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	<title>Ligucibario &#187; quartiere foce</title>
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		<title>Once upon a time la Foce</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jan 2024 14:50:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_22142" style="width: 250px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/DSCN1900.jpg"><img class="size-medium wp-image-22142" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/01/DSCN1900-240x300.jpg" alt="la foce di genova sotto una delle ultime nevicate" width="240" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">la foce di genova sotto una delle ultime nevicate</p></div>
<p>La Foce in alcuni dei miei primi amarcord è un micropanificio di corso Torino, dove la mattina – alunno alle elementari “Colombo” di piazza Savonarola – compravo come tanti miei compagni 2 focaccine tonde per 30 lire l’una. Pochi metri più avanti, in direzione nord, operava una rosticceria dove qualche mio compagno “osava” il cannolo di sfoglia salata col würstel. Un’altra rosticceria, monumentale, sempre in corso Torino ma direzione sud, era “Pietra”, dove due ampie vetrine su cui schiacciavi il naso ospitavano quasi sempre i must del tempo, la russa la capricciosa la savoiarda…<br />
Prima di abitare in via Nizza abitai brevemente in via Maddaloni, e prima ancora in corso Buenos Aires: lì ricordo &#8220;Boglione&#8221;, una pasticceria-drogheria gestita da una coppia ormai di anziani, dove una volta con un po’ di risparmi comprai una sontuosa scatola di cioccolatini per mia madre, la quale mi rimproverò per come avevo “sperperato” troppo denaro… Accanto a Boglione trovavi la boutique &#8220;Franco&#8221;, e dirimpetto trovavi (e trovi!) &#8220;Panarello&#8221;, coi krantz, le celebri torte e ciambelle (e poi via via le panarelline con una crema al burro tipo “Zena” e la splendida “mescolanza” venduta in sacchetti), e accanto a Panarello facevano bella mostra di sé le particolari insegne dei &#8220;Fratelli Panina&#8221;, forniture per sarte. Verso piazza Tommaseo la bottega &#8220;Armanino&#8221; (Deogratias tuttora attiva in Sottoripa) sciorinava frutta secca, disidratata, candita, conserve, marmellate… E verso viale Brigate Bisagno ricordo un negozio di dischi, dove nel 1978 comprai “Una donna per amico” di Lucio Battisti (ancora coi testi di Mogol) e lo splendido “52nd street” di Billy Joel. Di fronte, una libreria.<br />
Qualche volta, da bambino, mia madre mi “costringeva” a far spese insieme a lei: ma al mercato rionale di via della Libertà (uno dei 3 accessi) sovente un salumiere mi lusingava, e rasserenava, con un bel tocchetto di Parmigiano. Pane significava &#8220;Bocci&#8221;, in piazza Paolo da Novi, che sformava anche una cremosa focaccia con formaggio e prosciutto, non so dirti se l’attuale panificio si chiami ancora così. Le scarpe (le prime College…) erano quelle di &#8220;Gino calzature&#8221;, in corso Torino, e poco lontano operava un negozio di giocattoli, dietro il bancone un signore con gli occhiali “mercanteggiava” con mia madre le automobiline (mia sempiterna passione) e i mattoni Lego. Sull’altro lato del corso, direzione sud, poco prima di &#8220;Pietra&#8221; ricordo la pasticceria &#8220;Dria&#8221;, che aprì in quegli anni ed è tuttora attiva, e una cartoleria fornitissima di DAS, Vernidas e Pongo, quei materiali diabolici con cui – non so te – io personalmente non sono mai riuscito a plasmare e colorare alcunché di guardabile. I libri di studio – sussidiario &#8220;Il perché delle cose&#8221; e libro di letture &#8220;Prime meraviglie&#8221; &#8211; si ordinavano all’inizio dell’anno scolastico in via Maddaloni, nella libreria della signora Rosa Trucco Melai. Le carni erano sovente quelle di &#8220;Balleari&#8221; in