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		<title>Salti di acciughe e vie del sale</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jan 2024 11:12:27 +0000</pubDate>
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Se il viaggio più celere è a piedi, il rimpianto Gino Veronelli per penetrare l’Italia esortava non a caso a “camminare le osterie”…<br />
Oggi in cerca di acciughe non cammineremo, amico lettore, da <strong>Monterosso</strong> nelle Cinque Terre, né da coste. Ma da <strong>Campo Ligure</strong> (Parco Beigua ai piedi del Passo del Turchino), borgo della filigrana e della revzora, che fu degli Spinola. I genovesi vi salivano da Voltri e Mele (link LF) ben prima che un’autostrada a 3 corsie “scavalcasse” castelli, e romitori, e formaggi. Dove corre anche l’ottocentesco binario unico Genova-Acqui Terme grimpavano le “vie del sale”, mini Francigene mare-entroterra e ritorno. Gli adepti del commercio v’incrociavano come sempre gli adepti della fede.<br />
Nell’Ottocento, fra l’altro, a <strong>Voltri</strong> prosperò anche una produzione cartaria (censimento del 1830…). Questa carta favolosa originava da stracci, import padano. L’area di pertinenza sarebbe tuttora “Fabbriche”, ma per il micro Museo che ne rievoca le storie occorre la tortuosa viabile (crêuza da auto e minibus 101) dell’<strong>Acquasanta</strong>, luogo noto per il santuario (iniziato nel 1683), le benefiche terme solforose, le neviere che rifornivano di utile ghiaccio i genovesi patrizi/ricchi, e le schiette trattorie ben fornite di raiêu a-ö töccö. L’origine del nome Mele è, malgrado tutto, discussa, forse alludendo a Meleo dio della pastorizia, fratello di una ninfa <em>Eia</em>, donde il nome del fiume Leira?, oppure al miele (lo stemma comunale recita infatti “<em>ex melle mihi nomen</em>”). Peraltro l’area fu abitata già remotamente, e una quindicina d’anni fa è stato rinvenuto presso un orto un grosso cippo in pietra, forse a confine di un podere d’età romana. Taluni affermano che l’Acquasanta, punto di “valico”, oggi venerato santuario cristiano, già fosse luogo sacro e di convegno dei popoli celtici dell’Italia settentrionale, le acque sulfuree vantando proprietà miracolose… Ivi, la roccia detta “dell’Issel” in onore dello studioso del primo ‘900 propone una metà ricca d’incisioni: piccole coppelle (non atte a contenere acqua), intagli fusiformi… Lo studioso non può che ipotizzare un antico valore sacrale, legato a culti delle acque.<br />
Certo l’acciuga, come altri pesci (sardine, merluzzi, aringhe) che da tanto si salano, o s’affumicano…, era fra i pochi alimenti idonei a lunghe marce. Acciughe versus tela di canapa. Il sale, “sostanza da dèi” già in Omero e Platone, nelle varie età valse a conservare cibi, a preparare formaggi, medicamenti, tinte… Salsomaggiore, Salisburgo… Quest’oro bianco, diretto dalle îles e da Salon de Provence (Bocche del Rodano) verso l’Europa centrale, in Valle Stura come noto risuona anche nel Bric Saliera, guglia di pietra sovrastante una sella a 800 m dove si stoccava sale (a Colle dei Ferri viceversa il sale valeva chiodi).<br />
Vita ovunque agra… Malgrado tracce prei- e protostoriche, sappiamo che anche <strong>passo del Turchino</strong> e dintorni evolsero solo dal XIII secolo, con l’espandersi della prima badìa cistercense italiana, Santa Maria della Croce ovvero <strong>Tiglieto</strong>, dato che i monaci, non di rado còlti rampolli, ergo botanici e speziali, ben tesaurizzano e/o “convertono” i boschi, anche sostituendo le piante (di fatto il patriziato glieli affidava). Tiglieto così fu come lo <em>scriptorium</em> colombaniano di Bobbio, come la benedettina Novalesa (echi da Umberto Eco?), irradiò sapienza. Attorno alla splendida badìa, restaurata, corre oggi un agevole anello escursionistico di circa un paio d’ore di cammino.<br />
