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	<title>Ligucibario &#187; piazza caricamento</title>
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		<title>Diversità culturali, incontri di cucine</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2024 08:00:16 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/05/saffi_incontri-cucine_corretto_page-0001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22660" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/05/saffi_incontri-cucine_corretto_page-0001-212x300.jpg" alt="saffi_incontri-cucine_corretto_page-0001" width="212" height="300" /></a>Giovedì 16 maggio dalle h 17.30, presso la Sala del Consiglio &#8211; Municipio IV Media Val Bisagno (Piazza dell’Olmo 3, primo piano), la Biblioteca Civica “Saffi” presenta <em><strong>Diversità culturali, incontri di cucine</strong></em>, conversazione con Umberto Curti, storico dell&#8217;enogastronomia ligure, delle cucine di bordo di porto di orto&#8230;<br />
L’evento (a ingresso libero) inquadra la Genova portuale come approdo storico di merci “top di gamma”. Kainua, nel seno del Mandraccio sotto la collina di Castello, nacque non a caso già come scalo d’influenza anche etrusca…<br />
L’interazione fra rotte, cibi e tradizioni – in primis da Caricamento e Sottoripa – divenne e diviene interazione fra popoli e comunità, fra persone prima ancora che scafi, fra culture prima ancora che merci.<br />
E l’origine (sovente araba) di molti termini della cucina genovese, da musciamme a buridda&#8230;, conferma che la conoscenza è strumento di reciprocità non solo a tavola, sempre prioritario per avvicinare e rispettare le diversità.<br />
Vi aspettiamo con piacere, passate parola!<br />
Luisa Puppo</p>
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		<title>I PANDOLCI GENOVESI ALTO E BASSO</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 11:07:04 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20300" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/03/DSCN4061.jpg"><img class="size-medium wp-image-20300" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/03/DSCN4061-300x225.jpg" alt="pandolce genovese alto (il più antico)" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">pandolce genovese alto (il più antico)</p></div>
<p>Pandöçe zeneize, ma dovrei usare il plurale, la versione alta è più antica (dolcificata col miele, lievitava col <strong>crescente</strong> naturale…), quella bassa è ottocentesca e più veloce (pastafrolla e <em>baking powder</em>), oggi anche la più venduta.<br />
Di pandolce hanno scritto in tanti, poeti locali compresi, io da parte mia gli ho dedicato una ricostruzione storica (a <a title="umberto curti pandolce genovese" href="https://www.ligucibario.com/pandolce-solstizio-inverno-dies-solis-invicti/" target="_blank">questo link</a>) che difficilmente potrà essere arricchita, non tanto per miei meriti, ma per il fatto che non disponiamo d’ulteriore documentazione.<br />
Dal Medioevo, come noto, in <strong>piazza Caricamento</strong> – la ripa maris &#8211; approdavano dal mondo le materie prime migliori (in questo caso lo zibibbo, l’arte della canditura dalla Sicilia araba, la frutta secca…), ed ecco che i “pasticceri” si cimentarono con una ricetta sempre più fastosa, la quale richiede anche attenzioni specifiche in cottura, affinché l’impasto non indurisca per eccesso d’uova, e non scurisca fuori restando mal cotto dentro… Chissà che poi non se ne sia “occupato” anche il grande <strong>Andrea Doria</strong>, a cavallo tra ‘400 e ‘500…<br />
In Liguria il pandolce sciorina peraltro molti nomi (ed è <strong>Genoa cake</strong> nel mondo): pan dö bambin a <strong>Sanremo</strong>, con qualche variante pan del marinaio/pescatore ad <strong>Alassio</strong>, focaccia sarzanese a <strong>Sarzana</strong>, dove rivaleggia con la spungata… A Genova e Liguria il pandolce profuma soprattutto di <strong>Natale</strong>, la foglia d’alloro veniva infissa al centro dal più giovane di casa, però lo affettava il più anziano. Se la cottura avveniva nei forni pubblici, un’incisione superiore consentiva di riconoscere il proprio.<br />
