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	<title>Ligucibario &#187; 1547</title>
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		<title>Medioevo e feudalesimo. Genova 2024</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2024 12:50:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>MEDIOEVO E FEUDALESIMO. Secoli bui o laboratorio politico e sociale? Di Umberto Curti Genova dedica il 2024 al Medioevo, con una serie di iniziative vòlte ad approfondire una stagione storica lunga e peculiare. Al Medioevo (ed all&#8217;età feudale) in passato sono state peraltro riservate innumerevoli definizioni ed attribuite infinite etichette, stiamo parlando &#8211; del resto ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/medioevo-e-feudalesimo-genova-2024/">leggi tutto</a></p>
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<p>MEDIOEVO E FEUDALESIMO. Secoli bui o laboratorio politico e sociale? Di Umberto Curti</p>
<p><strong>Genova dedica il 2024 al Medioevo</strong>, con una serie di iniziative vòlte ad approfondire una stagione storica lunga e peculiare.</p>
<p>Al Medioevo (ed all&#8217;età feudale) in passato sono state peraltro riservate innumerevoli definizioni ed attribuite infinite etichette, stiamo parlando &#8211; del resto &#8211; di un arco di storia ampio, “spartiacque”, prodromico a grandi scoperte geografiche e scientifiche, e fra i più complessi a decifrarsi. Rare le fonti affidabili, impossibile la disgiunzione fra gli accadimenti “italiani” e quelli lato sensu europei, perché &#8211; nel caos diacronico dei contesti locali e generali &#8211; tempo e confine sono mere parole, valgono solo come puro suono a fini distintivi.<br />
In qualche modo, tuttavia, superate le invasioni barbariche che avevano distrutto la romanità, l&#8217;Europa fu a tratti più coesa e sovranazionale proprio nel momento in cui si palesarono totali sia la mancanza di comunicazioni e sia la difficoltà di percorsi politici e culturali condivisi.<br />
Primo tratto saliente dell&#8217;alto Medioevo fu la decadenza delle città (civitates, da cui derivava il termine stesso civiltà), che non vennero necessariamente distrutte ma rappresentarono un fattore di relativa indifferenza negli sguardi di quanti &#8211; i vincitori &#8211; non praticavano che l&#8217;arte militare e l&#8217;allevamento nomade dei bestiami. Grandi abitati, a partire dai secoli IV e V, si ridussero dunque a quartieri non di rado fortificati, a recinti difensivi dentro i quali via via resistere ai Goti, ai Longobardi, ai Franchi, a tutti gli stranieri e alle orde di turno. Ne era a capo il vescovo, unico soggetto del passato rimasto ad occuparsi non solo d&#8217;anime, e ne era centro l’edificio adibito a cattedrale. Secoli dopo, non a caso, il vescovo incarnò il miglior alleato &#8220;politico&#8221; di tutte quelle città che presero a ribellarsi alla tirannia centrale dell&#8217;impero.<br />
Si sviluppò pertanto una ruralità talora da fame, il contadino non cooperando più col mercante e non coltivando oltre il necessario al proprio sostentamento. Quando i raccolti degli anni di magra, le scarse piogge o la violenza delle intrusioni gli impedirono di proseguire, egli si rivolse al latifondista, al proprietario delle &#8220;villae&#8221;, che gli garantì &#8211; attraverso il &#8220;colonato&#8221; &#8211; lavoro e pane. E&#8217; una relazione affine a quella che in tempi recenti s&#8217;è battezzata mezzadria, da un lato la pars dominica e padronale, dall&#8217;altro la pars massaricia, la fattoria con gli attrezzi di lavoro condotta dal balivo che a tutto provvede, e tale relazione dà vita ad una società ovviamente parcellizzata, diffidente, che s&#8217;autosostiene, chi ha più terra è &#8211; oggettivamente &#8211; più ricco, perché la terra rappresenta l&#8217;unica moneta di scambio immune dalle svalutazioni e comunemente accettata.<br />
