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	<title>Ligucibario &#187; more than honey</title>
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		<title>Come nasce il miele?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 12:52:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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<p>Miele, polline, pappa reale, propoli…, questo è un ampio tema di cui ci siamo già occupati a lungo (ecco uno dei tanti link utili…), e occorre ricordare che una specifica Giornata, il 20 maggio, celebra ogni anno le api. Il miele – alimento naturale, apprezzato ovunque nel mondo già dagli antichi, profumato, gustoso, ricco di nutraceutici &#8211; “nasce” dal nettare dei fiori, bottinato dalle api, insetti come vedremo strabilianti, e viene trasformato tramite un complesso percorso che avviene prevalentemente nell&#8217;alveare. “Liquida luce”, lo chiamava affettuosamente il poeta cileno Pablo Neruda. Chi poi ha veduto il magnifico docufilm “More than honey” di Markus Imhoof (2012) ha compreso quanto gli amicali ronzii delle api siano una sentinella circa le condizioni di salute del nostro pianeta, e quanto la loro sopravvivenza “garantisca” di fatto la nostra. In 10 anni la portata produttiva si è purtroppo dimezzata, a causa dell’inquinamento, della cementificazione, dei cambiamenti climatici, dei parassiti e delle specie aliene quali ad es. anche in Liguria la terribile Vespa velutina, delle colture intensive, degli agrofarmaci e di tutto ciò che deteriora gli habitat e decima le piante spontanee (ma il 75% circa delle specie vegetali coltivate dipende dalle impollinazioni!, si veda il bel libro del piemontese Marco Valsesia “Un mondo senza api” edito da Longanesi)… Api infette possono poi infettare altri sciami. Last not least le siccità e gli inverni miti che stanno ripetendosi mandano in tilt gli alveari disorientando le api, le quali proseguono a lavorare anche quando viceversa dovrebbero riposarsi.</p>
<p>Si consideri che le api possono vivere, indicativamente, dai 30 ai 150 giorni, le api regine fino a 3-4 anni.</p>
<p>Le api, dopo aver colto il nettare, lo immagazzinano in una sacca detta &#8220;borsa melaria&#8221;. Giunte poi nell&#8217;alveare, e comunicate con una danza ad otto le fonti migliori e le relative distanze alle “colleghe”, questo nettare viene “consegnato” ad altre api, le api operaie, le quali grazie ad un processo di scambio detto trofallassi lo elaborano e lo disidratano. Infine, il miele viene accumulato nelle celle dei favi e, una volta maturo, sigillato con un opercolo di cera. Un tempo, gli apiari erano composti d’arnie sovente ottenute dalle cavità dei tronchi, l’ingegno umano si avvaleva e si bastava di quel che c’era.</p>
<p>Ecco i momenti essenziali tramite cui nasce il miele:</p>
<p><strong>1.suzione e raccolta del nettare:</strong></p>
<p>Le api, volando di fiore in fiore, bottinano i nettari succhiandoli con la ligula (un’idonea “proboscide” cava e retrattile, di circa 6 mm), e li immagazzinano nell’ingluvie, la propria borsa melaria, un rigonfiamento dello stomaco. I fiori connoteranno il miele: la Liguria, ad esempio, che in pochi chilometri sviluppa dislivelli altimetrici impressionanti, è ricchissima di biodiversità che poi possiamo apprezzare anzitutto nei “millefiori”, ma al tempo stesso il miele di acacia aiuta gola e mucose gastriche, il castagno (adorato coi formaggi) vanta virtù cicatrizzanti e antinfiammatorie, ecc.…</p>
<p><strong>2.volo di trasporto e trasformazione:</strong></p>
<p>Il nettare (ogni ape può trasportarne circa 2 mg) giunge all&#8217;alveare già pre-modificato da enzimi salivari, e come detto viene affidato ad api operaie, che lo elaborano tramite ulteriori enzimi in grado ora di trasformare i suoi zuccheri complessi in zuccheri semplici (glucosio e fruttosio).</p>
<p><strong>3.disidratazione:</strong></p>
<p>Le api operaie, agitando le ali (fino a 230 volte per secondo), debbono anche produrre correnti d&#8217;aria onde favorire l&#8217;evaporazione dell&#8217;acqua presente nel nettare, il quale così disidratato propone una minor % di umidità.</p>
<p><strong>4.maturazione e opercolatura:</strong></p>
