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	<title>Ligucibario &#187; pesto genovese</title>
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		<title>Per una storia della pasta in Liguria e a Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:00:24 +0000</pubDate>
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<p>Per una storia della pasta in Liguria e a Genova</p>
<p>Come ha assertivamente concluso anche lo storico vadese Paolo Calcagno in un recente saggio, la stretta liaison tra i liguri e la pasta origina dal Medioevo.<br />
Inizialmente essi furono probabilmente solo ottimi acquirenti, se dagli atti del notaio genovese Giovanni Scriba scopriamo che fin dal secolo XII (1) le relazioni – commerciali &#8211; fra Liguria e Sicilia (vasto granaio e, come noto, culla italiana della pasta) sono quanto mai intense, e che le derrate in partenza dall&#8217;isola comprendono molto grano e altri prodotti alimentari fra cui la pasta; quindi un traffico rilevante, che ancora tra i secoli XV e XVI emerge anche da documenti del Banco di San Giorgio. Sino al tramontare del Medioevo, dunque, Genova è fra i leader quanto ad acquisti, ma non figura ancora fra i produttori diretti, che nella penisola sono anzitutto siciliani, poi sardi, pugliesi, e campani.</p>
<p>La liaison di cui sopra ha innegabilmente prodotto in Liguria, nel tempo, molti formati di pasta. Alcuni più a levante, altri più ponente, alcuni più legati alle cucine cittadine e costiere, altri più rustici e d’entroterra, alcuni semplici e più quotidiani, altri più “rituali”, e/o ripieni di golosa farcia…</p>
<p>Percorriamo ora in dettaglio alcune diacronie relative a tale tradizione pastaria ligure, e soprattutto genovese in base alla documentazione pervenutaci. Dal secolo XIII al XX.</p>
<p>1244 &#8211; Lo storico genovese Roberto Lopez segnala che un medico bergamasco, Rogerius de Bracha, si impegna, con atto rogato il 2 agosto dal notaio Giannino de Bredono, a guarire (dietro corresponsione di sette lire genovesi) l’operaio lanaiolo Bosso da una patologia del cavo orale. Il malato tuttavia, dinanzi a testimoni, a propria volta si impegna a non consumare taluni cibi, fra cui si menziona anche la <em>pasta lissa</em>. Più in dettaglio l’elenco dei “pericoli” &#8211; per noi difficile oggi da interpretare &#8211; comprendeva carne, frutta, cavoli, e appunto pasta, ovvero testualmente in latino volgare italo-romanzo: &#8220;&#8230;.et non debae comedare aliquo frutamine, neque de carne bovina, nec de sicca, neque de pasta lissa, nec de caulis&#8230;&#8221;.</p>
<p>1279 &#8211; A tale anno risale una delle prime citazioni &#8220;ufficiali&#8221; della pasta: nell&#8217;inventario notarile di un&#8217;eredità, redatto da Ugolino Scarpa, si incontra infatti, tra i pochi lasciti del milite Ponzio Bastone, &#8220;<em>bariscella</em> (cesta) <em>una plena de macaronis</em>&#8220;.</p>
<p>1298 &#8211; Il veneziano Marco Polo, rinchiuso – per un anno &#8211; nel carcere di Palazzo San Giorgio a Genova dopo la battaglia navale del 7 settembre presso l’isola di Curzola (oggi territorio croato), detta a Rustichello da Pisa niente meno che “Il Milione”, accennando anche a paste / lasagne mangiate durante i suoi grandi viaggi, e buone come quelle di Genova. Delle lasagne celebrarono l’esistenza anche i coevi Jacopone da Todi (“Chi guarda a maggioranza spesse volte si inganna. Granel di pepe vince per virtù la lasagna”) e forse Cecco Angiolieri (il sonetto “Chi de l’altrui farina fa lasagne” è di dubbia attribuzione). Una ulteriore citazione ricorre in Fra’ Salimbene da Parma che nella “Cronaca”, alludendo ad un monaco, esclama: “Non vidi mai nessuno che come lui si abbuffasse tanto volentieri di lasagne con formaggio”… Un dato tuttavia è incontrovertibile: la pasta, in Italia, era nota ben prima di Marco Polo e delle “sue” lasagne, fatte con “farina di alberi” – albero del pane o albero del sago – e non con grano duro, sconosciuto in Cina. Come detto, già nel secolo XII infatti gli instancabili mercanti genovesi avevano “trasportato” la pasta dalla Sicilia occidentale (gli storici legami fra Trapani e Genova sono probabilmente confermati, malgrado le varianti, anche dal pesto) in tutto il Settentrione, tanto che nel secolo XV paste (lunghe e corte) venivano chiamate – anche dall’umanista e gastronomo lombardo Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina &#8211; “trie genovesi” o “paste di Genova”… Sulle mense patrizie si trattava di contorni, su quelle più “plebee” &#8211; forzatamente &#8211; di piatto unico. Esse peraltro venivano assoggettate a cotture che noi reputeremmo inaccettabili, e condite nei modi più diversi per non dire, talvolta, stravaganti: sovente con abbondantissimi caci grattugiati e spezie in polvere; Bartolomeo Sacchi stesso suggeriva “capponi, uova e qualsiasi genere di carne”; via via salirà in scena anche il burro ma…associato a zucchero e cannella.</p>
<p>1316 &#8211; Il notaio Giacomo Nepitello di Genova roga un atto di affitto dell&#8217;abitazione di Maria Borgogno, la quale di mestiere <em>“faciebat lasagnas”</em>, ovvero confezionava lasagne. Mi piace immaginarla come una di quelle titolari che sino a tutto il Novecento governarono con successo &#8211; tra farinate e torte di verdura &#8211; alcune trattorie e sciamadde nei carruggi, in primis <em>a Sciâ Carlotta</em> di Sottoripa &#8220;celebrata&#8221; da Ansaldo&#8230;</p>
<p>1329 &#8211; In un atto notarile rogato in Genova si nomina un tal <em>“Gualterius Lasagnarius”</em>, residente nella contrada del Prione. Al tempo quell’area cittadina centrale e viva, già degli Embriaci, apparteneva ai Fieschi</p>
<p>1363 &#8211; Nel cuore della Repubblica di Genova si intercetta la prima testimonianza di uno strumento, una schiumarola, ideato specificamente per scolare la pasta, un mestolo forato detto <em>caza lasagnaria</em> (donde nel parlato “cassarèa”), impiegato in primis da quei lasagnari, artigiani pastai imbarcati sulle galee, che cucinavano per gli equipaggi durante le lunghe e pericolose navigazioni.</p>
<p>1574 &#8211; Il Senato della Repubblica di Genova approva il più antico Statuto dell’Arte dei Fidelari (i pastai), il quale ribadisce, tra l’altro, come all’epoca la pasta venisse prodotta con semola, ricavata da Triticum durum. Tre anni dopo anche a Savona viene costituita una &#8220;Regolazione dell&#8217;Arte dei Maestri Fidelari&#8221;. Sul tema puoi leggermi anche <a title="fidelari" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/fidelari/" target="_blank">a questo link</a>.</p>
