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	<title>Ligucibario &#187; doc</title>
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		<title>La filosofia della DOP economy</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2026 15:36:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; La DOP economy come modello culturale ed economico ai tempi dell&#8217;antropocene.  Da anni lo scrivo nei libri, lo pubblico online, lo specifico nelle conferenze, e soprattutto lo grido ai miei corsisti: noi viviamo globalmente dentro l’antropocene, dentro qualcosa che sta mettendo a repentaglio il futuro stesso del ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/la-filosofia-della-dop-economy/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/DOP-economy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-30071" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2026/05/DOP-economy-255x300.jpg" alt="DOP economy" width="255" height="300" /></a></p>
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<p><em>La DOP economy come modello culturale ed economico ai tempi dell&#8217;antropocene. </em></p>
<p>Da anni lo scrivo nei libri, lo pubblico online, lo specifico nelle conferenze, e soprattutto lo grido ai miei corsisti: noi viviamo globalmente dentro l’antropocene, dentro qualcosa che sta mettendo a repentaglio il futuro stesso del Pianeta.</p>
<p>E anche in àmbito alimentare, dunque, lo iato non è più fra prodotti che, soggettivamente, più gradiamo o meno, bensì fra prodotti che concorrono alla nostra salute (al nostro buonessere) collettivamente intesa e prodotti che la minacciano…</p>
<p>Personalmente, io vivo e lavoro in Liguria, un “epicentro” della mediterraneità, e non a caso anche i nostri muretti a secco e il nostro modello gastronomico sono via via assurti a Patrimoni Unesco. Il Mediterraneo storicamente determina una sorta di confine anche fra olio e burro, fra vino e birra, fra grano e segale.</p>
<p>L’olio – e beninteso mi riferisco all’extravergine! – non è solo un alimento bensì anche una sorta di farmaco, un nostro amico quotidiano. Nondimeno, avverto di continuo che esso costituisce per i più un conosciutissimo sconosciuto. E proprio dentro questa mancata conoscenza s’insinuano i suoi “concorrenti” (mi si perdoni la parola&#8230;), che occhieggiano dagli scaffali, non di rado a prezzi inverosimili.</p>
<h2>Olio extravergine, filiere corte e qualità tracciabile</h2>
<p>Da un lato si situano dunque i prodotti dalla chiara origine, le cultivar autoctone, le filiere brevi, le qualità tracciabili, le garanzie per il consumatore. Dall’altro prodotti sovente mediocri o scadenti sino al trash food, prodotti derivati da mutagenesi, prodotti contraffatti dalle agromafie, e l’Italian sounding concorre ad inquinare ancor più le acque e a disorientare la domanda…</p>
<p>Per fortuna, nel nostro Paese ogni giorno circa 1 milione di persone attiva un comparto produttivo che aggrega più di 180mila imprese agroalimentari le quali si riconoscono nelle certificazioni europee IGP/IGT e DOC/DOP. Sono realtà di varia dimensione ma che puntano tutte su un protocollo disciplinare, il quale al contempo salvaguarda radicate tradizioni e promuove la sicurezza e l’eccellenza, di fatto perpetuando un modo d’essere e lavorare pressoché artigianale, sebbene al passo con le migliori tecnologie e prassi (non v&#8217;è progresso senza ricerca&amp;sviluppo).<br />
Queste risorse, ove ben capitalizzate, incentivano anche turismi del paesaggio e sapienziali, e &#8211; last not least! &#8211; creano prospettive occupazionali per quei giovani, e potrebbero non esser pochi, che rivedano nella terra e nei giacimenti food qualcosa su cui investire il proprio futuro.</p>
<p>Sta certamente all’acquirente individuare, nel mare magnum delle merci, quelle etichette con logotipi e sigle che identificano le indicazioni geografiche e le denominazioni d’origine. Sta all’acquirente badare con attenzione a ciò che finisce nel carrello e in tavola.</p>
<h2>La DOP Economy come modello culturale ed economico</h2>
<p>A Imperia (città da sempre “olearia”) il 15 maggio alle 10.30 (Auditorium CCIAA Riviere di Liguria) viene non a caso presentato il saggio di Mauro Rosati “La filosofia della DOP economy. Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro” (ed. Treccani), prefato dal noto sociologo Umberto Galimberti. E’ davvero un viaggio, inevitabilmente, attraverso il top del made in Italy, dai salumi ai formaggi, dai pani alle frutta. E “quantificare” il valore di questo impegno lavorativo così tricolore contribuisce anche ad ispirare una nuova filosofia dei consumi, attenta al territorio e a quel che l’Italia deve continuare a rappresentare.</p>
<p>E&#8217; del resto un auspicio che da sempre <a title="ligucibario" href="https://www.ligucibario.com/umberto-curti-luisa-puppo/" target="_blank">Ligucibario®</a> sposa in toto, e una mission &#8211; statene certi, amici Lettori &#8211; cui anche in futuro non si sottrarrà&#8230;</p>
<p>Buona lettura.<br />
<strong>Umberto Curti</strong><br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/olio-allievi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26212" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/olio-allievi-300x277.jpg" alt="smart" width="300" height="277" /></a></p>
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		<title>La Francia ha anch&#8217;essa le DOC e le DOCG?</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jul 2014 14:06:19 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il sistema francese, istituito negli anni &#8217;30, prevede al vertice le AOC (appellation d&#8217;origine controlée), affini alle nostre DOC. Esse possono abbracciare territori molto ampi o viceversa poco estesi, si sale dunque da denominazioni &#8220;vaste&#8221;, ad esempio l&#8217;AOC Bordeaux* , e per così dire regionali, fino a zone e località più minimali, sino a salire ai celebri e pregiati cru, ovvero appezzamenti su cui la vigna gode di particolari condizioni pedoclimatiche. Sono inoltre previsti, in estrema sintesi, inferiormente alle AOC, i livelli vin de pays, affine alle nostre IGT, e vin de table, affine ai nostri vini da tavola.<br />
* Bordeaux prevede inoltre le denominazioni chateau in base all&#8217;originaria normativa dei classement, cui presto dedicheremo un testo a sé.</p>
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		<title>Quand’è che un vino si fregia del titolo di DOC?</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jul 2014 13:43:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La classificazione italiana del &#8217;63 (dall&#8217;alto al basso DOCG, DOC, IGT, vino da tavola) &#8220;rifletteva&#8221; le consolidate esperienze francesi, dove i 4 livelli si chiamano rispettivamente AOC, VDQS, vin du pays e vin de table.</p>
<p>Un vino è DOC quando, sostanzialmente, viene prodotto rispettando un protocollo disciplinare e all&#8217;interno di una specifica zona (DOCG è quello di ulteriore pregio, e diviene tale dopo aver meritato la DOC per almeno 5 anni).<br />
Dal 2009, in seguito alle decisioni dell&#8217;UE dapprima del 2002 (VQPRD) e poi del 2008 (aggregazione in DOP), non si assegnano più nuove DOC, ma beninteso i vini che vantano già questa denominazione sono legittimati a ripeterla.</p>
<p>I vini DOC, in Italia, si attestano attualmente intorno ai 300, i DOCG intorno ai 45. La querelle è sempre aperta, perché alle DOC si imputa da un lato un&#8217;eccessiva rigidità, ad esempio per quanto attiene all&#8217;affinamento di alcune produzioni, dall&#8217;altro un&#8217;eccesiva tolleranza, ad esempio per quanto attiene a vitigni e rendimenti alla base di altre.</p>
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