E bosco significa(va) legna, castagne, funghi, tartufi, miele, lumache, cinghiali e varia selvaggina…, ghiande di faggi e querce per i bovini e maiali. Il bosco può in tal senso soccorrer le città, e crebbero (un po’ ovunque in Liguria) i castagni da frutto, alberi del pane, ottimi sodali anche in carestia. Nei pressi, ecco sempre gli aberghi coi tetti di scandole, mezzo diruti al pari di tanti tecci dell’alta <strong>Val Bormida</strong> e canissi dell’<strong>Arroscia </strong>e scau di Garessio. Donne piemontesi arrivavano ad aiutare la raccolta, l’anno seguente la vendemmia causava esodi inversi. Ai castagni, e all’essiccazione dei frutti, Ligucibario® ha dedicato nel tempo molte pagine commosse…<br />
Dalle faggete viceversa si ricavò carbone per vetrerie e ferriere, sempre attigue ai torrenti poiché necessita loro energia idrica (e qui l’acqua, per l’impatto fra massa d’aria continentale e mitezza mediterranea, non mancava). Col legno, alquanto pieno e curvabile a vapore, si produsse mobilio, con le foglie foraggi per le bestie, coi frutti un olio alimentare, o si tostano come caffè surrogato&#8230; Ma anche i tronchi viaggiarono, dall’Olba ai cantieri navali della Repubblica di Genova lese di legno slittarono incidendo “orme” tuttora identificabili sui cammini hiking giù da Faiallo a Gava, nord di <strong>Arenzano</strong> (che fu minuscolo abitato dei Liguri <em>Viturii</em>, tribù povera dedita all’allevamento e al baratto).<br />
O cammineremo dalla <strong>Val Polcevera</strong>… Già la Postumia (via d’arroccamento realizzata verso Libarna e Piacenza dal console S. Postumio Albino nel 148 a.C. traguardando Aquileia) fu sutura tra porto di Genova e basso Piemonte, e non capitalizzò, aggregandola, che la rete di preesistenti percorsi. Così come la Tavola Bronzea del 117 a. C. (dove si cita anche Mignanico = <strong>Mignanego</strong>, presso la Bocchetta) inquadra l’esistenza di una società tribale in qualche modo organizzata. Dal <em>De bello gallico</em> di Cesare si apprende poi che i <em>Viturii Langenses</em> s’opposero strenuamente ai Romani, ma proprio la via Postumia mutò tutti gli equilibri e i destini del territorio, peraltro costantemente vocato ai transiti commerciali. I castagni, o i gelsi, o un tal Maurone (?) sono stati via via confusamente collegati all’origine del toponimo <strong>Campomorone</strong>. La Postumia tornò in auge quando Genova e Milano nel III-IV secolo d. C. si sostennero l’un l’altra circa le compravendite d’olio (da sud Italia e nord Africa) e granaglie. In tal senso, alla vigilia e poi all’inizio della calata barbarica quest’Appennino ospitale non a caso si ripopolò, e le fasce terrazzate ripermisero alcune delle usuali coltivazioni.<br />
Dopo il collasso viario romano e della élite “curtense” longobarda, dal XI secolo ecco l’ascesa politico-economica di Genova, e le notizie sul contado giungono più cospicue e perspicue. Nel “buio” Medioevo (buio?) pellegrini e merci si adattarono a sentieri e mulattiere, la Repubblica di Genova difatti badò solo alla transitabilità militare. Muli, slitte e dorsi di persone a piedi, non di rado donne (come per l’ardesia in Tigullio), furono i soli vettori – di fatto – sino alle ardite infrastrutture che, con binari e tunnel, dal tardo ‘800 unirono Genova alla Padanìa prediligendo la valle, dove prima era prediletto il crinale (che “evita” briganti e esondazioni). Il crinale, tuttavia, può essere a propria volta ventoso, gelido, brullo.<br />
Con l’espandersi genovese nell’Oltregiogo fu la Val Polcevera a incardinare tutt’attorno una “via del sale”, di nuovo una rete sud-nord. Quel sale divenne monopolio capitale, tanto che i contrabbandieri lo celavano, salvo sulla Francigena elargirne ai pii, per una prece di costoro quando giungessero in San Pietro. E il sale, sui moli poi sui muli, da Genova “saliva” in Padanìa in primis (amico lettore apri una cartina) <strong>via Pontedecimo, o per le Capanne di Marcarolo, o per Langasco-Pietralavezzara-Fraconalto-Voltaggio-Gavi</strong>. Oggi a fine percorso mangeremmo amaretti e, più riposati, berremmo Cortese. Sul fianco sinistro del Polcevera saliva viceversa a <strong>Torrazza</strong> sin poi alle valli Scrivia e Borbera, ma in genere valicava anche su altri tracciati, i Giovi a <strong>Busalla-Ronco</strong> (dove oggi si coltivano le rose), la Vittoria e la Crocetta di Orero, “vie dei feudi imperiali” poiché, vinti i Longobardi, il Sacro Romano Impero carolingio aveva affidato possessi ai feudatari leali, onde garantirsi vie al mare.<br />