<p>Una volta pervenuto al corretto grado di umidità, il miele viene depositato nelle celle esagonali dei favi e sigillato con un opercolo di cera, uno strato-coperchio che lo ripara e ne consente l’idonea “conservazione”. I favi sono per così dire la casa più interna delle api, esse vi custodiscono le larve, il miele, il polline (altrettanto prezioso).</p>
<p><strong>5.estrazione del miele:</strong></p>
<p>L&#8217;apicoltore, quando i favi sono opercolati, può quindi avviare la raccolta, estraendo il prodotto dai favi – con le opportune precauzioni… &#8211; e filtrandolo da eventuali impurità. Voilà, la natura è servita, 180 sostanze diverse dalle infinite virtù, sorta di prebiotico! Mi piace qui sottolineare anche il fatto che in Italia le donne sono sempre più presenti nel comparto, circa il 30%, ovvero 23mila addette, non poche delle quali sopperiscono proprio con la forza della passione ai guadagni giocoforza non lauti concessi dall’attività (si tratta sovente di un semplice reddito integrativo).</p>
<p>Il miele, oltreché esser gustato da solo (il che sarebbe l’optimum onde davvero preservarne le qualità nutrizionali e gli enzimi), e sostituire lo zucchero grazie all’alto tenore di fruttosio, può entrare in mille ricette dolci, accompagnare formaggi e gelati… Suggerisco sempre, tuttavia, di verificare l’origine sulla confezione, così da premiare le produzioni più “pulite” e vicine, e cercare il miele crudo o grezzo, cioè non pastorizzato (anche se molte indicazioni restano purtroppo facoltative e non imposte dalla legge). Alcuni produttori, inoltre, sono attenti alla sostenibilità, il che giova alle api ma anche, Deogratias, all’intero ecosistema…</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattateci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/dop-riviera-ligure.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26203" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/05/dop-riviera-ligure-193x300.jpg" alt="dop riviera ligure" width="193" height="300" /></a></p>
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		<title>Apicoltura (in Liguria)</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 12:56:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Fatica di un insetto meraviglioso (disciplinato, laborioso, sociale), il miele è un alimento nobile anzitutto perché “indenne” da ogni manipolazione produttiva… Già Roma e poi il Medioevo gli riconobbero grande importanza (come condimento e dolcificante), talora anche in occasione di rituali sacri… E scriveva (dedicando lo scritto ad un senatore) il georgofilo fiorentino Giuseppe Falchini nel 1747 a proposito delle società “matriarcali” che lo creano: “Questi Animaletti meritano tutto l’amore, e tutto l’incomodo, e tutta la necessaria attenzione per ben custodirli; attesochè sono essi dotati di moltissime Virtù, e prerogative: e la Divina Provvidenza, che in tutte le Opere sue maravigliosamente risplende, in questo, più che altrove, dimostra la infinita sua Onnipossanza, nel conferire di grandi Virtudi a Stromenti deboli, e vili. La provvidenza ha donato a questi piccoli e apparentemente insignificanti insetti, grandi virtudi”… Falchini fu anche eccelso disegnatore di arnie e strumenti, al tempo l’estrazione di miele e cera doveva eseguirsi, evitando ogni disagio alle api, fra metà agosto e la prima metà di settembre, con l’avvertenza di tagliare una adeguata porzione dei favi, sempre inferiore ai 2/3 del nido, per non fiaccare la comunità. L’intervento doveva svolgersi vestendo guanti e una buffa (visiera di velo per proteggere il volto) per prevenire le sgradevoli punture. Estratto il favo, il primo miele si ricavava per colatura e poi, per pressione, quello di seconda scelta. Il miele si conservava abitualmente in contenitori di terracotta, sigillati solo dopo la congrua fase di decantazione…<br />
<strong>Ed oggi? Si badi, qualora le api dovessero estinguersi anche l’umanità s’incamminerebbe rapida verso un disastro planetario e avrebbe ben poche chance e stagioni di sopravvivenza * .</strong><br />
