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	<title>Ligucibario &#187; andrea doria</title>
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		<title>Food trekking nel Parco delle mura e dei forti genovesi</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 09:42:55 +0000</pubDate>
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<p>A Genova il Parco Urbano delle Mura (mura le quali sono lunghe complessivamente oltre 19 km) s’arricchisce coi forti che dal XVI secolo, anche sfruttando preesistenze, furono progettati e poi eretti a difesa della città e del porto. Dal 2008 tale Parco salvaguarda ben 617 ettari di verdeggianti colli a cavallo fra le due principali valli cittadine, Bisagno e Polcevera. Le mura ed i forti sono correlati ad oltre 16 km di percorsi immersi in un paesaggio rurale, di fatto appenninico, denso di prati, pascoli e boschi, popolato da varie specie animali e vegetali, alcune tutelate poiché rare o endemiche, e in molti tratti perfetto per il trekking, il biking, l’ippoturismo e…le foto.</p>
<p>Ecco il dettaglio dei (16) forti dei sistemi ovest e centro-ponente.</p>
<p>Sistema ovest &#8211; San Giuliano (1826-36, oggi caserma dei Carabinieri), San Martino (sulla collina di Papigliano, 1819-31, in abbandono), Monte Ratti (dietro Marassi e Bavari, 1831-42, in degrado, vi si accede a proprio rischio), Santa Tecla (sopra San Martino, terminato nel 1774, tuttora in ottimo stato, visite associazionistiche), Quezzi (sopra Quezzi e Bisagno, metà ‘700, poi &#8220;riesumato&#8221; dal generale Massena, ora in abbandono), Richelieu (circa 1747, area Camaldoli, a difesa della Val Bisagno di levante, dedicato a un maresciallo che difese la città, non visitabile seppur in discreto stato).</p>
<p>Sistema centro ponente &#8211; Castellaccio e Torre Specola (Osservatorio Marina militare), Sperone (1747, non visitabile), Puin (1815-30, non visitabile salvo iniziative speciali), Fratello Minore (1816…, solo resti esterni in discreto stato, il Maggiore è demolito), Diamante (settecentesco, non visitabile), Begato (dal 1818. Area esterna per eventi, interna solo per iniziative speciali), Crocetta e Torre Granara (dal 1817, chiuso ma in buono stato), Belvedere (dal 1815 su preesistenze, oggi impianto sportivo (calcio)), Tenaglia (1633, ottimo stato, visitabile per iniziative speciali).</p>
<p>Extra &#8211; Monte Croce (demolito), Casale Erselli (oggi baraccopoli), Monte Guano (privato, ingombrato di detriti), (Geremia a Masone, visitabile). I primi tre sono molto vicini tra loro, zona Coronata-Erzelli, tutti costruiti intorno al 1888 a causa delle tensioni con Francia.</p>
<p>Arretrando diacronicamente lungo i secoli, occorre aggiungere che tale sistema difensivo genovese, con cime collinari dotate di forti &#8220;allineati&#8221;, si è poi – come ovvio &#8211; evoluto e rimodellato di continuo, secondo le esigenze strategiche e politiche della città. In sintesi, dunque, constatiamo:</p>
<ul>
<li>fortificazioni medievali, legate al controllo delle alture, onde evitare minacce, predisporre soccorsi militari, e imporre potere</li>
<li>sviluppo “ingegneristico” tra XVII e XVIII secolo, durante l&#8217;ultimo periodo della Repubblica di Genova</li>
<li>rinforzamento in epoca napoleonica</li>
<li>utilizzo e adeguamenti dall’Ottocento, a partire dal Regno sabaudo.</li>
</ul>
<p>Alcuni forti valsero poi ad ospitare artiglierie moderne, viceversa altri persero via via la propria funzione, perché più evolute tecnologie di guerra li resero superati.</p>
<p>Il primo forte lungo un’ipotetica escursione potrebbe essere il Forte di Castellaccio, seguito quindi, poi, dai cosiddetti “forti interni” (interni alle Mura Nuove del 1630): il Forte Begato, che dà sulla Val Polcevera, il Forte Puin, il Forte Fratello Minore, e soprattutto il Forte Sperone e il particolarissimo Forte Diamante (quest’ultimo già in Comune di Sant’Olcese), da cui si gode una splendida vista, a circa 600 metri d’altezza.<br />
Scendendo il crinale che dà verso Ponente-Sampierdarena, ecco poi Forte Tenaglia e i Forti Crocetta e, infine, Belvedere.<br />
Seguiamo ora tale escursione – necessariamente prima in salita e dopo in discesa &#8211; più in dettaglio.</p>
<p>Partendo agevolmente dalla centrale Piazza Manin (autobus pubblici), magari dopo una sosta alla trattoria “Antola” (cucina sia di terra che di mare, verificare sempre aperture e orari), si segue l’antico percorso “aereo” dell’Area naturale protetta della Strada delle Mura. Dopo aver ammirato dal belvedere del Righi la veduta sul Parco urbano delle Mura e le “terrazze” verso il porto lungo la Funicolare Zecca-Righi, ci si avvia dal Forte Castellaccio, a 360 metri sul mare e punto <em>start</em> assai usuale per camminatori e bikers. Il Castellaccio fu già oggetto di una ricostruzione ai tempi di Andrea Doria (1530). Colpisce immediatamente, in un paesaggio di conifere, la torre poligonale in mattoni rossi detta “della Specola”, eretta dal Genio sabaudo a inizio ‘800 e poi attorniata dalla cinta (1830-36). Da qui, ogni giorno a mezzogiorno, veniva esploso un colpo di artiglieria, sino all’inizio del secondo conflitto mondiale. Durante i moti del 1849, il Castellaccio fu protagonista delle rivolte genovesi contro i brutali bersaglieri del generale La Marmora. Tuttavia, dopo una resistenza a oltranza, il 10 aprile la fortezza ricadde sotto controllo del governo centrale. Oggi la torre ospita, tra l’altro, l’Osservatorio meteorologico dell’Istituto Idrografico della Marina. Nei pressi, il trekker incontra anche le trattorie “Montallegro” (farinata, ravioli&#8230;) e “Du Richetto 1890” (friscêu misti, pansoti&#8230;), verificare sempre aperture e orari.</p>
<p>Si prosegue, poi, sino all’imponenza di Forte Sperone (opera del 1747, a contrastare l’assedio austro-piemontese), dal rigore ottocentesco tipico dei forti sabaudi, che per la verità risale ad epoca precedente rispetto alle Mura Nuove del 1630, sebbene addirittura già in epoca ghibellina (XII secolo), molto tempo addietro, si accennasse ad una Bastia di Peralto. Sperone – non visitabile &#8211; è stato spesso utilizzato per eventi e spettacoli. Sorge in cima a Monte Peralto, proprio all’incontro fra i 2 àmbiti della cinta difensiva genovese, a 512 metri sul livello del mare, tra la Val Polcevera e la Val Bisagno, dove si sviluppano infatti le mura sui due fronti opposti. Nei pressi, il trekker incontra anche la ristopizzeria “La polveriera” (verificare sempre aperture e orari). Peculiare di Sperone è soprattutto il bastione angolare, “crocevia” dei due lati: somiglia da presso a una prua, donde il nome “Sperone”. Con una superficie di circa 9.000 mq il fortilizio si sviluppa su tre livelli, seguendo l&#8217;andamento del terreno. È celebre per il monumentale ponte levatoio d’accesso e per i bastioni che “sorvegliano”, ad un tempo, sia Val Polcevera che Val Bisagno. Secondo alcune leggende, il forte ospita anche il fantasma di un castellano malvagio, protagonista di un turpe evento del XVII secolo, ben prima che il forte assumesse la sua forma definitiva. Si trattava di un uomo corpulento, un bruto che viveva sul Peralto e che assalì e poi trucidò una giovane pastorella. Si tramanda che non fosse solo, ma portasse con sé un grosso cane nero che contribuì all’aggressione sanguinosa… Le urla della sventurata vittima ancora echeggerebbero nel forte durante i pleniluni, o le tempeste… Aldilà delle diverse leggende, allo stato attuale l&#8217;interno del Forte è chiuso e, per motivi di sicurezza, non visitabile liberamente, salvo aperture speciali in funzione di eventi o di visite guidate in calendario da parte dei sodalizi locali.</p>
<p>Lungo l’antico camminamento militare che lega Sperone ai &#8220;forti interni&#8221;, oppure salendo sul trenino di Casella &#8211; ove riprenda le corse! &#8211; per scenderne a Trensasco o a Campi, ecco il Forte Puin, del 1815-1830, in eccellente stato grazie ai restauri, seppur non visitabile all’interno salvo nelle giornate speciali: sorprende soprattutto la sua scenografica torre quadrangolare, che domina il contesto come un “padrino” (era il pittore Ettore Puin), protetta intorno da bastioni a stella. Progettato per un distaccamento d’una quarantina di soldati, è il più piccolo dei forti genovesi, sorge a 511 metri e nel 1963 fu dato in concessione ad un privato, appunto il Puin, che lo restaurò, utilizzandolo per anni come atelier e abitazione privata. Nei pressi opera anche l’”Ostaja de baracche”, frequentata trattoria (trofie, cima&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Subito dopo, immettendosi nuovamente sulla strada militare, si raggiunge il Forte Fratello Minore, eretto a partire dal 1816. Si chiama così perché erano due – coeve al Puin – le postazioni in prima linea, durante l’assedio del 1800 (allorché il generale nizzardo Massena/Massazena difese strenuamente Genova dagli austriaci), due postazioni tuttavia di diversa dimensione e poste a diversa altitudine. Solo uno dei due però poi sopravvisse sino a noi, il Minore, che poteva alloggiare 120 militi, ci rimangono peraltro solo resti esterni in discrete condizioni, e sopra l’ingresso si individua ancora uno stemma sabaudo, l’altro forte viceversa venne demolito dal fascismo alla fine degli anni ’30 per lasciar spazio ad una, negli auspici più utile, batteria antiaerea.</p>
<p>Ora ecco il Forte Diamante, il più avanzato e anche il più elevato, 667 metri sul livello del mare, raggiunto da un tipico zigzag con innumerevoli tornanti. Il Diamante – non visitabile &#8211; trae nome dal monte, non dalla propria forma, e mantiene l’originario impianto poligonale e la struttura propriamente settecentesca (la dobbiamo al maresciallo Sicre e all’ingegner De Cotte, attivi anche sul sistema Belvedere-Crocetta), con caserma a 3 piani. Qui nel 1800 austriaci e francesi si massacrarono senza pietà, e rimase ferito Ugo Foscolo, luogotenente della Repubblica Cisalpina che si era arruolato anzitutto per ragioni ideali. E&#8217; celebre la vicenda per cui il comandante francese Bertrand, coi suoi 250 uomini, il 30 aprile si rifiutò per onore d&#8217;arrendersi al Conte di Hohenzollern, ormai &#8220;padrone&#8221; dei Due Fratelli, e il reparto resistette sino all&#8217;arrivo dei rinforzi inviati da Massena. Qualche tempo dopo Genova capitolò, ma il trionfo di Napoleone a Marengo pose fine all&#8217;interregno austriaco.<br />
