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	<title>Ligucibario &#187; papa giulio II</title>
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		<title>Genova a Zurigo per FESPO</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Feb 2020 16:08:51 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_18851" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/genova-zurigo.jpg"><img class="size-medium wp-image-18851" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/02/genova-zurigo-300x225.jpg" alt="il Vicesindaco Stefano Balleari e l'Assessore Laura Gaggero" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">il Vicesindaco Stefano Balleari e l&#8217;Assessore Laura Gaggero</p></div>
<p>Genova a Zurigo per FESPO</p>
<p>In occasione della missione di marketing territoriale e turistico del Comune di Genova a Zurigo (organizzata in sinergia col Consolato Generale d’Italia a Zurigo, ENIT Svizzera e ICE Svizzera, ed il supporto di Walter Finkbohner, consulente Ferrovie Svizzere ed ex Consigliere Cantonale di Zurigo), abbiamo avuto il piacere di un invito, per raccontare &#8211; e non solo a parole&#8230; &#8211; al pubblico dei visitatori l&#8217;enogastronomia genovese. Ci è parso &#8220;doveroso&#8221;, visti i cordiali rapporti che da sempre intercorrono fra la &#8220;Superba&#8221; e la Confederazione Elvetica, realizzarne anche una sintesi che, amici di Ligucibario, potete leggere qui di seguito. Ha sottolineato inoltre l&#8217;Assessore Laura Gaggero, al termine di una videoproiezione che ha mostrato alcune delle tante meraviglie cittadine: &#8220;Abbiamo potuto valorizzare il nostro patrimonio Unesco, i forti, i parchi storici, le promenade, il clima, la gastronomia&#8230;, e tutto ciò che fa di Genova una delle principali destinazioni turistiche italiane&#8221;.</p>
<p>SVIZZERA E GENOVA, UNA LUNGA AMICIZIA</p>
<p>Se gli Svizzeri oggi “stabilmente” in Italia sono qualche decina di migliaia e a Genova, indicativamente, alcune migliaia, le relazioni fra Genova e la Svizzera sono intense, trasversali e proficue da molti secoli (alcuni storici ipotizzano come primaria fase l’epoca delle crociate, lungo alcune delle vie marenche percorse anche dai pellegrini nordeuropei verso i luoghi santi). E la lingua italiana ha consentito notevoli “familiarità” col <strong>Canton Ticino</strong>.<br />
Il web stesso è prodigo di informazioni in proposito. Ma aldilà di alcuni aspetti archeo-storici difficili da comprovare (1), tuttora in Genova il passante ed il turista s’imbattono nel bar “Klainguti” (1828), nella pasticceria “Svizzera” (1910), e nella <strong>funicolare del Righi</strong> (1895-97), tutti luoghi che rimandano – diversamente – alla Confederazione Elvetica. Nel corso dell’800, la Svizzera accolse numerosi esuli politici genovesi fra cui <strong>Giuseppe Mazzini</strong> e Giovanni Ruffini, e il genovese Alessandro Repetti fondò a Lugano nel 1830 quella Tipografia Elvetica di Capolago che sino al 1853 divulgò clandestinamente nel Lombardo-Veneto austriaco gli ideali risorgimentisti.<br />
Molti genovesi hanno ammirato poi la scuola svizzera (1851) di via Peschiera (donde le memorabili gite in Appennino), o si sono formati &#8211; e si formano &#8211; presso il liceo artistico intitolato a <strong>Paul Klee</strong> (e la Genova del primo ‘900 è anche in una toccante annotazione di quel pittore, 22enne). Inoltre, la Svizzera è risultata il Paese straniero più attivo quanto a manifestazioni durante “Genova capitale culturale d’Europa del 2004”, e molti artisti svizzeri hanno figurato anche in più recenti mostre ed happening &#8211; con positivi riscontri di critica &#8211; ad es. presso il Museo di Villa Croce (piace sottolineare che alcuni di tali artisti hanno anche via via scelto di risiedere a Genova).<br />