La villa risultò luogo di potere e di vita quotidiana, vi si amministrò la giustizia, vi si celebrarono riti religiosi, vi si progettarono investimenti… Ecco l&#8217;origine di tanti toponimi italiani, Francavilla, Villafranca, Villanova, Villabassa, Villabate, Villa Campanile, Villa Castelli, Villachiara, Villa del Bosco, Villa del Conte, Villa Estense, Villa Frati, Villagrande, Villa Guardia, Villa Lago, Villa Latina, Villa Magna, Villa Piana, Villa Poma, Villa Ricca, Villa Santa, Villaverde. Ecco forse, anche, una delle origini circa tanti municipalismi e &#8211; a detta di alcuni &#8211; circa lo spirito poco patriottico della nazione italiana, a suo modo anarchica e campanilista…<br />
Gradualmente, l&#8217;accumulo di terra nella proprietà di pochi privilegiati produsse la nascita della nobiltà, inizialmente di tipo guerriero, all&#8217;insegna del valore e della lealtà. Duchi e marchesi che presero a nominare &#8211; come sottoposti diretti &#8211; i cosiddetti <strong><em>vassalli</em></strong>, cui assegnavano il godimento temporaneo di un feudo. Col tempo, il privilegio divenne sempre più ereditario e trasmissibile, perché solo i figli dei vassalli conoscevano le arti e gli usi idonei al mestiere e potevano così diventare cavalieri, membri di una milizia elitaria, formidabilmente al vertice della piramide sociale.<br />
Il feudalesimo fu dunque un&#8217;organizzazione istituzionale &#8211; di matrice franca &#8211; che a partire dall&#8217;alto Medioevo si estese in Europa fino alla Sicilia, alla Grecia, alla Palestina. Caratterizzata da un feudo, e da un feudatario che vi esercita la giurisdizione, allude &#8211; cronologicamente &#8211; ad un&#8217;età squassata da grandiosi rivolgimenti, tanto che il feudalesimo appare a taluni studiosi un fatto storico ineludibile, un passaggio politico obbligato in quanto prevedibile, ad altri una fusione originale che compenetrò elementi di provenienza diversissima, cerniera fra mondi che scompaiono e mondi che li sostituiscono, fra aristocrazia via via declinante e avide modernità per loro natura impetuose.<br />
E&#8217; verosimile sia derivato, come istituto, dai patronati latifondistici del Basso Impero agonizzante, allorché armigeri disillusi e sbandati si aggregarono individualmente attorno ad un capo anziano e/o valoroso. Ma al termine del periodo merovingio emersero contrattualità militari più formalizzate, e la distribuzione di un vitalizio in terra a quei cavalieri che s&#8217;impegnassero a ricambiare tale concessione con la fedeltà e con le armi.<br />
Via via, da privilegio di dignità personale il feudo si trasformò in un volàno per l&#8217;espansione franca, che con Carlo Magno raggiunse vittoriosa &#8211; come noto &#8211; terre e popoli lontani. Ecco la nascita del vassallatico (la parola giunge dal celtico), forma politico-gerarchica nella quale il feudo non consiste più solo in terra, ma svolge una precisa funzione amministrativa e militare.<br />
Feudo è vocabolo di derivazione etimologica incerta, dal latino medievale feudum. Origini storico-linguistiche mai del tutto chiarite ci tramandano un bisillabo (fevum, anche feum) che appare nella Francia meridionale e a Lucca in un documento della metà del secolo IX. Beni, forse bestiame…, concessi da qualcuno a qualcun altro in cambiò di fedeltà e servigi militari.<br />
Consta di un dato personale (commendatio) là dove un uomo libero (<strong><em>vassus</em></strong>) si sottomette ad un senior. Di un dato reale (beneficium) là dove implica la concessione gratuita e revocabile di terre per mantenere il vassus (e la sua famiglia). Di un&#8217;immunità da oneri pubblici (mùnera), là dove prevede l&#8217;esenzione da imposte.<br />