Dal Diamante, che poi tra il 1811 e il 1820 fu modificato dal Genio sabaudo, la vista può talora spaziare sino a Portofino&#8230; Nei pressi, il trekker incontra anche la trattoria “La baita del Diamante” (merende, cappon magro&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Proseguendo quindi verso il sabaudo (ma restaurato nel secolo scorso) Forte Begato, si gode di nuovo una vasta veduta sulla Val Polcevera. Sorse nel periodo 1818-1836, ov’era già una ridotta. L’ampia struttura – protetta da cinta bastionata e da 4 casematte angolari &#8211; poteva alloggiare sino a 800 soldati, venti volte il Puin&#8230; Sebbene l&#8217;interno non sia visitabile quotidianamente, il piazzale e le aree esterne sono spesso sede di eventi, rassegne e mercatini.</p>
<p>E a seguire ecco inoltre, rapidamente, il Forte Tenaglia, così chiamato per la caratteristica opera “a corno” che custodisce. Affascinante, in ottimo stato, forse meno conosciuto di altri e meno di quanto meriterebbe, questo fortilizio risale al 1633, e sorse su una demolita bastia quattrocentesca. Se ne visitano alcuni spazi tramite, ancora una volta, eventi associazionistici.</p>
<p>Infine, per ultima – e duplice &#8211; tappa ecco i Forti Belvedere e Crocetta, nella parte più bassa del Parco Urbano delle Mura, a Sampierdarena, seppur sempre in “altura”, a poco più di 150 metri sulla collina di Belvedere, appunto. Quando fu eretto il Castello di Belvedere, nel 1747, peraltro quest’area dall’orografia tormentata non appariva certo la più adatta ad eriger sbarramenti. Era un lungo “muro” composto da trincee, terrapieni, piazzette e qualche piccola cascina di contadini, nulla più, ma l’ingegno del maresciallo Sicre e dell’ingegner De Cotte, che progettarono anche il Diamante, la rese ostacolo ideale contro gli attacchi. Nel 1815, poi, il Genio sabaudo avviò la costruzione del Forte, completandolo nel 1827. I primi progetti si ispiravano a mappe minuziose e schizzi a matita, tra cui la Tavola E 322 che svela un primevo monastero e un percorso coincidente all’attuale salita Millelire. Il Forte nacque attorno a una casa-forte napoleonica simile alle ridotte dei Due Fratelli. A nord e ad ovest erano visibili anche i resti dei trinceramenti settecenteschi. Un tratto di muratura, oggi coincidente alla crêuza che discende a valle, valeva da strada protetta verso Sampierdarena. Il Belvedere negli anni ’70 del secolo scorso fu infine convertito in impianto sportivo, e un campo di calcio lo “sovrasta”. Nei pressi il trekker, ove affamato, incontra anche l’”Antica osteria dei cacciatori” (buridda, stoccafisso&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Il Crocetta, che conserva ancor oggi un inconfondibile ponte levatoio sul fossato, trae nome da un convento agostiniano, ed è variamente raggiungibile. Sebbene chiuso, si presenta ben conservato. Il percorso più suggestivo, e forse meno noto, parte dalla Tenaglia, sfruttando una linea trincerata risalente al 1826. Lungo il cammino s’incontra la Torre Granara (1817), incompiuta e convertita in postazione scoperta. Da lì, la barriera finisce, con una porta che accede in “salita al Forte Crocetta”, divenendo &#8211; un po’ di colpo &#8211; una semplice strada campestre per Begato. La prima fase costruttiva, ad opera del Genio sabaudo, risale al 1818, la seconda al 1827. Nel 1849, dopo la resa genovese alle famigerate truppe di La Marmora, il Crocetta servì come prigione per gli insorti di Tenaglia, Crocetta e Belvedere.…<br />
Buone passeggiate, e buone soste!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
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		<title>Cappon magro, the king of Ligurian cuisine</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 13:47:14 +0000</pubDate>
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<p>Se dicessi che il cappon magro è il piatto ligure che prediligo, suppongo mi troverei in nutrita compagnia… Non si tratta peraltro di una esecuzione complessa, occorre solo la possibilità, e la pazienza, di far bollire separatamente tutti gli ingredienti, che poi compongono questo mosaico sopraffino, quasi un po’ kitsch per gli standard della cucina ligure, tendenzialmente sobria nella propria sagacia.</p>
<p>Non conosciamo fino in fondo l’origine del nome, esistono teorie diverse che qui vi riassumo tutte: cappon magro in quanto cibo da “caupona”, l’antica trattoria dove dall’età romana si rifocillavano i viandanti? In quanto contenente il buon pesce cappone? In quanto “succedaneo” del prezioso cappone, il volatile che di rado le famiglie “medie” potevano permettersi? In quanto affine alla capponadda camoglina, che fa uso pur essa della galletta (Giovanni Rebora chiamava opportunamente il cappon magro “biscotto condito”)? Oppure, infine, in quanto “chapon” indica nella lingua francese un crostone?</p>
<p>Io presumo, sia come sia, che questa ricetta, alquanto barocca e monumentale, possa anche legarsi a qualche “contest” nel quale, sin dai tempi di Andrea Doria, si sfidavano – per così dire – i cuochi delle famiglie patrizie, e via via il cappon magro &#8211; nato con pesci e verdure di stagione &#8211; è così andato arricchendosi di nuovi, ulteriori e preziosi ingredienti, dai crostacei esibiti in bella vista sino ai porcini sott’olio, ed ecco anche la salsa verde (il pungente bagnet vert che ci affratella al Piemonte…) e le brochette per rendere scenografica l’architettura del tutto…</p>
<p>Quando lo cucino a casa, personalmente “diminuisco” – come immagino facciano in tanti – tali ingredienti, e semplifico la ricetta pur cercando di mantenerla ricca, policroma, gustosa: 1 pesce, 1 crostaceo, 1 mollusco, 3 verdure fra cui se possibile la scorzonera, uova sode, carciofini sott’olio, olive taggiasche, e naturalmente il “biscotto” bagnato. Debbo dire che il risultato è sempre assai gradito anche ad eventuali ospiti…</p>
<p>L’abbinamento enologico prioritario è, beninteso, con una Bianchetta o un Vermentino liguri DOC, versati a 10°C in tulipani a stelo alto, fuori regione si privilegeranno altri vini comunque bianchi.</p>
<p>Al cappon magro Ligucibario® ha dedicato ovviamente innumerevoli contenuti, e dunque amico Lettore puoi ancora una volta utilizzare una directory di risorse completa. Ti suggerisco di iniziare il viaggio leggendomi a questo link&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattateci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><strong> <a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/dop-riviera-ligure.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26203" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/dop-riviera-ligure-193x300.jpg" alt="dop riviera ligure" width="193" height="300" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Apricu e ubagu</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2025 13:31:09 +0000</pubDate>
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<p>Lavorandovi spesso, ho sviluppato via via per Imperia un affetto profondo. E’ una città peculiare, nata nel 1923 dalla fusione di due “anime” distinte, e mi riporta alla mente figure di onegliesi (da Andrea D’Oria a Lucetto Ramella) così come di portorini (da Felice Cascione a Nino Lamboglia). E, nei fatti, anche Italo Calvino e Libereso Guglielmi sembrano ben poco lontani.</p>
<p>Quando posso, amo con Luisa “perdermi” al Parasio, cenare al “Corallo”, oppure concedermi un calice e qualche stuzzichino al caffè-pasticceria “Piccardo”, ad un passo da corso Bonfante e da Calata Cuneo.</p>
<p>In tutta onestà, guardo la televisione solo quando necessario, ma di recente RAI5 mi ha regalato una puntata de “Di là dal fiume e tra gli alberi” dedicata proprio a Imperia e che sarebbe da sola valsa il pagamento del canone, per l’originalità del taglio e il garbo delle interviste.</p>
<p>Ho così conosciuto scrittori, artisti, cantanti, attrici, agricoltori, fotografi, discografici, collezionisti… Che – a vario titolo – gravitano in quel Ponente così inconfondibilmente ligure e attorno alla città… In particolare, vista la mia professione, mi hanno colpito storie toccanti come quella di Daniele Meliffi, che giunto a Triora dal Trentino ha sperimentato un’agricoltura rigenerativa, ed a Triora confida di crescere i propri figli nel rispetto della natura e del prossimo. Storie come quella di Luca Papalia, che ha contribuito alla salvezza e rinascita di Glori, frazione di Molini di Triora, uno dei tanti borghi – ricchissimi di biodiversità &#8211; che il tempo presente stava condannando alla “scomparsa”. Storie come quella di Simone Caridi, videomaker che a Ciabaudo, frazione di Badalucco nella minuscola e appartata valle Oxentina, terra di pastori e carbonai, ha raccontato la cultura del castagno e il suo avvenire.</p>
<p>Mi chiedo (io che sovente debbo parlare di antropocene, cambiamenti climatici, agromafie): che non tutto sia perduto? Che un poco di apricu possa prendere il posto ad un poco di ubagu?<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
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		<title>Cucina ligure domande e risposte(19). Sardenaira e pissalandrea?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 09:53:41 +0000</pubDate>
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<p>CUCINA LIGURE DOMANDE E RISPOSTE</p>