<p>1649 &#8211; Dal verbale di una riunione (11 maggio 1649) dei Fidelari di Genova si evince che la materia prima della pasta genovese è ancora e sempre il grano duro, poiché i consoli della corporazione accennano solo a <em>“compre dei grani duri”</em>.</p>
<p>1740 &#8211; Il genovese Paolo Adami chiede (con successo) ai Deputati alle Regolazioni del Commercio di Venezia l’autorizzazione ad avviare una fabbrica di <em>“paste fine che in Genova si manipolano e non fanno i Lasagneri di questa città”</em>, garantendo di condividere il proprio sapere con “<em>qualunque Capo Mastro o figli di Capo Mastro che volesse apprendere l’arte e maniera di fabbricar pasta fine ad uso di Genova”</em>.</p>
<p>1806 &#8211; M. (Serafino) Buonaiuti da Londra scrive, nel suo “Italian scenery; representing the manners, customs, and amusements of the different states of Italy”: <em>“I maccheroni di Napoli si riconoscono facilmente. Non sono avvolti a matassa come quelli di Genova. Sono assolutamente diritti e solo ad una estremità hanno una curva, perché non appena sono usciti dalla pressa per la lunghezza prestabilita, vengono appesi a dei bastoni per farli essiccare. Il foro che li attraversa da un capo all’altro è perfettamente eseguito.[…] Ciò che più li distingue è il loro colore giallo dorato. Il loro impasto è granulare e guardato contro luce presenta una particolare trasparenza propria dei veri maccheroni di Napoli”</em>.</p>
<p>1824 &#8211; Gilbert Joseph Gaspard, conte de Chabrol de Volvic (1773-1843), capace prefetto napoleonico nel Savonese (Dipartimento di Montenotte) durante la dominazione d’inizio Ottocento, pubblica un quadro statistico sulle attività economiche locali (tuttora utile agli storici) tra le quali spiccano le “<em>fabbriche di paste: i circondari di Savona e di Porto Maurizio ne hanno 148. Se ne esportano grandi quantitativi in Provenza e in Piemonte. […] Il prodotto di ciascuna fabbrica è di 280 quintali di pasta per anno</em>” (circa 18 chili per operaio al giorno).</p>
<p>1834 &#8211; Lo scrittore e giornalista torinese Davide Bertolotti (1784-1860), nel suo “Viaggio nella Liguria Marittima”, pubblicato nel 1834 (viaggio durante il quale fu particolarmente colpito anche dalle cave di ardesia nell’interno di Lavagna), precisa che la provincia di Genova ha <em>“dugentocinquanta fabbriche di vermicelli”</em>, che <em>“manda per mare a Costantinopoli, a Cipro, in Egitto, in Francia, in Inghilterra, in Spagna e nelle due Americhe, nonché per terra nella Lombardia, nella Toscana, nella Svizzera, nella Germania”</em>.</p>
<p>1846 &#8211; Il signor Giuseppe Doglio, in occasione di una Expo svoltasi a settembre in Genova, viene premiato con la medaglia d’argento per la creazione di un torchio da paste realizzato in ferro e bronzo, munito di campana riscaldata a vapore.</p>
<p>1892 &#8211; Nel volume “Province di Genova e Porto Maurizio<em>” </em>l’attivissimo divulgatore portorino Gustavo Strafforello (1818-1903) delinea un profilo realistico circa la filiera pastaria in quella Liguria di fine Ottocento. <em>“Si può calcolare che fabbricansi in complesso circa 159.000 quintali di paste all’anno, i quali si smerciano abbondantemente nel Regno e all’estero, principalmente negli Stati Uniti, nel Brasile e in altri Stati dell’America Meridionale, a Gibilterra e a Costantinopoli”</em>. La notissima fabbrica “Agnesi” aveva aperto i battenti nel 1824 a Pontedassio, e si trasferirà poi a Oneglia dopo il rovinoso terremoto del 1887 (quello che distrusse quasi totalmente Bussana).</p>
<p>1931 &#8211; Il &#8220;Manifesto della cucina futurista&#8221; è preludio ad un vero e proprio ricettario, come sempre iconoclasta, che il leader del movimento, Marinetti, compila con Fillia ed altri sodali. La pasta viene demonizzata in quanto imbolsirebbe la nazione, la quale deve viceversa orientarsi verso la risicoltura. Un gruppo di futuristi liguri, tra cui quel Farfa che da Savona, con 7 ricette, ha contribuito al ricettario, tenta di difendere quantomeno i ravioli, &#8220;carnale lettera d&#8217;amore in busta color crema&#8221;, ottenendo infine il benestare di Marinetti.<br />
(1) nel 1154 il geografo marocchino Al-Idrisi, a Trabia (34 km da Palermo), documenta l&#8217;esistenza di mulini ove si produceva una pasta (itrya) di grano duro, lunga e sottile, apprezzata in tutto il mondo normanno e musulmano.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)<br />
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		<title>Pesto maleducato</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Apr 2025 12:13:14 +0000</pubDate>
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<p>D’accordo, qualche volta noi genovesi possiamo (potevamo) essere un po’ rusteghi coi foresti, come si suole (si soleva) dire, ovvero un po&#8217; ruvidi coi non-genovesi, ma il pesto “maleducato” non si lega a quanto sopra, bensì è un pesto assai fortificato quanto ad aglio, come lo voleva il marchese Beppe Gavotti (1973)… L’aglio era vissuto come un disinfettante – in effetti ha mille proprietà benefiche &#8211; , così come il sale era “il” conservante. Per non parlare del pecorino, importato a Genova dalle isole dirimpettaie.</p>
<p>E i proto-pesti &#8211; si legassero o no (direi non necessariamente) al moretum romano che funge da breakfast per il contadino Similo &#8211; erano quel “savore d’aglio” che accompagnava carni e pesci un po’ come una salsa verde.</p>
<p>Sulle salse al mortaio si sta scrivendo tanto (e non è affatto un male), Ligucibario® stesso ha contribuito al dibattito tanto che – per chi digiti “salse al mortaio” su Google – si posiziona al primo posto online (eccovi la salsa di noci, la salsa di pinoli, il marò di fave, il machetto di sardine&#8230;, tutte &#8220;diramazioni&#8221; dell&#8217;aggiadda).</p>
<p>Ma, occorre ben precisarlo, il pesto come viene “inculcato” oggi (non v’è più fiera o sagra senza qualcuno che pesti basilico nel mortaio…) è una formalizzazione di fine ‘800, e peraltro, come sempre, non esiste una ricetta realmente ufficiale, unica ed assoluta…</p>
<p>Il pesto si preparava con quello di cui si disponeva (spinaci, fagiolini, timo, persa…), tanto più che le stüffe di Pra’ iniziano a marciare a pieno regime, anch’esse, solo da fine ‘800, finalmente consentendo al basilico una stagionalità più estesa.</p>
<p>Va anzi sottolineato che his majesty Gualtiero Marchesi impiegava noci e cagliata facendo a meno dei pinoli, e recentemente un altro chef di vaglia, Davide Oldani, ha osato – sulle orme di Ada Boni eccetera &#8211; un burro, subito assalito da coloro i quali non sanno che nelle campagne, storicamente, il burro era talora più reperibile che l’olio, e che neppur leggono il primo Giobatta Ratto, a me più caro del coevo Emanuele Rossi&#8230;</p>