La commendatio proviene da consuetudini romane e poi intensamente germaniche, non àltera le facoltà del vassus perché si tratta di un&#8217;obbligazione bilaterale, risolubile per inadempienza delle parti. Il beneficium è una concessione &#8220;precaria&#8221;, durando quanto il rapporto personale fra i due contraenti (ma tendendo a diventare ereditaria perché gli oneri militari del vassus cresceranno, ed esigeranno maggior ricompensa). L&#8217;immunità discende da usi del Basso Impero come privilegio di esenzione dalle imposte. Essa deflagra in età merovingia, sottraendo all&#8217;erario dei sovrani molti redditi (ad esempio ecclesiali) certamente enormi. Il vassus, successivamente, pretese d&#8217;esigere in prima persona ciò che non consentiva &#8211; grazie all&#8217;immunità &#8211; che il fisco esigesse da lui. Con l&#8217;introitus arrogandosi il diritto di entrare nelle diverse proprietà, con l&#8217;exactio di riscuotere quanto aveva calcolato gli spettasse, con la districtio di emanare disposizioni in materia.<br />
E&#8217; il tempo nel quale la Francia carolingia si batté contro gli Arabi, che s&#8217;impadronirono minacciosamente della Spagna. Carlo Martello si vide costretto ad aumentare vertiginosamente il numero dei vassallatici in virtù delle loro prestazioni militari, e di conseguenza largheggiò sia concedendo terre sia espropriando la Chiesa. I privilegi del vassus divennero mere prerogative personali, ormai inscindibili dal titolare, contaminando il diritto pubblico con quello privato.<br />
Il vassus a sua volta si legò per contratto al <strong><em>valvassore</em></strong>, il vassallo del vassallo (quando il valvassore prese il nome di conte, il vassallo si chiamò duca o marchese). Il valvassore, infine, ebbe nel <strong><em>valvassino</em></strong> il proprio sottoposto, al livello più basico della scala di potere.<br />
Il sigillo a tali contratti si confermò la fedeltà, il senso di appartenenza. Come detto, ciò direttamente o indirettamente rafforzò un&#8217;economia tutta agraria e curtense, &#8220;clausa&#8221; (chiusa), immune. Nella realtà dei fatti, malgrado l&#8217;azione di sorveglianza &#8220;centrale&#8221; svolta dai missi dominici, una società composta da microcosmi è fragile, s&#8217;inchina puntualmente alla voce del più forte. Non a caso i vassalli pretesero progressivamente l&#8217;ereditarietà dei benefici, e i sovrani poco a poco cedettero, di modo che &#8211; come già avvenuto sotto i Longobardi &#8211; il feudo si mescolò agli altri patrimoni &#8220;personali&#8221; perdendo la sua funzione pubblica, e la politica si sottomise alle istanze particolaristiche dei signori a cavallo (meno invadente fu la condotta del cosiddetto maggiorascato &#8211; d&#8217;origine spagnola &#8211; in Francia, coi suoi celebri cadetti capaci di tutelare la civiltà occidentale fino al secolo XVIII e talora oltre).<br />
Il vassallatico divenne una sorta di &#8211; autorevole – parlamento “ombra”, in grado, non raramente, di condizionare i governi centrali e di pilotare i destini di nazioni e territori. D&#8217;altronde, dal feudo dovettero però iniziare i versamenti di tributi, mentre via via la sua potenza militare si affievolì a causa degli eserciti professionali e poi delle coscrizioni di leva nazionali obbligatorie, che resero le guerre un fenomeno di massa, praticato con equipaggiamenti ed armi sempre più &#8220;industriali&#8221;.<br />
La rivoluzione francese, in qualche modo filiazione dell&#8217;Illuminismo, spazzò infine via gli ultimi residui di quel feudalesimo che s&#8217;annidò a lungo anche nell&#8217;età dei titoli nobiliari.<br />