Sia come sia, ovunque vigesse il benessere una fetta si elargiva al primo povero che bussava alla porta (talora erano monaci di conventi dove si assistevano gli indigenti), ed una si conservava – ben riparata &#8211; per <strong>San Biagio</strong>, il 3 febbraio, questo martire è infatti il protettore della gola, ed anche in Lombardia “el dì de San Bias se benedis la gula e el nas”…<br />
Circa gli accostamenti enologici, la versione più alta si sposa ad esempio con un <strong>DOC Golfo del Tigullio e Portofino Moscato</strong>, per quella più bassa suggerisco invece un passito a bacca bianca (la Liguria non ne è affatto priva) di non eccessiva struttura. Taluni prediligono però il <strong>Marsala</strong>, classico liquoroso di fine-pasto.<br />
Fatemi sapere, amici Lettori, se il vostro pandolce è alto o basso, e cosa versate nei calici…<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong>(articolo di proprietà dell’autore, concesso originariamente ad altra piattaforma ed ora non più online)<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18765" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ianuensis ergo marketing</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2021 13:08:30 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20237" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/03/008.jpg"><img class="size-medium wp-image-20237" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/03/008-300x225.jpg" alt="aglio, menta, pecorino..." width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">aglio, menta, pecorino&#8230;</p></div>
<p>Genovese, dunque mercante… <strong>Ianuensis ergo mercator</strong> è un postulato, e un apprezzamento, che si fa risalire ad un Anonimo del 1200.</p>
<p>Che l’origine del toponimo cittadino non derivi da Ianua (porta) né da una forma arcuata della sua baia originaria, bensì da <strong>Kainua (“città nuova”)</strong> pare ormai assodato. Anfore ed altri reperti ne svelano il primo sorgere, fu un emporio commerciale da cui gli Etruschi avrebbero inteso orientarsi verso Massalia/Marsiglia (<a title="curti il cibo in liguria dalla preistoria" href="https://www.deferrarieditore.it/prodotto/cibo-liguria-dalla-preistoria-alleta-romana/" target="_blank">clicca qui</a>)… Nondimeno, una volta crollata Roma ed esauritesi le scorrerie barbariche, i Genovesi fecero via via della propria città davvero una porta, ovvero un link per lucrosi traffici in tutte le direzioni ed in primis col vicino Oriente. <strong>Navigare</strong>, ai tempi, era peraltro tutt’uno col guerreggiare e col commerciare, mestiere – per mille cause &#8211; rischioso. Le sponde tirreniche verso sud sopportavano infatti le continue aggressioni saracene, con razzie stupri rapimenti, talora segnali d’un tentativo d’islamizzazione dell’intera Europa mediterranea. La violenza – ciclicamente &#8211; poteva altresì attenuarsi a beneficio delle interazioni pacifiche, delle compravendite e del business. Profitti crescenti ed alta finanza, così, elevarono Genova al rango di <strong>“Superba” per uomini e mura (l’aggettivo è già del Petrarca, 1358).<br />
</strong>Documenti custoditi presso gli Archivi di Stato comprovano una costante tensione cittadina verso nuove e ardite rotte, in cerca di genti e di merci, fra cui spezie (<a title="curti storia delle spezie a genova" href="https://www.liguriafood.it/2018/03/29/le-spezie-genova/" target="_blank">leggimi qui</a>).</p>
<p>Il porto, il mare, i mari: in epoca altomedievale e medievale (secoli XII-XVI) si consideri che il 50% delle tasse a vario titolo versate dai mercanti genovesi finanziava proprio il porto, con ricadute socioeconomiche – grazie a quel fisco “etico” &#8211; per l’intera città, amministrata con lungimiranza, e che vedeva affluire in <strong>piazza Caricamento</strong> tutte le migliori mercanzie del mondo sin lì conosciuto, ciò che definiremmo – con un lessico attualizzato dal marketing – i top di gamma.<br />
