &#8211; sia abbondante e un po’ invadente. Buon viaggio a Ponente!<br />
(1). U. Curti, <em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all&#8217;età romana</em>, ed. De Ferrari, Genova, 2011<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong>(articolo di proprietà dell&#8217;autore, concesso originariamente ad altra piattaforma ed ora non più online)<strong><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a></strong></p>
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