<strong>Casella</strong> ai tempi della Roma repubblicana beneficiava di due notevoli assi: appunto la strada dei feudi imperiali e la perpendicolare via di fondovalle, su cui i mercanti trasportavano beni dal porto di Genova alla Padanìa. L’attuale toponimo (che ha sostituito il longobardo <em>Raudigabium</em>) significherebbe casa colonica (nella vicina Savignone, il locale Museo archeologico conserva resti in ceramica e funerari dell’età del Bronzo, cui risalgono i primi insediamenti). Il Medioevo fu fliscano, sino al 1547.<br />
Ricerche storiche hanno segnalato tra le vie tuttora più riconoscibili da Porta delle Chiappe (ciappe d’ardesia), detta anche di San Simone, le cosiddette “via della salata” (verso Borbera e Tortona via <strong>Casella-Savignone-Crocefieschi-Vobbia</strong>) e, più in quota, “via dei Malaspina” (verso Varzi via <strong>Bargagli-Torriglia</strong>).<br />
Tre ponti romani testimoniano che Bargagli fu crocevia tra la via del sale che portava in Emilia ed un’altra che portava in Fontanabuona. Il nome deriverebbe dal dominante monte Bragalla, anticamente Bargalla. Tuttora i pastori abbeverano le greggi ad una fonte perenne presso Monte Traso, 850 m, dove certamente venivano cacciati animali di passo. Mentre sull’area di Vobbia, oggi dominata dal castello della Pietra incastonato nella puddinga, i paleobotanici hanno evinto la presenza di conifere, il che attesterebbe trattarsi di area dal clima invernale tendenzialmente troppo ostile all’uomo.<br />
Si noti che il <em>trenino di Casella</em> (1929) nel progetto originario avrebbe dovuto raggiungere Bobbio e Piacenza. Il tesoretto in monete – quasi 3 chili &#8211; recuperato a Niusci, presso la ferrovia del trenino, era forse pedaggio andata/ritorno a un dio montano.<br />
Del business del sale residua anche una secentesca saliera a <strong>Campomorone</strong>, eretta dai D&#8217;Amico in un quadrangolo a corte su due piani (di sopra riposava il personale, gli stapulieri), difesa verso strada da due garitte angolari con teste apotropaiche. I 3 lati porticati potevano funger da stalla. Il luogo (dal 1923 monumento nazionale) era magazzino franco per varie merci daziate. Il torrione tuttavia rivela una preesistenza irregolare, in pietra di fiume. Anche Ca&#8217; de Rossi a San Martino di Paravanico (1200) fungeva da caravanserraglio (una basica locanda-deposito), ossia dove uomini e animali (decine) potevano pernottare dopo ore di cammino dal mare. Magazzini, fondachi e cantine da vino, stalle con mangiatoie e fienili, cucine e alloggi per il personale e i mulattieri in transito.<br />
L’acciuga, pan del mare, che talora nei cesti dei “passeurs” copriva il sale per eludere i gabellieri (sale da sopra a sotto…), come noto lega, saporita, le cucine ligure-provenzale e piemontese. Di qui acciughe all’ammiraglia, ripiene, fritte, bagnùn di <strong>Riva Trigoso</strong> con la galletta, tegame di <strong>Vernazza</strong>, machetto al mortaio (tra garum di Roma e colatura di Cetara) e <strong>un rito della salagione</strong> che certamente trova echi siculi ne “I Malavoglia” del Verga… Di là – porti e grossisti e contrabbandieri permettendo &#8211; acciughe al verde, in rosso, col burro di malga, con peperoni, “indigeribile” bagna caöda (se le nonne ancora ne cucinano in vendemmia), vitel tonné, persino un ecomuseo degli acciugai (gli anciué dal carretto azzurro), beninteso in…montagna, a Celle di Macra, Val Maira, 1.300 m sul livello del mare, sede anche della Confraternita.<br />