Sta sempre più venendo alla luce anche <strong>l&#8217;antico insediamento genovese di San Giovanni d&#8217; Acri (oggi Israele)</strong>, in specie un vasto edificio pubblico entro il perimetro del quartiere medievale, che aggregava 74 edifici, la chiesa dedicata a San Lorenzo, alcune torri, una strada coperta da volte, un forno e un parco. Acri fu il maggiore scalo della Palestina durante l’epoca crociata (ovviamente vi sbarcavano i pellegrini diretti a Gerusalemme) e la principale base dei Cavalieri di San Giovanni, fino al 1291 anno dell’assedio e della caduta in mano araba. Genova vi ricavava reddito, e deteneva diritti su almeno 1/3 della cittadina e su una porzione del territorio periferico, dove non a caso apparvero tre limiti confinari con la scritta “Ianua”.</p>
<p>Dal passato al futuro?<br />
Che cosa resta di quei secoli? <strong>Genova oggi è ancora una città ricca di mercati</strong> (<a title="curti genova nei suoi mercati" href="https://www.ligucibario.com/genova-nei-suoi-mercati/" target="_blank">clicca qui</a>), e quanto sopra testimonia come sia interessante scoprirla – culturalmente e turisticamente – anche attraverso tali mercati. Tra i banchi e le gastronomie, tra i colori ed il conversare, non solo si trovano prodotti la cui origine d’import “esotico” è svelata sin dal nome (ad es. a Genova <strong>la maggiorana è chiamata “persa”</strong> in quanto provenne dalla Persia), ma s’incontrano ricette che non avrebbero potuto esistere, o evolvere sino alla forma attuale, senza ingredienti in arrivo da altrove, si pensi allo <strong>stoccafisso </strong>(<a title="curti storia dello stoccafisso" href="https://www.liguriafood.it/2017/08/01/odori-di-carruggi-e-un-brandacujun-per-lestate/" target="_blank">leggimi qui</a>), “dono” dei mari del nord, o al <strong>pandolce</strong> (<a title="curti storia del pandolce genovese" href="https://www.ligucibario.com/pandolce-solstizio-inverno-dies-solis-invicti/" target="_blank">clicca qui</a>), così ricco di pinoli, uvetta, cedri canditi, ergo così arabo&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti</strong><br />
(articolo di proprietà dell&#8217;autore, concesso originariamente ad altra piattaforma ed ora non più online)</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Genova e Liguria, i cibi &#8220;internazionali&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 08:53:00 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/01/DSCN3063.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20117" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/01/DSCN3063-225x300.jpg" alt="DSCN3063" width="225" height="300" /></a></em></p>
<p>Genova e Liguria, i cibi &#8220;internazionali&#8221;</p>
<p><em>Etno-gastronomia</em>, un neologismo che piace.<br />
In effetti, che la cucina racconti la storia culturale di un popolo è acquisizione che ha preso piede in Italia dai tempi di “Gino” <strong>Veronelli</strong> e degli illuminati suoi pari, 50-60 anni fa, animando ricerche e dibattiti… In Liguria, fatte salve alcune pagine del Professor Rebora, poco si è prodotto.<br />
Cucina come “convivio” tra genti: una comunità si nutre di quel che coltiva, rielabora, produce, ma anche di quel che acquista e apprende, e pare davvero superfluo sottolineare come la cucina genovese (ivi incluse le sue progressive “irradiazioni”) s’appoggi diacronicamente a <strong>Piazza Caricamento</strong>, luogo in cui affluiva ogni tipo di merce, talora top di gamma. La Superba, dominando le tratte mercantili, pian piano fu tale anche a tavola (pur senza mai barattare le frugalità col kitsch), si pensi alle <strong>frutta candite</strong> di cui siamo debitori al mondo arabo, al fastoso <strong>tacchino alla storiona</strong> (ricetta forse “giunta” dalla Stiria), finanche poi al <strong>cappon magro</strong>, che ha monumentalità quasi barocca rispetto ai piatti liguri più consueti…<br />
