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	<title>Ligucibario &#187; sant&#8217;olcese</title>
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		<title>Food trekking nel Parco delle mura e dei forti genovesi</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 09:42:55 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/trenino-casella-095.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-30041" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/trenino-casella-095-300x225.jpg" alt="trenino casella 095" width="300" height="225" /></a></p>
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<p>A Genova il Parco Urbano delle Mura (mura le quali sono lunghe complessivamente oltre 19 km) s’arricchisce coi forti che dal XVI secolo, anche sfruttando preesistenze, furono progettati e poi eretti a difesa della città e del porto. Dal 2008 tale Parco salvaguarda ben 617 ettari di verdeggianti colli a cavallo fra le due principali valli cittadine, Bisagno e Polcevera. Le mura ed i forti sono correlati ad oltre 16 km di percorsi immersi in un paesaggio rurale, di fatto appenninico, denso di prati, pascoli e boschi, popolato da varie specie animali e vegetali, alcune tutelate poiché rare o endemiche, e in molti tratti perfetto per il trekking, il biking, l’ippoturismo e…le foto.</p>
<p>Ecco il dettaglio dei (16) forti dei sistemi ovest e centro-ponente.</p>
<p>Sistema ovest &#8211; San Giuliano (1826-36, oggi caserma dei Carabinieri), San Martino (sulla collina di Papigliano, 1819-31, in abbandono), Monte Ratti (dietro Marassi e Bavari, 1831-42, in degrado, vi si accede a proprio rischio), Santa Tecla (sopra San Martino, terminato nel 1774, tuttora in ottimo stato, visite associazionistiche), Quezzi (sopra Quezzi e Bisagno, metà ‘700, poi &#8220;riesumato&#8221; dal generale Massena, ora in abbandono), Richelieu (circa 1747, area Camaldoli, a difesa della Val Bisagno di levante, dedicato a un maresciallo che difese la città, non visitabile seppur in discreto stato).</p>
<p>Sistema centro ponente &#8211; Castellaccio e Torre Specola (Osservatorio Marina militare), Sperone (1747, non visitabile), Puin (1815-30, non visitabile salvo iniziative speciali), Fratello Minore (1816…, solo resti esterni in discreto stato, il Maggiore è demolito), Diamante (settecentesco, non visitabile), Begato (dal 1818. Area esterna per eventi, interna solo per iniziative speciali), Crocetta e Torre Granara (dal 1817, chiuso ma in buono stato), Belvedere (dal 1815 su preesistenze, oggi impianto sportivo (calcio)), Tenaglia (1633, ottimo stato, visitabile per iniziative speciali).</p>
<p>Extra &#8211; Monte Croce (demolito), Casale Erselli (oggi baraccopoli), Monte Guano (privato, ingombrato di detriti), (Geremia a Masone, visitabile). I primi tre sono molto vicini tra loro, zona Coronata-Erzelli, tutti costruiti intorno al 1888 a causa delle tensioni con Francia.</p>
<p>Arretrando diacronicamente lungo i secoli, occorre aggiungere che tale sistema difensivo genovese, con cime collinari dotate di forti &#8220;allineati&#8221;, si è poi – come ovvio &#8211; evoluto e rimodellato di continuo, secondo le esigenze strategiche e politiche della città. In sintesi, dunque, constatiamo:</p>
<ul>
<li>fortificazioni medievali, legate al controllo delle alture, onde evitare minacce, predisporre soccorsi militari, e imporre potere</li>
<li>sviluppo “ingegneristico” tra XVII e XVIII secolo, durante l&#8217;ultimo periodo della Repubblica di Genova</li>
<li>rinforzamento in epoca napoleonica</li>
<li>utilizzo e adeguamenti dall’Ottocento, a partire dal Regno sabaudo.</li>
</ul>
<p>Alcuni forti valsero poi ad ospitare artiglierie moderne, viceversa altri persero via via la propria funzione, perché più evolute tecnologie di guerra li resero superati.</p>
<p>Il primo forte lungo un’ipotetica escursione potrebbe essere il Forte di Castellaccio, seguito quindi, poi, dai cosiddetti “forti interni” (interni alle Mura Nuove del 1630): il Forte Begato, che dà sulla Val Polcevera, il Forte Puin, il Forte Fratello Minore, e soprattutto il Forte Sperone e il particolarissimo Forte Diamante (quest’ultimo già in Comune di Sant’Olcese), da cui si gode una splendida vista, a circa 600 metri d’altezza.<br />