O cammineremo allora da <strong>Col di Nava</strong>… Una nota via del sale dalle coste francesi via <strong>Sanremo e Oneglia</strong> saliva poi fin proprio a Dronero (imbocco della Val Maira), cittadina di viuzze e porticati medievali che – si pensi &#8211; fino al 1966 una ferrovia univa a Cuneo. Un’altra via del sale univa <strong>Albingaunum (Albenga) ad Alba</strong>, salendo da Cisano sul Neva a Erli, Cerisola, San Bernardo di Garessio… Questa fu chiamata &#8220;<strong>via Pompea</strong>&#8221; poiché voluta da Gneo Pompeo Strabone, fondatore della stessa Alba Pompeia e padre di quel Pompeo Magno (106-48 a.C.) che avrebbe poi composto con Cesare e Crasso il primo triumvirato (60 a.C.), patto politico personale e privato, e per un po’ di tempo segreto (Pompeo Magno morì poi pugnalato e, come noto, la sua testa spiccata dal corpo venne offerta a Cesare)&#8230; Dunque, la via Pompea fu messa in opera verso l’anno 100 a.C. Svolse una decisiva funzione anzitutto in quanto, come altre vie altrove, favoriva i commerci tra piana e mare: sale e olio in un senso, vino e farina nell’altro; in particolare vi viaggiava molto sale tratto dalle grandi cave presso Marsiglia e Tolone, e dunque la strada d’attraversamento della valle Ellero fu genericamente nota per vari secoli come &#8220;via del sale&#8221;, ciò che tuttora si ritrova in non pochi toponimi.<br />
Anabasi ponentine che ben scriverei a quattro mani con qualcuno dei posti… La Val Maira – “magra” per pastori e contadini &#8211; sdipana una cinquantina di chilometri fra fitti boschi e mille minimali borghi (Moschieres, Elva…) il cui toponimo rievoca Spagna e Provenza, e persecuzioni che trasferirono cultura e lingua occitane in queste combe. La festa degli acciugai vi cade a giugno, e lo splendido pane locale ha nome <em>tirassa</em>, impasto tirato più volte, e scarsa mollica finale. Un tempo era casereccio, rivolto soprattutto ai bimbi, al centro infatti vi cuoceva golosamente una mela. Mi dicono che in un forno di Villar S. Costanzo, a richiesta, venga ancora preparata&#8230;<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Le origini dei Liguri</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 14:04:21 +0000</pubDate>
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Felice affluenza di pubblico, oltre 70 i convenuti, non a caso ieri alla presentazione del mio “<strong>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</strong>”, organizzata da “A compagna” presso l’oratorio San Salvatore in piazza Sarzano, a Genova. Si è trattato in gran parte di persone coi capelli d’argento, pochi in casi come questo i giovani, forse a confermare un relativo disinteresse circa gli appuntamenti culturali e la storia locale. Tuttavia, questo tempo che tutto accelera e digitalizza, vede ormai in Italia più di 2 milioni di “neet” (not in education, employment or training), ovvero persone dai 15-29 anni che non studiano, non lavorano, neppur più si formano, rassegnati ad una sorte passiva e demotivante. Pensare che, ove opportunamente “attualizzati” (svecchiati?) e “orientati”, i nostri patrimoni paesaggistici, archeologici, storici, d’arte, letterari…, sarebbero ancora l’attrattore italiano capace di creare lavoro, opportunità di crescita, reti interprofessionali, animazione e sviluppo territoriale.<br />
Heritage, terroir, genius loci, sono molte le belle parole italiane ma anche straniere con cui &#8220;sintetizzare&#8221; il meglio del nostro Paese.<br />
Terminata la conferenza, molti mi hanno avvicinato per chiedermi ulteriori approfondimenti su temi che, per ovvie esigenze di sintesi, avevo solo toccato di sfuggita. Fra questi, <strong>le “origini” del popolo ligure, la sua provenienza, i primi accadimenti che lo interessarono</strong>&#8230; Rispondo loro col testo che segue.<br />
