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		<title>Diversità culturale, le cucine si incontrano</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2024 08:50:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Diversità culturale e biodiversità: la ricchezza dell&#8217;ambiente e dell&#8217;incontro. Ospite del Municipio IV media val Bisagno, su invito della Biblioteca Civica Saffi in Molassana – e dinanzi ad un pubblico molto partecipe e all’Assessora alla cultura Angela Villani &#8211; ho tenuto di recente una conversazione sul tema che emerge con vigore sin dal titolo di questo ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/diversita-culturale-cucine/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22756" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/05/diversit---culturali-saffi.jpg"><img class="size-medium wp-image-22756" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/05/diversit---culturali-saffi-300x205.jpg" alt="da sx luisa puppo, umberto curti, angela villani, elena ghigliani, manuela sensi, rossella restivo" width="300" height="205" /></a><p class="wp-caption-text">da sx luisa puppo, umberto curti, l&#8217;assessora angela villani, ed elena ghigliani, manuela sensi, rossella restivo di biblioteca civica saffi</p></div>
<p><em><strong>Diversità culturale e biodiversità: la ricchezza dell&#8217;ambiente e dell&#8217;incontro. Ospite del Municipio IV media val Bisagno, su invito della Biblioteca Civica Saffi in Molassana – e dinanzi ad un pubblico molto partecipe e all’Assessora alla cultura Angela Villani &#8211; ho tenuto di recente una conversazione sul tema che emerge con vigore sin dal titolo di questo pezzo.</strong></em></p>
<p>Il 21 maggio si celebra infatti la “<a href="https://www.un.org/en/observances/cultural-diversity-day" target="_blank">Giornata mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo</a>”, che io lego anche al 22 maggio, “<a href="https://www.un.org/en/observances/biological-diversity-day" target="_blank">Giornata mondiale della biodiversità</a>”. Entrambe, nella mia visione, alludono alla ricchezza dell’ambiente e dell’incontro.</p>
<h2>Ianuensis ergo mercator: cucina genovese, una storia di incontri</h2>
<p>Il detto anonimo “<strong>Ianuensis ergo mercator</strong>” precederebbe di poco il secolo di Francesco <strong>Petrarca</strong>, il quale scrisse di Genova (1358) &#8220;Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare&#8221;. Genova è Piazza <strong>Caricamento, Sottoripa (Eugenio Montale</strong> con un felice endecasillabo ancora la definiva “paese di ferrame e alberature”), è – per così dire &#8211; le persone prima ancora che scafi, le culture prima ancora che merci, gli arrivi prima ancora che le partenze.</p>
<p>Il nostro ricettario stesso è un “vocabolario” di innumerevoli importazioni linguistiche, in primis dall’arabo.</p>
<p>Oggi, per molte e note ragioni, la nostra società prova per il mondo arabo un sentimento ambivalente. Tuttavia l’apporto islamico all&#8217;Europa medievale (secoli XI-XIII) fu intenso in varie direzioni, arte e architettura, chimica e medicina, agricoltura, astronomia, matematica, musica, linguaggio, tecnologia, tessitura&#8230;</p>
<p>Di rilievo, poi, s’affermarono in Europa le traduzioni arabe di antichi classici greci, fra cui il filosofo Aristotele. Tanto che, secondo alcuni, <strong>il cosiddetto Medioevo islamico</strong> espresse una netta preminenza in termini di progresso civile, scientifico e culturale&#8230;</p>
<p>Alcuni fra i più celebri protagonisti ne furono Avicenna (XI secolo), medico già a 18 anni; Averroè (XII secolo), filosofo giurista medico astronomo…; Al-Jazari (XII secolo), sorta di Leonardo da Vinci; Ibn Battuta (XIV secolo), viaggiatore giurista storico…</p>
<p>Il 18 dicembre ricorre inoltre, istituita da UNESCO, proprio la “<a href="https://www.unesco.org/en/world-arabic-language-day" target="_blank"><strong>Giornata internazionale della lingua araba</strong></a>”. Qui non “elenco” tutte le terre dove si parla, esito dell’espansione, in progressive ondate, che sin dal VII secolo e dal proselitismo di Maometto finì poi col lasciar tracce profonde anche in Sicilia e Spagna (e &#8211; dunque non a caso &#8211; in alcune loro ricette…).</p>
<h2>L&#8217;influsso del mondo arabo sulla cucina ligure (ingredienti e tecniche)</h2>
<p>Dagli arabi, in definitiva, è giunta un’importante messe di ingredienti e d’usi:</p>