Ma, arretrando in senso diacronico, sin dal ‘200 è assodata la presenza in Genova di mercanti provenienti dall’area del lago di Costanza nonché di alcuni scalpellini, “piccaprie”, sostanzialmente d’origine ticinese (tali operai specializzati affluirono anche in altre parti d’Italia e successivamente del mondo). Nel ‘400 poi vi abitò a più riprese Othmar Schlaipfer, di San Gallo, potente partner commerciale della Compagnia di Ravensburg, attiva dal 1380 al 1530 nell’import-export sovente di lusso (in patria Schlaipfer ricoprì non a caso importanti cariche). A propria volta i mercanti genovesi – in genere accompagnati da un console &#8211; presenziavano i markt svizzeri, ogni quattro mesi una delle fiere principali si svolgeva a <strong>Ginevra</strong>.<br />
Ma nel ‘600 giunsero a Genova anche alcune centinaia di mercenari cattolici (da <strong>Friburgo</strong> e via via da altrove) ingaggiati a difesa della città.<br />
Dal Basso Medioevo, in effetti, Genova rappresentò il primo transito naturale per l’emigrazione svizzera, gran parte della quale aggregò militari al servizio del Papa (2) tanto quanto dei Borboni, così come altri Svizzeri poi salparono verso l’America (anzitutto del Sud…), e il benessere economico che si respirava a Genova attrasse via via dalla Svizzera anche una colonia di “pionieri”/imprenditori. Il Consolato (Generale) di Svizzera non a caso a Genova aprì &#8211; come consolato onorario diretto da un “commissario commerciale” &#8211; già nel 1799 (il più antico dopo Bordeaux e precedente Marsiglia, tutti scali portuali. Seguirono, geopoliticamente, Trieste, Livorno, Napoli, Roma (3)). E nel 1919 vide la luce anche la <strong>Camera di Commercio svizzera per l’Italia</strong>, trasferita poi a Milano in via Manzoni 5 soltanto nel 1931, in pieno “boom” lombardo (si veda ad es. <a href="https://www.larivista.ch/">www.larivista.ch</a>). Da lì, nel 1941, vide la luce il magazine “La Svizzera industriale e  commerciale”.<br />
Gli Svizzeri a quel tempo in Italia operavano soprattutto nella finanza bancaria (la “ginevrina” Banca de la Rue ad es. aprì a Genova nel 1758), come industriali (in primis tessile, zucchero, metallurgia), come ingegneri (Giuseppe Bonzanigo, da non confondere con l’intagliatore astigiano, cooperò alla costruzione della tratta Genova-Ventimiglia), nonché come albergatori (a fine ’800 erano a gestione svizzera 60 <strong>alberghi</strong> d’Italia, fra cui alcuni dei più famosi, si veda ISRI Napoli, <em>Storia del turismo-annale 2003</em>, ed. F. Angeli, Milano, 2004)…<br />
Le relazioni fra Genova e la Svizzera furono, tuttavia, anche di segno fortemente artistico. Il museo di Sant’Agostino ospita l’antico <strong>Grifo scolpito in marmo dal campionese detto “Maestro di Giano”</strong>, risalente al 1315 circa. Dal ‘300, in effetti, scesero in Liguria architetti, scultori e stuccatori svizzeri. Nel corso del ‘400 pittori svizzeri germanofoni lavorarono presso <strong>Santa Maria di Castello</strong>, in specie nel (secondo) chiostro con l’Annunciazione e nei dipinti al piano superiore, ove s’accedeva alla biblioteca poi trasformata in cappella. I ticinesi “genovesi”, da parte loro, con proverbiale efficienza contribuirono ad un magnifico progresso edilizio e decorativo, sovente aggregandosi in impresa (secondo specializzazioni o parentele). E sempre garantendo al cliente formule – come oggi si direbbe &#8211; “chiavi in mano” a prezzi vantaggiosi.<br />
Nel Canton Ticino, a Rovio (tra le acque del lago di Lugano e la cima del monte Generoso) nel 1543 nacque lo scultore <strong>Taddeo Carlone</strong>, figlio d’arte, che emigrato a Genova col padre e con uno zio fu capostipite di una celebre discendenza di pittori (Giovanni e Giovan Battista risultarono fra i più prolifici del ‘600 genovese, e s’incontrano opere ad es. anche nell’entroterra).<br />
Sul lago di Lugano, ai piedi della Sighignola s’incontra anche la minuscola località di Bissone, ove nacque Francesco <strong>Borromini</strong> (1599-1667), il celebre architetto che più d’altri – “fuggendo” da Milano &#8211; caratterizzò la Roma barocca, dove conobbe un coetaneo ma già affermato Bernini. Ma bissonesi sono anche quei Gaggini/Gagini che in Liguria diedero ottima prova di sé in pittura e scultura (nel 1496 Matteo Gaggini di Bissone realizzò &#8211; fra l’altro &#8211; il primo ordine della facciata dell’austero <strong>palazzo Della Rovere in Savona</strong>).<br />