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<p>Cucina ligure domande e risposte. Un lungo viaggio con Umberto Curti attraverso più di cento &#8220;dubbi&#8221; e curiosità che riguardano la cucina ligure e genovese: <em>corzetti</em> o <em>croxetti</em>? <em>Cuculli</em> o <em>friscêu? </em>Il sugo alla genovese è genovese? E&#8217; più antico il pandolce alto o quello basso? Stoccafisso o baccalà?</p>
<p>Eccovi la nuova puntata della rubrica ospitata da Ligucibario® per gli appassionati, i cuochi, i turisti, i gastronauti e i foodblogger&#8230;. Un centinaio di casi ricorrenti che abbiamo strutturato in FAQ alle quali andremo a rispondere nei prossimi mesi.</p>
<h2>Sardenaira e pissalandrea?</h2>
<h2></h2>
<p><strong>19. sardenaira e pissalandrea? </strong>L&#8217;una è de.co. a Sanremo, l&#8217;altra a Imperia&#8230; Se una evoca sin dal nome le sardine (e ad Apricale il machetto, il nostro garum), l&#8217;altra, che geograficamente propone varie grafie, non &#8220;coinvolge&#8221; Andrea Doria, bensì &#8211; come la pissaladière provenzale &#8211; il pesce azzurro che ne salava e insaporiva la superficie&#8230; Si tratta comunque di finger food quasi ancestrali, che ovviamente impiegarono il pomodoro solo dopo la scoperta del Nuovo Mondo. Erano e per fortuna talvolta ancora sono un rito del venerdì. Sul tema ho scritto tanto, leggetemi ad es. <a title="sardenaira e pissalandrea" href="https://www.ligucibario.com/sardenaira-e-pissalandrea-la-torta-del-ponente/" target="_blank">a questo link</a>, oppure <a title="sardenaira e pissalandrea" href="https://www.liguriafood.it/2019/01/18/sanremo-festival-sardenaira/" target="_blank">a questo</a>&#8230; Beninteso, borgo che vai ricetta appetitosa che trovi&#8230; Quanto ai calici, Ligucibario® abbina un Vermentino della DOC locale oppure il rosato Sciac-trà (Ormeasco, da vitigno dolcetto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Continua a seguire la nostra rubrica &#8220;Cucina ligure domande e risposte&#8221;.</h2>
<p>Cliccate qui per <a title="cucina ligure domande e risposte" href="https://www.ligucibario.com/cucina-ligure-domande-e-risposte18-olio-doliva-o-extravergine/" target="_blank">la diciottesima faq</a></p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/umberto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25493" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/02/umberto-186x300.jpg" alt="umberto" width="186" height="300" /></a></strong></p>
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		<title>Cenni per una storia della Liguria e di Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 10:28:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Cenni per una storia della Liguria e di Genova &#160; 1)Origini, preistoria/protostoria I Liguri sono uno dei più antichi popoli del Mediterraneo (culla di civiltà), e al contempo sono assai remote le prime testimonianze circa una presenza dell&#8217;uomo in Liguria. Tuttora si dibatte se si trattasse di una popolazione indoeuropea, casomai imparentata con popolazioni celtiche ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/cenni-per-una-storia-della-liguria-e-di-genova/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_24996" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/DSCN3033.jpg"><img class="size-medium wp-image-24996" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/DSCN3033-300x215.jpg" alt="albenga" width="300" height="215" /></a><p class="wp-caption-text">albenga</p></div>
<p><strong>Cenni per una storia della Liguria e di Genova</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1)Origini, preistoria/protostoria</p>
<p>I Liguri sono uno dei più antichi popoli del Mediterraneo (culla di civiltà), e al contempo sono assai remote le prime testimonianze circa una presenza dell&#8217;uomo in Liguria. Tuttora si dibatte se si trattasse di una popolazione indoeuropea, casomai imparentata con popolazioni celtiche antiche, o preindoeuropea (glosse, relitti linguistici e toponomastica includono la lingua ligure fra le preindoeuropee di tipo mediterraneo). In termini – diremmo oggi – di melting pot, nel VI secolo a. C. coloni greci di Focea, in Asia Minore, avevano fondato Massalia (Marsiglia), e intorno al IV secolo si insediarono poi sul territorio “ligure” altre tribù celtiche e fenicie, contatti che ci ostacolano precise ascendenze etniche…</p>
<p>Liguria deriverebbe da un monema lig, che significherebbe luogo acquitrinoso, palude, golena, pantani stagnanti poco abitabili (lig originerebbe anche il toponimo francese Livière). Ma in effetti una terra definita dai diversi primi autori anche sassosa, sterile, aspra, o coperta di alberi da abbattere, quindi sempre inospitale, sempre un’orografia antitetica alle agricolture… “Schiacciata”, ieri come oggi, tra Alpi/Appennini da un lato e coste rocciose dall’altro (il Mar Ligure raggiunge rapidamente profondità superiori ai 1.000 m), con l’eccezione di alcuni arenili più ampi a Ponente e della sempre fertile piana d’Albenga, dove “convergeva” l’acqua di vari torrenti che poi vennero chiamati Pennavaire, Neva, Arroscia, Lerrone.</p>
<p>Durante il Paleolitico, il periodo dell&#8217;uomo cosiddetto di Nearderthal e dei cacciatori di orsi, in Liguria vivevano il cervo, lo stambecco, il camoscio, il capriolo, l’uro (estinto), il bisonte, l’ippopotamo, l’alce, il mammuth e il leone. Qui come in altre zone d’Italia, quali ad esempio la Puglia e la Sardegna, sebbene sia ormai difficile immaginarlo.</p>
<p>I primi Liguri lasciarono traccia di sé nella grotta del Cavillon ai Balzi Rossi a Grimaldi, oggi confine francese; nel territorio dell’attuale Sanremo; nel Loanese-Finalese (grotta delle arene candide (a), val Ponci←vallis pontium…) oltre che a Toirano; e, in misura minore, in altre località di levante (grotta dei colombi all’isola Palmària, l’unica non marina dell’arcipelago…).</p>
<p>Nelle grotte lungo il torrente Pennavaire, che dà nome alla valle tra Zuccarello e Cantarana, ovvero le aree ingauna e ormeasca, sono stati ritrovati residui umani risalenti fino al 7.000 a.C. Via via scavi mirati e accurati, presso i Balzi Rossi e altri siti, hanno restituito agli archeologi molti materiali, tra cui resti fossili, importanti per comprendere l&#8217;alimentazione del tempo, sepolture con oggetti di corredo (il medico Emile Rivière aveva scoperto la prima alla grotta del Cavillon alla fine di marzo del 1872), ed inoltre talune fra le prime espressioni d&#8217;arte conosciute in Italia e nel bacino mediterraneo, si pensi anche alle circa 40mila incisioni rupestri di Monte Bego nella valle delle Meraviglie, risalenti all’età del rame/bronzo. Alla successiva età del ferro o poco prima (Neolitico) risalgono anche i castellari, stazioni fortificate dove poter vivere sorvegliando e fronteggiando i passaggi nemici, e le straordinarie (enigmatiche) statue-stele oggi riunite nel Museo del Piagnaro a Pontremoli, in Lunigiana (la prima statua stele giuntaci venne rinvenuta nel 1827 a Novà di Zignago (SP), e reca l’iscrizione etrusca “mezunemunius”). E’ certo che quei Liguri abitassero una regione molto più estesa dell’attuale, quantomeno dall’Arno al Rodano→Ebro, come è stato scritto (b). Tuttavia, nel ‘300 l’Alighieri, valutando anzitutto l&#8217;aspetto linguistico-dialettale, parlerà della Liguria come di una regione compresa tra il “trofeo d&#8217;Augusto” (La Turbie) ad ovest, Lerici ad est, e lo spartiacque alpino-appenninico. Il patrimonio archeologico ligure compone un fil rouge trasversale, che in termini turistici attende da sempre una compiuta valorizzazione d’insieme.</p>
<p>(a) celebre per il rinvenimento della sepoltura di un “giovane principe”, un cacciatore del Paleolitico superiore deceduto circa 15enne per via di un forte colpo al volto, e seppellito nella cavità con gli onori che si tributano ad un capo, accompagnato da un cospicuo corredo.</p>
<p>(b) per ulteriori approfondimenti, vedi ad es. Umberto Curti, “<em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</em>”, ed. De Ferrari, Genova, 2012…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2)Romanizzazione</p>
<p>La Liguria, ancora tribale e “primitiva” due secoli e mezzo prima di Cristo, suddivisa in gruppi apuani, ingauni, intemelii ecc., praticanti una modesta economia agro-pastorale (integrata da caccia e pesca) ma bellicosi, fu quindi conquistata dai Romani, potenza per natura espansiva. Per quanto attiene a Genova, il nucleo pre-romano fu la rupe di Sarzano, sorta poi di oppidum sopra il navigatissimo seno del Mandraccio, oggi la “collina di Castello”.</p>
<p>Durante la prima guerra punica (238-235 a.C.), a seguito dell&#8217;alleanza di alcune tribù liguri – ma mai i Genuates! &#8211; coi Cartaginesi e coi Galli contro Roma, i Romani dovettero superare molte difficoltà per assicurarsi il controllo del territorio, che pian piano divenne – malgrado la guerriglia di gruppi liguri rimasti “autonomi” – la IX Regio augustea. Dopo le distruzioni del 205 a.C. provocate dai Cartaginesi di Magone Barca – fratello minore di Annibale &#8211; nel corso della seconda guerra punica, si verificò nell’attuale area di Genova una spinta abitativa a nord ed est, &#8220;popolando&#8221; quelle prime alture che (la storia si ripete “curiosamente”) molti secoli dopo divennero i luoghi di villeggiatura della nobiltà cittadina in fuga dalla calura.</p>