<p><strong>la pasta (anche ripiena, fritta…), gli agrumi, la canna da zucchero (che addolciva i “sherbet” di neve dell’Etna), l’attitudine per la frutta secca, le spezie, l’alambicco da distillazione, le tendenze all’agrodolce, e forse lo stesso biancomangiare, una crema di latte e mandorle… Mandorle che non a caso ritroviamo anche nei marzapani e torroni (ieri come oggi classici dolci da banchetto e da festività).</strong></p>
<p>Il biancomangiare (blanc-manger, bramagere) è una tecnica per mangiare in bianco, prima ancora che una sorta di budino alle mandorle (o preparato con latte di mandorle), d’ascendenza medievale, forse ieri più celebre e diffuso di oggi, e che l’Italia peraltro propone(va) in molte versioni, dalla Sicilia, all’Artusi romagnolo, alla val d’Aosta… In origine era salato, con pollo e lardo, ma i banchetti rinascimentali ne videro poi anche versioni con pesce, zuccherate… Notevoli le somiglianze col goloso muhallabi della cucina levantina (Libano, Turchia).</p>
<p>E agli arabi dobbiamo <strong>la frutta “candita”, dall’arabo qandi</strong> che allude al succo di canna da zucchero concentrato dentro cui le frutta via via schiariscono…</p>
<p>Nel 1863, ovvero <strong>28 anni prima dell’Artusi, a Genova si stampa “La cuciniera genovese” di GioBatta Ratto</strong>, che avrà radiose ristampe. Un forziere di quasi 500 ricette, che nell’edizione di lusso costava 4 lire. Fra le dolcezze compaiono pasticcini con la marmellata (i “cobeletti”), budini “biancomangiare” (ricetta n. 439), caramellati, anicini, croccanti, ciambelle di pasta di mandorle (“canestrelletti”), numerosi “quaresimali”, numerosi biscotti, alcuni canditi, varie frittelle, e una varietà di torte (d’arancio, di mandorle…) cui talora non far mancare spezie…</p>
<p>Questo bendidio ovviamente si arricchiva a Natale (ma anche a Capodanno ed Epifania) del <strong>pandöçe</strong>, molto amato e corroborante, a base di pasta madre, precedente al panetùn di Milano, tanto che alcuni lo “ascendono” al Paska, rito persiano dalle molte analogie, fra cui di nuovo frutta secca e candita…</p>
<h2>Cucina ligure, i ponti verso il mondo</h2>
<p>Ma altre diversità, che diventano incontri, getterebbero ponti tra Liguria e <strong>Provenza</strong> (la socca, la pissaladière, la tapenade, la brandade de morue, la bourride, la ratatouille), verso <strong>Carloforte</strong> (la focaccia, il pesto, la casòlla, la bobba, le cipolle ripiene, i pesci fritti con l’agiadda, i canestrelli…), e <strong>l’Ecuador</strong> della guatita, o <strong>l’Argentina</strong> della fugazzeta, degli ñoquis, della milanesa (e di quell’asado che celebra le radici, il ritorno, le bilateralità…), e infine – but not least &#8211; <strong>il Brasile</strong> dei bolinhos de bacalhau, quel Brasile dove mio padre Alfredo (leggete di lui su Wikipedia) entrò una vita fa nel Mato Grosso per filmare assai coraggiosamente alcune tribù d’indios…</p>
<p>Buon appetito o prima ancora buon viaggio?<br />
<strong><a href="https://www.ligucibario.com/umberto-curti-luisa-puppo/" target="_blank">Umberto Curti</a><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 10:31:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti&#8230;<br />
Dedico questo pezzo alla famosa pasticceria &#8220;Klainguti&#8221;, piazza di Soziglia, cuore di Genova, auspicandone la riapertura.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20019" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062-300x225.jpg" alt="DSCN4062" width="300" height="225" /></a>Dicembre, mai come quest&#8217;anno si sente forte il bisogno di <strong>Natale</strong>&#8230;, di quel solstizio che confermerà vittorioso il sole. Nel 2015 Ligucibario® dedicò un pezzo specifico al pandolce, ricevendo in poco tempo oltre 1.200 like… In effetti, <strong>ö pandöçe a Genova</strong> * non è più soltanto un dolce natalizio, bensì un compagno frequente dell’alimentazione locale. Vanta (quello alto) una storia antica, sin dagli anni intorno al Mille, allorché Genova – non ancora regina finanziaria di molte rotte – via via si posiziona come “tappa” verso <strong>le crociate</strong> (gli eccidi dell&#8217;una parte e dell&#8217;altra m&#8217;impediscono la &#8220;c&#8221; maiuscola) per la Terrasanta. Esse non furono semplici contese militari, si legga anzitutto Jacques <strong>Le Goff</strong>, viceversa rappresentarono – in pieno Medioevo – una delle più importanti fasi culturali ed economiche della storia europea. Infatti, con gli armigeri “marciarono”, e per decenni, anche mercanti e artigiani&#8230; Molta è la saggistica sul tema, si veda ad es. <a href="https://www.museodiocesanogenova.it/25-marzo-ore-17-due-libri-su-genova-e-le-crociate/" target="_blank">questo link.</a></p>