Né si può qui tacere una casata di architetti e stuccatori ticinesi, i Cantoni/Cantone di Cabbio, il cui percorso, dal ‘500 al ‘700, pertiene ancora una volta all&#8217;emigrazione, come per il succitato Borromini (o la famiglia d’architetti Adamini). Alcune delle loro creazioni genovesi sono assai note, ad es. <strong>la Strada Nuova elegantemente progettata da Bernardino Cantoni, un’eccellenza (vi sorge anche Palazzo Doria Tursi sede del Comune) nell’àmbito della pianificazione urbanistica cinquecentesca, o Palazzo Ducale, il quale rinasce, dopo l&#8217;incendio del 1777, grazie all&#8217;architetto Simone Cantoni</strong> (allertato dal fratello Gaetano) e altre maestranze afferenti alla famiglia e molto attive in Genova (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Incendio_e_ricostruzione_del_palazzo_Ducale_di_Genova">https://it.wikipedia.org/wiki/Incendio_e_ricostruzione_del_palazzo_Ducale_di_Genova</a> ).<br />
Nel 1787 i fratelli Michel e Johan Speich, di Glarona (Svizzera centro-orientale), avviarono in Cornigliano una fabbrica di tele, import dall’India, stampate ideando l&#8217;albero fiorito che presenzia i più bei <strong>mezzeri</strong> (o mezzari), così amati dal pubblico femminile non solo ligure. Non si dimentichi – vicenda peraltro notissima &#8211; che in quegli anni Venezia, viceversa, con molteplici misure economico-xenofobe decretò dapprima l’espulsione dei <strong>Grigioni</strong> (1766) e poi di tutti gli altri elvetici (1771) dai propri territori…<br />
Quanto alla cultura umanistica, il Gabinetto scientifico-letterario <strong>Viesseux</strong> in palazzo Buondelmonti a Firenze data dal 1820, e <strong>Ulrico Hoepli</strong> – originario della Turgovia &#8211; nel 1870 fondò a Milano presso il Duomo (rilevandola per corrispondenza) una delle editrici tecnico-professionali tuttora più significative d’Italia.<br />
Nel 1883-1885 Franz Josef Bucher, originario del Cantone di Obwalden e futuro “promotore” della funicolare del Righi, avviò l’hotel <strong>Mediterranée di Pegli</strong> e ne fece (come stupirsene?) il più prestigioso albergo “belle époque” della riviera di ponente, dotato di ascensore, illuminazione elettrica e riscaldamento centrale, arenile privato e spazi “benessere”. E’ tuttora in attività.<br />
Fra un secolo e l’altro, infine, <strong>il San Gottardo (1882) e il Sempione (1906)</strong>, arditissimi tunnel alpini, legarono anche territorialmente Svizzera e Italia (nel 1927 venivano registrati a Genova 1864 svizzeri, seconda colonia italiana dopo Milano…), dunque due Paesi che solo il fascismo e poi alcune conflittualità sociali (portuali) del dopoguerra tennero più distanti. Dal Gottardo transitarono subito enormi stock di cereali dal porto di Genova alla Svizzera, e nel capoluogo ligure dal 1882 venne persino edito un quotidiano politico-finanziario intitolato <em>Il Gottardo</em>.<br />
Dal porto di Genova, peraltro, anche nel dopoguerra affluivano in Svizzera grandi quantità di petrolio, e negli anni 1950-60 s’inaugurò quell&#8217;oleodotto “del Rodano” che collegava Genova a Collombey-Muraz, nel Vallese, via Gran San Bernardo. In città, nel frattempo, s’insediò il gruppo lucernese Schindler (ascensoria, elevatori e scale mobili) e si consolidarono le industrie grafiche Lang, che ripresero una produzione tipolitografica avviata nel 1887 dallo zurighese Vittorio Waser.<br />
Il porto di Genova, oggi ormai riorganizzato a fini di maggior competitività organizzativa, tecnologica e tariffaria, è non a caso ridivenuto “sportello” commerciale con la Svizzera, e <strong>i rafforzamenti ferroviari all’orizzonte</strong> potranno consolidare tutti gl’interscambi già oggi nuovamente in essere. Del resto,</p>
<ul>
<li>economia,</li>
<li>turismo (la Liguria balneare è tradizionalmente meta degli svizzeri tanto quanto i liguri amano il paesaggio e la qualità della vita svizzeri),</li>
<li>cultura (le rispettive città d’arte)</li>
