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	<title>Ligucibario &#187; viticoltura</title>
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		<title>Sbarboro, Andrea</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2025 09:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La diffusione della vite in California è verosimilmente tutta merito di un ligure, nato ad Acero, una frazioncina quasi montana di Borzonasca (GE). <strong>Andrea Sbarboro</strong> vi nacque nel 1839, figlio di Stefano, che possedeva un mulino con terreni agricoli (la madre di Andrea era forse astigiana). Costui, come tanti allora, nel 1842 emigrò con la numerosissima famiglia a New York. Nel 1850 Andrea si trasferì tuttavia in California, dove lavorò per alcuni anni in una drogheria (San Francisco) e dove cercò l’oro col fratello Bartolomeo, intraprendendo in seguito altri viaggi e attività industriali. Tanto che in breve tempo seppe fondare &#8211; come il più noto Amadeo Giannini, famiglia originaria di Favale di Malvaro &#8211; una banca dove affluirono i guadagni di molti emigrati italiani. Ed ebbe (da ligure avvezzo alle ripide fasce coi muretti a secco) la lungimiranza di immaginare coltivato a vite il fertile suolo della California, area dal clima in gran parte mediterraneo, la quale offriva immensi spazi al “marketing”, circa 1620 acri (1 acro = 4mila mq)… In tal senso, presso Tenuta Truett l’intraprendente Sbarboro creò dal 1881 una colonia italo-svizzera, denominata Asti, sul Russian river (contea di Sonoma), un fiume che sfocia nel Pacifico. Proprio là dove lo scrittore Jack London (1876-1916) compilò incantate descrizioni nel suo romanzo “La valle della luna” (1913). Infatti London conduceva un ranch presso Glen Ellen (tuttora la proprietà è gestita a livello federale per la coltivazione dell&#8217;uva), e scriveva: &#8220;L&#8217;aria è come il vino. Ciuffi di nebbia marina si posano sulle montagne di Sonoma. Il sole del pomeriggio brilla nel cielo assonnato. Ho tutto per essere felice”. Poco distante sorge anche Sacramento, fondata pochi decenni prima (1839) a partire dall’insediamento New Helvetia di John Sutter. La colonia vitivinicola Asti, un’utopia cooperativistica destinata però a concrete strategie di successo, s’avvalse delle barbatelle spedite da un medico (Giuseppe Ollino) di Rocca d’Arazzo (AT) e delle competenze tutte italiche di Pietro Carlo Rossi, enologo di Dogliani (CN) laureatosi in Farmacia a Torino. Il lavoro di adattamento dei poderi fu enorme, e davvero trasformò la zona in un angolo d’Italia. Sin dall’inizio la Asti si strutturò come comunità autonoma, coi suoi 150 lavoratori retribuiti tra i 30 e i 40 dollari mensili secondo mansioni, oltre al vitto, l’alloggio e il vino. Nel 1896 ricevette in visita Luigi di Savoia, giovane cugino del re d’Italia, con dieci ufficiali del suo seguito. Pochi anni dopo vi giunse anche una rappresentanza di 46 esperti in agricoltura inviati dal governo tedesco espressamente per analizzare i vigneti e le cantine dove il vino prendeva vita. Nel 1903 la comunità vantava già una scuola per i figli delle varie maestranze, un ufficio di posta, una connessione telefonica e telegrafica, giardini, impianti elettrici… La Asti crebbe, insomma, come “company town”, con una stazione ferroviaria sulla Northwestern Pacific e una chiesa cattolica, la Our Lady of Mount Carmel, eretta nel 1907 &#8211; nella classica forma a botte &#8211; col legno delle botti usate. In pratica, il luogo via via diventò sempre più celebre ed assai visitato, con cantine quasi a perdita d’occhio. Gli italiani &#8211; e i ticinesi &#8211; che sapevano di agricoltura vi trovarono sempre buon impiego, sebbene poi nel 1919 il proibizionismo sconquassasse molte abitudini dei consumatori e quindi molte economie (fu abolito solo 14 anni dopo). Infine, non possiamo omettere il ruolo sostanziale che la colonia esercitò durante la sciagura della fillossera in Europa, col malefico afide che distrusse o mise a rischio – via via anche in Liguria &#8211; la quasi totalità dei vitigni. E proprio grazie agli sforzi “intercontinentali” di esperti (fra cui il professor Planchoin di Montpellier) venne saggiato, con immenso sollievo, l&#8217;innesto su radice americana, radice che risulta immune alla più parte delle patologie. Ancora oggi le barbatelle prodotte s’innestano su tale radice. Circa queste straordinarie vicende si veda anche Pietro Pinna, “La valle del vino”, ed. Viella, 2023.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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		<title>Viaggio in Valle Scrivia, uno sguardo di marketing</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 13:03:13 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/09/IMG_3158.jpg"><img class="size-medium wp-image-26680" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/09/IMG_3158-300x225.jpg" alt="uno scorcio di montoggio" width="300" height="225" /></a></p>
<p>uno scorcio di Montoggio&#8230;</p>
<p>Alcuni miei ex allievi, poi brillantemente abilitatisi alla qualifica regionale di Guida Ambientale Escursionistica, mi chiedono via via “suggerimenti” sulla Valle Scrivia, un territorio retrostante Genova nel quale ho a lungo lavorato (Savignone, Montoggio…), sempre cercando, per quanto possibile, di porre turisticamente a sistema le sue risorse, non poche ma sovente – come suol dire l’anglista Luisa Puppo (1) – underrated, e, anche facendo sempre tesoro di buone prassi “altrui”, ovvero di orientare l’offerta lato sensu culturale-escursionistica verso quei target di domanda interessati a destinazioni meno consuete, meno massificate, eccetera eccetera…</p>
