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	<title>Ligucibario &#187; confeugo</title>
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		<title>Confeugo</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2024 09:17:42 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Era proprio un grosso ceppo d’alloro (troviamo non a caso un rametto della pianta confitto anche nel pandolce natalizio…) quel “confêugo” che a Genova gli Abati del Popolo, rappresentanti le Podesterie di Bisagno, Polcevera e Voltri, sin dall’alba del XIV secolo recavano in dono, la Vigilia di Natale, al Podestà prima, al Capitano in seguito, e infine al Doge, come buon auspicio delle comunità abitanti quello che oggi chiameremmo il fuori porta (e Genova dal 1926 “sconta” un policentrismo non sempre positivo). Usanza antica, tema da antropologi. Il confêugo dopo vari convenevoli era solennemente “trasmesso” all’autorità dinanzi al Paxo, il Palazzo Ducale, dove in origine veniva incendiato e quindi spento con una brocca di zucchero, vino e confetti. La fumata che ne derivava, ben dritta o viceversa storta, prefigurava la soluzione dei vari problemi urgenti in città… La popolazione, poi, si disputava i resti delle braci poiché, si vociferava, possedevano proprietà portafortuna. Ogni anno, si badi, l’antica cerimonia tuttora si ripete * , in varie località liguri, fra cui nel ponente Savona; a Genova il ceppo è adorno di nastri coi colori bianco-rossi, e il Sindaco e il Priore del sodalizio A Compagna hanno ovviamente “rimpiazzato”, uno per parte, Doge e Abate&#8230; Oltre all&#8217;alloro si è aggiunto nel 1974 «o tondo de Natale» (vedi qui sull&#8217;alfabeto del gusto la relativa voce), piatto di ceramica decorata artigianalmente come da tradizione artistica locale.<br />
* benché nei secoli abbia scontato varie interruzioni&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a>)</p>
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<p><strong> </strong></p>
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		<title>Metti una cubaita d’inverno a Natale…</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Dec 2023 12:53:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/12/023.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22066" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/12/023-225x300.jpg" alt="023" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Manca poco al <strong>Natale</strong>, ogni luogo (ogni famiglia) “custodisce” i propri riti e i propri cibi.<br />
E’ così anche in Liguria, in una casa si addobba l’albero in una si allestisce il presepe (talora si “cede” a entrambi, per la gioia dei bambini…), a levante si prepara la <strong>spungata</strong> a ponente la <strong>cubaita</strong> (col pandöçe zeneize ben al centro…), in città si afferma la <strong>galantina</strong> e nelle campagne la <strong>zeraria</strong>, un paese organizza il confeugo un altro una processione.</p>
<p>Di cubaita Ligucibario®, notoriamente, si è già occupato. E’ un dolce antico, croccante, che <strong>a Triora chiamano “turùn”</strong>. La parola è dall’arabo qubbat = mandorla.<br />
Si presenta a mo’ di sottile cialda (poca farina, acqua, albume) con farcia soda di nocciole trite, noci, miele (acacia o millefiori) sciolto a fuoco tenue, zest di limone o arancia grattugiato…; non esiste una ricetta unica ed assoluta, ma propone una certa qual parentela anche e soprattutto con dolci dell’Africa nord-orientale, ad es. della Tunisia, e con <strong>le copate senesi</strong> “uscite” da un convento nel ‘400 (e parenti delle <strong>ostie ripiene pugliesi</strong>).<br />
Ogni etto di frutta secca prevede indicativamente 80 grammi di miele.<br />