Scendendo il crinale che dà verso Ponente-Sampierdarena, ecco poi Forte Tenaglia e i Forti Crocetta e, infine, Belvedere.<br />
Seguiamo ora tale escursione – necessariamente prima in salita e dopo in discesa &#8211; più in dettaglio.</p>
<p>Partendo agevolmente dalla centrale Piazza Manin (autobus pubblici), magari dopo una sosta alla trattoria “Antola” (cucina sia di terra che di mare, verificare sempre aperture e orari), si segue l’antico percorso “aereo” dell’Area naturale protetta della Strada delle Mura. Dopo aver ammirato dal belvedere del Righi la veduta sul Parco urbano delle Mura e le “terrazze” verso il porto lungo la Funicolare Zecca-Righi, ci si avvia dal Forte Castellaccio, a 360 metri sul mare e punto <em>start</em> assai usuale per camminatori e bikers. Il Castellaccio fu già oggetto di una ricostruzione ai tempi di Andrea Doria (1530). Colpisce immediatamente, in un paesaggio di conifere, la torre poligonale in mattoni rossi detta “della Specola”, eretta dal Genio sabaudo a inizio ‘800 e poi attorniata dalla cinta (1830-36). Da qui, ogni giorno a mezzogiorno, veniva esploso un colpo di artiglieria, sino all’inizio del secondo conflitto mondiale. Durante i moti del 1849, il Castellaccio fu protagonista delle rivolte genovesi contro i brutali bersaglieri del generale La Marmora. Tuttavia, dopo una resistenza a oltranza, il 10 aprile la fortezza ricadde sotto controllo del governo centrale. Oggi la torre ospita, tra l’altro, l’Osservatorio meteorologico dell’Istituto Idrografico della Marina. Nei pressi, il trekker incontra anche le trattorie “Montallegro” (farinata, ravioli&#8230;) e “Du Richetto 1890” (frisceu misti, pansoti&#8230;), verificare sempre aperture e orari.</p>
<p>Si prosegue, poi, sino all’imponenza di Forte Sperone (opera del 1747, a contrastare l’assedio austro-piemontese), dal rigore ottocentesco tipico dei forti sabaudi, che per la verità risale ad epoca precedente rispetto alle Mura Nuove del 1630, sebbene addirittura già in epoca ghibellina (XII secolo), molto tempo addietro, si accennasse ad una Bastia di Peralto. Sperone – non visitabile &#8211; è stato spesso utilizzato per eventi e spettacoli. Sorge in cima a Monte Peralto, proprio all’incontro fra i 2 àmbiti della cinta difensiva genovese, a 512 metri sul livello del mare, tra la Val Polcevera e la Val Bisagno, dove si sviluppano infatti le mura sui due fronti opposti. Nei pressi, il trekker incontra anche la ristopizzeria “La polveriera” (verificare sempre aperture e orari). Peculiare di Sperone è soprattutto il bastione angolare, “crocevia” dei due lati: somiglia da presso a una prua, donde il nome “Sperone”. Con una superficie di circa 9.000 mq il fortilizio si sviluppa su tre livelli, seguendo l&#8217;andamento del terreno. È celebre per il monumentale ponte levatoio d’accesso e per i bastioni che “sorvegliano”, ad un tempo, sia Val Polcevera che Val Bisagno. Secondo alcune leggende, il forte ospita anche il fantasma di un castellano malvagio, protagonista di un turpe evento del XVII secolo, ben prima che il forte assumesse la sua forma definitiva. Si trattava di un uomo corpulento, un bruto che viveva sul Peralto e che assalì e poi trucidò una giovane pastorella. Si tramanda che non fosse solo, ma portasse con sé un grosso cane nero che contribuì all’aggressione sanguinosa… Le urla della sventurata vittima ancora echeggerebbero nel forte durante i pleniluni, o le tempeste… Aldilà delle diverse leggende, allo stato attuale l&#8217;interno del Forte è chiuso e, per motivi di sicurezza, non visitabile liberamente, salvo aperture speciali in funzione di eventi o di visite guidate in calendario da parte dei sodalizi locali.</p>
<p>Lungo l’antico camminamento militare che lega Sperone ai &#8220;forti interni&#8221;, oppure salendo sul trenino di Casella &#8211; ove riprenda le corse! &#8211; per scenderne a Trensasco o a Campi, ecco il Forte Puin, del 1815-1830, in eccellente stato grazie ai restauri, seppur non visitabile all’interno salvo nelle giornate speciali: sorprende soprattutto la sua scenografica torre quadrangolare, che domina il contesto come un “padrino” (era il pittore Ettore Puin), protetta intorno da bastioni a stella. Progettato per un distaccamento d’una quarantina di soldati, è il più piccolo dei forti genovesi, sorge a 511 metri e nel 1963 fu dato in concessione