<p>Apuani e ingauni, nel corso della conquista romana, vennero ripetutamente massacrati e deportati (182-180 a.C.). Tuttavia, solo con la costruzione delle grandi strade romane (ovvero 1.la via Julia Augusta da Vada al Var in Provenza; 2.la via Postumia, da Derthona (Tortona) a Genova (visibili alcuni resti di Libarna), che collegava il mare alla Padania e alle “autostrade” direzionate all’Adriatico; 3.la via Aemilia Scauri, da Luna a Vada e a Derthona), i Romani poterono finalmente assicurarsi la sottomissione e il controllo definitivo della regione posta tra Pisa/Magra a levante e Roja/Aquae Sextiae (oggi Aix-en-Provence) a ponente, rafforzandone l&#8217;unità territoriale ed incrementando gli scambi ed il business dei commerci. I Romani confermarono, per così dire, come principali città Albintimilium (Ventimiglia), di cui rimangono significativi monumenti; Albingaunum (Albenga), anch&#8217;essa ricca e splendida, area agricola su cui giunsero subito ad insediarsi facoltosi coloni, e che “dialogava” con Aquae Statiellae e Alba Pompeia; Vada Sabatia (Vado Ligure), scalo come oggi di valenza portuale; Ad Navalia (Varazze) dove i conquistatori ricavavano dal Beigua tronchi per costruire la flotta mercantile e militare; Genua (da un etrusco Kainua, Genova), emporio per l’import ed export sin dall&#8217;epoca etrusca, scalo delle “portacontainer” che trasferivano merci &#8211; ad es. vini e olii &#8211; sulle rotte da Roma alla Spagna, e ritorno (c). E infine la bella marmorea Luna (Luni), il porto a forma di luna, da cui salpavano anche formaggi di pregio, verosimilmente ovini e rotondi, di cui parla in un epigramma il salace poeta Marziale («caseus etrusca signatus imagine Lunae praestabit pueris prandia mille tuis», il cacio contrassegnato dal simbolo etrusco di Luni procaccerà mille pasti ai tuoi fanciulli/servi), vissuto nel I secolo d.C..</p>
<p>(c) nel 1506 un contadino della val Polcevera, tal Agostino Pedemonte, ritrova presso Serra Riccò (GE), nel rio Pernecco, ivi portata da un moto franoso, una tavola di bronzo, che poi verrà datata al 117 a.C., contenente un testo in latino. Si tratta di un arbitrato emesso da magistrati a Roma per dirimere la contesa fra “Genuates” (Genovesi) e “Viturii Langenses” (abitanti di Langasco, in val Polcevera). Questi ultimi dovranno pagare un vectigal, una sanzione (in grano e vino) onde poter fruire del compascuus, ovvero il terreno pubblico su cui far pascolare le mandrie ecc.. La tavola bronzea, restaurata alcuni decenni or sono e oggi visibile al Museo civico archeologico di Genova Pegli, è la conferma di come in zona – lungo l’importante via Postumia… &#8211; si praticasse al tempo già anche la viticoltura (ed oggi la val Polcevera è una delle 8 DOC vinicole liguri…)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3)Epoche “barbariche” ed Alto Medioevo</p>
<p>Caduto via via l&#8217;impero romano, il territorio ligure fu ovvia e ambita meta delle invasioni barbariche, dei Visigoti di re Alarico (morto nel 410), degli Eruli di Odoacre (morto nel 493) e dei Goti di Teodorico (morto nel 526)… Genova fu certamente e precocemente sede vescovile, come si evince – leggendo gli Acta Concilii &#8211; dalla presenza di Diogene (con funzione anti-arianesimo) al Concilio d&#8217;Aquileia del 381, un sinodo “politicamente” decisivo per la Cristianità. Conquistata dall’audace e abile generale Belisario, la Liguria di fatto fu poi bizantina. I bizantini, che abitavano i “resti” dell’Impero romano d’oriente, per l&#8217;importanza dei suoi porti la tennero a lungo, difendendo anzitutto la costa contro le mire esterne. In seguito e per un paio di secoli fu dominata anche dai Longobardi “di Rotari”, che naturalmente applicarono l&#8217;editto di Rotari (643) e permisero la fondazione di diverse abbazie, dato che molti monaci – in primis poi i benedettini &#8211; erano agronomi e speziali di grande cultura (è di pochi decenni antecedente all’editto di Rotari l’insediamento dell’irlandese Colombano a Bobbio, e si suppone che l’editto, un corpus di norme per dirimere controversie, sia stato redatto proprio nello scriptorium di Bobbio, dove si fabbricavano anche pergamene…). Non si devono figurare le calate barbariche sempre in forma di scorrerie selvagge: i nuovi venuti “scendevano” sovente con famiglie e bestiame, per insediarsi e campare stabilmente.</p>
<p>Il porto di Genova divenne porto franco, e si sviluppò nei retrostanti entroterra la coltivazione a terrazze, ovvero fasce sostenute da muretti a secco (quest’arte appartiene oggi al patrimonio UNESCO), mentre riprendevano alcuni commerci.</p>
<p>Presa poi dai Franchi, che avevano sconfitto alle chiuse in val di Susa i Longobardi nel 773-774, la Liguria subì anche ripetute aggressioni saracene e normanne. Tali razzie comportavano anche stupri e rapimenti, impattavano gravemente sul morale e l’economia locale, e indussero molte località “in prima linea” ad erigere strutture e torri di avvistamento sugli arenili, di cui talora ci resta traccia. Sconfitti o quantomeno fronteggiati i Saraceni (nel 952 venne distrutto l’avamposto del Frassineto – La Garde-Freinet &#8211; in Provenza e quindi la minaccia islamica che da alcuni decenni tormentava anche Genova ne uscì notevolmente diminuita), dopo il Mille le attività commerciali ripresero pian piano vigore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4)Medioevo e progressiva affermazione mercantile di Genova</p>
<p>Intanto la Liguria dei Franchi era stata divisa da Berengario II d’Ivrea in tre marche “fedeli”, da cui provengono le maggiori dinastie di quel tempo: l&#8217;Arduinica ad occidente, l&#8217;Aleramica al centro, e l&#8217;Obertenga (con Genova e La Spezia) ad Oriente. Nei secoli XI e XII le marche sopracitate furono frazionate in feudi. Feudo deriverebbe da un franco/germanico fehu, ovvero possesso di bestiame.</p>
<p>È a questo punto (alquanto tranquillo) della storia ligure che in effetti Genova si afferma durevolmente, e più d’ogni altro centro ligure.</p>
<p>Elevata a rango di contea in epoca carolingia contro i Saraceni, i quali in varie occasioni la percorsero e ripercorsero con l&#8217;usuale puntualità (sino agli anni 931, 934, 945…), divenne successivamente, come detto, Marca Obertenga, cioè feudo dei marchesi Obertenghi. Lo stato di fatto, sin dal 958, consentì ai Genovesi molte prerogative di relativa libertà, dentro quelle cinte murarie che una dopo l&#8217;altra venivano issate a contrasto anzitutto degli Arabi. E&#8217; del 1056 l&#8217;autonomia cittadina grazie ad un accordo stipulato fra il vescovo e &#8211; appunto &#8211; i marchesi Obertenghi. Genova, pertanto, assurse a libero Comune che &#8220;aggregava&#8221; in sé le antiche <em>compagne</em> commerciali di rione; in tal senso, possiamo affermare che i Comuni sono stati null’altro che la prima forma forte di associazionismo. Tale indipendenza, unitamente al valore strategico delle sue coste ed ai valichi, consentì a Genova una prima significativa espansione verso occidente, ed alcune compagne poterono già schierarsi a fianco dei pisani, al tempo ancora alleati, nella navigazione del Mediterraneo centrale. Fu il preludio alle Crociate del XI secolo, che cominciarono a fruttare nuove relazioni e molteplici colonie d’oltremare. Genova nel 1091 insediò addirittura un mega-mercato a San Giovanni d&#8217;Acri. Al 1155 risalgono la celebre Porta Soprana e la cinta muraria eretta contro la minaccia di Federico Barbarossa, all’epoca un bellicoso 33enne, incoronato “re dei Romani”. Il governo della Sicilia fece ulteriormente di Genova l&#8217;emporio nodale del Mediterraneo, mentre ferveva l&#8217;escalation delle Maone, sodalizi privati (molto se ne è scritto anche recentemente) di carattere finanziario-politico grazie alle quali si realizzeranno poi le missioni &#8211; altrimenti inimmaginabili &#8211; per la presa di Ceuta del 1235, di Scio del 1347, di Cipro del 1373 e del 1402. C’est l’argent qui fait la guerre.</p>
<p>Dunque, sintetizzando un “riepilogo”, a seguito del consolidamento dell&#8217;organizzazione feudale, con la crescita del potere dei vescovi e dopo lo sviluppo dei liberi Comuni, Genova impose la sua preminenza – con le buone o le cattive &#8211; sulle altre comunità liguri. Nel 1254 riuscì a sottrarre pure Lerici all’influenza di Pisa e accrebbe il proprio controllo su quel Golfo, ma per quasi vent&#8217;anni, tra il 1256 e il 1273, il borgo della Spezia fu peraltro svincolato dal dominio genovese, poiché Nicolò Fieschi ne fece il centro di una propria ambiziosa ma effimera &#8220;signoria guelfa&#8221;, estesa da Lavagna a Sarzana, che ebbe termine con la conquista dell’ammiraglio Oberto Doria, il quale nello stesso tempo inviò vittoriosamente il fratello Jacopo contro i Grimaldi (Oberto è molto noto per aver comandato la flotta genovese nel trionfo della Meloria contro Pisa, sebbene affiancato dall’esperto Benedetto Zaccaria).</p>
<p>Genova incontrò le maggiori resistenze da parte dei Conti di Ventimiglia, dal Marchesato di Finale dei Del Carretto sottomesso solo nel 1713, da Savona in perenne lotta contro la filo-genovese Noli, e in alcuni momenti storici la sua supremazia sui territori fu necessariamente un po’ “a macchia di leopardo”…</p>
<p>Ma, partecipando attivamente alle Crociate (la nona ed ultima risale al 1272), poté diventare paladina baricentrica della Cristianità, così da ricavarne enormi benefici, assicurando la propria presenza commerciale e navale in tutto il Mediterraneo (divenuto intanto meglio navigabile in virtù dei progressi tecnologici delle flotte). Presso Caricamento affluivano non a caso tutte le merci che ora diremmo top di gamma, né è un caso che anche molte parole della gastronomia locale si leghino all’arabo, da buridda a bottarga, da mosciamme a scuccusun, o talvolta al francese, o al catalano… Le vittorie sul mare della Meloria contro Pisa (6 agosto 1284 con l’aiuto di 300 portorini), e della Curzola contro Venezia appena 14 anni dopo (1298), rinsaldarono la leadership genovese, ed anche la diarchia “ghibellina” Doria-Spinola, malgrado la terribile caduta di San Giovanni d’Acri (1291) in mano di un sultano mamelucco: Genova, che nel 1358 il Petrarca stesso andava definendo “Superba per uomini e per mura”, non a caso rimase la Repubblica marinara più potente del Mediterraneo dal XII al XIV secolo, una sorta di potenza pre-coloniale, nel 1252 emise il primo genovino d’oro, e “Ianuensis ergo mercator” (Genovese e quindi mercante) divenne espressione proverbiale, sebbene quel mercante si trasformasse poi progressivamente in banchiere, per godersi – meno temerariamente &#8211; finanze e palazzi, indirettamente “causando” il declino della città&#8230;</p>
