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	<title>Ligucibario &#187; selkirk</title>
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		<title>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 10:31:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pandolce e solstizio d’inverno, il dies solis invicti&#8230;<br />
Dedico questo pezzo alla famosa pasticceria &#8220;Klainguti&#8221;, piazza di Soziglia, cuore di Genova, auspicandone la riapertura.</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20019" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4062-300x225.jpg" alt="DSCN4062" width="300" height="225" /></a>Dicembre, mai come quest&#8217;anno si sente forte il bisogno di <strong>Natale</strong>&#8230;, di quel solstizio che confermerà vittorioso il sole. Nel 2015 Ligucibario® dedicò un pezzo specifico al pandolce, ricevendo in poco tempo oltre 1.200 like… In effetti, <strong>ö pandöçe a Genova</strong> * non è più soltanto un dolce natalizio, bensì un compagno frequente dell’alimentazione locale. Vanta (quello alto) una storia antica, sin dagli anni intorno al Mille, allorché Genova – non ancora regina finanziaria di molte rotte – via via si posiziona come “tappa” verso <strong>le crociate</strong> (gli eccidi dell&#8217;una parte e dell&#8217;altra m&#8217;impediscono la &#8220;c&#8221; maiuscola) per la Terrasanta. Esse non furono semplici contese militari, si legga anzitutto Jacques <strong>Le Goff</strong>, viceversa rappresentarono – in pieno Medioevo – una delle più importanti fasi culturali ed economiche della storia europea. Infatti, con gli armigeri “marciarono”, e per decenni, anche mercanti e artigiani&#8230; Molta è la saggistica sul tema, si veda ad es. <a href="https://www.museodiocesanogenova.it/25-marzo-ore-17-due-libri-su-genova-e-le-crociate/" target="_blank">questo link.</a></p>
<p>Genova poté così via via consolidare il proprio influsso sui territori e le città occupate, e come sempre avviene in questi casi (Graecia capta ferum victorem cepit…) gli occupanti appresero nuovi saperi, anche gastronomici (fra cui <strong>la canditura “araba”</strong>), e s’impossessarono di usi, prodotti e merci&#8230; In effetti, dopo le conquiste militari, anche (e soprattutto?) i mercanti genovesi si affermeranno in primis grazie alla concessione di privative commerciali, di esenzioni fiscali, di quartieri commerciali dove “sperimentare” tutte le novità e le transazioni (approfondimenti a <a href="https://www.archiviodistatogenova.beniculturali.it/index.php?it/212/i-genovesi-e-la-terrasanta" target="_blank">questo link</a>). L’immensa ricchezza che ne derivava, tornata in patria (<strong>piazza Caricamento</strong>) fece di Genova non a caso quella città che Francesco <strong>Petrarca</strong> nel 1358 esaltò come “Superba per uomini e per mura”.</p>
<p>Ho già scritto altrove (Liguria Food <a title="umberto curti storia delle spezie a genova" href="https://www.liguriafood.it/tag/spezie/" target="_blank">a questo link</a>) che Genova e Venezia per secoli si disputarono l’esclusiva di quelle erbe e spezie che rivoluzionarono cucine e consumi. Ma ai fini del nostro ragionare è opportuno tornare proprio alla canditura, che vide eccellere per primi i francesi, non a caso indefessi Crociati. Solo col voltaggino Pietro <strong>Romanengo</strong> essa approdò (1780) presso i confiseurs genovesi, ambientandosi perfettamente in <strong>piazza Soziglia</strong> (il giornalista Stefano Pezzini approfondisce tali vicende a <a href="https://liguriaedintorni.it/seduto-ad-un-tavolino-con-la-storia-da-romanengo/" target="_blank">questo link </a>). Quest’azienda, tuttora in attività, è di fatto – purtroppo &#8211; l’unica a Genova che agevoli la ricerca storica, avendo conservato parte di quei brogliacci e documentazioni commerciali con cui si riescono a ricostruire alcune vicende non solo gastronomiche.</p>
<p>Il “legame” del pandolce (un impasto con <strong>uvetta sultanina e frutta secca</strong>) con l’oriente è tale che, secondo Luigi Augusto Cervetto, storico genovese (1854-1923), esso deriverebbe, evolutivamente, da un antico, voluminoso dolce persiano con miele e canditi (suppongo il <strong>paska</strong> o dintorni), che secondo i riti del luogo un giovanissimo suddito offriva ogni capodanno al re (dalla Persia giunse in Europa anche quella <strong>maggiorana</strong> che a Genova chiamiamo persa). Ed in effetti a Natale, dopo i rituali della vigilia ** e la visita al <strong>presepe</strong>, a Genova può affettare il pandolce solo il pater familias, ma come noto è il più giovane di casa – prima di porgerglielo &#8211; ad ornarne la sommità, conficcandovi un rametto d’ofeuggiö (laurifolium→<strong>alloro</strong>), simbolo di armonia, di senno e di benessere…</p>