Rotte, commerci, un <em>genius loci</em> che si svela al cospetto degli altri. V’è dunque una ricca famiglia di ingredienti, piatti o tradizioni che Genova e la Liguria mutuano da un altrove, o – per così dire &#8211; con un altrove spartiscono. Pietanze “comparate”, così mi piacerebbe intitolare un corso universitario, modificando ogni anno – beninteso &#8211; la parte monografica.<br />
Salirebbero così al proscenio anzitutto sua maestà <strong>il pesto</strong>, che oltre il confine di Ventimiglia in parte s’affratella al pistou.<br />
La salsa <strong>agliata</strong>, energia mediterranea, e nutraceutica, affine all’aioli, così come l’<strong>acciugata</strong> (da non confondere col m a c h e t t o) lo è all’anchoyade.<br />
Il <strong>marò</strong>, che svela un lemma forse arabo, salsa al mortaio che non a caso impiega la menta e che non a caso s’accompagna (a Ponente) alla capra.<br />
La <strong>bottarga</strong>, botarikh è l’ovario, ed il <strong>musciamme</strong>, mushamma’, ovvero filettini di pesce essiccato (un tempo era anche delfino), sorta di soppressa ittica piuttosto soda.<br />
Le varie preparazioni in <strong>scabeccio</strong> (carpione), ancora una volta dall’arabo sikbag.<br />
La <strong>farinata</strong> di ceci, ovvero la socca, la bela cauda, la cecìna, la calentita, street food che attraversa Paesi e continenti&#8230;<br />
La <strong>piscialandrea</strong>, dal francese pissaladière (certo non da Andrea Doria), ovvero “torta” che fa uso di pesciolini salati.<br />
Lo <strong>scuccusùn</strong>, ed è qui sin troppo chiara l’assonanza con uno dei piatti più importanti e “rituali” dell’area nostra dirimpettaia, anzitutto il Maghreb.<br />
Il <strong>brandacujùn</strong>, attiguo alla brandade de morue, io lo prediligo di stoccafisso (più ligure?), non di baccalà (più francese?). Il <strong>ciuppin</strong>, zuppa di pesce che fa da “ponte” verso San Francisco in California. La <strong>buridda</strong>, di seppie ma non solo, il nostro stufato di mare più corposo, ed i gourmet sanno che il bourride di Provenza e Linguadoca rivaleggia con la bouillabaisse marsigliese.<br />
La <strong>cima</strong>, non lontana dalla poitrine de veau farcie, petto di vitello farcito, e poi cotto al forno.<br />
Le <strong>trippe</strong>, e qui si potrebbe organizzare un lungo tour non solo italiano tra interiora e fratteglie leggendo il mio “Il quarto numero cinque. Trippe, busecca, lampredotto…Storia e ricette”, ed. De Ferrari, Genova, 2014.<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/01/DSCN4460.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20118" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/01/DSCN4460-300x225.jpg" alt="DSCN4460" width="300" height="225" /></a>La <strong>rattatuia</strong>, ovvero la ratatouille.<br />
Il <strong>pan di spagna</strong>, che tutto il mondo chiama significativamente pâte génoise, omaggiando quel Giovanni Cabona da Crocefieschi che la ideò, elegante e soffice, giunto coi Pallavicini alla corte di Spagna. Il <strong>pandolce</strong>, che suona “genoa cake” all over the world (sia lode all’anice). I biscotti di <strong>Garibaldi</strong>, gallette croccanti, con uvetta, molto diffuse da Newcastle a Londra, nate in onore di una visita dell’Eroe dei due mondi in Inghilterra (1854). La <strong>cubaita</strong>, dall’arabo qubbat, mandorle e altra frutta secca (secondo disponibilità) legate con miele dentro due cialde sottilissime. E le<strong> s-ciumette</strong>, albumi che la cucina francese – ça va sans dire &#8211; sa nobilitare col nome di îles flottantes…<br />
Lascio alla tua curiosità, amico lettore, l’onere di cliccare sui link che per ogni voce in elenco ti condurranno verso il mio “<strong>alfabeto del gusto</strong>”, un forziere di circa 1.100 lemmi (forse già lo consulti) nel quale è raccontata (vent&#8217;anni di lavoro) tutta intera l’enogastronomia ligure. Pardon, l’etno-gastronomia…<br />
