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	<title>Ligucibario &#187; val bisagno</title>
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		<title>Food trekking nel Parco delle mura e dei forti genovesi</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 09:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/trenino-casella-095.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-30041" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/trenino-casella-095-300x225.jpg" alt="trenino casella 095" width="300" height="225" /></a></p>
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<p>A Genova il Parco Urbano delle Mura (mura le quali sono lunghe complessivamente oltre 19 km) s’arricchisce coi forti che dal XVI secolo, anche sfruttando preesistenze, furono progettati e poi eretti a difesa della città e del porto. Dal 2008 tale Parco salvaguarda ben 617 ettari di verdeggianti colli a cavallo fra le due principali valli cittadine, Bisagno e Polcevera. Le mura ed i forti sono correlati ad oltre 16 km di percorsi immersi in un paesaggio rurale, di fatto appenninico, denso di prati, pascoli e boschi, popolato da varie specie animali e vegetali, alcune tutelate poiché rare o endemiche, e in molti tratti perfetto per il trekking, il biking, l’ippoturismo e…le foto.</p>
<p>Ecco il dettaglio dei (16) forti dei sistemi ovest e centro-ponente.</p>
<p>Sistema ovest &#8211; San Giuliano (1826-36, oggi caserma dei Carabinieri), San Martino (sulla collina di Papigliano, 1819-31, in abbandono), Monte Ratti (dietro Marassi e Bavari, 1831-42, in degrado, vi si accede a proprio rischio), Santa Tecla (sopra San Martino, terminato nel 1774, tuttora in ottimo stato, visite associazionistiche), Quezzi (sopra Quezzi e Bisagno, metà ‘700, poi &#8220;riesumato&#8221; dal generale Massena, ora in abbandono), Richelieu (circa 1747, area Camaldoli, a difesa della Val Bisagno di levante, dedicato a un maresciallo che difese la città, non visitabile seppur in discreto stato).</p>
<p>Sistema centro ponente &#8211; Castellaccio e Torre Specola (Osservatorio Marina militare), Sperone (1747, non visitabile), Puin (1815-30, non visitabile salvo iniziative speciali), Fratello Minore (1816…, solo resti esterni in discreto stato, il Maggiore è demolito), Diamante (settecentesco, non visitabile), Begato (dal 1818. Area esterna per eventi, interna solo per iniziative speciali), Crocetta e Torre Granara (dal 1817, chiuso ma in buono stato), Belvedere (dal 1815 su preesistenze, oggi impianto sportivo (calcio)), Tenaglia (1633, ottimo stato, visitabile per iniziative speciali).</p>
<p>Extra &#8211; Monte Croce (demolito), Casale Erselli (oggi baraccopoli), Monte Guano (privato, ingombrato di detriti), (Geremia a Masone, visitabile). I primi tre sono molto vicini tra loro, zona Coronata-Erzelli, tutti costruiti intorno al 1888 a causa delle tensioni con Francia.</p>
<p>Arretrando diacronicamente lungo i secoli, occorre aggiungere che tale sistema difensivo genovese, con cime collinari dotate di forti &#8220;allineati&#8221;, si è poi – come ovvio &#8211; evoluto e rimodellato di continuo, secondo le esigenze strategiche e politiche della città. In sintesi, dunque, constatiamo:</p>
<ul>
<li>fortificazioni medievali, legate al controllo delle alture, onde evitare minacce, predisporre soccorsi militari, e imporre potere</li>
<li>sviluppo “ingegneristico” tra XVII e XVIII secolo, durante l&#8217;ultimo periodo della Repubblica di Genova</li>
<li>rinforzamento in epoca napoleonica</li>
<li>utilizzo e adeguamenti dall’Ottocento, a partire dal Regno sabaudo.</li>
</ul>
<p>Alcuni forti valsero poi ad ospitare artiglierie moderne, viceversa altri persero via via la propria funzione, perché più evolute tecnologie di guerra li resero superati.</p>
<p>Il primo forte lungo un’ipotetica escursione potrebbe essere il Forte di Castellaccio, seguito quindi, poi, dai cosiddetti “forti interni” (interni alle Mura Nuove del 1630): il Forte Begato, che dà sulla Val Polcevera, il Forte Puin, il Forte Fratello Minore, e soprattutto il Forte Sperone e il particolarissimo Forte Diamante (quest’ultimo già in Comune di Sant’Olcese), da cui si gode una splendida vista, a circa 600 metri d’altezza.<br />
Scendendo il crinale che dà verso Ponente-Sampierdarena, ecco poi Forte Tenaglia e i Forti Crocetta e, infine, Belvedere.<br />