<p>Ratto che difatti, udite udite, nella sua “Cuciniera genovese” del 1863 scrive alla ricetta 11 (quella del battuto genovese, cui sposa tragicamente il formaggio olandese) “…e pestate il tutto in mortaio con poco burro finché sia ridotto in pasta”…</p>
<p>Buon pesto genovese a voi tutti (confezionatelo come vi pare, godetevelo sovente, conditeci i formati di pasta “migliori”, e abbinategli un Pigato della DOC Riviera ligure di ponente…).<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<div id="attachment_25797" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/IMG_20250315_181708.jpg"><img class="size-medium wp-image-25797" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/03/IMG_20250315_181708-300x225.jpg" alt="umberto curti al convegno sull'emigrazione presso il MEI di genova" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">umberto curti al convegno sull&#8217;emigrazione presso il MEI di genova</p></div>
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		<title>Cucina ligure domande e risposte(9). Il pesto è DOP?</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Mar 2025 08:41:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Cucina ligure domande e risposte. Un lungo viaggio con Umberto Curti attraverso più di cento &#8220;dubbi&#8221; e curiosità che riguardano la cucina ligure e genovese: corzetti o croxetti? Cuculli o friscêu? Il sugo alla genovese è genovese? E&#8217; più antico il pandolce alto o quello basso? Stoccafisso o baccalà? Eccovi la nuova puntata della rubrica ospitata ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/cucina-ligure-domande-e-risposte9-il-pesto-e-dop/">leggi tutto</a></p>
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<p>Cucina ligure domande e risposte. Un lungo viaggio con Umberto Curti attraverso più di cento &#8220;dubbi&#8221; e curiosità che riguardano la cucina ligure e genovese: <em>corzetti</em> o <em>croxetti</em>? <em>Cuculli</em> o <em>friscêu? </em>Il sugo alla genovese è genovese? E&#8217; più antico il pandolce alto o quello basso? Stoccafisso o baccalà?<br />
Eccovi la nuova puntata della rubrica ospitata da Ligucibario® per gli appassionati, i cuochi, i turisti, i gastronauti e i foodblogger&#8230;. Un centinaio di casi ricorrenti che abbiamo strutturato in FAQ alle quali andremo via via a rispondere nei prossimi mesi. Stay tuned!</p>
<h2><i>Il pesto è DOP</i>?</h2>
<h2></h2>
<p><strong><i>9. il pesto è DOP?</i></strong> Assolutamente no, né potrebbe esserlo, in quanto la ricetta &#8211; quella ormai &#8220;formalizzata&#8221;, sebbene in ogni casa si resti liberi di prepararlo come meglio aggrada &#8211; combina vari ingredienti. Fra i quali, certamente, numerosi sono i DOP (Basilico Genovese, Olio extravergine DOP Riviera Ligure, Fiore Sardo DOP, Parmigiano Reggiano DOP), e numerosi quelli di pregio (aglio di Vessalico, pinoli di Pisa). Ma il pesto, in sé, ovviamente non è DOP&#8230;</p>
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<h2>Continuate a seguire la nostra rubrica &#8220;Cucina ligure domande e risposte&#8221;.</h2>
<p>Cliccate qui per <a title="cucina ligure domande e risposte" href="https://www.ligucibario.com/cucina-ligure-domande-e-risposte8-stoccafisso-o-baccala/" target="_blank">l&#8217;ottava faq</a></p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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		<title>Pesto storyteller al corso GAE</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 10:44:41 +0000</pubDate>
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<p>Pesto Storyteller.</p>
<p>Ho utilizzato &#8211; avviene sovente &#8211; il pesto genovese per una lezione di storytelling al corso GAE (VI edizione) presso F.Ire Genova.<br />
Malgrado sia generalmente adorata dai liguri tanto quanto dagli italiani, e molte recenti iniziative abbiano corroborato anche la sua notorietà internazionale (ma la cucina ligure non è mai stata né mai sarà solo pesto&#8230;), questa salsa da mortaio va narrata anzitutto sfatando tanti luoghi comuni.</p>
<h2>Pesto storyteller: 20 dubbi risolti</h2>
<p>Ho quindi sviluppato la lezione  sul pesto storyteller &#8220;riscontrando&#8221; <strong>quella ventina di dubbi e quesiti che nel tempo ho visto ricorrere più di frequente</strong>. Amici Lettori vado ora con piacere a percorrerli anche con voi (in realtà, <em>Ligucibario®</em> ha già trattato il tema più o meno 150mila volte).<br />
1)il pesto è una salsa, non un sugo. Ergo, una preparazione a crudo, e quindi la qualità della materia prima è tutto&#8230;<br />
2) e 3)il mortaio è un manufatto diffuso in tutta l&#8217;area mediterranea, serviva a pestare spezie, frutta secca, pigmenti&#8230; Il marmo di Carrara e di Colonnata certamente contribuì ad una &#8220;romanizzazione&#8221; che lo diffuse intensamente anche in Liguria. Il genovese è tondo e svasato, il marsigliese è alto e capiente, con forma a tulipano, il toscano è più arrotondato e ha i 4 orecchi che scendono al basso, il bergamasco ricorda un&#8217;acquasantiera e ha una base a piedistallo&#8230; Grossi mortai, beninteso, servivano anche da fermaporte, vasi per piante, abbeveratoi&#8230; Ti consiglio il video <a href="https://www.youtube.com/watch?v=fDHrksxBlCo" target="_blank">Genova e le salse da mortaio</a> che ho progettato e girato per il Comune di Genova.<br />
4)andrebbero privilegiati mortai di marmo più ruvido, così che la superficie funga al meglio da grattugia, in concorso col sale grosso&#8230;<br />
5)per i pestelli vanno bene molti dei legni anche liguri: faggio, ulivo, bosso, olmo, pero&#8230; Mai il castagno, più fragile e tannico. Un tempo esistevano anche pestelli a 2 teste, una per le preparazioni con aglio o altri ingredienti molto pungenti, l&#8217;altra per le restanti ricette&#8230;<br />
6)il diametro &#8220;casalingo&#8221; ottimale dei mortai si aggira attorno ai 22 cm. Più piccolo permette infatti di lavorare poca materia, più grande richiede muscoli da palestrato&#8230; Mi riterrete bisognoso di un TSO se vi confesso che io, nel caso di lunghe lontananze da Genova, metto in valigia addirittura un piccolo mortaio da viaggio?&#8230;<br />
7)le 4 protuberanze laterali servivano sia da appoggio sulle cosce, sia per roteare il mortaio mentre con l&#8217;altra mano si impugna e si aziona il pestello&#8230;<br />
8)un poco di acqua tiepida con qualche goccia di limone o aceto è il detersivo ottimale per garantire ai mortai una vita pressoché eterna&#8230;<br />