Durante il Medioevo la situazione generale vedeva dunque in atto le vicissitudini narrate nelle righe precedenti; parallelamente, in Liguria, e più precisamente a Genova, la scena era dominata da grandi casati nobiliari, originando dal Medioevo e giungendo fino alla Repubblica aristocratica e oligarchica (1528-1797). Si trattava di una nobiltà civica, mercantile e insieme guerriera, che affermò il predominio di Genova su tutto il territorio ligure, e che conquistò il Mediterraneo anche attraverso il commercio (e infine la finanza). Ma a prevalere, all’interno dello stesso ceto dirigente genovese, furono inizialmente quattro grandi casate, <strong>Doria</strong> e <strong>Spinola</strong>, a capo di fazioni “ghibelline” e poi strettamente filospagnole, e <strong>Fieschi</strong> e <strong>Grimaldi</strong>, a capo dei “guelfi” e filofrancesi. Poco tempo dopo, a queste si affiancarono altre famiglie popolari (Adorno, Fregoso, Guarco e Montaldo) che talora fecero terra bruciata in città e nei domini fra il Tre e Quattrocento. Con la riforma costituzionale del 1528 iniziò una nuova fase in cui il patriziato sovrano della Repubblica di Genova si impose pienamente sulla scena del business europeo. In questo ambito emersero nuove famiglie, i <strong>De Ferrari</strong> duchi di Galliera ed i <strong>Pallavicino</strong>. Il sangue blu restò in famiglia attraverso matrimoni incrociati, dettati da motivi politici e di potere che portarono ad un legame indissolubile tra i vari casati. Nel 1547, con l&#8217;assedio al castello di Montoggio (GE), i Doria ebbero definitivamente la meglio sui Fieschi e le loro congiure. Discorso a parte meriterebbero i <strong>Malaspina (</strong>famiglia marchionale<strong>),</strong> che nonostante il predominio di Genova seppero mantenere importanti possedimenti feudali nell’estremo levante ligure (dove passò anche Dante), e in alcune valli interne del Tigullio orientale e del Genovesato. Tale mix “vincente”, fra coraggiosa intraprendenza e splendore nobiliare, è il segreto alla base di quei fasti del passato per cui Genova va famosa, e di quegli edifici aristocratici che stanno richiamando sempre più turisti…</p>
<p>Suggerimenti bibliografici</p>
<p>Bloch, <em>La società feudale</em>, Torino, 1999</p>
<p>Braudel, <em>Mediterraneo</em>, Milano, 2002</p>
<p>C.M. Brunetti, <em>Castelli liguri</em>, Genova, 1967 (2^ ed.)</p>
<p>Cardini e M. Montesano, <em>Storia medievale</em>, Firenze, 2006</p>
<p>Duby, <em>Lo specchio del feudalesimo</em>, Bari, 1998</p>
<p>Ganshof, <em>Cos’è il feudalesimo?</em>, Torino, 2003</p>
<p>Huizinga, <em>L’autunno del medioevo</em>, Roma, 1997</p>
<p>Keen, <em>La cavalleria</em>, Napoli, 1986</p>
<p>Le Goff, <em>L’uomo medievale</em>, Bari, 1999</p>
<p>Lewis, <em>I musulmani alla scoperta dell’Europa</em>, Milano, 1983</p>
<p>Minola e B. Ronco, <em>Castelli e fortezze di Liguria</em>, Genova, 2006</p>
<p>Piccinni, <em>I mille anni del Medioevo</em>, Milano, 1999</p>
<p>Poleggi (a cura di), <em>Città portuali del Mediterraneo: storia e archeologia</em>, Atti del Convegno Internazionale di Genova, Genova, 1989</p>
<p>Stringa, <em>I forti di Genova</em>, Genova, 1985</p>
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		<title>Assedio a castello Fieschi, Montoggio</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2023 10:47:36 +0000</pubDate>
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<p>Il <strong>castello di Montoggio</strong> fu dapprima il segno tangibile del potere dei <strong>Fieschi</strong> e poi, distrutto dai Doria, della loro sconfitta e &#8220;scomparsa&#8221;. Di questa dinastia “guelfa” – come i Grimaldi &#8211; e filo-francese, che diede al soglio pontificio anche due Papi (il dinamico Innocenzo IV dal 1243 al 1254, e Adriano V per soli 38 giorni nel 1276), ho scritto ripetutamente, leggimi ad es. <a title="umberto curti i fieschi" href="https://www.liguriafood.it/2019/07/18/fieschi-potere-territorio-papi-congiure/" target="_blank">a questo link</a> . E ricorre sovente nelle mie lezioni agli allievi del corsi per Guida Ambientale Escursionistica, svolti presso l’ente formativo F.Ire di Genova. Col Comune di Montoggio anni fa ho lavorato ad alcuni progetti di valorizzazione turistico-gastronomica, sempre un po’ sorpreso di come nell’entroterra ligure si fatichi a fare “sistema e marketing”. Eppure, santuari e quadrerie, passeggiate e tradizioni, cibi e botteghe di qualità anche a Montoggio non difettano, ma occorre &#8220;formarsi&#8221; &#8211; come si suol dire &#8211; al nuovo che avanza. In tal senso, molta ruralità ligure è a rischio.</p>