<p>E&#8217; medievale anche l&#8217;ulteriore espansione urbana a ponente, dove oggi s&#8217;incontrano rispettivamente Ponte Monumentale, Piazza Fontane Marose (dal nome di una fonte “impetuosa”, forse vicina ad un postribolo), la Lanterna &#8211; edificata nel 1139 ma il cui attuale aspetto risale al 1543 &#8211; , Montegalletto.</p>
<p>Con l&#8217;eccezione di una breve parentesi sotto i Visconti, la Francia e il Sacro Romano Impero, e poi di nuovo sotto i Visconti, Genova riuscì a riguadagnare pieno prestigio sulla ribalta politica con l&#8217;ammiraglio Andrea Doria (Oneglia, 1466 &#8211; Genova, 1560), che sgominò la – famosa &#8211; congiura dei rivali Fieschi (filo francesi) nel 1547, conquistando il castello di Montoggio grazie all’assedio del capitano Lercari. E che soprattutto seppe avvicinarsi alla Spagna di Carlo V e di Filippo II e a nuovi successi (siglos de oro), tanto che Genova cedette al potere enorme di Venezia e alle fatali mire dei Savoia solo alla fine della propria parabola di Stato autonomo… Era peraltro sopravvissuta ad anni difficili sulla scena internazionale, basti pensare che nel 1453 Costantinopoli, pur difesissima da mura, dopo lungo assedio s’era arresa ai turchi che disponevano del cosiddetto “cannone ottomano” consegnando loro l’intero impero bizantino; nel 1463 il Banco di San Giorgio (il &#8220;sostituto&#8221; delle Maone) aveva ceduto a Francesco I Sforza la proprietà della Corsica, sempre ribelle e continuamente appetita dai catalani (gli Sforza gliela restituirono nel 1484); e nel 1522 era stata saccheggiata dagli imperiali francesi&#8230;</p>
<p>“Capitale” di un territorio aspro, Genova necessitava (ieri come oggi) di connessioni, mancavano ancora 3 secoli all’introduzione delle ferrovie&#8230; Nel 1585 fu dunque aperta la strada della Bocchetta, sorta di “via del sale” per collegare Pontedecimo e la val Polcevera con Voltaggio e la val Lemme (la strada due secoli dopo fu adattata dal doge Giovan Battista Cambiaso ai carriaggi, divenendo “via Cambiagia”, ma dal 1823 perse d’importanza per via della costruzione della regia strada dei Giovi). Nel 1630, inoltre, una nuova, poderosa cinta di difese dalla Lanterna e dalla foce del torrente Bisagno salì lungo i crinali, disegnando profili di fortificazioni che preludono alla vista d&#8217;oggi ed alla città attuale.</p>
<p>Il temperamento della città da offensivo scadde tuttavia a tendenzialmente difensivo, i grandi palchi della storia si allontanarono (accenneremo fra poco a Cristoforo Colombo, genovese ma al soldo della Spagna), fu l&#8217;epoca delle congiure, delle fortificazioni sulle alture, degli attacchi di Carlo Emanuele I di Savoia prima, e di Carlo Emanuele II di Savoia in sèguito. Nel 1684 Genova, sempre filo spagnola, resisté anche per dieci giorni all&#8217;atroce cannoneggiamento francese dal mare, finalizzato ad esaurirne le forze e deprimere la popolazione, finché il doge Francesco Maria Imperiale Lercari dové prostrarsi a Versailles dinanzi alla potenza transalpina. Proseguirono inoltre &#8211; dal 1729 fino al 1768 &#8211; le insurrezioni in Corsica (indotte anche da epidemie, da carestie, e dall’iniquo sfruttamento fiscale genovese), che trovarono non pochi sostenitori anche all&#8217;esterno. Al termine, la Francia poté infatti “estorcere” l’isola a Genova…</p>
<p>Quanto a Savona, sottomessa da Genova nel 1528, quella città fuoriuscendo dal Medioevo conferiva al soglio due Papi, e ancora a metà Cinquecento – pur sofferente, ma “caratterizzata” da clamorose apparizioni mariane… &#8211; recitava sia un ruolo portuale (nella rada di Vado stavano alla fonda centinaia di navi le cui àncore reggevano ai ricorrenti libecci e scirocchi), sia di link con Piemonte e Padanìa, come ben focalizzò anche lo Chabrol (funzionario napoleonico) 3 secoli più tardi&#8230; Traffici, equipaggi, truppe animavano dunque anche le stagioni savonesi… Compulsando le pagine dell’illustre cronista Giovanni Vincenzo Verzellino (1562-1638), addirittura scopriamo che al Corpus Domini del 1543 l’imperatore Carlo V, salpato da Barcellona con una flotta impressionante, giunse (nuovamente) sulla riviera. Accolto con tutti gli onori, visitò a cavallo la nuovissima fortezza, prima di ripartire per Genova, sodale com’era – lo abbiamo appena scritto &#8211; di Andrea Doria. E 5 anni più tardi fu Filippo II, sempre con una flotta impressionante, a sostare (3 giorni) a Savona, ospitato a pranzo dai notabili, devoto alle Messe nel Santuario (la Madonna era apparsa 16 anni prima), ma incline – per esigenze di sicurezza – a dormire a bordo delle proprie galere. Non possiamo conoscere i raffinati menu che allietavano tali momenti di rappresentanza, ma certo ricevette in dono “molte conserve di zucchero (ovvero confetture) e altre gentilezze”. All’occorrenza, non dovettero mancare neppur i vini, se pochi anni dopo il poeta Gabriello Chiabrera, oziando nelle sue campagne di Legino, cantava di vigne e di vendemmie (paradisi per la vista e il palato che, peraltro, anche l’erudito Nicolò Cesare Garoni “confermò” nella sua Guida storica economica e artistica della città, 1874)…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5)Epoche moderna e contemporanea</p>
<p>Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo, “buscando el levante por el poniente” al soldo della corona spagnola, come noto scoprì l&#8217;America centrale (anziché le Indie) e successivamente, aprendosi quelle nuove rotte rivoluzionarie, cominciò per la Liguria e poi per Genova un periodo di decadenza. Acuitasi allorquando la Spagna stessa prese via via a soccombere dinanzi alle forze inglesi e olandesi (è del 1588 il tracollo della “invincible armada”, l’invincibile flotta spagnola vintissima dai colpi di Francis Drake, corsaro-politico, primo circumnavigatore inglese del globo…). Nel 1746 Genova fu occupata dagli Austriaci, e qui si collega il celebre episodio di Balilla (Giobatta Perasso), il giovinetto 11enne che a Portoria il 5 dicembre al grido &#8220;che l&#8217;inse!&#8221;, e scagliando un sasso, pare abbia incoraggiato la rivolta della città contro gli occupanti (alleati di Inghilterra, Olanda e Savoia, in un quadro confusissimo, contro Francia, Spagna, Prussia, Sassonia, Baviera e Regno di Napoli).</p>
<p>Nel 1805 la Liguria entrò a far parte dell&#8217;Impero napoleonico, furiosamente anticlericale (ma che talora inviò ottimi e lungimiranti funzionari, si pensi a Chabrol per Savona), e nel 1815 la regione fu poi annessa al Regno di Sardegna, sotto i Savoia (già possessori dal 1576 di Oneglia e dal 1736-1770 di Loano), per far infine parte dell&#8217;Italia unificata. Dopo i terremoti indotti dalle guerre bonapartiane, del resto, non v’era più spazio per staterelli e repubbliche che non fossero asserviti alle necessità delle potenze maggiori.</p>
<p>Peraltro la Liguria, com’è stato acutamente sottolineato, a differenza di tutte le altre regioni italiane non ha mai approvato l&#8217;annessione allo Stato sabaudo prima, e al Regno d&#8217;Italia poi, con plebisciti o altre forme di democrazia…  Tale annessione, sancita dal Congresso di Vienna e operativa dal 7 gennaio 1815, fu perciò illegittima perché avvenuta in violazione dello scopo stesso per cui era stato convocato il Congresso, ovvero ristabilire le sovranità esistenti prima del 1797, e per la ferma contrarietà del legittimo e sovrano governo della Repubblica di Genova… Significativamente, aggiungo io, i forti costruiti dai Savoia a &#8220;difesa&#8221; di Genova vedevano le cannoniere rivolte non verso l&#8217;esterno delle mura ma verso l&#8217;interno, ovvero la città.</p>
<p>Sia come sia, dopo un primo momento di pesanti contrasti fra gli ex nemici, culminato con duri scontri urbani e la sanguinosa “calata” dei bersaglieri, le complementarità territoriali, sociali ed economiche diedero frutti, e i rispettivi interessi affiorarono palesi così da unire liguri e piemontesi nella emergente tensione risorgimentale, ed in seguito nella prospettiva unitaria. Di fatto Genova, col suo porto leader nel Tirreno, si elevò anche a vertice del cosiddetto “triangolo industriale” Ge-Mi-To.</p>
<p>Sul piano storico l&#8217;Ottocento fu dominato proprio dalle azioni insurrezionali del Risorgimento, che portarono all&#8217;Unità d&#8217;Italia (1861) e alla breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), le quali ebbero come protagonisti tanti personaggi liguri: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Goffredo Mameli, Nino Bixio e molti altri patrioti irredenti. Tutto il secolo vide inoltre un intenso fervore imprenditoriale, agevolato anche dall’apertura del canale di Suez (1869) e dalla presenza a Genova di businessmen inglesi (che tra l’altro fondarono il Genoa cricket &amp; football club) e tedeschi. Attraverso l&#8217;Ottocento prese poi vita il vero piano regolatore, con la sistemazione delle attuali Piazza De Ferrari, Via XXV aprile, Via Roma, la ripida Via Assarotti e la circonvallazione a monte, dove cominciarono a trasferirsi i facoltosi proprietari delle abitazioni del centro storico, sempre gravate – anche per l’attività del porto &#8211; da problemi igienico-sanitari. Si definì inoltre la fusione con le popolose aree di Quezzi e Marassi e con Albaro e Sturla…</p>
<p>Si noti che questa urbanizzazione, e il conseguente “operaismo”, in qualche modo coincisero se non produssero la nascita a Genova, presso la sala dell’associazione garibaldina Carabinieri genovesi, del Partito socialista (1892).</p>
<p>Fece però da contraltare a quanto sopra la poderosa emigrazione di liguri verso le “Meriche”, in primis l’Argentina, segno di una povertà che costringeva a partire, in cerca di maggiori fortune, verso l’ignoto. Questi liguri lasciarono in patria radici che tuttora consentono ritorni, all’insegna di una bilateralità culturale profonda, biografie mestieri musiche, si pensi anzitutto al barrio della Boca di Buenos Aires e ad alcune ricette “condivise” attraverso l’oceano…</p>