Buon appetito!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Genova nei suoi mercati</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 13:37:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Genova nei suoi mercati I mercati coperti a struttura fissa sono &#8211; non da oggi &#8211; una costante in numerose città italiane, tanto più che il fascismo, durante il Novecento, come noto ne tutelò o ne incentivò la presenza. Genova è ormai città heritage, come si suol dire in termini di attrattività turistica, possiede beni ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/genova-nei-suoi-mercati/">leggi tutto</a></p>
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<p>Genova nei suoi mercati</p>
<p>I mercati coperti a struttura fissa sono &#8211; non da oggi &#8211; una costante in numerose città italiane, tanto più che il fascismo, durante il Novecento, come noto ne tutelò o ne incentivò la presenza.</p>
<p><strong>Genova</strong> è ormai città heritage, come si suol dire in termini di attrattività turistica, possiede beni molteplici e diversi, e beninteso li “dissemina” anche in quelle delegazioni che fino all’accorpamento del 1926 erano Comuni autonomi (e che talora si vivono ancora come tali?).</p>
<p>Per molte ragioni fanno parte di tale patrimonio “policentrico” anche <strong>i mercati coperti</strong>, oggi ne sopravvive una quindicina (e va tenuto presente che i più centrali sono di antica edificazione), talora in autogestione (1). Circa il loro destino da alcuni anni ci si interroga, e ci si preoccupa.</p>
<p>Va infatti sottolineato che le zone residenziali, perdendo mercati e <strong>botteghe di prossimità</strong> (che talora perpetuano mestieri storici), involverebbero sempre di più a dormitori spenti, donde si parte la mattina per recarsi al lavoro e dove si torna la sera&#8230; Le micro/piccole imprese del commercio, con tutti i loro limiti, cooperano alla coesione sociale, all’occupazione, alla “tenuta” delle locazioni immobiliari. Sapranno però, tali imprese, fronteggiare i <strong>threats</strong> di un’età frastagliata, liquida, deregolamentata, digitale, in cui <strong>l’e-commerce dei grandi oligopoli</strong> conferma ogni giorno di più la propria irruenza globalizzante?</p>
<p>Alcuni ovviamente hanno affiancato ai banchi tradizionali attività ristorative ecc., per “diversificare” e riconvertire parte del proprio ruolo e della propria immagine. <strong>Bologna (Mercato di mezzo), Modena (via Albinelli), Firenze (Loggia di mercato nuovo), Palermo (Ballarò), Budapest (Nagycsarnok), Barcellona (la Boqueria), Madrid (San Miguel), Lisbona (Mercato da Ribeira), Londra (Covent Garden), Stoccolma (Ostermalms)</strong> e altri casi battistrada di cui tutti parlano, infatti, sono ormai a pieno titolo location estetico-turistiche, dove ci si siede – per un’esperienza di tipicità &#8211; prima o dopo il passeggio, lo shopping, le visite a musei ed altro. Gli <strong>street food</strong> della tradizione sono sovente tra le proposte più gradite a stranieri e gourmet.</p>
<p>I mercati più centrali non competono in via diretta con le megasuperfici della GDO (non a caso padrone delle periferie), perché propongono un’offerta tendenzialmente più qualitativa, da connoisseurs, legittimamente più “costosa”, e già fra i banchi l’atmosfera è più “calda” e personalizzata. La clientela non di rado instaura giorno dopo giorno una relazione schietta e di cordialità coi propri “pusher” di fiducia, e anche questo costituisce un piacevole pretesto per andare, qualora non vi si risieda, in centro città. Anche gli uffici circostanti si possono appoggiare a mercati centrali per le pause pranzo e per la spesa pre-cena&#8230;</p>