9)il calore del movimento elettrico ossida i polifenoli aromatici contenuti negli olii essenziali (metileugenolo) del basilico, pertanto si rischia di preparare un pesto poco profumato&#8230; Chi rifiuta il mortaio, abbia almeno l&#8217;accortezza di collocare bicchiere e lame dei frullatori nel freezer un&#8217;ora prima di servirsene&#8230;<br />
10) e 11)le serre sono &#8220;e stüffe&#8221; di vetro che si affermarono verso la fine dell&#8217;800, anzitutto a Pra&#8217; (che giustamente i praini scrivono con l&#8217;apostrofo e non con l&#8217;accento). Sono perfette per garantire temperature costanti ecc. ai coltivatori. Prima, col basilico coltivato in campo o in vaso, il pesto non era certo disponibile tutto l&#8217;anno&#8230; Infatti si mangiavano anche i cosiddetti pesti d&#8217;inverno, cioè preparati con quel che c&#8217;era: prezzemolo, fagiolini, spinaci, oppure timo, maggiorana&#8230; Sorrido quando sento persone che, in mancanza di resti archeologici o di ricette documentate, si ostinano ad affermare che in gastronomia esistano ricette uniche, originali, autentiche, assolute. E che protestino contro Davide Oldani. La realtà è che i nostri antenati usavano quel poco o tanto di cui disponevano in quel momento (e nelle campagne il burro poteva presenziare più dell&#8217;olio). Inoltre, molti &#8220;chef&#8221; erano analfabeti e certo non amavano condividere i propri copyright. A buon intenditor&#8230;<br />
12)la ricetta attuale del pesto è andata formalizzandosi, per così dire, dopo Giobatta Ratto (1863). Aglio (di Vessalico), pinoli (di Pisa), sale grosso, basilico genovese DOP, i 2 formaggi grattugiati da poco, olio extravergine DOP riviera ligure (preferire la sottozona riviera di levante). Peraltro mia madre, che era una cuoca straordinaria, e purtroppo morì molto giovane, nel suo pesto aggiungeva sovente qualche gheriglio di noce, precedentemente sbollentato per eliminare la pellicola amarognola. Non mi risulta sia mai stata processata né condannata&#8230;<br />
13)allergeni, sempre più spinosa questione; ho trattato lungamente, a voce, questo tema, specie in relazione ad aglio, pinoli, formaggi. Scrivetemi una mail e volentieri vi risponderò&#8230;<br />
14)le stagionature dei 2 formaggi sono rispettivamente parmigiano (o meno bene grana padano) 24 mesi, e pecorino (sardo DOP sarebbe il massimo) dagli 8 mesi. Al crescere della stagionatura di uno, è bene abbassare un po&#8217; quella dell&#8217;altro&#8230;<br />
15)il parmigiano è una quantità circa doppia rispetto al pecorino, ma personalmente amo (e preparo) anche il pesto con molto pecorino&#8230;<br />
16)il modo migliore di conservare il pesto è mangiarlo il prima possibile. Se proprio occorre conservarlo, evitare la surgelazione (che non equivale all&#8217;abbattimento e quindi origina microcelle d&#8217;acqua) e semplicemente riporre il pesto in frigo per qualche giorno, non di più, ben coperto da olio extravergine&#8230;<br />
17)i migliori formati di pasta in Liguria sono trenette, mandilli, picagge, ma io spazio anche fra testaroli, gnocchi di patate, troffiette (si badi che un tempo i genovesi chiamavano troffie gli gnocchi)&#8230;<br />
18)il pesto, come del resto il basilico, si presta bene anche ad impieghi innovativi, quindi viva la fantasia (non la stravaganza). Io utilizzo il pesto nelle insalate, con gli sgombri alla piastra, coi petti di pollo&#8230;<br />
19)il pesto non ama i vini rossi, tannici. Perciò, in Liguria prediligere la semiaromaticità del Pigato DOC (unicità della Riviera di ponente), e fuori regione abbinare ad es. Malvasia secca, Sauvignon, finanche Riesling&#8230;<br />
20)il pistou provenzale si differenzia dal pesto genovese in quanto contiene molto aglio e niente formaggi. Il pesto trapanese sostituisce a parmigiano e pinoli il pomodoro e le mandorle&#8230; Si tratta, come vedete, di due salse &#8211; seppur squisite &#8211; molto diverse dalla genovese&#8230;</p>
<p>Pesto storyteller&#8230; da narrare.<br />
Buon pesto a voi tutti, e &#8220;divulgate&#8221; il pesto nel modo migliore, che non è quello dei guru (nessuno fino a prova contraria è depositario della ricetta).<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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		<title>DI PESTO, DI AGLIO E DI FORMAGGIO SARDO</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Nov 2023 09:47:49 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/pesto-pronto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-21933" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/pesto-pronto-225x300.jpg" alt="pesto pronto" width="225" height="300" /></a>La cucina ligure, malgrado i giganteschi mortai &#8211; un po&#8217; grotteschi? &#8211; in navigazione sul Tamigi, non fu, non è e mai sarà solo pesto (circa le polemiche di questi giorni, mi riconosco maggiormente nelle parole del cuoco Roberto Costa che in quelle di Oliviero Toscani, siamo forse un po&#8217; stanchi di identificare un&#8217;identità regionale/cittadina con una ricetta). Poiché tuttavia questa salsa è ormai &#8211; meritatamente &#8211; molto nota, cerchiamo di renderle giustizia con alcune informazioni corrette (Ligucibario® peraltro se ne è già occupato infinite volte, leggimi ad es. <a title="umberto curti pesto genovese" href="https://www.ligucibario.com/il-pesto-genovese-3/" target="_blank">a questo link</a>).<br />
Anzitutto, <strong>la Liguria è terra di mortai per ragioni geostoriche</strong> (mediterraneità, dominio romano, Alpi Apuane…). Si caratterizza dunque per numerose salse – alcune più celebri e &#8220;vive&#8221; d’altre &#8211; preparate dentro tale manufatto, peraltro utile anche con frutta secca e spezie, e con pigmenti.<br />
Tutte queste salse, fra cui <strong>l’aggiadda</strong> (l’agliata, madre di tutte), poiché in origine accompagnavano carni, un po’ come i <em>bagnèt verd piemontesi</em>, proponevano un sapore sapido, puntuto, deciso, per via del <span style="text-decoration: underline;">sale</span> (un conservante) e dell’<span style="text-decoration: underline;">aglio</span> (un disinfettante).<br />
Il pesto tuttavia, la cui ricetta attuale si “formalizzò” non prima di metà ‘800 e poi molto grazie alla <strong>Cuciniera del Ratto</strong>, la cui prima edizione nel 1863 non risultò irreprensibile, si “batteva” nel mortaio con quel che c’era (maggiorana, fagiolini, spinaci…), tanto più che <strong>le serre di basilico</strong> con cui oggi identifichiamo Pra&#8217; (con l&#8217;apostrofo mi raccomando) erano ancora di là da venire, e quindi le stagioni come sempre condizionavano i menu. Si consideri inoltre, prima di &#8220;fucilare&#8221; lo chef lombardo Davide Oldani, che in campagna il burro era talora – sorprendentemente &#8211; più reperibile dell’olio. Inoltre, v’erano pesti per così dire più patrizi e pesti plebei, un po’ – benché per altri motivi &#8211; come avviene oggi, dato che non tutti utilizzano materia prima corretta, e di qualità…<br />