<p>Il fascismo, salito al potere (con la marcia su Roma del 1922) sfruttando anche il malcontento del primo Dopoguerra che covò sulla cosiddetta vittoria mutilata, non poté mai posizionare Genova fra le città più “devote” alla sua causa. Risale peraltro al 1926 l’accorpamento con Genova di tanti Comuni fino a quel momento autonomi, fra cui Sampierdarena, “la Manchester d’Italia”. E un regio decreto aveva 3 anni prima accorpato a ponente anche Oneglia e Porto Maurizio, gli empori dell’olio, dando vita alla realtà amministrativa di Imperia.</p>
<p>Durante la seconda guerra mondiale la Liguria fu pesantemente bombardata, e infine dopo l’armistizio dell’8 settembre occupata per due anni, dall’autunno 1943 al 25 aprile 1945, dalle forze naziste affiancate dal residuo fascismo della RSI (Repubblica Sociale Italiana), forze contrastate dalle azioni dei partigiani nascosti sui monti liguri. Genova, costringendo alla resa il generale tedesco Meinhold e dunque autoliberandosi, meritò al termine di quella terribile guerra civile la medaglia d&#8217;oro resistenziale.</p>
<p>Seguirono gli anni del boom economico, e di un’industria sempre “pesante” più che pensante, la quale asservì interi quartieri. Più di recente, anche grazie a progetti specifici, a “concause” e a finanziamenti ad hoc (mundial calcistico di Italia90, Colombiadi, Giubileo, G8 nel 2001, Capitale europea della cultura 2004…), Genova è andata legittimamente orientandosi al turismo culturale, una vocazione che potrebbe, se ben gestita, compensare le crisi industriali e lavorative che da decenni affliggono una città non più Superba – per ovvie ragioni &#8211; come ai tempi del Petrarca, ma in cerca di nuovi ruoli…</p>
<p>E in un certo senso, come sempre è avvenuto, al “destino” di Genova si legheranno forse anche i destini di molte altre territorialità liguri…</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Assaggi di Medioevo con Umberto Curti</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Sep 2024 12:49:13 +0000</pubDate>
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<p>Che cos’hanno in comune la farinata, il “quinto quarto”, lo stoccafisso, i canestrelli, l’ammiraglio Andrea Doria, la focaccia, la pasta, la prescinsêua, i viaggi di Cristoforo Colombo ed infine la tavola bronzea della val Polcevera?</p>
<p>Hanno in comune il Medioevo.</p>
<p>A vario titolo, hanno difatti intessuto un filo rosso col quale, <strong>in sinergia con la Biblioteca Civica Berio (Comune di Genova), Umberto Curti ha realizzato 10 brevi video (+1 “complessivo” in fase d&#8217;ultimazione)</strong> per investigare il Medioevo sotto una luce  talora meno consueta di quella che la storiografia tende a privilegiare…</p>
<p>Il Medioevo si estende per convenzione, come noto, dalla caduta dell’impero romano sino ai (primi) viaggi verso il Nuovo Mondo, indicativamente dunque <strong>dall’anno 476 al 1492</strong>. Poiché dal 1150 o suoi dintorni (insediamento dei macelli nell’area di Soziglia) al 1506 (ritrovamento nel rio Pernecco da parte del contadino Agostino Pedemonte della tavola bronzea d’età romana), o ancor meglio al 1560 (morte di Andrea Doria), era possibile percorrere alcuni grandi eventi relativi a Genova praticando una tematica enogastronomica, ecco che Umberto Curti, in piacevolissimi video della durata di circa 2 minuti l’uno, ha raccontato di Meloria, di isole Lofoten, di genovini d’oro, di pissaladière e pandolci, di pale per focaccia lasciate in eredità, di medici bergamaschi che vietarono alimenti a lanaioli genovesi, di “salutari” cagliate in dono al Doge, di scambi tra l’Europa e le Americhe, di sentenze legali ed uve valpolceverasche…</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">“Assaggi di Medioevo”</span></em></strong> è il titolo che riunisce la collezione, tutta liberamente a disposizione (nella playlist <a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PL6sEtQOf4zSWk9vYoTrw3WwFpbNGuyN3I" target="_blank">Assaggi di Medioevo</a>) degli appassionati di storia, di cibo, di genovesità, e delle scolaresche ed associazioni culturali (<a title="umberto curti assaggi di medioevo la farinata" href="https://www.youtube.com/watch?v=q_Mbksexmqw" target="_blank">a questo link</a> ad esempio il video sulla farinata). Buona visione!</p>
<p>Luisa Puppo</p>
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		<title>Tortellasso</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2024 14:10:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>O törtellassö” è la farinata nel Savonese (tendenzialmente di farina bianca e non di ceci, o mista), secondo taluni più sottile e croccante di quella genovese. “Dicunt” che l’origine derivi dal 1528, allorquando Andrea Doria, ai tempi al servizio della Francia e non ancora filospagnolo, distrusse Savona e ne interrò il porto. Dopodiché Genova impose ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/tortellasso/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>O törtellassö” è la farinata nel Savonese (tendenzialmente di farina bianca e non di ceci, o mista), secondo taluni più sottile e croccante di quella genovese. “Dicunt” che l’origine derivi dal 1528, allorquando Andrea Doria, ai tempi al servizio della Francia e non ancora filospagnolo, distrusse Savona e ne interrò il porto. Dopodiché Genova impose dazi sui ceci e quindi i savonesi furono costretti ad utilizzare la farina di grano&#8230;<br />
Vi si possono &#8220;sovrapporre&#8221; &#8211; secondo gusti &#8211; rosmarino, cipolla, salsiccia, formaggi&#8230; A Savona il tortellasso si mangia tradizionalmente, anzitutto, in un ristoro di via Pia che ha quasi 200 anni di vita, beninteso mescendo nostralini&#8230;</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Assaggi di Medioevo a Genova</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 08:12:37 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22485" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a><p class="wp-caption-text">umberto curti durante le riprese in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova</p></div>
<p>Genova “omaggia” con l’anno <strong>2024 il Medioevo</strong>, programmando un calendario di iniziative e focus tutt’attorno ad una stagione storica che &#8211; troppo a lungo e iniquamente &#8211; fu tacciata di oscurantismo. In un millennio di grandi eventi (dal disfarsi dell’impero romano sotto i colpi dei “barbari” sino al 1492 della reconquista di Granada e di quelle clamorose scoperte geografiche che per primo associamo a Cristoforo Colombo), Genova, <em>more solito</em>, risultò fra i protagonisti, con un crescendo di capacità mercantili che valsero il detto “<strong>Ianuensis ergo mercator</strong>”, sin poi al Rinascimento e ai suoi <em>siglos de oro</em>… L’ammiraglio <strong>Andrea Doria</strong> (1466-1560), vissuto quasi cent&#8217;anni, seppe inoltre sagacemente allearla alla <strong>Spagna dell’imperatore Carlo V</strong>, mentre in tutta Europa proseguirono incredibili conquiste tecnologiche, geografiche, della scienza medica&#8230;, che davvero rivoluzionarono il vivere di tutti.</p>
<p><strong>Umberto Eco</strong>, che fra riflessioni storiche e romanzi bestseller sfrucugliava da maestro dentro i fenomeni socioeconomici del passato, affermò (e non gli si può dar torto) che “Il Medioevo inventa tutte le cose con cui stiamo ancora facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica: sostituite le Maldive con Gerusalemme e avete tutto, compresa la guida Michelin”.</p>
<p>Il nostro <strong>Umberto Curti</strong> – a propria volta storico dell’alimentazione, docente e saggista &#8211; , a nome del sodalizio <strong>Genova World</strong> (che dal 2020 opera pro Genova senza nulla chiedere in cambio) ha realizzato per il 2024, in stretta sinergia ancora una volta con <strong>Biblioteca Civica Berio</strong>, un ciclo di 10 brevi video (“Assaggi di Medioevo”) che analizzano il Medioevo genovese con un taglio un po’ inconsueto, ma il più possibile multidisciplinare e “multisensoriale”: ovvero raccontando luoghi, date, personaggi, leggende, tradizioni ecc. legati direttamente o indirettamente alla gastronomia. Ogni video, poi, si chiude ovviamente con uno specifico <strong>suggerimento di lettura</strong>, così che lo spettatore possa ulteriormente e autonomamente approfondire quel che ha veduto e udito&#8230; Si tratta di libri celebri, o comunque di godibilissima fruizione.</p>
<p>I <strong>10 video di “Assaggi di Medioevo”</strong>, dunque, rappresentano da una parte (anche in sinergia con conferenze, mostre, lezioni scolastiche…) un valido storytelling per far comprendere, ancora una volta, quanto la storia alimentare giovi alla comprensione della cultura di una comunità. E dall’altra – <strong>dal 1156 al 1506</strong> – una diacronia, oggi appassionante a narrarsi, di quel che la Genova del Medioevo &#8211; dominatrice dei mari &#8211; usò cucinare e mangiare. Dalle trippe ai canestrelli, dalla pasta alle focacce, dalla farinata alla prescinsêua, dallo stoccafisso a…Buona visione tra flotte, dogi, vescovi, artigiani, corporazioni!<br />
<strong>Luisa Puppo</strong></p>
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		<title>Assedio a castello Fieschi, Montoggio</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2023 10:47:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21954" style="width: 130px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/castello-vista-dalla-piazza-darmi.jpeg"><img class="size-full wp-image-21954" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/castello-vista-dalla-piazza-darmi.jpeg" alt="castello fieschi a montoggio" width="120" height="81" /></a><p class="wp-caption-text">castello fieschi a montoggio</p></div>