<p>Genova poté così via via consolidare il proprio influsso sui territori e le città occupate, e come sempre avviene in questi casi (Graecia capta ferum victorem cepit…) gli occupanti appresero nuovi saperi, anche gastronomici (fra cui <strong>la canditura “araba”</strong>), e s’impossessarono di usi, prodotti e merci&#8230; In effetti, dopo le conquiste militari, anche (e soprattutto?) i mercanti genovesi si affermeranno in primis grazie alla concessione di privative commerciali, di esenzioni fiscali, di quartieri commerciali dove “sperimentare” tutte le novità e le transazioni (approfondimenti a <a href="https://www.archiviodistatogenova.beniculturali.it/index.php?it/212/i-genovesi-e-la-terrasanta" target="_blank">questo link</a>). L’immensa ricchezza che ne derivava, tornata in patria (<strong>piazza Caricamento</strong>) fece di Genova non a caso quella città che Francesco <strong>Petrarca</strong> nel 1358 esaltò come “Superba per uomini e per mura”.</p>
<p>Ho già scritto altrove (Liguria Food <a title="umberto curti storia delle spezie a genova" href="https://www.liguriafood.it/tag/spezie/" target="_blank">a questo link</a>) che Genova e Venezia per secoli si disputarono l’esclusiva di quelle erbe e spezie che rivoluzionarono cucine e consumi. Ma ai fini del nostro ragionare è opportuno tornare proprio alla canditura, che vide eccellere per primi i francesi, non a caso indefessi Crociati. Solo col voltaggino Pietro <strong>Romanengo</strong> essa approdò (1780) presso i confiseurs genovesi, ambientandosi perfettamente in <strong>piazza Soziglia</strong> (il giornalista Stefano Pezzini approfondisce tali vicende a <a href="https://liguriaedintorni.it/seduto-ad-un-tavolino-con-la-storia-da-romanengo/" target="_blank">questo link </a>). Quest’azienda, tuttora in attività, è di fatto – purtroppo &#8211; l’unica a Genova che agevoli la ricerca storica, avendo conservato parte di quei brogliacci e documentazioni commerciali con cui si riescono a ricostruire alcune vicende non solo gastronomiche.</p>
<p>Il “legame” del pandolce (un impasto con <strong>uvetta sultanina e frutta secca</strong>) con l’oriente è tale che, secondo Luigi Augusto Cervetto, storico genovese (1854-1923), esso deriverebbe, evolutivamente, da un antico, voluminoso dolce persiano con miele e canditi (suppongo il <strong>paska</strong> o dintorni), che secondo i riti del luogo un giovanissimo suddito offriva ogni capodanno al re (dalla Persia giunse in Europa anche quella <strong>maggiorana</strong> che a Genova chiamiamo persa). Ed in effetti a Natale, dopo i rituali della vigilia ** e la visita al <strong>presepe</strong>, a Genova può affettare il pandolce solo il pater familias, ma come noto è il più giovane di casa – prima di porgerglielo &#8211; ad ornarne la sommità, conficcandovi un rametto d’ofeuggiö (laurifolium→<strong>alloro</strong>), simbolo di armonia, di senno e di benessere…</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20020" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056-300x225.jpg" alt="DSCN4056" width="300" height="225" /></a>Paolo Monelli</strong>, giornalista gourmand (che fra l’altro <strong>battezzò la “via dell’amore”</strong>), definì l’alloro ligure “così profumato che, assaggiandolo, ci sembrò di trangugiare tutte le glorie letterarie d’Italia”. Tutto il territorio regionale in effetti è cosparso di cespi e alberi, le foglie verde intenso rinviano sentori balsamici; inoltre l’alloro nelle credenze popolari scongiurava i fulmini, ecco perché s’incontra in giardini e parchi. Le lattaie che dall&#8217;immediato entroterra trasportavano il latte alle famiglie genovesi donavano rami d’alloro; e i macellai e i rosticcieri, durante le feste, ornavano la bottega con una grande «ramma». E<strong> fino agli anni Trenta del ‘900</strong> l’alloro rappresentò in Liguria il vero albero di Natale (più “ecologico” dell’abete nordico?), i rami abitavano tutti i vani della casa, ingresso bagno cucina…, e tutto l’arredo (porte, armadi, dipinti, specchi, carrelli…), ma l’alloro fungeva anche da prato del presepe. I rametti “assemblati” ai mandarini, infine, rallegravano ciotole di cristallo poste un po’ ovunque, anche sulla tavola del banchetto. Su quella tavola, poi, non mancavano mai alcuni “portafortuna”: lo scopino d’erica benedetto durante la Messa di mezzanotte, la manciata di sale, il mestolo forato (cassarea), due pani bianchi, uno per i poveri e l’altro per gli animali&#8230; Nel focolare, inoltre, un ceppo d’alloro ardeva fino a capodanno, a figurare l’exit dell’anno vecchio a beneficio dell’avvento del nuovo.</p>