<p>Ma torniamo lassù al castello, che come vedremo sarà, anno domini 1547 (la Lanterna ha assunto da appena 4 anni il suo aspetto definitivo), location perfetta per un thriller storico… Una Bolla papale di Adriano IV (unico pontefice britannico della storia) risalente al 1157 confermava al Vescovo di Tortona alcuni possessi fra cui un “Castrum Montem Obblum”, il che dimostrerebbe come nel XII secolo la struttura fosse già più che esistente, benché altro non si sappia. Dopo alcuni veloci passaggi di mano (i Malaspina e i Doria), essa divenne fliscana verosimilmente tra la fine del ‘200 e la metà del ‘300. Nel 1386 la possiede Antonio Fieschi, il figlio del celebre Niccolò, ovvero una signoria che s’estendeva anche su Torriglia in val Trebbia, Pontremoli (MS), Borgo Val di Taro, Calestano e Vigolone (PR). Si badi che fra Liguria, basso Piemonte e val di Taro sono ben 21 i Comuni da me censiti, rurali e no, a vario titolo caratterizzati – specie lungo transiti commerciali o corsi d’acqua… – da castelli, palazzi, possedimenti riconducibili ai Fieschi (e non a caso, durante gli scontri del 1547, da tali luoghi tentarono di accorrere piccoli drappelli in soccorso degli assediati…). Nel ‘400 fu fortilizio interessato dagli scontri fra Genova e Ducato di Milano tanto che nell&#8217;ottobre 1430, per breve lasso di tempo, fu conquistato da reparti ducali meneghini al comando di Nicolò Piccinino, famoso capitano di ventura perugino, che forse morì avvelenato e fu sepolto nel Duomo di Milano. Verso la fine del ‘400 il castello di Montoggio via via consolidò le proprie caratteristiche, un po’ massiccia piazzaforte un po’ accogliente residenza patrizia. Sicché Sinibaldo Fieschi e la consorte Maria di Bartolomeo Grosso della Rovere, madre di Gianluigi e dei suoi fratelli (nonché nipote del papa &#8220;cellasco&#8221; Sisto IV), lo elessero a vera e propria dimora, lasciando il palazzo &#8211; con annesso giardino &#8211; di via Lata a Genova Carignano, presso la bella chiesa romanico-gotica, oggi sconsacrata ma inconfondibile per la facciata a fasce bicrome&#8230; Eretto a 609 m sulla sommità di un’altura (in loc. <strong>Sorriva Inferiore</strong>) che sovrasta l’abitato e sorveglia <strong>Scrivia</strong> e commerci, secondo un orientamento di crinale est-ovest, il castello presentava verso ovest un ingresso in forma di fortilizio a sé (architettura usuale per i tempi), donde si approcciava la piazza d’armi, perimetro in cui si raccoglievano truppe e artiglierie. Piazza che veniva difesa da alte mura merlate su cui numerose feritoie di varia ampiezza consentivano ai difensori di osservare l’esterno ecc.. Completavano il tutto le stalle e altri spazi di servizio. In fondo alla piazza d’armi, ma oltre un fossato, spiccava la cosiddetta “cittadella”, ovvero la porzione principale del castello, e tendenzialmente la più antica?: disposta su più piani, proponeva una pianta quadra di circa 30 m per lato, e quattro torrioni irrobustivano gli angoli. Al centro, una quinta torre a pianta circolare a due piani, detta “torre de mezo”, che ospitava due comode stanze su ogni piano. L’abitato di Montoggio costituì a lungo per i Fieschi, in sinergia con le terre d’Oltregiogo(1), un bacino di beni e di uomini, dove trovar riparo durante le contese e le