Seguiamo ora tale escursione – necessariamente prima in salita e dopo in discesa &#8211; più in dettaglio.</p>
<p>Partendo agevolmente dalla centrale Piazza Manin (autobus pubblici), magari dopo una sosta alla trattoria “Antola” (cucina sia di terra che di mare, verificare sempre aperture e orari), si segue l’antico percorso “aereo” dell’Area naturale protetta della Strada delle Mura. Dopo aver ammirato dal belvedere del Righi la veduta sul Parco urbano delle Mura e le “terrazze” verso il porto lungo la Funicolare Zecca-Righi, ci si avvia dal Forte Castellaccio, a 360 metri sul mare e punto <em>start</em> assai usuale per camminatori e bikers. Il Castellaccio fu già oggetto di una ricostruzione ai tempi di Andrea Doria (1530). Colpisce immediatamente, in un paesaggio di conifere, la torre poligonale in mattoni rossi detta “della Specola”, eretta dal Genio sabaudo a inizio ‘800 e poi attorniata dalla cinta (1830-36). Da qui, ogni giorno a mezzogiorno, veniva esploso un colpo di artiglieria, sino all’inizio del secondo conflitto mondiale. Durante i moti del 1849, il Castellaccio fu protagonista delle rivolte genovesi contro i brutali bersaglieri del generale La Marmora. Tuttavia, dopo una resistenza a oltranza, il 10 aprile la fortezza ricadde sotto controllo del governo centrale. Oggi la torre ospita, tra l’altro, l’Osservatorio meteorologico dell’Istituto Idrografico della Marina. Nei pressi, il trekker incontra anche le trattorie “Montallegro” (farinata, ravioli&#8230;) e “Du Richetto 1890” (friscêu misti, pansoti&#8230;), verificare sempre aperture e orari.</p>
<p>Si prosegue, poi, sino all’imponenza di Forte Sperone (opera del 1747, a contrastare l’assedio austro-piemontese), dal rigore ottocentesco tipico dei forti sabaudi, che per la verità risale ad epoca precedente rispetto alle Mura Nuove del 1630, sebbene addirittura già in epoca ghibellina (XII secolo), molto tempo addietro, si accennasse ad una Bastia di Peralto. Sperone – non visitabile &#8211; è stato spesso utilizzato per eventi e spettacoli. Sorge in cima a Monte Peralto, proprio all’incontro fra i 2 àmbiti della cinta difensiva genovese, a 512 metri sul livello del mare, tra la Val Polcevera e la Val Bisagno, dove si sviluppano infatti le mura sui due fronti opposti. Nei pressi, il trekker incontra anche la ristopizzeria “La polveriera” (verificare sempre aperture e orari). Peculiare di Sperone è soprattutto il bastione angolare, “crocevia” dei due lati: somiglia da presso a una prua, donde il nome “Sperone”. Con una superficie di circa 9.000 mq il fortilizio si sviluppa su tre livelli, seguendo l&#8217;andamento del terreno. È celebre per il monumentale ponte levatoio d’accesso e per i bastioni che “sorvegliano”, ad un tempo, sia Val Polcevera che Val Bisagno. Secondo alcune leggende, il forte ospita anche il fantasma di un castellano malvagio, protagonista di un turpe evento del XVII secolo, ben prima che il forte assumesse la sua forma definitiva. Si trattava di un uomo corpulento, un bruto che viveva sul Peralto e che assalì e poi trucidò una giovane pastorella. Si tramanda che non fosse solo, ma portasse con sé un grosso cane nero che contribuì all’aggressione sanguinosa… Le urla della sventurata vittima ancora echeggerebbero nel forte durante i pleniluni, o le tempeste… Aldilà delle diverse leggende, allo stato attuale l&#8217;interno del Forte è chiuso e, per motivi di sicurezza, non visitabile liberamente, salvo aperture speciali in funzione di eventi o di visite guidate in calendario da parte dei sodalizi locali.</p>
<p>Lungo l’antico camminamento militare che lega Sperone ai &#8220;forti interni&#8221;, oppure salendo sul trenino di Casella &#8211; ove riprenda le corse! &#8211; per scenderne a Trensasco o a Campi, ecco il Forte Puin, del 1815-1830, in eccellente stato grazie ai restauri, seppur non visitabile all’interno salvo nelle giornate speciali: sorprende soprattutto la sua scenografica torre quadrangolare, che domina il contesto come un “padrino” (era il pittore Ettore Puin), protetta intorno da bastioni a stella. Progettato per un distaccamento d’una quarantina di soldati, è il più piccolo dei forti genovesi, sorge a 511 metri e nel 1963 fu dato in concessione ad un privato, appunto il Puin, che lo restaurò, utilizzandolo per anni come atelier e abitazione privata. Nei pressi opera anche l’”Ostaja de baracche”, frequentata trattoria (trofie, cima&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Subito dopo, immettendosi nuovamente sulla strada militare, si raggiunge il Forte Fratello Minore, eretto a partire dal 1816. Si chiama così perché erano due – coeve al Puin – le postazioni in prima linea, durante l’assedio del 1800 (allorché il generale nizzardo Massena/Massazena difese strenuamente Genova dagli austriaci), due postazioni tuttavia di diversa dimensione e poste a diversa altitudine. Solo uno dei due però poi sopravvisse sino a noi, il Minore, che poteva alloggiare 120 militi, ci rimangono peraltro solo resti esterni in discrete condizioni, e sopra l’ingresso si individua ancora uno stemma sabaudo, l’altro forte viceversa venne demolito dal fascismo alla fine degli anni ’30 per lasciar spazio ad una, negli auspici più utile, batteria antiaerea.</p>
<p>Ora ecco il Forte Diamante, il più avanzato e anche il più elevato, 667 metri sul livello del mare, raggiunto da un tipico zigzag con innumerevoli tornanti. Il Diamante – non visitabile &#8211; trae nome dal monte, non dalla propria forma, e mantiene l’originario impianto poligonale e la struttura propriamente settecentesca (la dobbiamo al maresciallo Sicre e all’ingegner De Cotte, attivi anche sul sistema Belvedere-Crocetta), con caserma a 3 piani. Qui nel 1800 austriaci e francesi si massacrarono senza pietà, e rimase ferito Ugo Foscolo, luogotenente della Repubblica Cisalpina che si era arruolato anzitutto per ragioni ideali. E&#8217; celebre la vicenda per cui il comandante francese Bertrand, coi suoi 250 uomini, il 30 aprile si rifiutò per onore d&#8217;arrendersi al Conte di Hohenzollern, ormai &#8220;padrone&#8221; dei Due Fratelli, e il reparto resistette sino all&#8217;arrivo dei rinforzi inviati da Massena. Qualche tempo dopo Genova capitolò, ma il trionfo di Napoleone a Marengo pose fine all&#8217;interregno austriaco.<br />
Dal Diamante, che poi tra il 1811 e il 1820 fu modificato dal Genio sabaudo, la vista può talora spaziare sino a Portofino&#8230; Nei pressi, il trekker incontra anche la trattoria “La baita del Diamante” (merende, cappon magro&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Proseguendo quindi verso il sabaudo (ma restaurato nel secolo scorso) Forte Begato, si gode di nuovo una vasta veduta sulla Val Polcevera. Sorse nel periodo 1818-1836, ov’era già una ridotta. L’ampia struttura – protetta da cinta bastionata e da 4 casematte angolari &#8211; poteva alloggiare sino a 800 soldati, venti volte il Puin&#8230; Sebbene l&#8217;interno non sia visitabile quotidianamente, il piazzale e le aree esterne sono spesso sede di eventi, rassegne e mercatini.</p>
<p>E a seguire ecco inoltre, rapidamente, il Forte Tenaglia, così chiamato per la caratteristica opera “a corno” che custodisce. Affascinante, in ottimo stato, forse meno conosciuto di altri e meno di quanto meriterebbe, questo fortilizio risale al 1633, e sorse su una demolita bastia quattrocentesca. Se ne visitano alcuni spazi tramite, ancora una volta, eventi associazionistici.</p>
<p>Infine, per ultima – e duplice &#8211; tappa ecco i Forti Belvedere e Crocetta, nella parte più bassa del Parco Urbano delle Mura, a Sampierdarena, seppur sempre in “altura”, a poco più di 150 metri sulla collina di Belvedere, appunto. Quando fu eretto il Castello di Belvedere, nel 1747, peraltro quest’area dall’orografia tormentata non appariva certo la più adatta ad eriger sbarramenti. Era un lungo “muro” composto da trincee, terrapieni, piazzette e qualche piccola cascina di contadini, nulla più, ma l’ingegno del maresciallo Sicre e dell’ingegner De Cotte, che progettarono anche il Diamante, la rese ostacolo ideale contro gli attacchi. Nel 1815, poi, il Genio sabaudo avviò la costruzione del Forte, completandolo nel 1827. I primi progetti si ispiravano a mappe minuziose e schizzi a matita, tra cui la Tavola E 322 che svela un primevo monastero e un percorso coincidente all’attuale salita Millelire. Il Forte nacque attorno a una casa-forte napoleonica simile alle ridotte dei Due Fratelli. A nord e ad ovest erano visibili anche i resti dei trinceramenti settecenteschi. Un tratto di muratura, oggi coincidente alla crêuza che discende a valle, valeva da strada protetta verso Sampierdarena. Il Belvedere negli anni ’70 del secolo scorso fu infine convertito in impianto sportivo, e un campo di calcio lo “sovrasta”. Nei pressi il trekker, ove affamato, incontra anche l’”Antica osteria dei cacciatori” (buridda, stoccafisso&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Il Crocetta, che conserva ancor oggi un inconfondibile ponte levatoio sul fossato, trae nome da un convento agostiniano, ed è variamente raggiungibile. Sebbene chiuso, si presenta ben conservato. Il percorso più suggestivo, e forse meno noto, parte dalla Tenaglia, sfruttando una linea trincerata risalente al 1826. Lungo il cammino s’incontra la Torre Granara (1817), incompiuta e convertita in postazione scoperta. Da lì, la barriera finisce, con una porta che accede in “salita al Forte Crocetta”, divenendo &#8211; un po’ di colpo &#8211; una semplice strada campestre per Begato. La prima fase costruttiva, ad opera del Genio sabaudo, risale al 1818, la seconda al 1827. Nel 1849, dopo la resa genovese alle famigerate truppe di La Marmora, il Crocetta servì come prigione per gli insorti di Tenaglia, Crocetta e Belvedere.…<br />
Buone passeggiate, e buone soste!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
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		<title>Le trasformazioni urbane di Genova</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:30:04 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_30025" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/04/trenino-casella-027.jpg"><img class="size-medium wp-image-30025" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/04/trenino-casella-027-300x226.jpg" alt="trenino genova-casella" width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">trenino genova-casella</p></div>
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<p>“GENOVA IN STRADA, GENOVA IN TAVOLA. Assaggi di quartieri tra storia e trasformazioni urbane”</p>
<p>Sono stato nei giorni scorsi ospite della Biblioteca Civica “Berio” di Genova, con cui da molto tempo collaboro, per girare una serie di video. Quest’anno, dopo aver dedicato il 2024 al Medioevo e il 2025 all’Ottocento, la città di Genova dedica nel 2026 specifiche iniziative e approfondimenti alle cosiddette “trasformazioni urbane”, ovvero quei cambiamenti che hanno via via mutato il modo di essere della città, il suo modo di fare economia, di ospitare cultura, il suo modo di risultare abitabile e vivibile ai residenti e non solo…</p>
<p>Le trasformazioni urbane di Genova</p>
<p>Personalmente, poiché mi occupo di storia dell’alimentazione, ho cercato di ragionare sull’ampio tema in modo un poco innovativo. Ovvero connettendo ad alcuni scenari urbani, assai modificatisi nel tempo, alcuni personaggi ed episodi (anche) a sfondo enogastronomico.</p>
<p>Ne sono quindi derivati, per il momento, 4 video davvero suggestivi (con relativi consigli di lettura), che prossimamente saranno, come sempre, fruibili online.</p>
<p>Rispettivamente dedicati:</p>
<p>1)a Olindo Guerrini, poeta forlivese della “Scapigliatura”, che stabilitosi a Genova nel 1915, come bibliotecario, divorava farinata presso la “Bedin” di piazza Ponticello, ovvero un’area che poi cedette spazio alla piazza Dante progettata da Marcello Piacentini e poi al cosiddetto Centro dei Liguri</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/zmHLxrQHmzk?si=dKr3QQmCE699ydKE" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<p>2)a Giovanni Ansaldo, caporedattore del quotidiano “Il lavoro”, che il 20 aprile 1930, giorno di Pasqua, rivolgeva un’accorata missiva alla “scia Carlotta” (Navone), ostessa in Sottoripa, elogiando le 24 bellezze della sua torta Pasqualina. Dinanzi a Sottoripa, dal 1992 – anche grazie alle progettualità “visionarie” di Renzo Piano – il porto antico, che alla vista dei genovesi significava solo cupe inferriate, è stato felicemente ridonato alla città</p>
<p>3)al trenino di Casella, su ferrovia a scartamento ridotto lunga 25 km, il cui primo viaggio risale al 1° settembre 1929, grazie ad un tracciato che parzialmente rivoluzionò una porzione di Val Bisagno, per poi proseguire verso le valli Polcevera e Scrivia. Quel trenino, che sferraglia tra viadotti, gallerie e scorci mozzafiato, avrebbe dovuto diramarsi da un lato verso Busalla, dall’altro verso la Val Trebbia e Piacenza. Non fu così, le corse risultano oggi come ieri più brevi, e dolcemente lente e quasi lentissime, ma attendiamo comunque che l’attività possa riprendere in pieno e lungo tutta la linea. Si tratta infatti di un vettore prezioso per i pendolari, e scenografico per le famiglie in gita, i turisti, gli appassionati di rotaie storiche…</p>