<p>Alla madre intanto spettavano l’assaggio del pandolce e la recita di voti benauguranti.<br />
“Vitt-a lunga con sto’ pan, prego a tütti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalo chi assettae, da mangialo in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tütti i anni che vegnià, comme spero Dio vurrià”.</p>
<p>A questo punto una fetta veniva riposta dentro un tovagliolo per farne dono al primo povero che picchiasse all’uscio (talora erano frati che raccoglievano offerte per il convento e i bisognosi), e un’altra si serbava ben protetta <strong>per S. Biagio, il 3 febbraio</strong>, protettore &#8211; come noto &#8211; del naso e della gola.</p>
<p>Tutto questo per dire che, storicamente, il (meraviglioso) panettone milanese, certo il grande lievitato più famoso d’Italia, è in qualche modo debitore al pandolce genovese, non il contrario, e che forse fu semplicemente la potenza di marketing di aziende quali <strong>Motta e Alemagna</strong> a rendere poi più nota la tradizione meneghina…</p>
<p>Oggi presumo che, ogni 10 pandolci genovesi, 9 siano “bassi” (il basso è una sorta di pastafrolla “ottocentesca” *** , più veloce e semplice, resa possibile dai <strong>baking</strong> del chimico Liebig), e che quasi tutti li acquistino in negozio. Ma nei tempi addietro la preparazione – a base beninteso di pasta madre &#8211; era casalinga, e per la lievitazione, lenta e costante, ovviamente occorreva calore, tanto che le massaie lo portavano a letto avvolto in stoffa, e sotto le coperte faceva compagnia ai “preti” contenenti <strong>lo scaldino</strong>. Dopodiché cuoceva nei <strong>runfò</strong> a legna di casa (i “caloriferi” dell’epoca), o presso i panettieri, beninteso di fiducia.</p>
<p>In linea generale, dunque, in passato gli ingredienti erano solo farina, olio, miele, “zibibbo”, acqua di fiori d’arancio, semi di anice e lievito naturale, oggi vengono aggiunti gli zest d’arancia e cedro canditi, i pinoli, il burro ha sostituito l’olio, e lo zucchero il miele…</p>
<p>Chi voglia cimentarsi con una ricetta, mia (<a title="umberto curti pandolce genovese" href="https://www.youtube.com/watch?v=iQhIPGUiWfc" target="_blank">a questo link</a>) o altrui, approfitti anche della “Cuciniera genovese” di <strong>Giobatta Ratto (1863)</strong>, primo ricettario ligure, precedente anche l’Artusi (1891), che s&#8217;impose maggiormente a livello nazionale. Il dolce è ieri come oggi, quanto a shelf-life, ben conservabile **** , e l’abbinamento enologico privilegia il <strong>Moscato</strong> per le versioni alte (buon appetito a Andrea Doria!), ma un passito a bacca bianca per quelli bassi. So bene che v’è anche chi abbina bollicine brut, rosolii o Marsala, ma francamente a costoro non mi riesce di dir altro, e volentieri, che Prosit.</p>
<p><strong>Note al testo</strong></p>
<p>* tanti qui e là i sinonimi, baciccia, pan dö bambin, focaccia sarzanese, pan del marinaio, e – come noto &#8211; <em>Genoa cake</em> nel mondo…</p>
<p>** il mattino del 24 le donne addobbavano la casa con semplici spaghi cui appendere le bacche di ginepro, l’alloro, i rametti di ulivo, i maccheroncini, le noci e le nocciole. E, nel frattempo, gli Abati del Popolo, rappresentanti le Podesterie di Bisagno, Polcevera e Voltri, donavano al Doge il tradizionale “<strong>confêugö</strong>” (un ceppo d’alloro) quale augurio dalle popolazioni fuori porta</p>
<p>*** ottocentesco è anche il <strong>Selkirk bannock</strong>, puro artigianato scozzese (Selkirk è un burgh della Scozia di SE), gustato di solito col thé del pomeriggio</p>
<p>**** a bordo dei mercantili le uvette e le scorze di arancia lavorate con sciroppo di zucchero rimpiazzavano la frutta fresca, che si sarebbe deteriorata durante le lunghe rotte. Ai tempi, infatti, diete senza frutta e verdura fresca uccidevano gli equipaggi con epidemie di scorbuto, fin quando nel Settecento la scienza scoprì l’antidoto della vitamina C… Non a caso, <strong>i “cadrai”</strong> &#8211; presidiando i moli col loro catering &#8211; accoglievano i ritorni issando a bordo scodelle di profumato minestrone fumante, the greenest of greens!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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