Anche <strong>il pecorino sardo</strong> DOP (ideale se stagionato 10-12 mesi) si conferma ingrediente centrale, in quanto la Repubblica di Genova intratteneva intensi commerci con Corsica e Sardegna, e quasi sempre una specialità culinaria origina da quel che un popolo conosce, coltiva, commercia.<br />
Io mi felicito con chi garantisce ai propri clienti un pesto autentico, realizzato (oggi) con <strong>basilico genovese DOP, aglio bianco di gentile sentore magari di Vessalico, pinoli pisani o comunque italianissimi, sale grosso, parmigiano reggiano DOP (il cui disciplinare è più vincolante rispetto al grana padano) e pecorino sardo DOP, e infine olio extravergine DOP ligure, magari della sottozona Riviera di levante dove le cultivar lavagnina e pignola fanno il mestiere della taggiasca</strong> (mia nonna e poi madre, cuoche eccelse, aggiungevano &#8211; non vogliatemene &#8211; anche un paio di gherigli di noce, sbollentati e spellati)&#8230;<br />
Un pesto della tradizione, dunque, saporito, corposo e non liquido, così come fu e dovrà continuare ad essere, ma senza fanatismi (il mio è quello nella foto, quando ho modo di usare il mortaio, altrimenti gelo un&#8217;oretta in freezer le lame e il bicchiere del frullatore).<br />
La mia raccomandazione è di accostarlo a pasta come <strong>trenette, lasagne sottili sottili, picagge, testaroli, gnocchi e trofiette</strong>, e di abbinarlo agli aromi di qualche buon <strong>Pigato</strong> locale, da versare a giusta temperatura, 10-11°C, dentro bei tulipani a stelo alto. Fuori Liguria, si potrà beninteso optare per Sauvignon, Malvasie secche, finanche Riesling…<br />
Amico gourmet, buona Liguria e buon pesto a te, naturalmente – sempre &#8211; con aglio e sardo.<br />
<strong>Umberto Curti, Ligucibario®<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-21488" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord-300x189.jpg" alt="smart" width="300" height="189" /></a><br />
</strong></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com/di-pesto-di-aglio-e-di-formaggio-sardo/">DI PESTO, DI AGLIO E DI FORMAGGIO SARDO</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.ligucibario.com">Ligucibario</a>.</p>
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		<title>Basilico, prima ancora che pesto</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2022 10:46:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Basilico, prima ancora che pesto&#8230; E’ in edicola il numero 27 del magazine bimestrale LiguriaFood (editore Sabatelli). In quest’occasione ho avuto modo di dedicarmi al tema basilico. Non il pesto dunque, se non in forma residuale, bensì quell’erba regia (basileus) che da circa due secoli del pesto è protagonista. Ma non fu sempre così: prima ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/basilico-prima-ancora-che-pesto/">leggi tutto</a></p>
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<p>E’ in edicola il numero 27 del magazine bimestrale <strong>LiguriaFood</strong> (editore Sabatelli).</p>
<p>In quest’occasione ho avuto modo di dedicarmi al tema <strong>basilico</strong>. Non il pesto dunque, se non in forma residuale, bensì quell’erba regia (basileus) che da circa due secoli del pesto è protagonista. Ma non fu sempre così: prima dell’avvento delle serre, il “<em>savore d’aglio</em>” si preparava con quel che c’era stagionalmente, fagiolini, spinaci, maggiorana&#8230;, e talvolta – sebbene io per primo usi solo ed esclusivamente olio extravergine – la ricetta poteva consentire un poco di burro. Tuttavia, da questo a dire (come di recente un noto chef) che il burro sarebbe ingrediente dell’autentica tradizione ce ne corre…</p>
<p>L’articolo che ho redatto per la rivista è, come sempre, una difesa e una diffusione di ciò che è autoctono. Terroir, cultivar, filiere accorciate, <em>buonessere</em> sono parole che amo e che voglio ritrovare anche dentro un mortaio(1). Il <strong>Basilico Genovese DOP</strong> gode di condizioni pedoclimatiche straordinarie, e il sapere umano asseconda la natura garantendo al consumatore, tramite un protocollo disciplinare cui gli aderenti si conformano, una qualità certificata, tracciata. Non è forse così anche per i grandi vini e i grandi olii? &#8220;C’è più storia in una piccola onda del Mediterraneo che in tutti gli oceani messi insieme&#8221;, scriveva il famoso romanziere Raffaele La Capria… Sono reduce da una riunione di lavoro a Sassello, con attori pubblici e privati. Su una constatazione ci siamo tutti trovati d&#8217;accordo: viviamo una stagione storica che pone quotidianamente a rischio la sostenibilità ambientale, le biodiversità naturali e culturali, i cibi puliti. Mi sento dunque di aggiungere che la &#8220;militanza&#8221; dalla parte giusta implica oggi scelte quanto mai attente e consapevoli. Come muoversi, cosa indossare, cosa cucinare&#8230; I prodotti a denominazione d&#8217;origine protetta sono, in tal senso, fra i nostri primi alleati.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/02/ligufood-basil.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20836" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/02/ligufood-basil-225x300.jpg" alt="smart" width="225" height="300" /></a>E a queste piantine di basilico d’eccellenza, preparando il pesto (“il” pesto e non “un” pesto), accosteremo i <em>fab six</em>: aglio di Vessalico (IM), pinoli pisani o comunque italiani, sale grosso marino, parmigiano reggiano DOP (18-24 mesi), fiore sardo DOP (10 mesi), olio extravergine DOP Riviera Ligure (io privilegio la sottozona di levante). A quel punto occorrerà solo acqua bollente in cui tuffare la pasta caso per caso preferita, <strong>mandilli, trenette, gnocchi di patate, troffiette del Golfo Paradiso, testaroli</strong> (gloria del levante ligure)… Ma il pesto, come tutti i cibi migliori, è convivio, e al momento dei brindisi gli abbineremo doverosamente vini bianchi di personalità, un <strong>Pigato DOC</strong>, un Sauvignon, un Riesling, una Malvasia secca, serviti a 10-11°C in  tulipani a stelo alto.</p>
<p>Amici di Ligucibario®, vi sarà venuta l’acquolina in bocca. Ma prima naturalmente vi aspetto in edicola.</p>