Tracce relative ai Liguri rinviano sin dall’inizio a passi d’autori molto diversi, d’Esiodo, di Ecateo di Mileto, di Eschilo, i quali li ubicano addirittura fra i primi abitanti dell&#8217;Italia, “la terra dei vitelli”. Come noto, anche in questo caso il poco materiale letterario che residua su costoro, la loro vera più che supposta provenienza, la suddivisione in tribù, gli usi, ed infine l’audace resistenza all’avanzata militare romana, è sparso lungo una decina di secoli, non chiarisce definitivamente un’etnogenesi, e non è – per così dire &#8211; la voce dei liguri.<br />
Le denominazioni dei gruppi non si decifrano né col gallico né con l’indoeuropeo; Genuates, Apuani, Ingauni, Intimilii, Statielli, Bagienni/Vagienni, Taurini, Salassi, Friniates (abitanti l’Emilia). E fuor d&#8217;Italia i Salyes o Salluvii, della bassa valle del Rodano, e gli Elisyces nel Narbonense.<br />
Dall’Arno all’Ebro essi (“pirati montani”) non espressero mai le proprie antiche origini, i propri spostamenti a varie cause dovuti, le espansioni e gli arretramenti, né quelle asperrime montagne, massicce e stabili come loro, luoghi coerenti all’indole?, cui dovettero adeguarsi (ma riconoscendo sacertà alle vette), fra rigori climatici e presenze d’animali feroci che oggi non sospetteremmo&#8230;<br />
Di certo, i Liguri a lungo avevano percorso l&#8217;Europa Occidentale procacciandosi o lasciando territori. Esiodo sulle sponde ovest del Mediterraneo li nomina in “esclusiva”, quasi sinonimici dell’area; Eratostene definisce Ligustica la penisola iberica; Aristotele ed Ecateo li posizionano in Provenza, basso Rodano (il toponimo Livière si legherebbe a Lig onde Liguria, zona paludosa, malsana…).<br />
Polibio, descrivendoli pressati dai Celti a nord e dagli Etruschi ad est, li “limita” già (!) tra i fiumi Arno e Rodano, incluse le meno ospitali aree alpino-appenniniche e quello che oggi chiamiamo Basso Piemonte. Attorno al monte Ebro, tra val Borbera e val Curone, dimoravano i Liguri Euburiati.<br />
Roma riporta quasi sempre notizie di una gente indomita, libera, restia ad assoggettamenti gerarchici, di fatto da piegare con forza spietata, commisurata all’altrui brutalità (si badi che alcune tribù preferirono il suicidio collettivo alla deportazione dai luoghi aviti). Strabone, Plutarco, Floro e Diodoro Siculo infatti non sorvolano sulle difficoltà che le truppe romane, pur già efficientissime, costantemente incontrarono. Altri passi recuperiamo in Virgilio e Tito Livio, e Catone &#8216;Maior&#8217; sospetta che i Liguri stessi nemmeno la sapessero, la propria provenienza…<br />
Che rimane (e rimarrà) per gran parte un affascinante mistero in termini di ricerca storica, tanto più che gli antichi, che furono geografi ed etnologi forzatamente modesti, ci consegnano teorie confuse e contraddittorie: Strabone e Diodoro Siculo presumono i Liguri d’ascendenza greca; Plinio, Pseudo Scillace e Festo Avieno iberica, Plutarco celtica. Dionigi d&#8217;Alicarnasso rievocherebbe i mitici Aborigeni, limitrofi agli Umbri, ma… La questione è tuttora apertissima, e solo la miglior paleoantropologia ha offerto spiragli di luce.<br />
Berthelot, nel ‘900, tesaurizza anche racconti mitologici – sempre da utilizzarsi con cautela &#8211; per ubicare le origini dei Liguri nell&#8217;Europa settentrionale, notando il cigno totemico sulle armature, tipico nell’età precedente il Paleolitico (ritrovamenti presso il castellaro di Monte Santa Croce a San Biagio della Cima…), e gli ornamenti e amuleti d&#8217;ambra. Quel nord sarebbe stato investito dalle prime migrazioni proto-arie, che poi si spostarono a sud.<br />
Decadde via via, viceversa, l&#8217;ipotesi turanica, che lega i Liguri a popoli Ugro-Finni, incardinandosi su parallelismi paleoeuropei tra il basco e alcuni lemmi liguri (e proto-sardi) che scampano alla latinizzazione, parallelismi tuttavia assenti – e ciò non è irrilevante &#8211; nella toponomastica. L’ipotesi fu già respinta dal linguista Hugo Schuchardt.<br />