<p>Il <strong>castello di Montoggio</strong> fu dapprima il segno tangibile del potere dei <strong>Fieschi</strong> e poi, distrutto dai Doria, della loro sconfitta e &#8220;scomparsa&#8221;. Di questa dinastia “guelfa” – come i Grimaldi &#8211; e filo-francese, che diede al soglio pontificio anche due Papi (il dinamico Innocenzo IV dal 1243 al 1254, e Adriano V per soli 38 giorni nel 1276), ho scritto ripetutamente, leggimi ad es. <a title="umberto curti i fieschi" href="https://www.liguriafood.it/2019/07/18/fieschi-potere-territorio-papi-congiure/" target="_blank">a questo link</a> . E ricorre sovente nelle mie lezioni agli allievi del corsi per Guida Ambientale Escursionistica, svolti presso l’ente formativo F.Ire di Genova. Col Comune di Montoggio anni fa ho lavorato ad alcuni progetti di valorizzazione turistico-gastronomica, sempre un po’ sorpreso di come nell’entroterra ligure si fatichi a fare “sistema e marketing”. Eppure, santuari e quadrerie, passeggiate e tradizioni, cibi e botteghe di qualità anche a Montoggio non difettano, ma occorre &#8220;formarsi&#8221; &#8211; come si suol dire &#8211; al nuovo che avanza. In tal senso, molta ruralità ligure è a rischio.</p>
<p>Ma torniamo lassù al castello, che come vedremo sarà, anno domini 1547 (la Lanterna ha assunto da appena 4 anni il suo aspetto definitivo), location perfetta per un thriller storico… Una Bolla papale di Adriano IV (unico pontefice britannico della storia) risalente al 1157 confermava al Vescovo di Tortona alcuni possessi fra cui un “Castrum Montem Obblum”, il che dimostrerebbe come nel XII secolo la struttura fosse già più che esistente, benché altro non si sappia. Dopo alcuni veloci passaggi di mano (i Malaspina e i Doria), essa divenne fliscana verosimilmente tra la fine del ‘200 e la metà del ‘300. Nel 1386 la possiede Antonio Fieschi, il figlio del celebre Niccolò, ovvero una signoria che s’estendeva anche su Torriglia in val Trebbia, Pontremoli (MS), Borgo Val di Taro, Calestano e Vigolone (PR). Si badi che fra Liguria, basso Piemonte e val di Taro sono ben 21 i Comuni da me censiti, rurali e no, a vario titolo caratterizzati – specie lungo transiti commerciali o corsi d’acqua… – da castelli, palazzi, possedimenti riconducibili ai Fieschi (e non a caso, durante gli scontri del 1547, da tali luoghi tentarono di accorrere piccoli drappelli in soccorso degli assediati…). Nel ‘400 fu fortilizio interessato dagli scontri fra Genova e Ducato di Milano tanto che nell&#8217;ottobre 1430, per breve lasso di tempo, fu conquistato da reparti ducali meneghini al comando di Nicolò Piccinino, famoso capitano di ventura perugino, che forse morì avvelenato e fu sepolto nel Duomo di Milano. Verso la fine del ‘400 il castello di Montoggio via via consolidò le proprie caratteristiche, un po’ massiccia piazzaforte un po’ accogliente residenza patrizia. Sicché Sinibaldo Fieschi e la consorte Maria di Bartolomeo Grosso della Rovere, madre di Gianluigi e dei suoi fratelli (nonché nipote del papa &#8220;cellasco&#8221; Sisto IV), lo elessero a vera e propria dimora, lasciando il palazzo &#8211; con annesso giardino &#8211; di via Lata a Genova Carignano, presso la bella chiesa romanico-gotica, oggi sconsacrata ma inconfondibile per la facciata a fasce bicrome&#8230; Eretto a 609 m sulla sommità di un’altura (in loc. <strong>Sorriva Inferiore</strong>) che sovrasta l’abitato e sorveglia <strong>Scrivia</strong> e commerci, secondo un orientamento di crinale est-ovest, il castello presentava verso ovest un ingresso in forma di fortilizio a sé (architettura usuale per i tempi), donde si approcciava la piazza d’armi, perimetro in cui si raccoglievano truppe e artiglierie. Piazza che veniva difesa da alte mura merlate su cui numerose feritoie di varia ampiezza consentivano ai difensori di osservare l’esterno ecc.. Completavano il tutto le stalle e altri spazi di servizio. In fondo alla piazza d’armi, ma oltre un fossato, spiccava la cosiddetta “cittadella”, ovvero la porzione principale del castello, e tendenzialmente la più antica?: disposta su più piani, proponeva una pianta quadra di circa 30 m per lato, e quattro torrioni irrobustivano gli angoli. Al centro, una quinta torre a pianta circolare a due piani, detta “torre de mezo”, che ospitava due comode stanze su ogni piano. L’abitato di Montoggio costituì a lungo per i Fieschi, in sinergia con le terre d’Oltregiogo(1), un bacino di beni e di uomini, dove trovar riparo durante le contese e le precarietà di vario genere che periodicamente caratterizzavano, e condizionavano, gli equilibri feudali del tempo. Non troppo vicino a Genova, in quei saloni però certamente si tenevano &#8211; sovente in segretezza &#8211; conciliaboli politici importanti, per dirimere le questioni urgenti e delicate, al fine &#8211; con gli alleati – quantomeno di influenzare le sorti genovesi e di riflesso lo scacchiere degli eventi internazionali. In questo, i Fieschi non erano soli, contando volta per volta su re, duchi, Papi. Sono peraltro anni difficili: 1527 sacco di Roma, 1529 assedio di Vienna&#8230;<br />
Nel <strong>1547</strong>, infine, nel castello prese forma per così dire l’uscita di scena del casato (già in ambasce economiche e spesso perdente nel confronto coi Doria), uscita di scena che poi rappresentò il tema centrale anche di una nota tragedia in 5 atti di Friedrich <strong>Schiller</strong>, poeta e filosofo tedesco, il quale &#8211; appena ventitreenne &#8211; scrisse nel 1782-1783 <em>Die Verschwoerung des Fiesko zu Genua</em>, fra l’altro ritraendo il leader degli insorti come un campione della libertà(2)&#8230; Ma ricostruiamo quei fatti: dopo la morte quasi assurda (per annegamento nel porto, scivolando da un pontile) del conte <strong>Gianluigi Fieschi il Giovane</strong> (sordo agli ammonimenti e alle preghiere della moglie che intendeva dissuaderlo dall&#8217;impresa), e il consequenziale tracollo della cospirazione volta ad assassinare Giannettino Doria(3) e specialmente il principe-ammiraglio <strong>Andrea Doria </strong>(sodale militare e finanziario di Carlo V), il fratello minore <strong>Gerolamo Fieschi</strong> dové correr via da Genova e coi suoi fidi riparò proprio fra le mura del castello di Montoggio, che pertanto si presume godesse fama di inespugnabilità. Nel frattempo il corpo di Gian Luigi, ripescato dal mare, fu lasciato ben due mesi appeso in darsena a decomporsi e poi rigettato in mare per impedire che venissero celebrati i funerali. L’11 marzo del 1547 il governo della Repubblica genovese &#8211; grazie anche a truppe corse, spagnole, toscane&#8230; &#8211; avviò l’assedio, poiché Gerolamo non intendeva capitolare né tantomeno consegnare il fortilizio in cambio di 50mila scudi. Per via del maltempo e dei percorsi assai disagevoli (i Giovi vennero preferiti alla salita più breve ma impervia di Creto) l’allestimento del campo e delle artiglierie costò a Genova l’intero mese di aprile. Il valente architetto militare milanese <strong>Giovanni Maria Olgiati</strong> (che per Andrea Doria progettò nei primi anni ’30 anche le nuove cinte di mura), su incarico di Genova raggiunse il luogo e ubicò le artiglierie in località Costa Rotta sopra Granara e poi anche in località Olmeto (casa della cornaggina), a circa 1 km di distanza dal castello e alla stessa altezza, di modo che i tiri avessero maggior effetto. Fra le mura Gerolamo Fieschi disponeva di circa 150 tra uomini d’Appennino e mercenari, nonché di numerosi pezzi di artiglieria di vario calibro e d’una cinquantina di balestre da banco(4), quindi però una dotazione impari rispetto al nemico, coi suoi 2500 armigeri ed i suoi 40 e più pezzi di artiglieria. Nei tre mesi del sanguinoso assedio vennero sparati, come noto, più di 12mila colpi, i quali tuttavia non danneggiarono oltremodo la piazzaforte, e Genova subì notevoli perdite e perfino l&#8217;irrisione dei nemici, sicché si prefigurava uno stallo&#8230; L’11 giugno alcuni mercenari, forse una trentina, ormai provati anche dalla penuria di viveri, e demotivati in quanto non remunerati, permisero però ad un drappello di genovesi guidati dal capitano <strong>Sebastiano Lercari</strong> di penetrare all’interno, ciò che ormai impose a Gerolamo di arrendersi senza condizioni. Il 12 luglio, dopo un sommario giudizio, egli fu decapitato insieme ai suoi uomini più fidati presso la romita <strong>cappelletta di San Rocco</strong>, mentre altri fra gli sconfitti furono scannati, impiccati, incarcerati, esiliati…, sia come sia nessuna pietà, vae victis, e fu ovviamente raso al suolo anche il palazzo Fieschi di via Lata a Carignano così come &#8220;mutilata&#8221; l&#8217;attigua chiesa.</p>
<div id="attachment_21955" style="width: 91px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/cappella-di-san-Rocco-1.jpeg"><img class="size-full wp-image-21955" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/cappella-di-san-Rocco-1.jpeg" alt="cappelletta di san rocco a montoggio" width="81" height="120" /></a><p class="wp-caption-text">san rocco a montoggio</p></div>