<p>(1)chi usa frullatori, mixer, robot&#8230;abbia l&#8217;accortezza di gelare preventivamente lame e bicchiere nel freezer, così da non ossidare, col prolungato movimento elettrico, gli oli essenziali che dal basilico renderanno aromatica la salsa&#8230;</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Chimiche del pesto</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 10:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Chimiche del pesto Forse non tutti gli appassionati di pesto – e sono, ovunque, milioni – sanno che un basilico ed una salsa di eccellenza, regina del Mediterraneo (aglio, pinoli, sale grosso, parmigiano, pecorino, olio evo), rappresentano anche una lezione di chimica. Non è certo questa la sede per svolgerla, ma basti sottolineare che la ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/chimiche-del-pesto/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_19942" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/10/persone-che-fan-pesto.jpg"><img class="size-medium wp-image-19942" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/10/persone-che-fan-pesto-225x300.jpg" alt="pesto al mortaio" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">pesto al mortaio</p></div>
<p>Chimiche del pesto</p>
<p>Forse non tutti gli appassionati di <strong>pesto</strong> – e sono, ovunque, milioni – sanno che un basilico ed una salsa di eccellenza, regina del Mediterraneo (aglio, pinoli, sale grosso, parmigiano, pecorino, olio evo), rappresentano anche una lezione di chimica.</p>
<p>Non è certo questa la sede per svolgerla, ma basti sottolineare che <strong>la coltivazione del basilico</strong> ha bisogno di terreni – ben lo intuirono sulle alture liguri, in campo e in serre(1) &#8211; con pH 6,5-7,2, e comunque mai sotto 5,5. <strong>Il pH del terreno</strong> non è un dato “astratto”, correlandosi concretamente, anzitutto, alla presenza di calcio (ed in misura minore può concorrere anche il pH dell’acqua). Se un terreno qualitativamente “vale”, un pH non ottimale (troppo acido o troppo basico) può entro certi limiti di “convenienza” esser corretto (<a href="https://tesi.cab.unipd.it/14619/1/tesi%2520finale.pdf">https://tesi.cab.unipd.it/14619/1/tesi%2520finale.pdf</a>).</p>
<p>5 anni or sono alcuni ricercatori italiani hanno indagato l’azione sinergica di pH e <strong>attività dell’acqua</strong> (aw (2)) anche relativamente alla stabilizzazione del pesto “genovese” tramite pastorizzazione termica, il pesto infatti vive organoletticamente – in primis – proprio grazie alla dote <strong>aromatica</strong> del basilico, scaturente dal profilo dei suoi olii essenziali, fra cui il metileugenolo.<br />
L&#8217;attività dell&#8217;acqua assume valori da 0 (cioè sostanza secca al 100%) ad 1 (acqua pura). La maggior parte dei <strong>batteri</strong> non prolifica a valori ˂ 0,90, e solo alcune muffe si possono riprodurre fino a valori di 0,60.<br />
La pastorizzazione mira, in linea generale, ad inertizzare le cellule vegetative, ma vitali permangono solo le spore di microrganismi aerobi ed anaerobi, pertanto è necessario che queste <strong>spore non germinino</strong> alterando la preparazione. In sintesi, i test d’inoculazione hanno mostrato che i ceppi di spore nei 2 mesi d’incubazione non hanno mai germinato (nemmeno con pH 4,9 e aw 0,93 oppure pH 4,6 e aw 0,95) né prodotto alterazioni. Identiche miscele di spore si sono inoculate in brodo colturale affine per pH e aw al pesto, e soltanto il Bacillus subtilis ha potuto crescere: aw 0,93 e pH 5,1 – 4,9 nonché aw 0,92 e pH 5,1 in 7-14 giorni. E’ dato dunque presumere che una aw di 0.92 e un abbassamento del pH a ≤ 4,9 bastino alla tutela sanitaria (e commerciale) del pesto pastorizzato, senza pregiudicarne i requisiti <strong>olfatto-gustativi</strong>.<br />
Si noti che anche il pH ideale di una pasta madre a giusto livello di maturazione è tendenzialmente compreso tra valori 3,9 e 4,4 (tre parti di acido lattico ed una di acetico).<br />
(1) intendo una corretta combinazione di <strong>luce, calore, umidità</strong>, e niente chimica mai. L&#8217;utilizzo di <strong>serre</strong> &#8211; da fine Ottocento &#8211; consente oggi di avere buon basilico 365 giorni l&#8217;anno<br />
(2) la misurazione di tale parametro (anche umidità relativa d’equilibrio) è essenziale per il <strong>controllo qualità di prodotti sensibili all’umidità</strong>. L’attività è l’acqua libera o non cellulare interna agli alimenti o ad altri prodotti igroscopici (l’acqua vincolata da legami, o cellulare, non è misurabile con tale metodologia).<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18765" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Serre di basilico e pesto di Pra&#8217;</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Feb 2020 09:39:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Serre di basilico e pesto di Pra&#8217; Accoglienza come sempre regale lassù nelle serre di basilico di Pra&#8217;, dove non a caso si coltiva e si tramanda un’erba che già fu “regia” per i Greci (basilico da basileus=re), e quanto alla Grecia – amico lettore – concorderai che in quelle onde si fondò la civiltà ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/bruzzone-serre-basilico-pesto-pra/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_18883" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/foglie-dettaglio.jpg"><img class="size-medium wp-image-18883" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/foglie-dettaglio-300x168.jpg" alt="basilico di prà" width="300" height="168" /></a><p class="wp-caption-text">basilico di prà</p></div>
<p>Serre di basilico e pesto di Pra&#8217;</p>
<p>Accoglienza come sempre regale lassù nelle <strong>serre di basilico di Pra&#8217;</strong>, dove non a caso si coltiva e si tramanda un’erba che già fu “regia” per i Greci (basilico da basileus=re), e quanto alla Grecia – amico lettore – concorderai che in quelle onde si fondò la civiltà mediterranea…<br />
Lassù in quelle serre di Pra&#8217;, luogo vocato sin dall’Ottocento, l’accoglienza è rito a cura di Sir Stefano <strong>Bruzzone</strong>, imprenditore (e gentiluomo) dall’anima green, e mercoledì 19 febbraio sono state ospiti alcune importanti professionalità del turismo cui <strong>la nostra Luisa Puppo</strong> sta tenendo un corso specifico di “Gourmet English”, ovvero di microlingua settoriale per interagire al meglio con la domanda anglofona, che tra l’altro – e sempre più &#8211; invoca proposte di viaggio esperienziali.<br />