Tito Livio sottolinea come precedentemente possedessero l&#8217;intera valle del Po, e Giustino li individua anche in quella dell&#8217;Arno. Affiora insomma, dal complesso, una certa fisionomia territoriale, che tuttavia Medioevo e Rinascimento non sapranno né comprovare né “implementare”.<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20220118_171223.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20785" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG_20220118_171223-300x225.jpg" alt="smart" width="300" height="225" /></a>Gli usi e la quotidianità dei Liguri pre-romanizzazione sono autorevolmente descritti da storici quali il già citato Tito Livio. In effetti, dai Balzi Rossi fino all’isola Palmària, dalle coste alle cime dell&#8217;Appennino, “infine” da Lunae ad Albintimilium essi vivevano di caccia, pesca, pastorizia e coltivazioni, impiegavano manufatti di pietra ed osso finemente realizzati, e sono tornate alla luce bellissime asce litiche così resistenti e taglienti da atterrare grandi faggi, frammenti di corda, stoffe di lino. Prevaleva il matriarcato, sebbene i nati venissero riconosciuti dai padri. Le donne si presentavano vigorose e muscolose, dai fisici magri e tonici, resistenti all’impegno al pari degli uomini… Approfondimenti a <a href="https://cedocsv.blogspot.com/2019/01/le-donne-liguri-storia-di-uno.html" target="_blank">questo link</a>.<a href="https://cedocsv.blogspot.com/2019/01/le-donne-liguri-storia-di-uno.html"><br />
</a>La diffusione dei metalli è alquanto tarda, approssimativamente 600 a.C., allorché si producono attrezzi in bronzo; il ferro, infine, rimase quasi soltanto materiale “decorativo”.<br />
Di fatto vigeva una dimensione clanica, e comunitaria, che “separava” le tribù le une dalle altre (esse si aggregavano solo in caso di guerra), tribù in cui il capo officiava anche i momenti spirituali, accorpando potere politico e religioso.<br />
Solo alcune epigrafi romane, da aree alpino-appenniniche, ci svelano qualcosa circa la religione, che onorava – come detto &#8211; le cime, nonché i venti, le piante (il robusto e longevo faggio), ed intensamente le fonti d’acqua (si pensi a Borman→Bormanus nell’attuale Dianese). Sulle antiche pietre si disegnavano corvi e serpenti, e le “sfolgorine” (quelle colpite da fulmine) avevano funzione talismanica. Si venerava, in qualche modo, tutto quel che è vivo o vivificante: sole, luna, stelle del mattino e della sera, terra (madre), fuoco.<br />
I Liguri non si dimostrarono predoni di terre né d’uomini (tesero sempre al rispetto della libertà altrui), e progressivamente divennero stanziali coltivando lino e orzo, melo, nocciolo e castagno (la storiografia romana situa come bevanda più diffusa la birra, mentre la viticoltura s’affermò dopo la conquista, si veda ad es. l’iscrizione sulla Tavola Bronzea recuperata in val Polcevera, di fatto riferita ad un vectical erariale che un gruppo pagherà in vino ad un altro). Costruivano in punti strategici <em>oppida </em>e <em>castella</em> (si rammenti già la differenza greca fra polis e astu), e si riunivano (conciliabula) in spiazzi collettivi a ciò dedicati. Abitavano in <em>vici</em> o <em>viculi</em> sovente attigui a fonti e assi viari importanti, talora ad approdi.<br />
Cicerone nel <em>De lege agraria</em> allude a genti attive, destre e intrepide, così come il Virgilio delle <em>Georgiche</em>, tenendo però presente che costui nell&#8217;<em>Eneide</em> (come Catone stesso) sarà assai meno generoso descrivendo i Liguri astuti, mendaci e perfidi, capaci di cavarsela con strattagemmi abili ed insidiosi&#8230; Raramente, quando lo descrive, il dominatore è incline al dominato…<br />
I documenti letterari (Diodoro Siculo) connotano poi alcuni aspetti fisici e caratteriali, di gruppi &#8220;tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi&#8230; Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un&#8217;esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le vessazioni sostenuti nel lavoro. E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l&#8217;intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l&#8217;incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre&#8230; A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi&#8230; Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali&#8230; Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve&#8230; essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre di pericolo&#8221;.<br />