I mieli della Liguria sono tradizionalmente dell’entroterra, dove le api caso per caso (la variazione altimetrica varia le biodiversità) bottinano flora di tiglio, castagno, ailanto, acacia, erica, edera, corbezzolo… Colore e sapore di conseguenza variano, ma i mieli – anzitutto il millefiori &#8211; rappresentano in ogni caso una risorsa dalle mille proprietà benefiche. Con i tanti boschi e – per fortuna &#8211; la rarità di agricolture intensive, la Liguria può effettuare sia l’allevamento stanziale sia il nomadismo (che trasferisce gli alveari in base alle fioriture in corso). Inoltre, la verticalità ligure, che in pochi km ascende dalla costa alla montagna, generalmente, come detto, dà vita a fioriture diversificate. La regione – dove s’incontra anche, a Calice al Cornoviglio (SP), un museo dedicato ** &#8211; ospita oggi 2.500 apicoltori per 30mila alveari, con una produzione annua (2020) di circa 500 tonnellate. Ma come si “ricava” il miele? Esso viene asportato dall&#8217;alveare di solito tramite getto d’aria o tramite affumicamento, ovvero si origina del fumo così che le api, per diradarlo, sbattano le ali nella parte bassa dell’alveare, consentendo quindi all&#8217;apicoltore di prelevare i telai mobili, carichi di miele (si tratta tuttavia di tecniche discutibili poiché non “indolori”)… I telai saranno poi disopercolati (rimozione dello strato di cera che sigilla ogni cella) con uno specifico strumento e collocati in una centrifuga estrattrice. Il miele così smielato si filtra e decanta, e infine s’imbarattola, voilà, non occorre altro. E dai favi vuoti si ottiene la cera con cui realizzare i nuovi stampi di celle.<br />
Conosciamo varie geotipologie di Apis mellifera, ben adattate al territorio che abitano, e capaci perfino di segnalarsi l’un l’altra zone migliori e minacce, ma quella importante in Italia è l&#8217;ape “gialla”, Apis mellifica ligustica (Spinola, 1806 *** ). E se l&#8217;introduzione di altre alloctone può indurre una produzione lì per lì maggiore, poi quasi sempre crea criticità di ibridazione.<br />
Sostenibilità e biodiversità oggi si legano, come mi ricorda sempre il mio amico apicoltore Cesare, alla lotta contro i tre grandi nemici dell’ape: i cambiamenti climatici (e l’ape è un marcatore ambientale), l’uso agricolo dei neonicotinoidi, e l’invasione di specie aliene (vespa velutina o calabrone asiatico, vorace predatore che, purtroppo, letteralmente impedisce alle api di uscire dall’alveare…).<br />
Per approfondimenti su questa paladina dell’ecosistema, suggerisco inoltre la visione del magnifico docufilm “More than honey” (2012) di Markus Imhoof.<br />
Infine, il miele in Liguria entra nella spungata di Sarzana, nelle cubaite ponentine, nei baci di Alassio, accompagna la prescinseua e gli yogurt&#8230;</p>
<p>* miele, propoli e pappa reale sono nutraceutici, producono immensi benefici sul nostro sistema immunitario e non solo. Il miele è un prebiotico che giova anche all’epidermide, idratandola naturalmente. Inoltre l’ape è preziosa anche per il nostro benessere psichico. Il bee humming è una sorta di apiterapia, per cui si ascolta – in sicurezza &#8211; il ronzio delle api dentro le arnie nel favo, ronzio che è tenue e costante, diverso da quello che emettono in volo</p>
<p>** Calice al Cornoviglio è, con Savignone (GE), una delle due località liguri aderenti al circuito “Città del miele”. Nel museo, ricavato nei sotterranei (vecchi magazzini) del castello calicese, s&#8217;incontrano alcune arnie primitive, strumenti per la raccolta e la lavorazione del miele, stampe, foto, e pannelli esplicativi che percorrono alcune operazioni di smielatura<br />
*** Massimiliano Spinola, conte, nativo di Pézenas in Occitania<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
<p>(Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche e l’enogastronomia, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese. Contattaci senza impegno su info@ligucibario.com)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Ma noi non eravamo natura?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 10:17:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ma noi non eravamo natura? Il 3 marzo celebra la Giornata mondiale della natura selvatica, “World Wildlife Day” (il 22 marzo celebrerà il &#8220;World Water Day&#8221;). Momento di riflessione importante: negli ultimi decenni infatti, malgrado il detto “wildlife stays wildlife pays” l’umanità ha penalizzato gravemente la propria risorsa naturale, spesso compromettendo quell’equilibrio il quale, una ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/giornata-mondiale-natura-selvatica/">leggi tutto</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/03/DSCN2546.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20843" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2022/03/DSCN2546-225x300.jpg" alt="DSCN2546" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Ma noi non eravamo natura?<br />