Ho conosciuto Stefano un anno fa, quando m’invitò a tenere una conferenza alla grande festa del &#8220;baxaicò&#8221; che organizza giù in paese. Peraltro, già usavo il suo pesto – oggi senza dubbio il migliore tra quelli in commercio – per gli storytelling sensoriali che tengo nei corsi.<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/mare-di-basilico-e1582191058344.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18884" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/mare-di-basilico-e1582191058344-300x168.jpg" alt="mare di basilico" width="300" height="168" /></a>Stefano, e la moglie Monica, rivendicano con fierezza l’origine strettamente contadina del luogo, fra mare genovese e colline che traguardano il Basso Piemonte della <strong>valle Stura</strong>. Qui, l’intuizione di fine Ottocento di un mondo sapientemente rurale, i cui ortaggi finivano non a caso sul desco delle vicine ville patrizie, furono le serre di vetro dove, oggi come ieri, il basilico trova e trovò una casa ideale.<br />
Il gruppo in visita didattica ha esplorato le ampie serre, il laboratorio di produzione, i piccoli appezzamenti dove sta prendendo vita anche un poco di gentilrosso, un grano tenero antico (ovvero scampato alle mutagenesi radioattive e ad altre nefandezze del tempo presente) che si caratterizza per la spiga rossiccia.<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/serre-e1582191168498.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18885" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/serre-e1582191168498-168x300.jpg" alt="serre" width="168" height="300" /></a>Sul basilico, sul pesto (sulle <strong>salse al mortaio</strong> in genere), sulle <strong>paste da condire</strong> (mandilli, picagge, trenette, testaroli, troffiette e gnocchi) e sui <strong>vini da abbinare</strong> (Pigato, Sauvignon, Malvasie secche, Riesling) ho già scritto nel tempo tsunami di testi, che ora – amico lettore – non t’infliggo se non suggerendoti in lettura &#8211; cliccando ad es. <a title="il pesto secondo umberto curti" href="https://www.ligucibario.com/il-pesto-genovese-3/" target="_blank">qui</a> &#8211; <strong>altre parti di Ligucibario®</strong>. Ma la parola scritta, come noto, poco può rispetto alle esperienze vissute in presa diretta. Ecco dunque Stefano Bruzzone, sull’assolata terrazza di quel suo bel luogo, mettere alla prova un pestello di legno dentro un bacile di marmo, preparazione “solenne” ma mai snob, dal momento che il calore del movimento elettrico purtroppo ossida i <strong>polifenoli</strong> del basilico e dunque i moderni frullatori, ormai comodità presente in tutte le case, non possono che realizzare un pesto poco, o comunque meno, aromatico… In circa 15 minuti la ghiottoneria è bell’e pronta.<br />
<strong>Aglio (in primis di Vessalico), pinoli italiani, sale marino grosso, basilico genovese dop, parmigiano dop, fiore sardo dop ed extravergine dop riviera ligure</strong>: non esiste in realtà una ricetta “originale”, “autentica”, “unica e assoluta”, ma vige tuttavia una regola importante, il pesto genovese – una salsa, dunque una ricetta a crudo &#8211; origina da un ottimo basilico. <a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/bruzzone-pestoman-e1582191242961.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18886" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/bruzzone-pestoman-e1582191242961-300x168.jpg" alt="bruzzone pestoman" width="300" height="168" /></a>Aglio (un nutraceutico), sale marino grosso (un conservante) e pecorino (nei commerci la Repubblica di Genova dialogava intensamente con la Sardegna) fecero e fanno il resto, assegnando poi ai pinoli, al parmigiano e all’extravergine soprattutto il compito d’ammorbidire i sapori e ingentilire la texture, dato che un pesto organoletticamente troppo “brutale” non incontrerebbe il gusto contemporaneo.<br />
Ciao e ancora grazie Sir Stefano, alla prossima, e sappi che ti tengo nel mirino, non scamperai ad altre visite didattiche…<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Tataki crumble chips bisque tempura masala   </title>
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		<pubDate>Fri, 09 Feb 2018 10:50:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Tataki crumble chips bisque tempura masala&#8230; Anche in àmbito enogastronomico, v’è modo e modo di porsi davanti alla cosiddetta globalizzazione. Nel primo, ove necessario &#8211; o opportuno &#8211; si fronteggia una tendenza mondiale tramite la tutela e valorizzazione delle tipicità locali, delle identità autentiche, della qualità territoriale. Nel secondo, si scimmiottano le mode esogene, con ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/tataki-crumble-chips-bisque-tempura-masala/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17590" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2018/02/244.jpg"><img class="size-medium wp-image-17590" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2018/02/244-300x225.jpg" alt="pesto di basilico al mortaio" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">pesto di basilico al mortaio</p></div>
<p>Tataki crumble chips bisque tempura masala&#8230;</p>
<p>Anche in àmbito enogastronomico, v’è modo e modo di porsi davanti alla cosiddetta globalizzazione.<br />
Nel primo, ove necessario &#8211; o opportuno &#8211; si fronteggia una tendenza mondiale tramite la tutela e valorizzazione delle tipicità locali, delle identità autentiche, della qualità territoriale. Nel secondo, si scimmiottano le mode esogene, con creatività che scade a stravaganza, a cucina confusion più che fusion.<br />
Innegabilmente, il cibo (come il vino) è per propria natura incontro, scambio, convivio, il cibo ha “viaggiato” e viaggia per affratellare i popoli, ne svela le origini, ne racconta le culture, ne indirizza i destini. Ma l’enogastronomia italiana non deve dimenticare d’essere, anzitutto, italiana. Vi sarà pur una ragione se il mondo intero – tramite l’<strong>Italian sounding</strong> – costantemente imita i nostri prodotti, il <strong>Parmigiano Reggiano, la Mozzarella, il Chianti</strong>…, e in altri casi illegalmente li contraffa. E anche circa il pesto (io sono genovese), quanto pesto in giro per il mondo ha poco da spartire con un buon pesto?<br />
L’Italian sounding, peraltro (cito da sito riconducibile al Ministero dello sviluppo economico</p>
<p><a href="https://www.uibm.gov.it/index.php/la-proprieta-industriale/utilita-pi/servizi-prop-ind/contrasto-all-italian-sounding">https://www.uibm.gov.it/index.php/la-proprieta-industriale/utilita-pi/servizi-prop-ind/contrasto-all-italian-sounding</a> ) già in sé “rappresenta la forma più eclatante di concorrenza sleale e truffa nei confronti dei consumatori, soprattutto nel settore agroalimentare”.</p>