Si consideri che già il ghiottone &#8211; e miliardario &#8211; romano <strong>Apicio</strong> o chi per lui (1) descrive un <em>nucatum</em> dolce (nux, nucis = noce), preparato con mandorle, miele e albume, in qualche modo progenitore di quei torroni che sono il vanto di Cremona ed altre città. Ed in Sicilia – ma anche in Calabria &#8211; incontriamo infine la <strong>giuggiolena</strong> (giulgiulan), con mandorle, miele, semi di sesamo.<br />
Come i croxetti, la cubaita può esser incisa tramite pinze a dischetto, ottenendo disegni e stemmi.<br />
Delicata e non stucchevole, ottimamente conservabile, calorica ma proteica (con Omega3, fibre, calcio, ferro), abbina bene ad es. un <strong>DOC Pigato passito, da servire a 8-9°C</strong>.<br />
(1) al famoso <em>De re coquinaria</em> dedicai 13 anni fa un approfondito studio, <em>Tempo mediterraneo. Quel che resta di Apicio in cucina</em>, si veda <a title="i libri di umberto curti" href="https://www.ligucibario.com/i-libri-di-umberto-curti/" target="_blank">a questo link</a><br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 10:31:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti&#8230;<br />
Dedico questo pezzo alla famosa pasticceria &#8220;Klainguti&#8221;, piazza di Soziglia, cuore di Genova, auspicandone la riapertura.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20019" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062-300x225.jpg" alt="DSCN4062" width="300" height="225" /></a>Dicembre, mai come quest&#8217;anno si sente forte il bisogno di <strong>Natale</strong>&#8230;, di quel solstizio che confermerà vittorioso il sole. Nel 2015 Ligucibario® dedicò un pezzo specifico al pandolce, ricevendo in poco tempo oltre 1.200 like… In effetti, <strong>ö pandöçe a Genova</strong> * non è più soltanto un dolce natalizio, bensì un compagno frequente dell’alimentazione locale. Vanta (quello alto) una storia antica, sin dagli anni intorno al Mille, allorché Genova – non ancora regina finanziaria di molte rotte – via via si posiziona come “tappa” verso <strong>le crociate</strong> (gli eccidi dell&#8217;una parte e dell&#8217;altra m&#8217;impediscono la &#8220;c&#8221; maiuscola) per la Terrasanta. Esse non furono semplici contese militari, si legga anzitutto Jacques <strong>Le Goff</strong>, viceversa rappresentarono – in pieno Medioevo – una delle più importanti fasi culturali ed economiche della storia europea. Infatti, con gli armigeri “marciarono”, e per decenni, anche mercanti e artigiani&#8230; Molta è la saggistica sul tema, si veda ad es. <a href="https://www.museodiocesanogenova.it/25-marzo-ore-17-due-libri-su-genova-e-le-crociate/" target="_blank">questo link.</a></p>
<p>Genova poté così via via consolidare il proprio influsso sui territori e le città occupate, e come sempre avviene in questi casi (Graecia capta ferum victorem cepit…) gli occupanti appresero nuovi saperi, anche gastronomici (fra cui <strong>la canditura “araba”</strong>), e s’impossessarono di usi, prodotti e merci&#8230; In effetti, dopo le conquiste militari, anche (e soprattutto?) i mercanti genovesi si affermeranno in primis grazie alla concessione di privative commerciali, di esenzioni fiscali, di quartieri commerciali dove “sperimentare” tutte le novità e le transazioni (approfondimenti a <a href="https://www.archiviodistatogenova.beniculturali.it/index.php?it/212/i-genovesi-e-la-terrasanta" target="_blank">questo link</a>). L’immensa ricchezza che ne derivava, tornata in patria (<strong>piazza Caricamento</strong>) fece di Genova non a caso quella città che Francesco <strong>Petrarca</strong> nel 1358 esaltò come “Superba per uomini e per mura”.</p>