piazza Tommaseo. Non entrammo mai, viceversa, nella tripperia all’angolo fra corso Torino e via Barabino, sebbene mia madre cucinasse con una certa frequenza la sbira (dove comprava le trippe?). Così come non ho memoria di un bar, &#8220;Igea&#8221;, all’angolo fra via Casaregis e via Cecchi, dove ho letto che anni fa si riunivano alcuni noti cantautori. In via Cecchi, direzione viale Brigate partigiane, di fronte all&#8217;immensa chiesa dove dalle mani di Padre Felice presi la Comunione il 2 giugno 1972 e successivamente la Cresima, incontravi un ampio showroom di stoffe, la figlia del proprietario fu poi mia compagna al ginnasio, suo padre e il mio curiosamente acquistarono entrambi, negli stessi giorni, una Alfa Romeo Giulietta 1.3 bianca, le targhe erano quasi identiche, GE 69… La prima serie di quell&#8217;auto, in un&#8217;Italia reduce dall&#8217;austerity e dalle Giulia, fu quasi tutta con motorizzazione 1.3.<br />
Periodicamente, quand’occorreva, mi tagliava i capelli &#8220;Carmelo&#8221;, in via Magnaghi, vicino al negozio di colori e vernici per l’arte, Carmelo siciliano doc, cui poi s’affiancò il figlio Francesco, detto Titto, che si cimentò senza grandi successi col calcio dilettantistico.<br />
Il quartiere era molto vivo, incontravi anche varie sale cinematografiche: l&#8217;Augustus (ora sala scommesse), l&#8217;Orientale (poi Ambassador e relativa programmazione porno), l&#8217;Italia (poi Plaza, dove impazzii per &#8220;Ecce Bombo&#8221;), l&#8217;Aurora (poi locale da ballo). Innumerevoli le edicole. E qualche domenica (o dintorni) la mia famiglia si concedeva il ristorante: in particolare pranzavamo da &#8220;Mentana&#8221; in corso Marconi (oggi pizzeria) e da &#8220;Alemanni&#8221; in via della Libertà (oggi, direi, anch&#8217;esso pizzeria). Non so se &#8220;Piedigrotta&#8221;, la nota pizzeria della famiglia Vaccaro, si chiamasse ancora &#8220;Manentaccio&#8221;, forse no, e comunque a quei tempi proponeva un buffet di antipasti freddi molto abbondante e invitante. &#8220;Tugnin&#8221; in piazza Tommaseo era viceversa il classico ristoro che t’ingolosiva coi piatti della tradizione, farinate, torte di verdura… L’aperitivo si beveva al bar &#8220;Ratti&#8221; di piazza Palermo (accanto all’omonima rosticceria del burbero ma capacissimo Valerio), o da &#8220;Molinaro&#8221; all’imbocco di via Rimassa, dove sostavano al capolinea i filobus della linea 30 (poco lontano, se ben ricordo, aveva lo studio il professor Taschini, pediatra molto apprezzato, il quale una volta mi ficcò una sorta di cucchiaio in gola senza alcuna pietà per i miei piagnistei).<br />
Attorno ai 10-11 anni, poiché pur comprando 100 merendine “Tin tin” al giorno non mi riusciva di vincere la bicicross messa in palio nelle confezioni, i miei genitori mi portarono da &#8220;Franceschini&#8221;, all’inizio di via Cravero, una sorta di miniofficina dove si riparavano e vendevano biciclette. La figlia dei proprietari (che credo fossero reggiani) era mia compagna di scuola, una ragazzina già allora alta, matura e solare. Quella miniofficina, forse lo sai, negli anni successivi divenne uno dei più importanti rivenditori di moto da cross e poi di scooter.<br />
Mia moglie, nata in corso Dogali, “lassù” a Circonvalmonte, ha da parte sua sempre adorato la Foce, soprattutto per la vivacità commerciale. I suoi ricordi, ora più datati ora più recenti, si legano maggiormente alla pelletteria &#8220;Carbone&#8221; in via Rimassa, ai filati di &#8220;Arianna&#8221; in piazza Rossetti, e alla gioielleria &#8220;Cristin&#8221; in piazza Tommaseo. E da &#8220;Balilla&#8221;, in via Finocchiaro Aprile, mi regalò qualche modellino per la mia collezione e la mia regressione all&#8217;infanzia.<br />