<p>Ogni giorno il lavoro mi porta a sfogliare giornali e periodici, leggere ricettari e menu, navigare il web, curiosare i blog e i social, e realizzo con dispiacere che la nostra arte culinaria nazionale (anzi, le nostre 20 gloriose regionalità) sta sottomettendosi ad un vocabolario sempre più inglese e/o esotico. Tataki, crumble, chips, bisque, tempura, masala…, evidentemente l’italiano non basta (più) a definire le fritture, o i dolci alle mele un po’ “sbrisoloni”.<br />
&#8220;L’inglese (come suggerisce acutamente Marxiano Melotti, e in ogni caso l&#8217;esotismo delle lingue straniere&#8230;) è imprescindibile per dare autorevolezza a ogni registro comunicativo, dal saggio scientifico allo storytelling commerciale, fino alle recensioni culinarie&#8221;.<br />
Lungi da me – ci mancherebbe &#8211; qualsiasi battaglia di retroguardia o provincialistica, e lunga vita a tradizioni ricette vocabolari d’ogni dove, ma credo dovrebbe avvenire l’esatto contrario, ovvero dovrebbero essere le gastronomie e i ristoratori stranieri a “saccheggiare” – ancor più di quanto già non saccheggino &#8211; il nostro lessico culinario, perché noi siamo l’Italia, un Paese unico al mondo quanto a tradizioni agroalimentari (tanto che anche il nostro avvenire originerà dalla salvaguardia e promozione di quel che meglio sappiamo fare ovvero essere)…<br />
Sarei insomma orgoglioso di leggere la parola “focaccia” dentro un menu a Tokio, magari relativamente ad una specialità preparata con buon extravergine, così come trovo sovente grottesco un “tempura” (da quel latino &#8220;témpora&#8221; che i Gesuiti portoghesi  portarono in Giappone) quando seggo ad un tavolo che si specchia nel Mar Ligure, un mare tutt’intorno al quale si frigge davvero da tanto tempo.<br />
Per il 25 maggio 2018 ho non a caso costruito un menu per un ristorante d&#8217;Arenzano nel quale gli esotismi esoterici sono molto &#8220;local&#8221;, ovvero inesistenti, e ai tavoli giungeranno zimino di ceci, croxetti del Tigullio, buridda e torta stroscia.<br />
Sto vaneggiando?<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
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		<title>6 olive in cerca d&#8217;autore</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 16:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17405" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2017/09/verticale-olive-da-mina.jpg"><img class="size-medium wp-image-17405" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2017/09/verticale-olive-da-mina-300x168.jpg" alt="cultivar di olive" width="300" height="168" /></a><p class="wp-caption-text">cultivar di olive</p></div>
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<p>6 olive in cerca d&#8217;autore</p>
<p>Da sinistra nella foto la cilena Azapa, la spagnola Coquillo, le greche Kalamata e Athinolia, le italiane Leccino e (sua maestà) Taggiasca.<br />
Accadono (Deogratias) anche queste cose, e queste degustazioni, ad Arenzano una sera di settembre, in un ristorante e buen retiro dove su tutti i tavoli troneggia il DOP Roi di Badalucco…<br />
Accadono queste cose prima di un pesto divenuto via via perfetto, che può pienamente fregiarsi del titolo di ‘pesto’, rendendo un nobile servigio alla più famosa (e spesso maldestramente imitata) salsa ligure, ed appagando la clientela con 5 ingredienti che si saldano attorno allo scheletro aglio-pecorino sardo (il pesto origina dalla brutale aggiadda, e la Repubblica di Genova intratteneva stabili relazioni commerciali con la Sardegna). <strong>Un pesto, scrivevo, divenuto via via perfetto.</strong> Non nel senso di realizzare la chissàpoiquale ricetta originale ed assoluta (non ne esistono), bensì di valorizzare al meglio ciò che natura e mercato regalano in quel momento/stagione, ovvero quell’aglio, quei pinoli, quel basilico, quel Parmigiano DOP, quel Fiore sardo DOP e quell’extravergine, senza dimenticare il sale grosso, là dove non è affatto vero che uno valga l’altro, e a me garba marino. Alla fine tu assaporerai un pesto perfettamente bilanciato, anche se – amico gourmet, amico turista… &#8211; noi Zeneixi lo pretendiamo e costruiamo pungente, oltre che aromatico, e così, orgogliosamente, te lo imponiamo.<br />
Accadono queste minime ampie cose, quando un ristorante si rende attraente soprattutto, e lo so bene, per la materia prima che acquista e che non devasta, ma anche, e lo dico a piena voce, per i dettagli, mai trascurare i dettagli, il cioccolatino di benvenuto sul cuscino della stanza, le salviette dopo il pesce…<br />
E <strong>l’extravergine</strong> abita al centro, davanti alle onde, è la nostra mediterraneità primeva (da Tucidide a Columella), olio e non burro, più grano che segale, più vino che birra, più ovini che bovini.<br />
Olive da olio, olive da mensa, olive da olio e da mensa, una religione &#8211; dall&#8217;Asia Minore a Taggia &#8211; resa ancor più attuale dalla <strong>nutraceutica</strong>, che non a caso situa <strong>l’extravergine tra gli alimenti-farmaco</strong>. Quanto mi sentirei felice se, tra le 42 varietà della Liguria a me note, venissero “riscoperte” anche quelle che, per una ragione o l’altra (fragilità, basse rese…), furono via via dismesse, dalla Benini alla “Spagnola” di Missano, e perfino quella colombaia &#8220;retrocessa&#8221; a mero innesto per la taggiasca. Non si potrebbe immaginare dono migliore, in termini di <strong>biodiversità</strong>, alla causa della conoscenza, e custodire conoscenza aiuta a custodire gastronomia.<br />
Ho seguito di recente un seminario sul social media marketing (l&#8217;espressione è già un filo respingente) applicato alla ristorazione, tenuto da una consulente preparata ed affabile. Ne sono uscito frastornato e perplesso. Per tre ore non ho udito nulla che, di fatto, davvero pertenesse all’enogastronomia, alle regionalità, ai campanili e agli odori della memoria. E’ la comunicazione, bellezza!, mi ammonirebbero i web manager, sono le strategie di un’interazione sempre più frettolosa, usaegetta, superficiale, frenetica… Algida come un incessante rumore di fondo che infine, temo, genera solitudini.<br />
Sottovoce, provocatoriamente, mi e vi domando: forse che l’indimenticato e indimenticabile Gino <strong>Veronelli</strong>, ch’ebbi l’onore di conoscere, e che predicava di <strong>“camminare le campagne, le osterie, le cantine”</strong> per ascoltare e comprendere le vere identità e risorse del nostro Paese, non ci esorterebbe, ormai, ad un po’ di realtà diminuita, anziché aumentata? Ad un po’ di silenzio, lasciando (ri)parlare &#8211; anzitutto &#8211; la tavola e i calici?<br />
Ma sono le olive – e il mare dinnanzi &#8211; ad indurmi certe bizzarre riflessioni. Accadono queste cose.<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
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