<p>Nel settembre il castello, per disposizione del Senato genovese, venne infine minato e fatto brillare, ma le mura si rivelarono talmente spesse che gli artificieri impiegarono altri due anni per rendere definitivamente inservibile il solido manufatto. Da quel momento, non se ne videro che i pochi ruderi del corpo centrale e di un torrione laterale, in un contesto d’abbandono lassù progressivamente dominato dalla vegetazione infestante (quanto ai Fieschi, poterono ancora governare solo su alcune aree secondarie, a macchia di leopardo, ad es. nel 1685 acquisirono il castello-torre di Senarega a Valbrevenna, sebbene su tale data non tutte le fonti concordino). Il torrione verso il bosco, sopravvissuto sebbene non in toto, raggiungeva tramite un corridoio quello di San Rocco, a nord–est, poi totalmente crollato. Le due torri, più esposte, erano specialmente armate, e “8 smerigli a cavalletto, 16 archibugi, 4 sagri di metallo su ruota (i sagri sono grossi pezzi da campagna) e altre artiglierie, con 700 palle di pietra di diverso calibro” le rendevano in effetti ardue a conquistarsi. Valide documentazioni cinquecentesche hanno poi permesso agli archivisti di conoscere la disposizione degli spazi interni (prima che combattere, in un castello si deve infatti vivere). Nella cittadella, dunque, ecco a piano terra i locali dove la servitù disponeva di vaste cantine e di grosse botti e barili, della cisterna dell’acqua, un forno completato da una madia su cui impastare, quattro “tavole da pan”, setacci e pale, infine la cucina, con dispense, credenze e valide attrezzature: secchi in rame, piatti, spiedi con cavalletto, padelle “bone” e “cattive”, ramaioli, mortai e pestelli, griglie per arrostire alla brace, una padella forata per le caldarroste (l&#8217;area è tuttora nota per le castagne), e scodelle in terracotta. Vi immaginiamo dunque scene di quotidianità. Al piano superiore almeno tredici differenti ambienti garantivano in ogni senso la privacy del proprietario e dei suoi famigliari, nonché spazi di rappresentanza quali un salone, intiepidito dal camino, che fungeva anche da sala dei banchetti, in cui ricevere i visitatori e diplomatici graditi. Bei mobili e arredi ingentilivano le permanenze, fra pregiate tovaglie di damasco e corredi col particolare ricamo del <strong>gatto, simbolo araldico dei Fieschi</strong> (“gatto! gatto!” pare fosse anche il loro grido di battaglia)&#8230; Alcune stanze infine vantavano decori con policrome piastrelle spagnole, lo si deduce dai notevoli frammenti di <em>azulejos</em> rinvenuti nella zona nord e adesso custoditi presso il “Museo Archeologico Alta Valle Scrivia” di Palazzo Spinola, ad Isola del Cantone (inaugurato nel 2013), in via Giardino 2. Il castello di Montoggio è raggiungibile con una semplice salita in mezzo alla natura di circa 20 minuti. Buona escursione!<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
<p>(1) con il termine Oltregiogo ci si riferisce ad una regione storica e geografica posta fra Liguria e basso Piemonte. Prevalentemente appenninica, coinvolge 4 province: Genova, Alessandria, e parzialmente anche Piacenza e Pavia. Anticamente faceva parte della Repubblica di Genova, e tuttora rivela profondi legami col capoluogo ligure<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Genova">.</a> La località più importante e popolosa dell’Oltregiogo è Novi Ligure, altri centri importanti sono Ovada, Gavi&#8230;</p>
<p>(2) Schiller non è, per così dire, un unicum. Iacopo Bonfadio, nato a Gorzano sulla riviera di Salò verso il 1500, scrisse fra le altre cose gli <em>Annali della Repubblica di Genova</em>, dove nel IV libro narrò la congiura di Gianluigi Fieschi. <em>La Conjuration du comte Jean-Louis de Fiesque</em> è un&#8217;opera storica scritta attorno all&#8217;età di venti anni dal memorialista francese Jean-François Paul de Gondi, cardinale di Retz (1613-1679), pubblicata anonima una prima volta a Parigi nel 1665, e di nuovo postuma (1682), con alcune variazioni. Carlo Tedaldi-Fores nel 1829 scrive <em>I Fieschi e i Doria. Tragedia istorica</em>, in cui ascrive a Agostino Bigelotti di Barga l&#8217;uccisione di Giannettino Doria, e Bigelotti riuscì a scampare alla ritorsione dei Doria. <em>La congiura dei Fieschi</em> è un film di genere drammatico del 1921, diretto da Ugo Falena, con Goffredo D&#8217;Andrea e Silvia Malinverni… Più ai giorni nostri, disponiamo infine della saggistica di Gabriella Airaldi, Daniele Calcagno, Aldo Boraschi, Arturo Pacini&#8230; La tragedia di Tedaldi-Fores nel 5° atto, al momento scenico della morte di Giannettino, vede Gerolamo Fieschi chiedere al Bigelotti, nominato Barga: &#8220;Che fai tu?&#8221; E Barga risponde: &#8220;Preparo un convito alla morte&#8221;. L’azione si sta svolgendo alla porta di S. Tommaso e Giannettino da fuori, pensando che all’interno vi siano i “filospagnoli”, urla alle guardie alla porta un perentorio comando: &#8220;Aprite! Or son tutti nel sonno sepolti?&#8221; Prontamente si apre il portello e una volta entrato con un suo paggio Giannettino esordisce dicendo: &#8220;Un fragor cupo dalla Darsena intesi … ti avrien spezzate le catene? … O forse fra i miei soldati è rissa e quei del Conte? Nessuno è qui? Per Dio! … Così obbedito di Genova è il Signor?&#8221; In quel mentre il canovaccio prevede un colpo di archibugio che raggiunge alla fronte Giannettino, il quale stramazza a terra, mentre il paggio si volge alla fuga. La breve azione vede ora Cangialancia con la sua alabarda aprire il cuore a Giannettino dicendo: &#8220;Un altro colpo … E un altro, e questo ancor, mostro! … Va, narra alla mia sposa ch’io t’apersi il core, e che l’ho vendicata&#8221;. Gerolamo Fieschi, rivolgendosi infine a Barga gli dice: &#8220;Invidio, o Barga, si egregio fatto alla tua man! … Vedete! Come squarciata è la sua fronte, a terra s’inchina!&#8221;</p>
<p>(3) svegliato e insospettito da clamori e spari provenienti dal porto (si veda qui anche la nota 2), Giannettino (cui Andrea Doria aveva delegato non poco potere, come intuisce già nell&#8217;Ottocento lo storico Carlo Varese) si avventurò per la città senza scorta verso la porta di san Tommaso ma venne riconosciuto e ucciso (forse) da Ottaviano Fieschi e dai rivoltosi, da un colpo di archibugio o di scure. Andrea Doria riuscì viceversa a sellare un cavallo e rifugiarsi rocambolescamente a Masone, ospitato dagli Spinola</p>
<p>(4) la balestra da banco è un unico pezzo di legno (noce o ciliegio&#8230;) chiamato teniere, dove s&#8217;incassano vari componenti in acciaio oltre ovviamente all’arco. Le sole parti mobili fanno parte del meccanismo di sgancio, composto da una noce con cui si aggancia e si tende la corda dell’arco, e dalla leva di sgancio utilizzata per smuovere, al momento debito, il perno all’interno della noce, onde liberare la corda e scoccare il tiro.</p>
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		<title>Genova, derby calcistico e derby del pandolce</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2021 11:29:32 +0000</pubDate>
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<p>Genova, derby calcistico e derby del pandolce</p>
<p>Fra pochi giorni, in piena atmosfera natalizia, si disputa a <strong>Genova</strong> il derby calcistico &#8220;della Lanterna&#8221; (sebbene quest’anno le 2 squadre vi giungano non troppo felicemente…).<br />
Ma la Superba a Natale si caratterizza anche per un altro “derby”, di natura gastronomica e meno contrastivo, quello fra <strong>i pandolci alto e basso</strong>. La storia di questa preparazione, di cui sovente Ligucibario® s’è occupato, è densa di leggende o viene ricostruita attraverso fatti poco documentabili storicamente (dal &#8216;pan co-o zibibbo&#8217; condotto dalla Persia a Genova da alcuni marinai, al concorso bandito niente meno che da <strong>Andrea Doria</strong> * tra i cuochi della città…).<br />
Sia come sia, malgrado quel che molti credono è il pandolce &#8216;alto&#8217; (più compatto, meno friabile e meno dolce) la versione più antica, esso <strong>lievitava col crescente naturale</strong> e s’addolciva col miele, mentre il &#8216;basso&#8217; è una sorta di <strong>pastafrolla cui s’aggiunge il baking</strong> chimico, inventato da Liebig nell’Ottocento, e che di solito viene maggiormente arricchita. Molte aziende e pasticcerie in città perpetuano con cura una tradizione che tuttavia viene legittimamente insidiata dai panettoni e pandori “foresti”, dallo strapotere milanese e veronese.<br />
Nel mio recente <em>Abbecedario della cucina ligure</em> pubblicato da Editoriale Programma (<a href="https://editorialeprogramma.it/shop/cucina/abbecedario-della-cucina-ligure/" target="_blank">clicca il link</a>), ho naturalmente inserito la (mia) ricetta, segnalando che essa si legava a commoventi riti famigliari: il pandolce infatti sarebbe stato portato in tavola dalla padrona di casa e poi “trafitto” da rametti <strong>di ulivo (simbolico della pace) e di offeuggio=alloro</strong> (simbolico della prosperità). Solo il pater familias sarebbe poi stato legittimato a porzionare le fette, pronunciando in genovese la formula &#8216;Vita lunga con questo pane! Prego per tutti tanta salute, come oggi e così domani, perché si possa affettarlo ancora qui seduti, per mangiarlo in santa pace con i bambini, grandi e piccini, con i parenti e con i vicini, per tutti gli anni che verranno, come spero Dio vorrà.&#8217;<br />
A fine banchetto, infine, sappiamo che una fetta veniva “offerta” al primo che avesse picchiato all’uscio (un bisognoso? un frate?), ed una viceversa custodita per il <strong>3 febbraio (San Biagio</strong>, protettore di gola e naso).<br />
Alcuni anni or sono, nel 2012 (mamma mia come vola il tempo…) <strong>Ligucibario®</strong> promosse presso la Scuola di panificazione Iscot Liguria un evento nel quale i due tipi di pandolci si sfidavano proprio come in un derby. E debbo ammettere che la vittoria arrise clamorosamente al basso, preferito da 9 invitati su 10 (<a href="https://www.ligurianotizie.it/il-pandolce-basso-vince-il-derby-di-natale-la-ricetta-per-la-tradizione-e-la-formazione/2012/12/27/73821/" target="_blank">clicca il link</a>). A questo punto fatemi sapere, amici Lettori, da quale parte voi militate: quale pandolce avreste preferito? Quale pandolce acquisterete? E&#8230;dove?<br />
* anche <strong>il biscotto cosiddetto “del Lagaccio”</strong>, storica produzione dolciaria cittadina, trae il nome da un invaso artificiale commissionato da Andrea Doria per le esigenze della propria dimora e della flotta. Dicono peraltro che a Palazzo del Principe, dinanzi alla stazione marittima, tuttora vaghi (benevolo) il suo fantasma…<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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