<li>e produzioni tipiche (i vini ed altro made in Italy sono in Svizzera apprezzati tanto quanto formaggi, cioccolati ecc. svizzeri in Italia)</li>
</ul>
<p>configurano un mix di bilateralità centrali quanto ad agende politiche: un mix nel quale ogni risorsa può, e deve, esser supporto alle altre, e a quella circolazione di persone, idee e merci che va di pari passo con la ricerca, lo sviluppo ed i trasporti.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong>(1) dai codici del &#8220;De Bello Gallico&#8221; notiamo <strong>Giulio Cesare</strong> alludere continuamente al primo insediamento romano in riva al Lemano, un oppidum poi vicus, come a Genua. E sull’Arve, a pochi minuti da Ginevra esiste una località antica, urbanisticamente ordinata, e vivace, il suo nome è &#8220;Carouge&#8221; (da Quadruvium?), dalle nitide evocazioni mediterranee&#8230; Si veda anche la voce “Ginevra” nell’Enciclopedia Treccani<br />
(2) il corpo delle Guardie Svizzere fu idea di <strong>un pontefice ligure, l’albisolese Papa Giulio II</strong> (Giuliano Della Rovere), per alcuni anni vescovo di Losanna. Nel Medioevo e nel Rinascimento i mercenari elvetici erano reputati i migliori per forza d’animo e lealtà. A fine ‘400, per conquistare Napoli, calarono in Italia con le truppe del giovane Carlo VIII di Valois, nelle cui file militava proprio il generale cardinale Della Rovere, che una volta asceso al soglio non scordò quell’ardimento, e volle un manipolo di svizzeri come guardia del corpo personale (i vibranti colori dell’uniforme si legano infatti anche al suo stemma famigliare)…<br />
(3) malgrado i rapporti di fatto già stretti, solo a fine ‘700, sotto la furia delle avanzate napoleoniche le quali “originarono” le repubbliche ligure (14 giugno 1797) ed elvetica (22 marzo 1798) e le relative costituzioni, si regolarizzarono reali rapporti diplomatico-commerciali. La Svizzera costituì un’apposita direzione centrale delle relazioni estere, che sin lì erano state appannaggio – soprattutto a fini di business &#8211; di organismi o di singoli, se non di corrieri operanti per conto di alcuni Cantoni o talora di uno soltanto&#8230; Così sorsero i primi consolati, definitivamente rappresentativi all’estero dell’ente statuale, e dell’appoggio istituzionale agli scambi commerciali di prioritario interesse.</p>
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		<title>Mirabilia: la ceramica albisolese</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2018 14:23:16 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_17677" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2018/03/DSCN9667.jpg"><img class="size-medium wp-image-17677" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2018/03/DSCN9667-300x225.jpg" alt="orizzonte sul mar ligure" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">orizzonte sul mar ligure</p></div>
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<p>Mirabilia: la ceramica albisolese</p>
<p><strong>Alba Docilia</strong>, fondata verosimilmente attorno al 180 a. C., è la località San Pietro, fra Albisola Superiore e Albisola Capo, inizialmente stazione dì un certo rilievo (con alloggi e ricovero bestiame) lungo il tracciato fra Genova e Vado (Vada Sabatia). Presso la Chiesa, a 500 m dal torrente <strong>Sansobbia</strong>, una villa romana – ampia ed elegante &#8211; del I secolo d. C., poi forse abbandonata, testimonia utilizzi residenzial-termali e produttivi, internamente ad una proprietà che s’estenderebbe per circa 9mila mq, assai indagata dagli archeologi.<br />
Dopo i secoli delle invasioni barbariche (e Deogratias del monachesimo benedettino), si può affermare che tradizionalmente il territorio delle Albisole abbia ospitato con continuità produzione<strong> ceramica</strong>, in primis stoviglie, sin dal Basso Medioevo, grazie ai materiali della spiaggia e delle cave, argilla rossa e terra bianca, confacenti all’arte figulina (<a title="ceramica albisolese" href="https://www.rmoa.unina.it/1058/1/RM-Benente-Albisola.pdf" target="_blank">https://www.rmoa.unina.it/1058/1/RM-Benente-Albisola.pdf</a>). Si diffuse nel XV secolo la produzione dei <strong>laggioni</strong>, le piastrelle in ceramica smaltata (affini all’<strong>azulejo</strong> iberico) impiegate in Liguria per fasciare pareti e pavimenti tanto di chiese come di case private.<br />