ad un privato, appunto il Puin, che lo restaurò, utilizzandolo per anni come atelier e abitazione privata. Nei pressi opera anche l’”Ostaja de baracche”, frequentata trattoria (trofie, cima&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Subito dopo, immettendosi nuovamente sulla strada militare, si raggiunge il Forte Fratello Minore, eretto a partire dal 1816. Si chiama così perché erano due – coeve al Puin – le postazioni in prima linea, durante l’assedio del 1800 (allorché il generale nizzardo Massena/Massazena difese strenuamente Genova dagli austriaci), due postazioni tuttavia di diversa dimensione e poste a diversa altitudine. Solo uno dei due però poi sopravvisse sino a noi, il Minore, che poteva alloggiare 120 militi, ci rimangono peraltro solo resti esterni in discrete condizioni, e sopra l’ingresso si individua ancora uno stemma sabaudo, l’altro forte viceversa venne demolito dal fascismo alla fine degli anni ’30 per lasciar spazio ad una, negli auspici più utile, batteria antiaerea.</p>
<p>Ora ecco il Forte Diamante, il più avanzato e anche il più elevato, 667 metri sul livello del mare, raggiunto da un tipico zigzag con innumerevoli tornanti. Il Diamante – non visitabile &#8211; trae nome dal monte, non dalla propria forma, e mantiene l’originario impianto poligonale e la struttura propriamente settecentesca (la dobbiamo al maresciallo Sicre e all’ingegner De Cotte, attivi anche sul sistema Belvedere-Crocetta), con caserma a 3 piani. Qui nel 1800 austriaci e francesi si massacrarono senza pietà, e rimase ferito Ugo Foscolo, luogotenente della Repubblica Cisalpina che si era arruolato anzitutto per ragioni ideali. La vista può talora spaziare sino a Portofino&#8230; Nei pressi, il trekker incontra anche la trattoria “La baita del Diamante” (merende, cappon magro&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Proseguendo quindi verso il sabaudo (ma restaurato nel secolo scorso) Forte Begato, si gode di nuovo una vasta veduta sulla Val Polcevera. Sorse nel periodo 1818-1836, ov’era già una ridotta. L’ampia struttura – protetta da cinta bastionata e da 4 casematte angolari &#8211; poteva alloggiare sino a 800 soldati, venti volte il Puin&#8230; Sebbene l&#8217;interno non sia visitabile quotidianamente, il piazzale e le aree esterne sono spesso sede di eventi, rassegne e mercatini.</p>
<p>E a seguire ecco inoltre, rapidamente, il Forte Tenaglia, così chiamato per la caratteristica opera “a corno” che custodisce. Affascinante, in ottimo stato, forse meno conosciuto di altri e meno di quanto meriterebbe, questo fortilizio risale al 1633, e sorse su una demolita bastia quattrocentesca. Se ne visitano alcuni spazi, ancora una volta, tramite eventi associazionistici.</p>
<p>Infine, per ultima – e duplice &#8211; tappa ecco i Forti Belvedere e Crocetta, nella parte più bassa del Parco Urbano delle Mura, a Sampierdarena, seppur sempre in “altura”, a poco più di 150 metri sulla collina di Belvedere, appunto. Quando fu eretto il Castello di Belvedere, nel 1747, peraltro quest’area dall’orografia tormentata non appariva certo la più adatta ad eriger sbarramenti. Era un lungo “muro” composto da trincee, terrapieni, piazzette e qualche piccola cascina di contadini, nulla più, ma l’ingegno del maresciallo Sicre e dell’ingegner De Cotte, che progettarono anche il Diamante, la rese ostacolo ideale contro gli attacchi. Nel 1815, poi, il Genio sabaudo avviò la costruzione del Forte, completandolo nel 1827. I primi progetti si ispiravano a mappe minuziose e schizzi a matita, tra cui la Tavola E 322 che svela un primevo monastero e un percorso coincidente all’attuale salita Millelire. Il Forte nacque attorno a una casa-forte napoleonica simile alle ridotte dei Due Fratelli. A nord e ad ovest erano visibili anche i resti dei trinceramenti settecenteschi. Un tratto di muratura, oggi coincidente alla crêuza che discende a valle, valeva da strada protetta verso Sampierdarena. Il Belvedere negli anni ’70 del secolo scorso fu infine convertito in impianto sportivo, e un campo di calcio lo “sovrasta”. Nei pressi il trekker, ove affamato, incontra anche l’”Antica osteria dei cacciatori” (buridda, stoccafisso&#8230;, verificare sempre aperture e orari).</p>