precarietà di vario genere che periodicamente caratterizzavano, e condizionavano, gli equilibri feudali del tempo. Non troppo vicino a Genova, in quei saloni però certamente si tenevano &#8211; sovente in segretezza &#8211; conciliaboli politici importanti, per dirimere le questioni urgenti e delicate, al fine &#8211; con gli alleati – quantomeno di influenzare le sorti genovesi e di riflesso lo scacchiere degli eventi internazionali. In questo, i Fieschi non erano soli, contando volta per volta su re, duchi, Papi. Sono peraltro anni difficili: 1527 sacco di Roma, 1529 assedio di Vienna&#8230;<br />
Nel <strong>1547</strong>, infine, nel castello prese forma per così dire l’uscita di scena del casato (già in ambasce economiche e spesso perdente nel confronto coi Doria), uscita di scena che poi rappresentò il tema centrale anche di una nota tragedia in 5 atti di Friedrich <strong>Schiller</strong>, poeta e filosofo tedesco, il quale &#8211; appena ventitreenne &#8211; scrisse nel 1782-1783 <em>Die Verschwoerung des Fiesko zu Genua</em>, fra l’altro ritraendo il leader degli insorti come un campione della libertà(2)&#8230; Ma ricostruiamo quei fatti: dopo la morte quasi assurda (per annegamento nel porto, scivolando da un pontile) del conte <strong>Gianluigi Fieschi il Giovane</strong> (sordo agli ammonimenti e alle preghiere della moglie che intendeva dissuaderlo dall&#8217;impresa), e il consequenziale tracollo della cospirazione volta ad assassinare Giannettino Doria(3) e specialmente il principe-ammiraglio <strong>Andrea Doria </strong>(sodale militare e finanziario di Carlo V), il fratello minore <strong>Gerolamo Fieschi</strong> dové correr via da Genova e coi suoi fidi riparò proprio fra le mura del castello di Montoggio, che pertanto si presume godesse fama di inespugnabilità. Nel frattempo il corpo di Gian Luigi, ripescato dal mare, fu lasciato ben due mesi appeso in darsena a decomporsi e poi rigettato in mare per impedire che venissero celebrati i funerali. L’11 marzo del 1547 il governo della Repubblica genovese &#8211; grazie anche a truppe corse, spagnole, toscane&#8230; &#8211; avviò l’assedio, poiché Gerolamo non intendeva capitolare né tantomeno consegnare il fortilizio in cambio di 50mila scudi. Per via del maltempo e dei percorsi assai disagevoli (i Giovi vennero preferiti alla salita più breve ma impervia di Creto) l’allestimento del campo e delle artiglierie costò a Genova l’intero mese di aprile. Il valente architetto militare milanese <strong>Giovanni Maria Olgiati</strong> (che per Andrea Doria progettò nei primi anni ’30 anche le nuove cinte di mura), su incarico di Genova raggiunse il luogo e ubicò le artiglierie in località Costa Rotta sopra Granara e poi anche in località Olmeto (casa della cornaggina), a circa 1 km di distanza dal castello e alla stessa altezza, di modo che i tiri avessero maggior effetto. Fra le mura Gerolamo Fieschi disponeva di circa 150 tra uomini d’Appennino e mercenari, nonché di numerosi pezzi di artiglieria di vario calibro e d’una cinquantina di balestre da banco(4), quindi però una dotazione impari rispetto al nemico, coi suoi 2500 armigeri ed i suoi 40 e più pezzi di artiglieria. Nei tre mesi del sanguinoso assedio vennero sparati, come noto, più di 12mila colpi, i quali tuttavia non danneggiarono oltremodo la piazzaforte, e Genova subì notevoli perdite e perfino l&#8217;irrisione dei nemici, sicché si prefigurava uno stallo&#8230; L’11 giugno alcuni mercenari, forse una trentina, ormai provati anche dalla penuria di viveri, e demotivati in quanto non remunerati, permisero però ad un drappello di genovesi guidati dal capitano <strong>Sebastiano Lercari</strong> di penetrare all’interno, ciò che ormai impose a Gerolamo di arrendersi senza condizioni. Il 12 luglio, dopo un sommario giudizio, egli fu decapitato insieme ai suoi uomini più fidati presso la romita <strong>cappelletta di San Rocco</strong>, mentre altri fra gli sconfitti furono scannati, impiccati, incarcerati, esiliati…, sia come sia nessuna pietà, vae victis, e fu ovviamente raso al suolo anche il palazzo Fieschi di via Lata a Carignano così come &#8220;mutilata&#8221; l&#8217;attigua chiesa.</p>