Salvo 3 o 4 casi, di fatto tutte le attività che ho menzionato sono scomparse. Molte cose in generale sono cambiate nel volger di pochi decenni, non un’era geologica.<br />
Tu diresti in meglio?<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>San Pietro e Paolo, bancarelle e sapori&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2020 13:22:05 +0000</pubDate>
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<table width="704">
<tbody>
<tr>
<td>San Pietro e Paolo, bancarelle e sapori&#8230;</p>
<p>Gli <em>Annali</em> con cui il vescovo Agostino <strong>Giustiniani</strong> (1537) tratteggiò storie della Repubblica di Genova annotano che «…verso la marina, si giunge alla piaggia, nominata la Foce, dove sono da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro. E la piaggia è molto atta e comoda al varar delle navi (&#8230;) E in questa piaggia a tempi nostri si è edificato uno amplissimo edificio quadrato e diviso in due parti, con chiostri e molte officine concedenti alla cura degli ammalati di morbo pestifero; alli quali, quando accade il bisogno, è benissimo provveduto. E da questa fabbrica verso la montagna, in larghezza di un miglio, e lunghezza di due, sono bellissimi e fruttiferi orti coltivati con molta diligenza; per il che producono ogni specie ed ogni varietà di erbe e di frutti ortilici in grandissima abbondanza. E questo territorio è nominato <strong>il piano di Bisagno</strong>”.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Alla Foce, a fine giugno ogni anno,</strong> “omaggiano” San Pietro e Paolo centinaia di bancarelle, e un tempo tra la folla si diffondevano odori dalle trattorie, <strong>zuppa di muscoli con le gallette, fritto di pesce (varia la composizione ma sempre con anciöe), laete döçe, frittelle, canestrelli e frutta “di filiere prossime”, nei calici la festa erano vini bianchi secchi e poi – secondo casi – i moscati o i passiti</strong>. Scene di un mondo in gran parte scomparso. Terminando la fiera, i pescatori locali ricalavano in mare i loro valorosi gozzi, ma badando alle mareggiate, consuete a fine giugno, dato che – allerta il sinistro detto – “San Pietro ne vuole uno (intendasi: annegato) per sé”…</p>
<p>Proprio una tremenda mareggiata natalizia, anno domini 1821, fracassò la cappella (ormai secentesca) di San Pietro, e le bombe inglesi della seconda guerra mondiale (1943-44) completarono l’opera distruttiva sul complesso secentesco di San Bernardo (ne riferisce bene lo storico Giulio Ottonelli), sulla collinetta dinanzi al mare là dove attualmente – alla sommità di via Nizza &#8211; domina la chiesa intitolata ad ambo i Santi.</p>
<p>La fiera commerciale con le bancarelle, di cui dicevamo, rendeva bene (non è casuale che sia rito protrattosi fino ai giorni nostri); e <strong>palio, lumini in mare, mangiafuoco, illusionisti e fuochi artificiali</strong> costituivano l’intrattenimento dopo aver acquistato &#8211; cedendo a molte tentazioni &#8211; attrezzi per lavoro e casa (San Paolo veglia anche su cordai e cestai), tessuti tanto per sarte quanto per donne di casa, passatempi e diavolerie d’ogni tipo per grandi e piccini, “medicamenti” per l&#8217;acciacco del momento, leccornie salate e dolci… “Vénghino siori vénghino”!</p>
<p>Ma la leggenda, come noto, lega San Pietro anche a <strong>Sampierdarena</strong> (Comune autonomo fino alle aggregazioni della “grande Genova” nel 1926): sulle sue arene il santo avrebbe infatti dormito dopo una convincente predica dalle parti di <strong>piazza Banchi</strong>… Non a caso una chiesa sorse in suo onore anche a Banchi, essa ha una collocazione ed una storia molto particolari (tra incendi, epidemie di peste, matrimoni speciali…), e dunque varrà forse la pena di dedicarle un prossimo pezzo. Che ne dite?</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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