<p>Il Crocetta, che conserva ancor oggi un inconfondibile ponte levatoio sul fossato, trae nome da un convento agostiniano, ed è variamente raggiungibile. Sebbene chiuso, si presenta ben conservato. Il percorso più suggestivo, e forse meno noto, parte dalla Tenaglia, sfruttando una linea trincerata risalente al 1826. Lungo il cammino s’incontra la Torre Granara (1817), incompiuta e convertita in postazione scoperta. Da lì, la barriera finisce, con una porta che accede in “salita al Forte Crocetta”, divenendo &#8211; un po’ di colpo &#8211; una semplice strada campestre per Begato. La prima fase costruttiva, ad opera del Genio sabaudo, risale al 1818, la seconda al 1827. Nel 1849, dopo la resa genovese alle famigerate truppe di La Marmora, il Crocetta servì come prigione per gli insorti di Tenaglia, Crocetta e Belvedere.…<br />
Buone passeggiate e buone soste!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
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		<title>Salame della Valsecca</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 12:41:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>A lungo in Valsecca, entroterra del Genovesato, i produttori di salame di Orero (dal 1877 parte del Comune di Serra Riccò) hanno rivaleggiato con quelli di Sant’Olcese, tramandandosi “usi” e gelosie per generazioni. La rigida burocrazia delle normative europee relativa anzitutto all’igiene dei macelli cancellò purtroppo, e non solo in Liguria, la maggior parte di quelle ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/salame-della-valsecca/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>A<strong> </strong>lungo in Valsecca, entroterra del Genovesato, i produttori di salame di Orero (dal 1877 parte del Comune di Serra Riccò) hanno rivaleggiato con quelli di Sant’Olcese, tramandandosi “usi” e gelosie per generazioni. La rigida burocrazia delle normative europee relativa anzitutto all’igiene dei macelli cancellò purtroppo, e non solo in Liguria, la maggior parte di quelle antiche produzioni, del resto fu un&#8217;ecatombe anche per i microcaseifici. Anni, quelli, irrimediabilmente trascorsi, allorquando le due produzioni rivali aggregavano decine di piccole imprese artigiane / salumieri. Il contado disponeva infatti di bestiame, vigevano talora accordi di soccida, e i maiali erano protagonisti di un salame che strapiaceva anche ai foresti e a quei gitanti che coi salumi farcivano e farciscono le proprie biove, caravanini, rosette, michette&#8230; La rivalità dei due salami poggiava peraltro su due ricette quasi uguali, dove alla carne bovina s’addizionava quella suina (e un tempo anche carne di mulo), ma di alta qualità e in percentuale più ridotta rispetto ad altri celebri prodotti italiani. Un salume crudo, a grana medio-grandicella, insaccato in budello naturale, e brevemente stagionato. Ne derivava quindi qualcosa di goloso, con una stuzzicante nota d’affumicato, ma di non eccessivamente grasso al palato, perfetto nei picnic con le fave e il sardo fresco… Oggi come ieri, l&#8217;abbinamento enologico di Ligucibario® sarebbe con un rosso di beva non troppo impegnativa, servito a 16°C in tulipani a stelo medio&#8230;<br />
Umberto Curti<strong><br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>A pranzo sui Forti di Genova&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 11:05:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Genova realizzò attraverso i secoli ben 7 cinte murarie, onde tutelarsi strategicamente da minacce ed aggressioni. Ed il suo sistema di fortificazioni, vero anello di pietra, è risultato a lungo uno dei patrimoni storico-culturali più trascurato ed ignorato (al pari dell&#8217;acquedotto, di Staglieno, delle ville&#8230;), del resto l’affermazione ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/a-pranzo-sui-forti-di-genova/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_25935" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/04/salame-di-santolcese2.jpg"><img class="size-medium wp-image-25935" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/04/salame-di-santolcese2-300x201.jpg" alt="salame di sant'olcese" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">salame di sant&#8217;olcese</p></div>