<p>4)a Mario Soldati, infine, che pranzava in una nota trattoria di Sampierdarena, da Checco al “Toro”, un covo di sampdorianità in via De Marini, presso un quartiere popolare che poi, letteralmente, cambiò volto (dalla Coscia al WTC). A quei tavoli – ove sedeva una clientela varia e variopinta &#8211; erano speciali molti piatti, dall’agnello al pandolce, e si brindava con vino di Begato… Un po’ di saudade, rievocandoli (specie a chi faccia il mio mestiere), è dunque quasi inevitabile.</p>
<p>Per saperne di più</p>
<p><a href="https://www.bibliotechedigenova.it/evento/26871" target="_blank">Genova in strada, Genova in tavola </a> sul sito ufficiale Biblioteche di Genova.</p>
<p>Buon appetito, Genova che ti trasformi!</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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		<title>Pomodoro pursemin</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 07:35:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il pursemin o poursemin o purseminn-a (la parola si lega a prezzemolo), è un pomodoro costoluto ambientatosi benissimo in Liguria da molto tempo, polpa compatta, duttile negli usi (a crudo, nei sughi…) e dolce anzi dolcissima nel sapore… S’incontra tradizionalmente, col suo bel colore fresco naturale squillante, nel Tigullio e in val Bisagno. I coltivatori ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/pomodoro-pursemin/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il pursemin o poursemin o purseminn-a (la parola si lega a prezzemolo), è un pomodoro costoluto ambientatosi benissimo in Liguria da molto tempo, polpa compatta, duttile negli usi (a crudo, nei sughi…) e dolce anzi dolcissima nel sapore…<br />
S’incontra tradizionalmente, col suo bel colore fresco naturale squillante, nel Tigullio e in val Bisagno.<br />
I coltivatori attenti alla sostenibilità stanno sperimentando il cosiddetto “zero tillage”, e l’intercalare di altri ortaggi, per non isterilire via via il terreno.<br />
In Val Graveglia una vita fa mi hanno offerto un piatto di testaroli conditi proprio col sugo di questo pursemin, e debbo dire che da quel momento lo impiego più che posso, dalla capponadda camoglina alla sardenaira sanremasca…<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
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		<title>Si scriveva Fertor si legge Bisagno</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jan 2024 11:26:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22108" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/acqued-storico.jpg"><img class="size-medium wp-image-22108" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/acqued-storico-300x202.jpg" alt="acquedotto storico di genova" width="300" height="202" /></a><p class="wp-caption-text">acquedotto storico di genova</p></div>
<p><strong>La val Bisagno comprende solo 3 Comuni, Genova (verso la foce del torrente), Bargagli e Davagna</strong>. Ciononostante è un territorio ricco di natura, risorse antropiche e storia, pertinente ad un asse viario antico e importante.<br />
L&#8217;abitato di Stalia, donde Staglieno, a 5 km dal mare, giaceva su di un notevole asse commerciale, come confermato anche da passi letterari (Artemidoro di Efeso, Pomponio Mela, e Tito Livio nella terza deca relativa alla seconda guerra punica…), benché non costituisca il nucleo originario della città, che ormai gli archeologi posizionano sulla collina di Sarzano sopra il Mandraccio. Un asse/<strong>via del sale</strong> percorso per secoli anche da pellegrini e mercanti, infatti attraverso la val Bisagno passava la via per l&#8217;Emilia e all&#8217;altezza di San Fruttuoso l‘Aurelia. Il fondovalle, in definitiva, rappresentava talora un&#8217;ampia &#8220;secca&#8221; carrabile.<br />
Il visitatore attento incontra tuttora <strong>rissêu</strong> talvolta splendidi (decorazioni di sagrati), resti di mulini e soprattutto fornaci, tracce di neviere da cui si rifornivano di prezioso ghiaccio le famiglie abbienti, casette daziarie, grotte dove convissero e convivono il pipistrello e il geotritone&#8230;<br />
