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	<title>Ligucibario &#187; vittorio g. rossi</title>
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		<title>Una focaccia a Santa Margherita Ligure</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Nov 2023 10:22:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/100.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-21928" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/100-300x154.jpg" alt="100" width="300" height="154" /></a>Quand’ero ragazzino, mio padre mi regalò (fors’anche incuriosito dal titolo) “L’orso sogna le pere”, che Mondadori pubblicò nei primi anni ’70 del secolo scorso. Fu così che conobbi il giornalista-scrittore sammargheritese <strong>Vittorio G. Rossi</strong>, che viaggiò &#8211; soprattutto per mare &#8211; il mondo intero, instancabilmente raccontandolo, ma al tempo stesso rimase uno dei più affettuosi cantori della sua terra (una targa lo celebra nel borgo natio, dov’è anche sepolto, e qualcosa di lui – oggetti, libri, quadri &#8211; si “recupera” in un piccolo meritorio museo allestito a <strong>Villa Durazzo Centurione</strong>). Giramondo ottimista, ingegnoso artista, Rossi adorava ed evocava le tradizioni delle genti dei luoghi. E, da buon ligure, il suo rito del mattino prevedeva <strong>a fügassa</strong>. Quella che cuoce nelle “lame”, alta 1 cm e poco più, tutta “bucata” in superficie, avvolta nella carta che s’unge subito fra le dita. <strong>Street food</strong> per eccellenza (come la farinata, i friscêu, le panissette&#8230;) da gustare magari in riva a qualche mare, una <em>striscia</em> (circa un etto) ove si sia morigerati, una <em>slerfa</em> ove si sia più ghiottoni (quanto al resto, alcuni berranno cappuccino, altri Vermentino&#8230;). E in occasione delle novene per i morti, ecco poi anche a fügassa cö-e pörpe, ovvero con piccoli frammenti di olive sopravvissuti alla spremitura, delizia mediterranea.</p>
<p>Scrive Rossi in <em>Maestrale</em>, 1976, la sua penultima opera:</p>
<p>&#8220;Il mio fornaio ha una parte importante nella mia vita spirituale, più di tanti libri che ho letti e non mi hanno dato niente, non sono riusciti a diventare me; sono rimasti libri. La focaccia del mio fornaio ogni mattina è come una cosa nuova, come devono essere le cose che non restano fuori ma entrano dentro; come una donna che si ama; e ogni mattina la focaccia del mio fornaio diventa me. Essa è la nostra focaccia ligure, niente a che fare con le pizze cosparse di condimenti; essa è una delle cose più semplici che ci sono, semplice come l&#8217;acqua di sorgente; è pasta di farina, sale, olio; è cotta nel forno, su una lamiera di ferro rettangolare; ha lo spessore di un dito mignolo, anche di meno. Con la punta delle quattro dita lunghe di una mano, il fornaio la copre di buchi; in essi si raccoglie l&#8217;olio di oliva, come le lacrime di un pianto, ma è un pianto di gioia. La focaccia bisogna mangiarla appena esce dal forno; allora brucia le mani; ha tutto il suo olio vivo, sano e caldo; la carta bigia e porosa che accoglie il prodigioso rettangolo si imbeve subito di olio; e bisogna mangiarla camminando lentamente, come se si pensasse alla fondazione del mondo, e non si deve pensare a niente, solo alla focaccia che si sta mangiando. E se si è in vista del mare, è meglio ancora: allora la focaccia si condisce anche di mare. E per questo bisogna mangiarla da soli, senza nessuno accanto, neanche il più grande amore; un etto e mezzo di focaccia può sostituire nella storia di un uomo molte cose spirituali, almeno a quell&#8217;ora del giorno&#8221;…</p>
<p>E ancora:</p>
<p>“Quando c’era la Novena dei Morti, mia madre ci portava alla novena; era ancora notte, non c’erano neanche i primi segni dell’alba; si usciva nell’aria fredda di novembre, gli occhi pieni di piombo, alzarsi dormendo, fare i primi passi dormendo, imbattersi in quell’aria, sentire come una ferita e poi entrare nella chiesa coi lumi e le preghiere. E poi lei ci portava nel forno appena aperto, c’era la “focaccia con le polpe”. Era calda, nerastra, piena d’olio; c’erano dentro i piccoli pezzi di polpa di olive spremute nel frantoio e adesso ogni tanto mi tornano quelle mattine buie di novembre, quella luce tremolante che faceva chiaro ai morti e il sapore oliato e caldo della focaccia, e mia madre che amministrava quelle nove mattinate di cerimonia funebre, e riuniva i vivi e i morti, e le preghiere e la focaccia, come se tra il mondo di là e quello di qua lei sapesse, senza dubbio alcuno, quello che c’era, e come bisognava comportarsi”.</p>
<p>Quando, nei corsi e altrove (e talora insegno proprio all&#8217;ITS in Villa Durazzo Centurione&#8230;), mi domandano cosa sia in concreto il turismo esperienziale, ogni volta – anziché rispondere in prima persona – vorrei proporre in lettura brani come questo… Magie (e di magie questo tempo ha profondamente bisogno).<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-21488" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/03/umbi-telenord-300x189.jpg" alt="smart" width="300" height="189" /></a><br />
</strong></p>
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