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<p>Genova realizzò attraverso i secoli ben 7 cinte murarie, onde tutelarsi strategicamente da minacce ed aggressioni. Ed il suo sistema di fortificazioni, vero anello di pietra, è risultato a lungo uno dei patrimoni storico-culturali più trascurato ed ignorato (al pari dell&#8217;acquedotto, di Staglieno, delle ville&#8230;), del resto l’affermazione della “vocazione” heritage di Genova è assai recente, e poi ha consentito tanti blabla. Poiché per tale affermazione mi battei io stesso a lungo, speriamo che essa prosegua al meglio, idee chiare non slogan e fumo…</p>
<p>Oggi le fortificazioni sono – soprattutto per i genovesi &#8211; meta escursionistica, sebbene molto resti da fare in termini di messa in sicurezza, di marketing e di pannellistica del sistema, e il “viaggio” Forte Sperone→Forte Diamante (quindi dal comune di Genova a quello di Sant’Olcese) è easy, green e panoramico, e scorre presso Forte Puin. Da lassù, dove di solito occorre solo uno zainetto col minimo indispensabile (magari un binocolo ed una striscia di fügassa), Genova svela l’immensa sua rada portuale, le “spianate” di tetti in ardesia, la sua natura di città verticale, stretta fra mare e collina.<br />
Forte Sperone, ottocentesco, austero, è ubicato in cima al Peralto all’inizio delle mura dette “nuove” (1630), mentre Forte Puin (1815-1830) fu ideato dal Regio Genio Sardo e ha per corpo centrale una solida torre quadrata. Poco lontano, al Righi, sorge l’Ostaja de baracche, coi suoi piatti localissimi, fra cui naturalmente i ravioli a-ö töccö e le troffiette col pesto. Questi primi due forti lasciano un po’ a bocca asciutta in quanto non visitabili.<br />
Forte Diamante (1756-58) è quanto mai scenografico, sul cocuzzolo tra Val Bisagno e Val Polcevera, un baluardo connotato da un terrapieno su 5 lati che difende un presidio a 3 piani. Nacque per proteggere lo “sperone”, uno dei 3 punti fragili delle mura nuove. L’interno, quel che ne resta, è percorribile, un “rifugio” che induce alla meditazione su quel che Genova fu ma anche su quel che sarà, e su come saranno direzionati gli investimenti a venire… Ai Lettori di Ligucibario®, quando ripartirà, suggerisco di raggiungere Forte Diamante col commovente trenino di Casella (di cui tanto ho scritto), che permette anche di “avvicinare” le belle tradizioni gastronomiche e le trattorie – eroiche superstiti &#8211; della Val Polcevera e della Valle Scrivia, dal salame (foto) e dalla mostardella alle rose e ai mieli, dalla Bianchetta “lungo” la via Postumia ai formaggi di cabannina e capra…<br />
Tutti a bordo e buon trekking!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
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</strong></p>
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		<title>Manenti</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Aug 2024 12:01:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>I &#8220;manenti&#8221; sono contadini, mezzadri, fittavoli&#8230;, che tradizionalmente dalle fattorie vendono le loro verdure a bordo strada. Io ad esempio ne ricordo alcuni (ero bambino) su una delle strade che da Genova salgono a Sant&#8217;Olcese. L&#8217;auto di famiglia si fermava sempre, e le albicocche, o le mele, o le ciliegie, erano un paradiso&#8230; Umberto Curti ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/manenti/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>I &#8220;manenti&#8221; sono contadini, mezzadri, fittavoli&#8230;, che tradizionalmente dalle fattorie vendono le loro verdure a bordo strada. Io ad esempio ne ricordo alcuni (ero bambino) su una delle strade che da Genova salgono a Sant&#8217;Olcese. L&#8217;auto di famiglia si fermava sempre, e le albicocche, o le mele, o le ciliegie, erano un paradiso&#8230;</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