<p>Si legge sul &#8220;Balilla&#8221; del 14 gennaio 1889 (traduco): &#8220;A quanto pare, il giorno 8 del prossimo gennaio 1900 avrà luogo nel Municipio l&#8217;incanto, per l&#8217;appalto dei pubblici mercati. Appoggiandosi alle giuste osservazioni del &#8220;Secolo XIX&#8221; e del &#8220;Corriere Mercantile&#8221;, anche noi facciamo osservare che troppo presto il nostro sindaco ha preso tale decisione, perché almeno avesse atteso lo sgombero definitivo dell&#8217;ex via Giulia, e l&#8217;apertura della nuova strada via XX settembre. Però da tempo addietro, e come ora s&#8217;è replicato, da parte dell&#8217;impresa si è avuta l&#8217;assicurazione che per la fine di questo mese i lavori dell&#8217;ultimo tratto di via XX settembre saranno progrediti così in avanti da permetter non solo libero passaggio ai pedoni, ma anche l&#8217;impianto e l&#8217;esercizio di tram elettrici. Se così fosse, allora la deliberazione presa dal nostro sindaco per l&#8217;8 gennaio del 1900 alle ore 14 la troviamo giustificata, e si terrà il primo incanto per l&#8217;appalto dell&#8217;esercizio biennale dei pubblici mercati, per la somma di 90mila lire. Il sindaco su tale questione si gioca parte della propria reputazione&#8221;&#8230;</p>
<p>Tra i mercati genovesi coperti (2), la palma del più importante spetta naturalmente al frequentatissimo <strong>Mercato Orientale</strong>, costruito nel 1899 in cemento armato quasi a metà di <strong>via XX Settembre</strong> (l’arteria dello struscio), ma inaugurato con una sfavillante mostra floreale – era il 7 maggio alle 10.00 &#8211; dentro un chiostro preesistente, e recentemente oggetto di una riqualificazione. Di tale mercato Ligucibario si è già, per ovvie ragioni, occupato, ambientandovi anche proposte turistiche (pesto, olio DOP&#8230;). Conta circa 80 banchi (malgrado tutto un numero rilevante) di merci varie, alcune come si suol dire a km0, ma in origine nacque come ingrosso ortofrutta (la vendita al dettaglio risale alla costruzione dell’ingrosso di corso Sardegna, dal 2009 non più attivo e in attesa di…destini chiari). Circa le diacronie di questa struttura, il Comune stesso dispone di un ottimo archivio fotografico.</p>
<p>Tempo addietro i diversi banchi – giunsero ad esser 200, e acquistarne uno poteva costare 600 milioni di lire… &#8211; proponevano maggior specializzazione, il che è rimasto nei ricordi dei genovesi, uno vendeva pesce o pollame di un certo tipo, uno salumi, un altro ogni sorta di un dato frutto, o di un dato ortaggio (Natale significava galantina, primavera preboggion&#8230;). Progressivamente si è assistito, per ovvie ragioni commerciali, ad accorpamenti&#8230;</p>
<p>Nulla ha di “orientale” (nel senso di esotico), il nome semplicemente si deve all’ubicazione, orientale rispetto al centro topografico cittadino. L’area a metà Ottocento si era dotata di un nuovo quartiere fra via San Vincenzo e la chiesa della Consolazione, prodromo di una complessa espansione verso est, e via XX Settembre col suo ponte Monumentale fu creata a fine secolo, rivoluzionando via Giulia e via della Pace (via della Consolazione). Cinquant’anni fa venne costruita quella copertura che celava le riuscite architetture ad arco, oggi rimpiazzata da vetro, che ovviamente conferisce maggior luminosità all’insieme, un po’ chiuso e buio. Il piano superiore, chiuso e poi riaperto, è infatti divenuto una food court. A <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Y-dBrZ4MZtk" target="_blank">questo link</a> un mio dialogo con Fabrizio Rela, di uno dei banchi più attrattivi.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/117.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-19960" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/117-300x225.jpg" alt="117" width="300" height="225" /></a>Centrali e suggestivi sono anche i mercati, pur di ridotta dimensione, <strong>di piazza Sarzano e di piazza Statuto</strong>. L’inconfondibile impronta liberty comune a entrambi dissimula il fatto che quello di piazza Sarzano, a due passi dal complesso di <strong>Sant’Agostino</strong> (sede museale), risalga al 2013 (in loco esisteva già un mercato all’aperto). Quello di piazza Statuto, risalente al 1921 e ampio 270 mq, è o sarebbe tappa turistica quasi obbligata per chi esplori <strong>Porto Antico e carruggi del centro storico, la casbah fra Palazzo Reale, i Rolli e la darsena</strong> (Genova propone davvero molte anime), e volesse concedersi una sosta un po’ shopping un po’ food. Ora un bando lo assegnerà in gestione a privati, con cessione per 30 anni del diritto di superficie.</p>