<p>Ho già scritto altrove (Liguria Food <a title="umberto curti storia delle spezie a genova" href="https://www.liguriafood.it/tag/spezie/" target="_blank">a questo link</a>) che Genova e Venezia per secoli si disputarono l’esclusiva di quelle erbe e spezie che rivoluzionarono cucine e consumi. Ma ai fini del nostro ragionare è opportuno tornare proprio alla canditura, che vide eccellere per primi i francesi, non a caso indefessi Crociati. Solo col voltaggino Pietro <strong>Romanengo</strong> essa approdò (1780) presso i confiseurs genovesi, ambientandosi perfettamente in <strong>piazza Soziglia</strong> (il giornalista Stefano Pezzini approfondisce tali vicende a <a href="https://liguriaedintorni.it/seduto-ad-un-tavolino-con-la-storia-da-romanengo/" target="_blank">questo link </a>). Quest’azienda, tuttora in attività, è di fatto – purtroppo &#8211; l’unica a Genova che agevoli la ricerca storica, avendo conservato parte di quei brogliacci e documentazioni commerciali con cui si riescono a ricostruire alcune vicende non solo gastronomiche.</p>
<p>Il “legame” del pandolce (un impasto con <strong>uvetta sultanina e frutta secca</strong>) con l’oriente è tale che, secondo Luigi Augusto Cervetto, storico genovese (1854-1923), esso deriverebbe, evolutivamente, da un antico, voluminoso dolce persiano con miele e canditi (suppongo il <strong>paska</strong> o dintorni), che secondo i riti del luogo un giovanissimo suddito offriva ogni capodanno al re (dalla Persia giunse in Europa anche quella <strong>maggiorana</strong> che a Genova chiamiamo persa). Ed in effetti a Natale, dopo i rituali della vigilia ** e la visita al <strong>presepe</strong>, a Genova può affettare il pandolce solo il pater familias, ma come noto è il più giovane di casa – prima di porgerglielo &#8211; ad ornarne la sommità, conficcandovi un rametto d’ofeuggiö (laurifolium→<strong>alloro</strong>), simbolo di armonia, di senno e di benessere…</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20020" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056-300x225.jpg" alt="DSCN4056" width="300" height="225" /></a>Paolo Monelli</strong>, giornalista gourmand (che fra l’altro <strong>battezzò la “via dell’amore”</strong>), definì l’alloro ligure “così profumato che, assaggiandolo, ci sembrò di trangugiare tutte le glorie letterarie d’Italia”. Tutto il territorio regionale in effetti è cosparso di cespi e alberi, le foglie verde intenso rinviano sentori balsamici; inoltre l’alloro nelle credenze popolari scongiurava i fulmini, ecco perché s’incontra in giardini e parchi. Le lattaie che dall&#8217;immediato entroterra trasportavano il latte alle famiglie genovesi donavano rami d’alloro; e i macellai e i rosticcieri, durante le feste, ornavano la bottega con una grande «ramma». E<strong> fino agli anni Trenta del ‘900</strong> l’alloro rappresentò in Liguria il vero albero di Natale (più “ecologico” dell’abete nordico?), i rami abitavano tutti i vani della casa, ingresso bagno cucina…, e tutto l’arredo (porte, armadi, dipinti, specchi, carrelli…), ma l’alloro fungeva anche da prato del presepe. I rametti “assemblati” ai mandarini, infine, rallegravano ciotole di cristallo poste un po’ ovunque, anche sulla tavola del banchetto. Su quella tavola, poi, non mancavano mai alcuni “portafortuna”: lo scopino d’erica benedetto durante la Messa di mezzanotte, la manciata di sale, il mestolo forato (cassarea), due pani bianchi, uno per i poveri e l’altro per gli animali&#8230; Nel focolare, inoltre, un ceppo d’alloro ardeva fino a capodanno, a figurare l’exit dell’anno vecchio a beneficio dell’avvento del nuovo.</p>
<p>Alla madre intanto spettavano l’assaggio del pandolce e la recita di voti benauguranti.<br />
“Vitt-a lunga con sto’ pan, prego a tütti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalo chi assettae, da mangialo in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tütti i anni che vegnià, comme spero Dio vurrià”.</p>