Nel XVI e XVII secolo si moltiplicarono le fornaci, e nella soprastante <strong>Ellera</strong> – ruralità d’uve nobili e oggi…di acciughe &#8211; un mulino macinava i colori. In decorazione si privilegiavano specialmente temi quali i paesaggi marini (costa, fioriture, animali) e l’arte del navigare, sempre così connaturata ai liguri, ai quali navigare semper necesse fuit, ma anche simbologie classiche e letterarie (miti) e cristiane (santi, e in seguito pastori di Natale) con ovvie valenze protrettiche. Ogni casata di ceramisti via via s’ideò un “marchio” distintivo per comunicare adeguatamente il proprio brand, che sempre più si posizionava su oggetti di squisita fattura, ambìti dalle nobiltà: per i Grosso poté essere su concessione del Senato di Genova la lanterna (le cui prime notizie risalgono al XII secolo), per i Conrado (Melchiorre, Bernardo…) fu la corona regale, e per altri ora croci, ora asterischi, stelle, chiesine, fortezze, uccelli, soli, pesci&#8230;<br />
Il <strong>Museo diocesano nel centro storico di Albenga</strong> (presso la sede vescovile) custodisce anche recuperi d’esemplari di quest’epoca.<br />
Ma nel XVIII secolo l’azzurro risultò via via in declino, dentro una produzione che andava concentrandosi su semplici boccali, brocche…, oggetti della quotidianità famigliare in uso dentro le case (e ieri come oggi da fiere di paese), tuttora presenti nella raccolta del <strong>Museo “Manlio Trucco”</strong> (1) di Albisola Superiore (<a title="ceramica albisolese" href="https://app.laterradimezzo.cloud/museo-trucco.html#topRow" target="_blank">https://app.laterradimezzo.cloud/museo-trucco.html#topRow</a>). Stava difatti per affermarsi il nuovo colore rosa manganese.<br />
L’area delle Albisole è ricca di palazzi patrizi. Tra le opere figurative in <strong>Villa Gavotti</strong> (forse casa natale del futuro Papa Giulio II) meritano un cenno particolare gli affreschi che Andrea Levantino dipinse nelle strombature delle porte. All’illustre ceramista albisolese (formatosi dai savonesi Chiodo) si deve il disegno delle maioliche dei pavimenti di alcuni ambienti ed il rivestimento, sempre in ceramica, all’interno dei caminetti. Anche <strong>Villa Faraggiana</strong> ha magnifiche maioliche alle pareti e ai pavimenti, ennesimo segno di ciò a cui i Durazzo volevano elevare tale dimora.<br />
Nel XIX secolo la manifattura del dinamico Bartolomeo Seirullo (casata di maiolicai attivi sin dal 1539) introdusse poi il bruno chiaro caramello e la terraglia nera (si consulti ad es. APM, 2, 1998, p. 188). Non poche stoviglie del tempo ormai venivano esportate oltre oceano, e fecero la propria comparsa anche il pentolame (“<strong>pignatte</strong>”) da fuoco, prodotto soltanto dai grandi laboratori e richiestissimo dalla ristorazione, e i piatti bianchi di ceramica, seriali ma molto eleganti. Ne iniziava il collezionismo, tuttora in voga.<br />
Negli anni ’20 del XX secolo la ceramica albisolese “approdò” anche ai migliori transatlantici italiani sia in forma di decorazioni sia di servizi da tavola.<br />
Col <strong>Futurismo</strong> (unica vera avanguardia artistica italiana d’un qualche rilievo) le Albisole videro all’opera artisti come <strong>Tullio Mazzotti</strong> (Tullio d&#8217;Albisola), autore nel 1938 &#8211; con Marinetti – del “Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica” (2), cui seguirono maestri di generi talora assai diversi, Manlio Trucco, Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi, Arturo Martini, Eliseo Salino, Mario Gambetta, Aurelio Caminati, Emilio Scanavino&#8230;, alimentando stagioni fecondissime. E nel 1954 Enrico Baj e <strong>Asger Jorn</strong> (di cui nel 2014 è stata meritoriamente recuperata al turismo culturale la casa-museo sulla collina di Bruciati) avviarono incontri internazionali presso le “Ceramiche Mazzotti”, ovvero lo splendido edificio anni ’30 progettato dal genio bulgaro <strong>Nicolaj Diulgheroff</strong> quasi sulla riva del torrente Sansobbia (l’edificio tuttora è centro espositivo e di ricerca).<br />