Il 3 marzo celebra la <strong>Giornata mondiale della natura selvatica</strong>, “<a href="https://wildlifeday.org/" target="_blank">World Wildlife Day</a>” (il 22 marzo celebrerà il &#8220;World Water Day&#8221;). Momento di riflessione importante: negli ultimi decenni infatti, malgrado il detto “wildlife stays wildlife pays” l’umanità ha penalizzato gravemente la propria risorsa naturale, spesso compromettendo quell’equilibrio il quale, una volta pregiudicato, mina anche la salute umana. L’ultimo caso è, sfortunatamente, ancora sotto i nostri occhi e nelle nostre angosce: la pandemia da Covid-19, prodotta quasi certamente da un nefasto <em>spillover</em>.</p>
<p>Ma parlare del tema terra può suonar quasi grottesco oggi che missili devastano palazzi, ospedali e vite in Ucraina, oggi che il Po al ponte della Becca dove riceve il Ticino già non propone un filo d’acqua, oggi che per l’ennesima volta si commentano le chiusure definitive di negozi nei centri storici italiani (100mila in 9 anni * ), segno di una crisi infinita che nessuno sa o osa affrontare…</p>
<p>La crisi ecologica stessa, non a caso, è al 100% indotta dal modello di crescita (socio)economica nel quale dobbiamo vivere e lavorare, da uno sviluppo consumistico che non è progresso (vedasi <strong>Pier Paolo Pasolini</strong>, vedasi <strong>Zygmunt Bauman</strong>, vedasi<strong> Amitav Gosh</strong>…), e che dunque produce disparità e malcontento, patologie fisiche ed ansietà.</p>
<p>E mai come oggi mutamento climatico e scomparsa di biodiversità esigerebbero, aldilà di summit e alti proclami, fronteggiamenti immediati, concreti (nulla nasce dal nulla e rapidamente: <strong>Grenoble</strong> è stata nominata capitale verde d&#8217;Europa 2022 grazie a un lavoro decisionale cominciato una ventina d&#8217;anni or sono).</p>
<p>Io non mi reputo certo un epigono diretto di Rousseau, né propugno un ritorno all’economia del baratto. Ma leggo con ammirazione <strong>Paolo Cognetti, Annibale Salsa, Franco Arminio</strong>…</p>
<p>Scrive San Bernardo di Chiaravalle “troverai più nei boschi che nei libri, gli alberi e le rocce t’insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”… E da tanto <strong>Ligucibario® milita dalla parte dei cibi puliti, delle cultivar autoctone, delle filiere accorciate, delle sementi antiche</strong>. Si consideri che andiamo esaurendo risorse quasi disponessimo di 1,8 pianeti. Il calcolo dell’impronta ecologica eseguito dal Global Footprint Network (think tank senza fini di lucro fondato nel 2003) in definitiva ci informa sulle concrete condizioni della terra: il Paese più insostenibile sono gli Stati Uniti, tanto che il loro way of life esigerebbe via via 5,1 pianeti. Ma anche quello dell’Italia ne esigerebbe 2,7…</p>
<p>Frutti tropicali in Sicilia, neve soltanto artificiale su molte montagne&#8230; Dall’età cosiddetta pre-industriale (specie l’arco 1850-1900) in poi l’attività umana ha emesso in atmosfera così tanta anidride carbonica (nonché altri gas effetto serra) da velocizzare in modo tragico <strong>la climalterazione</strong>, e la “tropicalizzazione” di alcune aree (a puro titolo d’esempio a causa dello scioglimento dei ghiacci molte spiagge liguri dal 2050 non esisteranno più…). Dal 1850 la temperatura media terrestre è aumentata di circa 1.2°C, e l’anidride carbonica non è stata mai così elevata da almeno 800mila anni. La causa risiede notoriamente nei combustibili fossili, ma tuttora circa l’80% dell’energia mondiale proviene da fonti “sporche”, non rinnovabili, da <strong>economie non circolari</strong>.</p>
<p>Ogni anno circa 266mila persone muoiono prematuramente per lunga esposizione all’inquinamento da ozono. Passeggiavo sabato pomeriggio nel sole <strong>tratti d’Aurelia da Genova-Nervi a Recco</strong>, ovvero paesaggi mozzafiato, e in direzione contraria alla mia era da Sori un unico serpentone di auto in coda e sguardi rassegnati&#8230;</p>