Area interessata a nord dalla cultura del <strong>castagno</strong> (e del faggio), con clima appenninico, la val Bisagno scendendo poi verso il mare propone ovviamente un clima ed una flora mediterranea maggiormente “litoranei”, con presenza anche di piante aromatiche. Aumenta anche la consistenza edilizia ed abitativa, sino infine alle sperimentazioni – secondo alcuni riuscite – quali <strong>il “Biscione” dell’architetto Luigi Daneri</strong>, risalente alla fine degli anni ’60 del Novecento (Daneri fu molto attivo in città, sua anche la piazza del Mare oggi piazza Rossetti).<br />
Pian piano lungo il Bisagno crebbero anche i baraccamenti: carradori, marmisti, conciatori, falegnami e ebanisti, ottonieri, magazzini e depositi, stalle, neppur mancavano alloggi per i lavoratori…, indizi di un dinamismo imprenditoriale bisognoso tuttavia di regolamentazioni…<br />
Era dunque più evidente in passato che al presente la vocazione agricola, <strong>e di villeggiatura</strong> (molte le ville interessanti, talora ormai “immerse” nel centro città, Brignole, Imperiale, Migone*…), <em>bezagnin</em> non a caso era termine, soprattutto a inizi ‘900, con cui identificare i venditori di frutta e verdura, al tempo evidentemente assai coltivate in valle, che dalle <em>crêuze</em> varcavano le mura di Genova coi loro prodotti nelle ceste o sui carri (erano celebri ad es. i loro cavoli).<br />
Nel 1838, riferisce M. Cevasco, “Ogni giorno a Genova, di primo mattino, quando si aprono la Porta Pila e la porta della Lanterna, entrano in media 60.000 kg di verdure e ortaggi, subito venduti ad alcune donne chiamate Regatone, che li acquistano all’ingrosso per rivenderli immediatamente ad altre donne chiamate besagnine: queste fanno il commercio al minuto; le prime sono circa 180, le seconde più di 800. A inizio ‘900 vendevano la cosiddetta minestra usata, fatta di riso ed erbe, forse risalente all’assedio di Genova… Si legge ancora in un testo del 1913: “La besagnina del portico, la ricordate? Con la sua mostra a gradini, come un altare di verdura, aveva la specialità di ostruire sempre il passaggio, di mantenerlo permanentemente adacquato e anche un tantinello fangoso e di profumare l’andito e le scale con la mescolanza di odori, fra l’acuto e il dolciastro, data dalla fusione del sedano, del basilico, del prezzemolo, delle carote, con le albicocche, le pesche, le pere spadone e le mele carle”.<br />
Di quella vocazione e quelle tradizioni, tuttavia, non rimangono solo l’eco, né il <em>Trattenimento in un giardino di Albaro</em> dipinto dal grande Magnasco intorno al 1740 (lo sfondo sono infatti gli orti del Bisagno): meritoriamente <strong>orti urbani, apicolture</strong> e artigiani ancora perpetuano sapori e saperi che non vanno perduti.<br />
Ma l&#8217;accorpamento con Genova nel <strong>1873</strong> mutò innegabilmente molti fattori ed equilibri, e la zona bassa lungo il torrente ospitò via via alloggiamenti soprattutto popolari. Sorgeva su una sponda anche la grande conceria Bocciardo (1861), poi dismessa e infine acquistata nel 1977 dal Comune per 5 miliardi di lire, e demolita con 850 microcariche esplosive il 1° settembre 1997, per edificare al suo posto un istituto scolastico. Pochi anni prima si era affidato all’architetto novarese Vittorio Gregotti anche il ripensamento dello stadio calcistico Luigi Ferraris a Marassi.</p>
<p>A fine ‘800, tuttavia, <strong>un bellissimo dipinto di Antonio Varni</strong> (1839-1908), con echi dai macchiaioli e dai “grigi”, dimostra come alla foce del Bisagno le lavandaie ancora lavassero i panni.<br />
Il torrente era (ed è) scavalcato da numerosi ponti: il superstite più antico, d’epoca medievale (non romana), sebbene mutilo è quello di <strong>Sant’Agata, all&#8217;altezza del Borgo Incrociati</strong>. Somiglia moltissimo al Ponte Rotto di Roma, o Ponte Emilio. Originariamente “lungo” 28 arcate, in parte ora scomparse o interrate, traversava tutto il sedime golenale tra il torrente e corso Sardegna, destinato a greto alluvionale di scarico per le furiose e purtroppo ricorrenti piene (molto note e funeste quelle degli anni 1822, 1889, 1892, 1903, 1908&#8230;). Ne restano sfortunatamente solo due arcate. All’area di Sant’Agata, peraltro, si lega ogni anno ai primi di febbraio una fiera-mercato fra le più vive e amate in città.<br />