<div id="attachment_21955" style="width: 91px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/cappella-di-san-Rocco-1.jpeg"><img class="size-full wp-image-21955" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2023/11/cappella-di-san-Rocco-1.jpeg" alt="cappelletta di san rocco a montoggio" width="81" height="120" /></a><p class="wp-caption-text">san rocco a montoggio</p></div>
<p>Nel settembre il castello, per disposizione del Senato genovese, venne infine minato e fatto brillare, ma le mura si rivelarono talmente spesse che gli artificieri impiegarono altri due anni per rendere definitivamente inservibile il solido manufatto. Da quel momento, non se ne videro che i pochi ruderi del corpo centrale e di un torrione laterale, in un contesto d’abbandono lassù progressivamente dominato dalla vegetazione infestante (quanto ai Fieschi, poterono ancora governare solo su alcune aree secondarie, a macchia di leopardo, ad es. nel 1685 acquisirono il castello-torre di Senarega a Valbrevenna, sebbene su tale data non tutte le fonti concordino). Il torrione verso il bosco, sopravvissuto sebbene non in toto, raggiungeva tramite un corridoio quello di San Rocco, a nord–est, poi totalmente crollato. Le due torri, più esposte, erano specialmente armate, e “8 smerigli a cavalletto, 16 archibugi, 4 sagri di metallo su ruota (i sagri sono grossi pezzi da campagna) e altre artiglierie, con 700 palle di pietra di diverso calibro” le rendevano in effetti ardue a conquistarsi. Valide documentazioni cinquecentesche hanno poi permesso agli archivisti di conoscere la disposizione degli spazi interni (prima che combattere, in un castello si deve infatti vivere). Nella cittadella, dunque, ecco a piano terra i locali dove la servitù disponeva di vaste cantine e di grosse botti e barili, della cisterna dell’acqua, un forno completato da una madia su cui impastare, quattro “tavole da pan”, setacci e pale, infine la cucina, con dispense, credenze e valide attrezzature: secchi in rame, piatti, spiedi con cavalletto, padelle “bone” e “cattive”, ramaioli, mortai e pestelli, griglie per arrostire alla brace, una padella forata per le caldarroste (l&#8217;area è tuttora nota per le castagne), e scodelle in terracotta. Vi immaginiamo dunque scene di quotidianità. Al piano superiore almeno tredici differenti ambienti garantivano in ogni senso la privacy del proprietario e dei suoi famigliari, nonché spazi di rappresentanza quali un salone, intiepidito dal camino, che fungeva anche da sala dei banchetti, in cui ricevere i visitatori e diplomatici graditi. Bei mobili e arredi ingentilivano le permanenze, fra pregiate tovaglie di damasco e corredi col particolare ricamo del <strong>gatto, simbolo araldico dei Fieschi</strong> (“gatto! gatto!” pare fosse anche il loro grido di battaglia)&#8230; Alcune stanze infine vantavano decori con policrome piastrelle spagnole, lo si deduce dai notevoli frammenti di <em>azulejos</em> rinvenuti nella zona nord e adesso custoditi presso il “Museo Archeologico Alta Valle Scrivia” di Palazzo Spinola, ad Isola del Cantone (inaugurato nel 2013), in via Giardino 2. Il castello di Montoggio è raggiungibile con una semplice salita in mezzo alla natura di circa 20 minuti. Buona escursione!<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