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		<title>Salumi liguri</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2013 18:06:29 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L’etimo deriva da sale. L’Italia ne annovera a decine, da consumarsi freschi o stagionati – e mai coi sottaceti, usanza esecrabile! &#8211; . Si ricavano da parti intere (è il caso di prosciutti, coppe, pancette…) o da impasti di macinato che s’insaccano in budelli naturali o artificiali. Per la conservazione si ricorre alla salatura e talvolta all’affumicatura. Generalmente i salumi sono crudi * e talora implicano il consumo da cotti (cotechino, zampone), altri sono cotti (salame cotto, mortadella). La Liguria a sua volta può annoverare salame (Sant&#8217;Olcese!), testa in cassetta/soppressata, zeraria/zeaia &#8211; in gelatina &#8211; di Toirano, Alpicella (SV)&#8230;, mostardella, paté di lardo, onzina, salsiccia di Ceriana, salsiccia di Pignone (SP), coppa, pancetta, salame coi lardelli, prosciutta castelnovese (SP), gambetto di Calice al Cornoviglio (SP), prosciutto cotto savonese, salame cotto e crudo di Sassello (SV)…</p>
<p>* la parola affettato dovrebbe riferirsi ai crudi.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
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		<title>Val Polcevera DOC</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 13:36:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Val Polcevera DOC, denominazione d&#8217;origine controllata che dal 1999 accorpa 7 Comuni, qualificazione di una valle &#8211; purtroppo molto industrializzata &#8211; lungo la via Postumia romana, il cui nome antico si pensava (errando) che fosse “purcifera”, vista la presenza dei maiali (e quindi dei salumi, ecco il Sant’Olcese&#8230;). Si ottengono – inconfondibili all’olfatto e al ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/val-polcevera-doc/">leggi tutto</a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Val Polcevera DOC, denominazione d&#8217;origine controllata che dal 1999 accorpa 7 Comuni, qualificazione di una valle &#8211; purtroppo molto industrializzata &#8211; lungo la via Postumia romana, il cui nome antico si pensava (errando) che fosse “purcifera”, vista la presenza dei maiali (e quindi dei salumi, ecco il Sant’Olcese&#8230;). Si ottengono – inconfondibili all’olfatto e al gusto &#8211; vini Bianchetta, bianco, Vermentino, rosato e rosso, ma non si può omettere una citazione speciale per quel vino di Coronata (la collina dominata dal santuario si lega alla leggenda di Paciugo e Paciuga), anche in versione spumante e passito, la cui salvezza dobbiamo all’infaticabile lena di Domenico Barisone e della locale cooperativa, e poi di Andrea Bruzzone e di Gionata Cognata, infine del marchese Cattaneo Adorno.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
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		<title>Salame di Sant’Olcese</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 11:03:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Salame di Sant’Olcese (GE), una tradizione che si può &#8220;esplorare&#8221; anche salendo a bordo di un trenino&#8230; In Italia si producono eccellenti salumi, assai diversi tra loro, ma sovente accomunati dall’impiego quasi esclusivo del maiale come materia prima * . Il salame di S. Olcese (GE), de.co., è dall’800 la celeberrima tipicità della Val Polcevera, ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/salame-di-santolcese-ge/">leggi tutto</a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Salame di Sant’Olcese (GE), una tradizione che si può &#8220;esplorare&#8221; anche salendo a bordo di un trenino&#8230;</p>
<p>In Italia si producono eccellenti salumi, assai diversi tra loro, ma sovente accomunati dall’impiego quasi esclusivo del maiale come materia prima * . Il salame di S. Olcese (GE), de.co., è dall’800 la celeberrima tipicità della Val Polcevera, valle il cui nome si pensava derivasse da purcifera (e valle vicina a vie del sale), ipotesi fallace e poi oggi la carne giunge in gran parte dal Piemonte e dall’Emilia.<br />
A differenza di tanti altri, è composto in parti quasi uguali di carni suina ** e bovina macinate (più finemente le parti magre). A grana grossa (con sale, pepe nero, aglio, aromi…), viene snervato, legato a mano in budelli naturali ed essiccato alcuni giorni al calore di un energico fuoco di legna forte, ad es. quercia, trattamento che gli conferisce un leggero aroma di affumicato *** .<br />