Ieri come oggi, una stretta gola ripida e boscosa, all’altezza di Prato, conduceva da Genova verso Bargagli e Davagna (il Bisagno col nome di Bargaglino nasce in questo Comune, alla Scoffera, 650 m di altitudine, diviene Bisagno solo a La Presa confluendo col Lentro, e scorrendo poi per circa 25 km raggiunge il mare). Da qui molto legno di castagno giungeva al porto di Genova, destinato alla cantieristica nautica.</p>
<p><strong>Bargagli</strong> è un piccolo centro che tuttavia a Natale s&#8217;associa alla tradizione dei magnifici <strong>presepi</strong> di ardesia/pietra, celebre quello in frazione Viganego adiacente alla chiesa. Tre ponti romani testimoniano che il luogo fu crocevia tra la via del sale che portava in Emilia e quella per la Fontanabuona. Il nome deriverebbe dal dominante monte Bragalla, anticamente Bargalla. Tuttora i pastori abbeverano le greggi ad una fonte perenne presso Monte Traso, 850 m, dove certamente venivano cacciati animali di passo. La gastronomia locale sciorina <strong>castagne, funghi, miele, teste in cassetta…</strong></p>
<p><strong>A Davagna</strong> meritano una visita la chiesa di San Michele o Santuario del Sacro Cuore, nei boschi oltre Paravagna, e la chiesa di <strong>San Colombano, intitolata al monaco irlandese che fondò il cenobio di Bobbio</strong>, di fatto secentesca. Il territorio è noto per allevamenti <strong>di bovini limousine e di capre orobiche, per le castagne, per lo zafferano…</strong>, in una dimensione rurale che, a saperla guardare, par quasi fuori dal tempo. Molto coinvolgente anche la scoperta del borgo abbandonato (ma non del tutto?) di <strong>Canate di Marsiglia</strong>, di origine medievale, a 550 m sul livello del mare, raggiungibile ad esempio con la “scalinata dei mille gradini”. A metà ’900 Canate contava ancora un centinaio di abitanti, contadini e poi camalli. Botti, torchi, attrezzi e damigiane sopravvissuti qui e là nell’abitato suggeriscono una qualche <strong>viticoltura</strong>, e resti di mangiatoie permettono d’intuire uno spostamento primaverile di bestiame bovino verso i pascoli non lontani dei monti Alpesisa e Lago, a quasi 1.000 m di altezza, dove oggi camminano gli appassionati dell’<strong>Alta Via dei Monti Liguri</strong>. Altro borgo in abbandono è <strong>Barego</strong>, sopra Traso, a 700 m di altitudine, una trentina o forse meno di casupole in pietra risalenti a secoli altomedievali.</p>
<p>La val Bisagno, grazie alla propria storia, è costellata di architetture religiose (talvolta davvero di pregio, si pensi all’antica abbazia <strong>San Siro di Struppa**</strong>, a San Pantaleo e a Nostra Signora del Monte a San Fruttuoso) nonché militari, mura, torri, e di qualche angolo inaspettato, mi piace qui nominare l’antico e splendido lavatoio di salita alla Chiesa di Staglieno, classico <em>trogolo</em>, a forma ovale, di recente rivisitabile dopo decenni d’incuria grazie all&#8217;impegno di alcuni appassionati. Alcune chiese, naturalmente, sono raggiunte da periodiche processioni, come accade a <strong>Sant’Eusebio per la Madonna di Caravaggio</strong>, che risalgono indietro nel tempo.</p>
<p>Inoltre, a Cavassolo (frazione di Davagna) origina il cosiddetto <strong>acquedotto storico</strong>, oggi apprezzatissima esperienza escursionistica in sinergia con quell’<strong>Oratorio di San Rocco</strong> costruito come “risarcimento” delle diatribe fra gli espropriati di Struppa e la Repubblica di Genova (il manufatto è in rovina ma se ne spera il recupero). L’acquedotto nacque &#8211; verosimilmente &#8211; poco dopo la romanizzazione, e nel secolo XIII vi pose mano <strong>Marin Boccanegra</strong> (della famiglia del capitano del popolo Guglielmo), perché la città a mare nei secoli fu sempre vorace d’acqua&#8230; L’acquedotto corre la parte a monte del cimitero di Staglieno, sotto le possenti mura nuove, lunghe in totale quasi 20 km; rispetto alle sorgenti presso <strong>Trensasco</strong> (già Comune di Sant&#8217;Olcese), alcune integrazioni ne hanno poi allungato il percorso (40 km), attingendo a sorgenti ancor più a monte. Altri interventi hanno interessato il cosiddetto <strong>“Ponte sifone” sul Veilino progettato dal famoso architetto comunale Carlo Barabino</strong>, che scavalca con una discesa mozzafiato ed un’altrettanto ripidissima ascesa il cimitero (il ponte sifone sul Geirato, chimato “i piloin”, è viceversa settecentesco). La parte medievale con le sue arcate a mezza costa corre scenograficamente sempre alla stessa quota; utilizzata come percorso pedonale, la (sciagurata?) costruzione del casello autostradale negli anni &#8217;60 del Novecento purtroppo ne interruppe in loco il tracciato***.</p>