Il poeta Lucano aggiunge la capigliatura lunga e irsuta, e Tito Livio ribadisce la resistenza alla fatica, e l&#8217;agilità e velocità nella corsa.<br />
Le ostilità romano-liguri – lunghe, aspre, sanguinose &#8211; datano al 238-237 a.C., la conclusione via via conseguì al trionfo romano di Cartagine (146 a.C.), con la “pacificazione” degli Ingauni e la deportazione dei Friniati (Frignano) nel Sannio. Roma prevalse anche perché le tribù liguri non seppero mai realmente federarsi contro l’avversario, disperdendo così le proprie forze d’urto.<br />
L’avvicinarsi minaccioso di Annibale alle Alpi spinse i Liguri, i Galli Boi ed i Galli Insubri ad auspicare e architettare una grande rivalsa su Roma e sulla sua arroganza. Malgrado sviste anche pliniane, questa Padanìa era di fatto ligure, sappiamo che le tribù locali abitavano &#8220;zone soggette ad acqua&#8221;, paludi, golene, su cui erigevano palafitte&#8230; La sconfitta di Cartagine, come detto, rappresentò dunque una svolta drammatica per i Liguri, poiché Roma, svincolata da quel fronte, coagulò truppe, risorse e sforzi contro i nemici italici. E dal 180 a.C., malgrado residuali ribellioni, i Liguri furono assoggettati (diventando la regio IX), ed anzi militarono coraggiosamente per Roma contro il berbero Giugurta, re di Numidia, e contro le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni. Chi rimase sui monti fu ovviamente disarmato e, di fatto, confinato ad esistenze primitive.<br />
Naturalmente, la successiva realizzazione di strade in molti casi toccò e “valorizzò” quelli che erano stati gli insediamenti liguri nei punti più strategici dell&#8217;Appennino. Nel 109 a.C. la via Aemilia Scauri prolungò quel percorso che Aurelio Cotta aveva iniziato due secoli prima. Proseguita da Augusto, essa divenne la via Julia Augusti. Ed Augusto stesso ordinò il ripristino anche del tracciato che collegava Vada Sabatia (portuale) con Aquae Statiellae (Acqui Terme) e Derthona (Tortona), via val Bormida, e del tracciato che dalla costa saliva la val Tanaro, verso Ceba (Ceva), Pollentium (Pollenzo presso Bra) e Alba Pompeia (Alba). Approfondimenti a <a href="https://www.ecodisavona.it/2020/07/05/due-percorsi-una-strada/" target="_blank">questo link</a>.<a href="https://www.ecodisavona.it/2020/07/05/due-percorsi-una-strada/"><br />
</a>Lungo le strade sorgevano stationes, mansiones e mutationes (punti tappa ov’era possibile caso per caso riposare, rifocillarsi, riparare o cambiare animali), talora cauponae e popinae, ovvero semplici locande e trattorie.<br />
Nel frattempo, per decreto senatoriale, veniva eretto il trofeo delle Alpi alla Turbia, oggi pittoresco villaggio presso Monaco, per onorare – proprio sul confine con la Gallia Narbonense &#8211; i trionfi delle legioni di Augusto e dunque la totale, finalmente definitiva pacificazione del suolo italico.<br />
Quel reticolo viario/infrastrutturale fornì impulsi nuovi e decisivi alle sorti socioeconomiche della Liguria, “nutrendo” i traffici delle città costiere ed attenuando le criticità di quell’orografia che tuttora per così dire l’affligge. Dall&#8217;Appennino non a caso scese un esodo di popolazioni verso Genua a sud, oppure, anche sfruttando via via la Postumia, verso i fiorenti centri di pianura quali Libarna (che prima dell’abbandono d’epoca barbarica raggiunse probabilmente i 4-7mila abitanti), Derthona e Vicus Iriae (Voghera), in cerca di occasioni di lavoro e di benessere, quel che oggi diremmo occupazione e qualità della vita.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18796" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG1-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
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