<p>Quanto al Mercato <strong>del Carmine</strong> (purtroppo chiuso e di recente riaperto solo come ristorazione), attorniato da sedi universitarie nell’omonima area, sopra quella piazza della Nunziata caratterizzata dalla chiesa neoclassica, è “piazza” che negli auspici di molti meriterebbe sorte meno precaria. Durante il Medioevo la zona era a coltivi, lungo il rio Carbonara (dal ‘600 non più visibile poiché incanalato in gallerie sotterranee), con uliveti e frutteti cui non a caso si lega la toponomastica limitrofa, tra fragole e giuggiole. Un certo benessere indusse nell’abitato incrementi demografici, senza peraltro modificarne più di tanto l’assetto, quegli alti palazzi in stile ligure che a tutt’oggi colpiscono il turista e impegnano lo storico dell’architettura e del vivere locale il quale tesaurizzi le lezioni alla <strong>Ennio Poleggi</strong>. Sul finire dell’Ottocento la piazzetta del Carmine nacque da interventi là dove salita S. Bernardino incontra salita Carbonara, attirando nel 1921 il mercato rionale che operava in piazza Bandiera, poco lontano. Il Novecento si concluse tuttavia con un unico esercizio in attività…, ciò che rafforzò nel 2010 la volontà di un impegnativo recupero di piazzetta e mercato, affascinanti spazi di aggregazione, dove “promuovere” i prodotti di allevatori e agricoltori di prossimità. Pronti via, ottobre 2013. Ma col passar del tempo – di nuovo &#8211; i costi di gestione, e last not least l’assenza di parcheggi, costrinsero le attività alla resa, fra malcontento e accese polemiche. Forse troppo semplicistica e temeraria – benché lodevole in termini ambientali e di sensibilizzazione alimentare – l’esclusività dei prodotti assolutamente local e assolutamente stagionali, e l’attitudine verso una ristorazione “naïve”, a base di pesce povero, genuino, di quinti quarti “economici”…. Si veda <a href="https://genova.repubblica.it/cronaca/2015/08/29/news/mercato-121819741/" target="_blank">al link</a></p>
<p>Il <strong>mercato ortofrutticolo del Ferro, a Sestri Ponente</strong>, è un’elegante struttura liberty di ferro e ghisa, con una storia particolare. Realizzato nel 1882 a Venezia, per la commercializzazione del pesce, il manufatto fu acquisito nel 1908 da Sestri (ancora Comune autonomo) e ri-eretto dove tuttora sorge (tra via Ferro e via Goldoni). Nel 2003 si procedette ad un integrale smontaggio, onde realizzare un garage interrato, e ad un meticoloso restauro. Nel 2008 il rimontaggio previde il completamento con le parti mancanti e con componenti decorative nello stile originale. Finalmente, nell’autunno del 2011 i lavori all&#8217;interno furono prodromici all’arrivo (2013-2014) dei banchi sin allora operanti nello storico mercato ortofrutta di piazza dei Micone (14 attività residue) e nel vecchio mercato coperto Cortellazzo di via Fabio da Persico. Il nuovo sottopassaggio dalla antistante, frequentatissima stazione ferroviaria consente ora un accesso pedonale sicuro e confortevole.</p>
<p>Quanto al resto della città, dove – come a Sestri Ponente &#8211; turismo e svago non incidono, i supermercati (quasi sempre dotati di comodo parcheggio) stanno sopravanzando strutture che non possono convertirsi a ristorazione o altro… Talvolta, i pochi banchi superstiti punteggiano spazi ampi ma “immalinconiti”, e talora fatiscenti. Analoghe dinamiche socioeconomiche (ben indagate) hanno peraltro riguardato Roma e le altre città con viva <strong>tradizione mercatale</strong> (3), dove alcuni dei mercati paiono “sospesi” tra l’affetto dei conservatori che tuttora vi si recano ogni giorno, il pessimismo di chi li equipara a forme commerciali ormai superate, l’avversione di chi vorrebbe solo demolire e derattizzare, e l’ottimismo di <strong>chi – previe riqualificazioni e riconversioni – vedrebbe possibile un nuovo avvenire</strong> (la quarta pare peraltro la posizione più condivisibile, così da non gettar via il bimbo insieme all’acqua sporca: alcuni mercati rappresentano oggettivamente un profondo “segno” urbano, antropologico, gastronomico, di presidio e animazione…). Si tratta &#8211; con urgenza &#8211; di sperimentare nuovi format, iniziative, modelli di marketing e di comunicazione, strategie di richiamo e accoglienza più efficaci e continuative.</p>