<p>Quanto al <strong>cimitero monumentale di Staglieno, “protagonista” anche di alcune magnifiche foto di Alfred Noack</strong>, fotografo tedesco naturalizzato italiano, nacque tra il 1844 e il 1851 su progetto del Barabino poi ripreso e condotto a termine dal Resasco. E’ oggi meta di turismo culturale e visite guidate, custodendo &#8211; nei porticati e viali dell’eterno riposo &#8211; opere di sommi artisti, Santo Varni, Giulio Monteverde, Lorenzo Orengo, Leonardo Bistolfi, Eugenio Baroni…<br />
Infine, last but not least, la val Bisagno è interessata dal tracciato del cosiddetto “<strong>trenino di Casella</strong>”, a scartamento ridotto, che dal 1929 partendo da piazza Manin percorre 25 km toccando 3 valli in successione, e collegando in circa un’ora di viaggio la città con l’entroterra, a beneficio di studenti, pendolari, picniqueurs domenicali e turisti italiani e stranieri, che trovano escursioni, sagre, tipicità e trattorie. Le stazioni nel Comune di Genova sono San Pantaleo, Sant&#8217;Antonino, Cappuccio, Trensasco, Campi, Pino. Viadotti e gallerie &#8211; come sempre sottolineo ai miei allievi dei <strong>corsi GAE</strong> presso l&#8217;ente formativo F.Ire di Genova &#8211; rappresentano un viaggio nel viaggio, green and slow, tra panorami sbalorditivi.</p>
<p>Amici lettori, in carrozza dunque, si parte!<br />
*sul tema è online un bell&#8217;articolo a firma Fabrizio Spiniello con Jole Valenti<br />
**a Struppa, come noto, in via Benedetto da Porto nacque nel 1922 l’attore <strong>Vittorio Gassman</strong>, che con Genova mantenne sempre un legame affettivo<br />
***per maggiori dettagli, suggerisco la consultazione di Paolo Stringa, <em>La strada dell’acqua</em>, ed. Sagep, 1980, Claudio Guastoni, <em>L’acquedotto civico di Genova</em>, ed. Franco Angeli, 2004, e soprattutto Luciano Rosselli (prolifico specialista della materia), <em>Passeggiate sull’acquedotto storico di Genova</em>, ed. NEG, 2016.<br />
<a href="https://www.luisapuppoeumbertocurti.com/chi-siamo" target="_blank"><strong>Umberto Curti</strong></a><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a></p>
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		<title>Polenta ai coi neigri e ai motti (ai cavoli neri e ai grumi)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2013 21:23:40 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla “Marinetta”, in corso Italia a Genova, la mangiavano intellettuali e artisti come Pietro Mascagni, Gino Coppedè, Guido Gozzano, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Alessandro Varaldo, Pierangelo Baratono, Mario Maria Martini&#8230; Per 35 minuti si mescola con la spatola il mais (non presentissimo nella cucina ligure), versato a pioggia nell’acqua salata dove cuociono i cavoli neri, aggiungendo 3 cucchiaiate d’olio. Si condisce con parmigiano. In origine, presumerei Val Bisagno e Val Trebbia. Vedi qui sull&#8217;alfabeto del gusto anche la voce pute&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
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<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Amaro Santa Maria al Monte</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 20:09:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Amaro Santa Maria al Monte, affermato e pluripremiato prodotto della distilleria &#8220;Durbino&#8221; (gruppo Caffo), classico a fine pasto anche nelle trattorie e nei ristoranti liguri. La ricetta, a base di molte erbe aromatiche montane, è ideazione dal 1858 dei padri francescani di Santa Maria al Monte, un santuario sovrastante la val Bisagno a Genova&#8230; Umberto ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/amaro-santa-maria-al-monte/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Amaro Santa Maria al Monte, affermato e pluripremiato prodotto della distilleria &#8220;Durbino&#8221; (gruppo Caffo), classico a fine pasto anche nelle trattorie e nei ristoranti liguri. La ricetta, a base di molte erbe aromatiche montane, è ideazione dal 1858 dei padri francescani di Santa Maria al Monte, un santuario sovrastante la val Bisagno a Genova&#8230;</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
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