<p><strong><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20020" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/11/DSCN4056-300x225.jpg" alt="DSCN4056" width="300" height="225" /></a>Paolo Monelli</strong>, giornalista gourmand (che fra l’altro <strong>battezzò la “via dell’amore”</strong>), definì l’alloro ligure “così profumato che, assaggiandolo, ci sembrò di trangugiare tutte le glorie letterarie d’Italia”. Tutto il territorio regionale in effetti è cosparso di cespi e alberi, le foglie verde intenso rinviano sentori balsamici; inoltre l’alloro nelle credenze popolari scongiurava i fulmini, ecco perché s’incontra in giardini e parchi. Le lattaie che dall&#8217;immediato entroterra trasportavano il latte alle famiglie genovesi donavano rami d’alloro; e i macellai e i rosticcieri, durante le feste, ornavano la bottega con una grande «ramma». E<strong> fino agli anni Trenta del ‘900</strong> l’alloro rappresentò in Liguria il vero albero di Natale (più “ecologico” dell’abete nordico?), i rami abitavano tutti i vani della casa, ingresso bagno cucina…, e tutto l’arredo (porte, armadi, dipinti, specchi, carrelli…), ma l’alloro fungeva anche da prato del presepe. I rametti “assemblati” ai mandarini, infine, rallegravano ciotole di cristallo poste un po’ ovunque, anche sulla tavola del banchetto. Su quella tavola, poi, non mancavano mai alcuni “portafortuna”: lo scopino d’erica benedetto durante la Messa di mezzanotte, la manciata di sale, il mestolo forato (cassarea), due pani bianchi, uno per i poveri e l’altro per gli animali&#8230; Nel focolare, inoltre, un ceppo d’alloro ardeva fino a capodanno, a figurare l’exit dell’anno vecchio a beneficio dell’avvento del nuovo.</p>
<p>Alla madre intanto spettavano l’assaggio del pandolce e la recita di voti benauguranti.<br />
“Vitt-a lunga con sto’ pan, prego a tütti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalo chi assettae, da mangialo in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tütti i anni che vegnià, comme spero Dio vurrià”.</p>
<p>A questo punto una fetta veniva riposta dentro un tovagliolo per farne dono al primo povero che picchiasse all’uscio (talora erano frati che raccoglievano offerte per il convento e i bisognosi), e un’altra si serbava ben protetta <strong>per S. Biagio, il 3 febbraio</strong>, protettore &#8211; come noto &#8211; del naso e della gola.</p>
<p>Tutto questo per dire che, storicamente, il (meraviglioso) panettone milanese, certo il grande lievitato più famoso d’Italia, è in qualche modo debitore al pandolce genovese, non il contrario, e che forse fu semplicemente la potenza di marketing di aziende quali <strong>Motta e Alemagna</strong> a rendere poi più nota la tradizione meneghina…</p>
<p>Oggi presumo che, ogni 10 pandolci genovesi, 9 siano “bassi” (il basso è una sorta di pastafrolla “ottocentesca” *** , più veloce e semplice, resa possibile dai <strong>baking</strong> del chimico Liebig), e che quasi tutti li acquistino in negozio. Ma nei tempi addietro la preparazione – a base beninteso di pasta madre &#8211; era casalinga, e per la lievitazione, lenta e costante, ovviamente occorreva calore, tanto che le massaie lo portavano a letto avvolto in stoffa, e sotto le coperte faceva compagnia ai “preti” contenenti <strong>lo scaldino</strong>. Dopodiché cuoceva nei <strong>runfò</strong> a legna di casa (i “caloriferi” dell’epoca), o presso i panettieri, beninteso di fiducia.</p>
<p>In linea generale, dunque, in passato gli ingredienti erano solo farina, olio, miele, “zibibbo”, acqua di fiori d’arancio, semi di anice e lievito naturale, oggi vengono aggiunti gli zest d’arancia e cedro canditi, i pinoli, il burro ha sostituito l’olio, e lo zucchero il miele…</p>
<p>Chi voglia cimentarsi con una ricetta, mia (<a title="umberto curti pandolce genovese" href="https://www.youtube.com/watch?v=iQhIPGUiWfc" target="_blank">a questo link</a>) o altrui, approfitti anche della “Cuciniera genovese” di <strong>Giobatta Ratto (1863)</strong>, primo ricettario ligure, precedente anche l’Artusi (1891), che s&#8217;impose maggiormente a livello nazionale. Il dolce è ieri come oggi, quanto a shelf-life, ben conservabile **** , e l’abbinamento enologico privilegia il <strong>Moscato</strong> per le versioni alte (buon appetito a Andrea Doria!), ma un passito a bacca bianca per quelli bassi. So bene che v’è anche chi abbina bollicine brut, rosolii o Marsala, ma francamente a costoro non mi riesce di dir altro, e volentieri, che Prosit.</p>
<p><strong>Note al testo</strong></p>
<p>* tanti qui e là i sinonimi, baciccia, pan dö bambin, focaccia sarzanese, pan del marinaio, e – come noto &#8211; <em>Genoa cake</em> nel mondo…</p>
<p>** il mattino del 24 le donne addobbavano la casa con semplici spaghi cui appendere le bacche di ginepro, l’alloro, i rametti di ulivo, i maccheroncini, le noci e le nocciole. E, nel frattempo, gli Abati del Popolo, rappresentanti le Podesterie di Bisagno, Polcevera e Voltri, donavano al Doge il tradizionale “<strong>confêugö</strong>” (un ceppo d’alloro) quale augurio dalle popolazioni fuori porta</p>
<p>*** ottocentesco è anche il <strong>Selkirk bannock</strong>, puro artigianato scozzese (Selkirk è un burgh della Scozia di SE), gustato di solito col thé del pomeriggio</p>
<p>**** a bordo dei mercantili le uvette e le scorze di arancia lavorate con sciroppo di zucchero rimpiazzavano la frutta fresca, che si sarebbe deteriorata durante le lunghe rotte. Ai tempi, infatti, diete senza frutta e verdura fresca uccidevano gli equipaggi con epidemie di scorbuto, fin quando nel Settecento la scienza scoprì l’antidoto della vitamina C… Non a caso, <strong>i “cadrai”</strong> &#8211; presidiando i moli col loro catering &#8211; accoglievano i ritorni issando a bordo scodelle di profumato minestrone fumante, the greenest of greens!<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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