<p>(1) il Comune di Genova, con Camera di Commercio e Associazioni di categoria, pochi anni or sono ha complessivamente identificato 4 tipologie di gestione: a)diretta, con il Comune che si fa carico della manutenzione ordinaria e straordinaria; b)mista, con concessione di pubblico servizio a un consorzio per la manutenzione; c)autogestione e miglioria, con scomputo dei canoni (un consorzio concessionario di pubblico servizio sostituisce il Comune e incassa i canoni); d)autogestione con costituzione di diritto di superficie sino a 50 anni (un consorzio si fa carico delle spese di miglioria).</p>
<p>(2) in certo senso, fu peraltro <strong>la ripa maris, coi suoi portici dinanzi a Caricamento</strong>, il primo mercato cittadino coperto… Si veda <a href="https://www.editpress.it/cms/sites/default/files/anteprima/assaggio_mercati.pdf" target="_blank">al link</a></p>
<p>(3) si noti che la parola sopravvive in molti toponimi, toscani, emiliani, marchigiani…</p>
<p><strong><em>Bibliografia suggerita</em></strong></p>
<ol>
<li>Dassori E., De Maestri S., Morbiducci R., Dalla bottega all’ipermercato: percorso storico del commercio nella città di Genova, in Fumo M. (cur.), Dal mercato ambulante all’outlet. Luoghi e architetture per il commercio, Bologna, Editrice Compositori, 2004, pp. 61-90.</li>
<li>Rossini G., Michele Fenati 1885–1973. Un architetto civico tra Eclettismo e Razionalismo, Genova, Sagep, 2017.</li>
<li>I nuovi mercati rionali, “Il Comune di Genova. Bollettino Municipale mensile”, I/9, 1921, pp. 1-3.</li>
<li>Il mercato dei fiori, “Genova. Rivista Municipale” XIV/3 1934, pp. 239-241.</li>
<li>Il mercato rionale di Terralba, “Genova. Rivista Municipale” XII/10 1932, p. 987.</li>
<li>Michelis P. A., Estetica del cemento armato, Genova, Vitali e Ghianda, 1968.</li>
<li>Barisione S., Fochessati M., Franzone G., Canziani A. (cur.), Architetture in Liguria dagli anni Venti agli anni Cinquanta, Milano, Abitare Segesta, 2004.</li>
<li>Garibaldi E., L’ex mercato di via Bologna bloccato dalla burocrazia, un “buco nero” del quartiere, in “Il Secolo XIX”, 14/3/2014.</li>
<li>Cafferata D., Moggia C., Segantin F., “Da Mercato del Pesce a moschea: restauro e riuso di un edificio razionalista genovese”, in Ananke n. 71, gennaio 2014, pp. 84-101</li>
<li>Vecchiattini R., Genova: salvare l&#8217;ex-mercato per la frutta e la verdura nel quartiere di San Fruttuoso, in “Ananke”, n. 84, 2018, pp. 151-152.</li>
<li>Fidone G., Il ruolo dei privati nella valorizzazione dei beni culturali: dalla sponsorizzazione alle forme di gestione, in “Aedon”, n. 1-2/2012.</li>
<li>Petraroia P., Partenariato tra pubblico e privato nella tutela e valorizzazione dei beni culturali, in Individuazione e tutela dei beni culturali. Problemi di etica, diritto ed economia, Istituto lombardo-Accademia di Scienze e Lettere-Incontri di studio, 7/4/2016.</li>
<li>Boniotti C., Della Torre S., Innovative funding and management models for the conservation and valorization of public built cultural heritage, in G. Biscontin, G. Driussi (cur.), Eresia e ortodossia nel restauro. Progetti e realizzazioni, Atti delle Giornate di studi, Bressanone 28/6 &#8211; 1/7 2016, Marghera, Arcadia ricerche, 2016, pp. 105-114.</li>
<li>Christaller, W., Die zentralen Orten in Süddeutsch-Land, Jena, Gustav Fischer, 1933.</li>
<li>Bartaletti F., Compendio di geografia urbana, Genova, Bozzi, 1986.</li>
<li>Poleggi E., Città portuali del Mediterraneo, storia e archeologia. Atti del Convegno Internazionale di Genova 1985, Genova, Sagep, 1989.</li>
</ol>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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