<p>(1) con il termine Oltregiogo ci si riferisce ad una regione storica e geografica posta fra Liguria e basso Piemonte. Prevalentemente appenninica, coinvolge 4 province: Genova, Alessandria, e parzialmente anche Piacenza e Pavia. Anticamente faceva parte della Repubblica di Genova, e tuttora rivela profondi legami col capoluogo ligure<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Genova">.</a> La località più importante e popolosa dell’Oltregiogo è Novi Ligure, altri centri importanti sono Ovada, Gavi&#8230;</p>
<p>(2) Schiller non è, per così dire, un unicum. Iacopo Bonfadio, nato a Gorzano sulla riviera di Salò verso il 1500, scrisse fra le altre cose gli <em>Annali della Repubblica di Genova</em>, dove nel IV libro narrò la congiura di Gianluigi Fieschi. <em>La Conjuration du comte Jean-Louis de Fiesque</em> è un&#8217;opera storica scritta attorno all&#8217;età di venti anni dal memorialista francese Jean-François Paul de Gondi, cardinale di Retz (1613-1679), pubblicata anonima una prima volta a Parigi nel 1665, e di nuovo postuma (1682), con alcune variazioni. Carlo Tedaldi-Fores nel 1829 scrive <em>I Fieschi e i Doria. Tragedia istorica</em>, in cui ascrive a Agostino Bigelotti di Barga l&#8217;uccisione di Giannettino Doria, e Bigelotti riuscì a scampare alla ritorsione dei Doria. <em>La congiura dei Fieschi</em> è un film di genere drammatico del 1921, diretto da Ugo Falena, con Goffredo D&#8217;Andrea e Silvia Malinverni… Più ai giorni nostri, disponiamo infine della saggistica di Gabriella Airaldi, Daniele Calcagno, Aldo Boraschi, Arturo Pacini&#8230; La tragedia di Tedaldi-Fores nel 5° atto, al momento scenico della morte di Giannettino, vede Gerolamo Fieschi chiedere al Bigelotti, nominato Barga: &#8220;Che fai tu?&#8221; E Barga risponde: &#8220;Preparo un convito alla morte&#8221;. L’azione si sta svolgendo alla porta di S. Tommaso e Giannettino da fuori, pensando che all’interno vi siano i “filospagnoli”, urla alle guardie alla porta un perentorio comando: &#8220;Aprite! Or son tutti nel sonno sepolti?&#8221; Prontamente si apre il portello e una volta entrato con un suo paggio Giannettino esordisce dicendo: &#8220;Un fragor cupo dalla Darsena intesi … ti avrien spezzate le catene? … O forse fra i miei soldati è rissa e quei del Conte? Nessuno è qui? Per Dio! … Così obbedito di Genova è il Signor?&#8221; In quel mentre il canovaccio prevede un colpo di archibugio che raggiunge alla fronte Giannettino, il quale stramazza a terra, mentre il paggio si volge alla fuga. La breve azione vede ora Cangialancia con la sua alabarda aprire il cuore a Giannettino dicendo: &#8220;Un altro colpo … E un altro, e questo ancor, mostro! … Va, narra alla mia sposa ch’io t’apersi il core, e che l’ho vendicata&#8221;. Gerolamo Fieschi, rivolgendosi infine a Barga gli dice: &#8220;Invidio, o Barga, si egregio fatto alla tua man! … Vedete! Come squarciata è la sua fronte, a terra s’inchina!&#8221;</p>
<p>(3) svegliato e insospettito da clamori e spari provenienti dal porto (si veda qui anche la nota 2), Giannettino (cui Andrea Doria aveva delegato non poco potere, come intuisce già nell&#8217;Ottocento lo storico Carlo Varese) si avventurò per la città senza scorta verso la porta di san Tommaso ma venne riconosciuto e ucciso (forse) da Ottaviano Fieschi e dai rivoltosi, da un colpo di archibugio o di scure. Andrea Doria riuscì viceversa a sellare un cavallo e rifugiarsi rocambolescamente a Masone, ospitato dagli Spinola</p>
<p>(4) la balestra da banco è un unico pezzo di legno (noce o ciliegio&#8230;) chiamato teniere, dove s&#8217;incassano vari componenti in acciaio oltre ovviamente all’arco. Le sole parti mobili fanno parte del meccanismo di sgancio, composto da una noce con cui si aggancia e si tende la corda dell’arco, e dalla leva di sgancio utilizzata per smuovere, al momento debito, il perno all’interno della noce, onde liberare la corda e scoccare il tiro.</p>
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