<p>Lo sguardo di Ligucibario® è sempre anche intensamente gastronomico, poiché oggi i paesaggi rurali, le cultivar autoctone, i prodotti “autentici”, le botteghe e le ricette della tradizione si confermano, verso alcuni di quei pubblici di riferimento orientati a soggiorni esperienziali, come attrattori capaci di “raccontare” al meglio le comunità, gli artigianati e il genius loci che storicamente le caratterizza. Qui, per la Valle Scrivia, sono le castagne, le rose, i ravioli, le formaggette, i canestrelli e canestrelletti, i mieli, le birre artigianali, le mostardelle…</p>
<p>Ma intanto, purtroppo, trattorie e negozi – come noto – stentano e talora si arrendono (e all’ecatombe di agriturismi a Montoggio ho dedicato tempo fa un articolo specifico).</p>
<p>La Valle Scrivia, che aggrega una decina di Comuni (Busalla, Casella, Crocefieschi, Isola del Cantone, Montoggio, Ronco Scrivia, Savignone, Valbrevenna, Vobbia, e Torriglia come &#8220;confine&#8221; verso la Trebbia), come noto a chiunque in Liguria si occupi un minimo di socioeconomie e di turismo è un territorio dalle cento opportunità e cento criticità, dove molte frazioni sono andate spopolandosi, molti presidii ricettivi e commerciali hanno chiuso, dove il dissesto idrogeologico e il digital divide hanno complicato il quadro. E dove l’accoglienza poggia più sulle premurosità spontaneistiche che su un impianto strategico e complessivo di welcoming: sono affermazioni che la mia società di consulenza porta avanti da decenni, quasi sempre inascoltata, ma in molti casi (per non dire tutti) il marketing e la formazione, che aggiorni alcune competenze delle imprese, rimangono gli unici strumenti per competere sul mercato, per cogliere i suoi input, e per salvare il salvabile.</p>
<p>I 10 Comuni valligiani, includendo Torriglia che fa per così dire da “confine” con la Val Trebbia, propongono tutti, e sottolineo tutti, ricchezze di segno storico-culturale, ambientale (flora e fauna riservano bellissime sorprese) e agro-culinario, eppure presumo che neanche uno di tali Comuni denoti flussi d’arrivo <span style="text-decoration: underline;">turistici</span> d’una qualche rilevanza, e sono sovente interessati da pesanti cali demografici. Alcuni sono anche toccati dal tracciato dell’Alta Via dei Monti Liguri, e quindi s’inscriverebbero perfettamente in quel disegno di un’Alta Via dei Gusti Liguri che, con gli ex allievi ora GAE di cui ho accennato all’inizio, sto da qualche tempo focalizzando. Alle dimore gentilizie, ai trenini a scartamento ridotto, ai castelli fliscani e della Pietra, alle parrocchiali e ai santuari, ai presepi, alla musealità, ai torrenti e laghetti, agli eventi e sagre…si affiancano infatti casari valorosi, pastifici e pasticcerie artigianali, ristoratori, cascine agricole, roseti, apicolture, macellerie, birrifici, finanche una viticoltura che da Valbrevenna a Minceto sta offrendo confortanti segni di ripresa, sto dunque riferendomi a ostinati custodi dei luoghi e dei saperi…, la cui attività anima territori e comunità altrimenti a rischio desertificazione.</p>
<p>Nella mia visione, tuttavia, e debbo dirlo senza giri di parole, poco sarà possibile qualora non si inquadrino correttamente le forze e le debolezze del “product” locale (2) e qualora gli attori pubblici e privati non convergano compiutamente su obiettivi realistici e soprattutto condivisi (nel marketing turistico 1+1=3).</p>
<p>(1)Luisa Puppo la quale ha fino al 1984 trascorso tutte le estati della propria giovinezza a Savignone, e dunque guarda alla Valle Scrivia con un affetto misto ad un filo di comprensibile saudade… Del resto, lei ed io ci sposammo nel 2000 a “Palazzo Fieschi”, e poi cenammo mille volte a Bromia dall’indimenticato Alfredo Ogemini, maestro di ravioli…</p>
<p>(2)indagini di competitività turistico-ricettiva, SWOT analysis propedeutiche a piani di marketing… Si vedano alcuni miei bilanci “di scenario” anche al link (…20 anni di Liguria e food).</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattateci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><strong> <a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/dop-riviera-ligure.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26203" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/dop-riviera-ligure-193x300.jpg" alt="dop riviera ligure" width="193" height="300" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Le radici della vite scendono molto in profondità nel terreno?</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Aug 2014 10:12:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La vite possiede radici principali, che si sviluppano nei primi tre anni a fini di sostegno e penetrano i primi 30-35 cm di terreno. E di radici di conduzione, sia orizzontali che verticali, da cui si dipartono radici dette assorbenti, che periodicamente si rinnovano e giungono a 20-25 cm di profondità. Esistono però casi in ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/vino_domande_e_risposte/le-radici-della-vite-scendono-molto-in-profondita-nel-terreno/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La vite possiede <em>radici principali</em>, che si sviluppano nei primi tre anni a fini di sostegno e penetrano i primi 30-35 cm di terreno. E di <em>radici di conduzione</em>, sia orizzontali che verticali, da cui si dipartono radici dette <em>assorbenti</em>, che periodicamente si rinnovano e giungono a 20-25 cm di profondità. Esistono però casi in cui le radici raggiungono i 3 m di profondità, crescendo così in relazione a vari fattori specifici (portinnesto, tipo di suolo, condizioni climatiche…)</p>
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