Preparato in dicembre, stagiona 3 mesi con controllo di umidità e temperatura (ma, assecondando la domanda, i tempi van diminuendo) e in primavera si accompagna tradizionalmente a fave e pecorino sardo fresco, componendo i menu gustosi di tante sagre locali. Si raccomanda di tagliarlo a fette un po’ spesse e di servirlo a temperatura ambiente. Il clima di Sant’Olcese, ai piedi del Monte Tullo, consente una maturazione esemplare. Non ama viceversa l’invecchiamento, perché la componente bovina s’asciuga.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/Fx_B4dLbfxE" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>La mostardella (vedi sempre qui nell&#8217;ALFABETO DEL GUSTO la relativa voce) è invece una variante “povera” e nervosa, grossolana, ottenuta da carni e grasso di suino e bovino conciate e insaccate nel budello naturale. Viene consumata fresca, scottata in padella (anticamente su stufe), deliziosa nelle sue sfumature di gusto che talora arricchiscono anche i sughi di carne. La confeziona ancora, fuori da Sant&#8217;Olcese, anche Gianni Torrigino, norcino in quel di Vobbia (GE). Sul territorio si producono anche alcune salsicce, coppe e bresaole. Coi salumi si può accompagnare un vino rosso, ma l&#8217;Emilia &#8211; coi suoi favolosi Lambruschi frizzanti &#8211; insegna che l&#8217;anidride carbonica &#8220;a contrasto&#8221; sciacqua &#8211; come nient&#8217;altro &#8211; la bocca dai grassi&#8230;</p>
<p>* scrive il Lasca, letterato fiorentino del ‘500: “O porco mio gentil, porco dabbene, fra tutti gli animi superlativo, desiderato a desinari e cene, tu consenti, saziando, ogni uomo vivo con le tue membra valorose e belle: tu non hai ‘n te niente di cattivo”. Più o meno in quegli anni afferma anche Baldassarre Pisanelli, medico bolognese, che la carne suina “dà copiosissimo e lodevol nutrimento alle persone che molto s’affaticano”, ed esalta anche i prosciutti che risvegliano l’appetito, tagliano il catarro, rendono saporito il bere… E nel 1761 viene infine stampato “Gli elogi del porco” di Tigrinto Bistondo, accademico ducale de’ dissonanti di Modena… Si consideri che oggi pressoché tutte le razze autoctone si sono estinte e sono state sostituite da razze estere a maggior resa, fra cui la Large White, la Hampshire, la Poland China, la Landrace. Per molte altre notizie vedi anche l’Enciclopedia Garzanti dei prodotti tipici d’Italia, alle pp. 442-443</p>
<p>** 30% grassa e 20% magra</p>
<p>*** si affumicano gli alimenti – da sempre &#8211; per dare aroma, colore, durata. Molte affumicature industriali sono superficiali, onde dare solo un sapore di fumo.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Mostardella</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 08:44:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Mostardella, salume della Val Polcevera (GE) e della Valle Scrivia, ovvero Sant&#8217;Olcese e Vobbia, realizzato con “residui” più nervati – cartilagini filacciose &#8211; , che in anni recenti ha beneficiato di una convinta “riscoperta”. Un tempo, addirittura, con un dono di mostardella si domandava in isposa l’amata. Ottenuta da carni e grasso di suino e ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/mostardella/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Mostardella, salume della Val Polcevera (GE) e della Valle Scrivia, ovvero Sant&#8217;Olcese e Vobbia, realizzato con “residui” più nervati – cartilagini filacciose &#8211; , che in anni recenti ha beneficiato di una convinta “riscoperta”. Un tempo, addirittura, con un dono di mostardella si domandava in isposa l’amata.<br />
Ottenuta da carni e grasso di suino e bovino conciate (sale, aglio, pepe, conservanti) e insaccate nel budello bovino naturale * , affumicata e stagionata per una settimana circa, viene consumata – a fette spesse &#8211; cruda, o scottata in padella (anticamente su stufe), con uova, deliziosa nelle sue sfumature di gusto che talora arricchiscono anche i sughi di carne o pomodoro. Antica, di nicchia, oggi confezionata in fila da pochi etti, trova un’analogia nella mustardela della Val Pellice torinese.</p>
<p>* nell’industria salumiera, il budello può esser naturale o artificiale. Il naturale “traspira” meglio, l’artificiale – ottenuto da fibra animale oppure vegetale – è perfettamente sterile e inodore, non contiene grassi e permette di conservare le dimensioni originarie del salume. La scelta varia in base al tipo di salume da insaccare. Termini come crespone, filzetta ecc. si riferiscono tutti ad un budello ottenuto con intestino.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
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