<p>A questo punto una fetta veniva riposta dentro un tovagliolo per farne dono al primo povero che picchiasse all’uscio (talora erano frati che raccoglievano offerte per il convento e i bisognosi), e un’altra si serbava ben protetta <strong>per S. Biagio, il 3 febbraio</strong>, protettore &#8211; come noto &#8211; del naso e della gola.</p>
<p>Tutto questo per dire che, storicamente, il (meraviglioso) panettone milanese, certo il grande lievitato più famoso d’Italia, è in qualche modo debitore al pandolce genovese, non il contrario, e che forse fu semplicemente la potenza di marketing di aziende quali <strong>Motta e Alemagna</strong> a rendere poi più nota la tradizione meneghina…</p>
<p>Oggi presumo che, ogni 10 pandolci genovesi, 9 siano “bassi” (il basso è una sorta di pastafrolla “ottocentesca” *** , più veloce e semplice, resa possibile dai <strong>baking</strong> del chimico Liebig), e che quasi tutti li acquistino in negozio. Ma nei tempi addietro la preparazione – a base beninteso di pasta madre &#8211; era casalinga, e per la lievitazione, lenta e costante, ovviamente occorreva calore, tanto che le massaie lo portavano a letto avvolto in stoffa, e sotto le coperte faceva compagnia ai “preti” contenenti <strong>lo scaldino</strong>. Dopodiché cuoceva nei <strong>runfò</strong> a legna di casa (i “caloriferi” dell’epoca), o presso i panettieri, beninteso di fiducia.</p>
<p>In linea generale, dunque, in passato gli ingredienti erano solo farina, olio, miele, “zibibbo”, acqua di fiori d’arancio, semi di anice e lievito naturale, oggi vengono aggiunti gli zest d’arancia e cedro canditi, i pinoli, il burro ha sostituito l’olio, e lo zucchero il miele…</p>
<p>Chi voglia cimentarsi con una ricetta, mia (<a title="umberto curti pandolce genovese" href="https://www.youtube.com/watch?v=iQhIPGUiWfc" target="_blank">a questo link</a>) o altrui, approfitti anche della “Cuciniera genovese” di <strong>Giobatta Ratto (1863)</strong>, primo ricettario ligure, precedente anche l’Artusi (1891), che s&#8217;impose maggiormente a livello nazionale. Il dolce è ieri come oggi, quanto a shelf-life, ben conservabile **** , e l’abbinamento enologico privilegia il <strong>Moscato</strong> per le versioni alte (buon appetito a Andrea Doria!), ma un passito a bacca bianca per quelli bassi. So bene che v’è anche chi abbina bollicine brut, rosolii o Marsala, ma francamente a costoro non mi riesce di dir altro, e volentieri, che Prosit.</p>
<p><strong>Note al testo</strong></p>
<p>* tanti qui e là i sinonimi, baciccia, pan dö bambin, focaccia sarzanese, pan del marinaio, e – come noto &#8211; <em>Genoa cake</em> nel mondo…</p>
<p>** il mattino del 24 le donne addobbavano la casa con semplici spaghi cui appendere le bacche di ginepro, l’alloro, i rametti di ulivo, i maccheroncini, le noci e le nocciole. E, nel frattempo, gli Abati del Popolo, rappresentanti le Podesterie di Bisagno, Polcevera e Voltri, donavano al Doge il tradizionale “<strong>confêugö</strong>” (un ceppo d’alloro) quale augurio dalle popolazioni fuori porta</p>
<p>*** ottocentesco è anche il <strong>Selkirk bannock</strong>, puro artigianato scozzese (Selkirk è un burgh della Scozia di SE), gustato di solito col thé del pomeriggio</p>
<p>**** a bordo dei mercantili le uvette e le scorze di arancia lavorate con sciroppo di zucchero rimpiazzavano la frutta fresca, che si sarebbe deteriorata durante le lunghe rotte. Ai tempi, infatti, diete senza frutta e verdura fresca uccidevano gli equipaggi con epidemie di scorbuto, fin quando nel Settecento la scienza scoprì l’antidoto della vitamina C… Non a caso, <strong>i “cadrai”</strong> &#8211; presidiando i moli col loro catering &#8211; accoglievano i ritorni issando a bordo scodelle di profumato minestrone fumante, the greenest of greens!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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