Un mito – arricchito da concorsi, convegni con relativi Atti (3) e festival &#8211; andava sempre più consolidandosi.<br />
(1) progettato nel 1928 dall’architetto genovese <strong>Mario Labò</strong>, sull’Aurelia (corso Ferrari), l’edificio fu inizialmente abitazione-atelier di Manlio Trucco (Genova 1884 – Albisola 1974), suo lo stile ceramico definito “Albisola 1925”. Trucco fu sodale a Parigi di Modigliani, Severini, Jacob. Ospitò, nella mitica fornace la “Fenice”, Arturo Martini e Francesco Messina (si consulti ad es. Marino Cassini, “Il mangianuvole”). Il Museo venne inaugurato il 21 maggio 1989 con la mostra “Ceramica in banca”, una collezione di 50 antichità nel patrimonio della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia. Oggi precedono il percorso espositivo 33 foto scattate nei luoghi della ceramica savonese da uno dei più apprezzati fotografi italiani, il sammargheritese <strong>Gianni Berengo Gardin</strong>. Il Museo custodisce ceramica albisolese dal XV al XIX secolo, maioliche ospedaliere decorate in monocromia azzurra del 1700, terrecotte decorate a taches noires e ingobbiate gialle, pentole (stoviglie nere), figurine/macachi da presepe, Madonne (lascito Francesco Torterolo)&#8230; Nell’atrio-reception un impattante pannello in ceramica del 1936 di <strong>Emanuele Luzzati</strong> (Genova, 1921-2007) raffigura “La scoperta dell’America”. Nel giardino, tra le sculture dell&#8217;albisolese <strong>Antonio Siri</strong>, dono della famiglia (ma è sua anche la “luna sul mare” del pannello 19 in <strong>Passeggiata degli artisti</strong>), viceversa campeggia dal 2012 l’imponente “Battaglia” di <strong>Agenore Fabbri</strong>, eseguita nel 1948 ad altorilievo ceramico nella Fabbrica Mazzotti e, in precedenza, già esposta nell&#8217;atrio del cinema “Astor” di Savona. Infine, due sale al piano superiore propongono i <strong>reperti archeologici di epoca romana</strong>, la cosiddetta “raccolta Schiappapietra” (<a title="ceramica albisolese" href="file:///C:/Users/welcome/Downloads/AD_Presentazione.pdf" target="_blank">file:///C:/Users/welcome/Downloads/AD_Presentazione.pdf</a>).<br />
(2) pubblicato il 7 settembre 1938. Il capostipite dei Mazzotti ceramisti, il vasaio varazzino Giuseppe “Bausin” Mazzotti, operava nell’antico borgo di <strong>Pozzo Garitta</strong>, in Albissola Marina, che divenne via via luogo d’incontro per grandi artisti (Bianco d’Albisola e Umberto Ghersi vi s’insediarono nel 1937). Nel luogo, già dalla prima metà del XVII secolo produceva una fabbrica di ceramica (Salamone). Appartengono verosimilmente a questa fornace i resti di “mûë” (porzioni di muro con mattoni sporgenti per l’essicazione della terra) ancora evidenti nel lato a settentrione dell’edificio centrale sulla piazza. E’ tuttavia dei primi del XIX secolo la fornace recuperata e aperta al pubblico durante le esposizioni, e sede del “Circolo degli Artisti”. Presso Pozzo Garitta, luogo quanto mai suggestivo, oggi si possono anche officiare matrimoni. Quanto a Tullio Mazzotti, era il secondogenito di “Bausin”, la sua vita artistica è stata ritratta da numerosi saggisti, si segnalano in particolare <strong>Enrico Crispolti </strong>e<strong> Danilo Presotto</strong> (<a title="ceramica albisolese" href="https://www.treccani.it/enciclopedia/tullio-mazzotti_(Dizionario-Biografico)/" target="_blank">https://www.treccani.it/enciclopedia/tullio-mazzotti_(Dizionario-Biografico)/</a>)<br />
(3) <a title="ceramica albisolese" href="https://www.insegnadelgiglio.it/categoria-prodotto/serie/atti-albisola/" target="_blank">https://www.insegnadelgiglio.it/categoria-prodotto/serie/atti-albisola/</a><br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
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