<p>Ma, aldilà dei gas serra, l’attività “antropica” risulta così impattante da aver ormai alterato significativamente il 75% delle terre emerse e il 66% degli ecosistemi marini. Su circa 8 milioni di specie animali e vegetali sin qui note, circa 1 milione rischia l’estinzione. E’ sufficiente leggere <strong>gli allarmi continui di Luca Mercalli, di Mario Tozzi</strong>&#8230; Scompaiono boschi, zone umide, animali selvatici, risalgono i cunei salini, trionfa la cementificazione, resteremo privi di porzioni di stock naturale indispensabili alla vita sul pianeta, anche l’umana. Sono già perdute quantomeno il 30% delle barriere coralline (le zone nel mondo a più alto tasso di biodiversità).</p>
<p>Si badi che <strong>si scrive biodiversità, ma si legge ricchezza</strong>, e ogni perdita di biodiversità veicola perdita di benessere.</p>
<p>Quanto alle risorse idriche ** (da dati ISTAT 2020 la sola Italia spreca in media il 42% dell’acqua immessa in rete, <strong>156 litri al giorno per abitante!</strong>), scrive l’agrotecnico Armando Garibaldi sul recente <em>NaturaSì</em> che “solo se sapremo recuperare, con la coscienza dell’uomo di oggi e le moderne tecnologie, antichi saperi e soprattutto un atteggiamento veramente umile e rispettoso nei confronti dell’acqua, potremo arrivare a comprenderne davvero l’essenza e utilizzarla al meglio per la Vita, compresa la nostra, quella dei nostri campi e dei nostri animali, che da noi dipendono”. Oggi, purtroppo, occorrono 15.400 litri d&#8217;acqua per produrre 1 chilo di carne di manzo.</p>
<p>Ogni nostro gesto e attimo risulta infatti profondamente interrelato all’ambiente, si pensi alla produzione di ossigeno da parte dei boschi e <strong>all’essenziale impollinazione garantita dalle api</strong> (fin quando ne voleranno *** ) nella produzione di cibo. Ma poi, nel mondo, circa un terzo di tutto il cibo prodotto finisce, perfettamente edibile, nella spazzatura. Ogni anno finiscono in mare dalle 4 alle 12 tonnellate di plastica, dove fra l’altro restano impigliate decine di migliaia di balene (<em>World Energy</em>, n. 40, ott. 2018, pp. 17 e 45). 24 milioni di container rimangono del tutto inutilizzati…</p>
<p>La coscienza individuale, <strong>le scelte quotidiane</strong> (come muoversi, far la spesa, lavarsi i capelli&#8230;) e le prese di posizione collettive saranno decisive per assicurare equità e opportunità agli abitanti della terra. Cesseremo di anteporre il profitto e i disvalori alla salute? Le giovani generazioni, in tal senso, come affronteranno i prossimi, imminentissimi, futuri? Stiamo fornendo loro le informazioni, gli strumenti e gli stimoli grazie a cui lottare? O stiamo tentando di ghettizzarle nei rimbambimenti da social?</p>
<p>* cessazioni che via via desertificano le città e, in certo senso, le biodiversità culturali. Savona (il dato peggiore in Liguria) +20,7%&#8230;</p>
<p>*** imperdibile il recentissimo G. Boccaletti, <em>Acqua, una biografia</em>, ed. Mondadori</p>
<p>** suggerisco a chiunque, in proposito, la visione dello straordinario docufilm <em>More than honey</em></p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>More than honey, un titolo da cineteca</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2015 21:09:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>More than honey, un titolo da cineteca Conosco bene il miele come prodotto, frequento personalmente alcuni apicoltori (e so quanta passione “investano” nell’attività), mi sbalordiscono quelle storie dal mondo, una per tutte: le api nere del Nepal, che mi raccontano quanta fatica spendano e quanti  rischi corrano alcuni uomini pur di non rinunciare all’oro ambrato ...<a class="post-readmore" href="https://www.ligucibario.com/more-than-honey-un-titolo-da-cineteca/">leggi tutto</a></p>
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<p>More than honey, un titolo da cineteca</p>
<p>Conosco bene il miele come prodotto, frequento personalmente alcuni apicoltori (e so quanta passione “investano” nell’attività), mi sbalordiscono quelle storie dal mondo, una per tutte: le api nere del Nepal, che mi raccontano quanta fatica spendano e quanti  rischi corrano alcuni uomini pur di non rinunciare all’oro ambrato che cola dai favi…<br />
Eppure, qualche sera fa, assistendo presso il cineclub Nickelodeon di Genova alla proiezione di “More than honey, un mondo in pericolo”, mi sono reso conto di quanto poco ci siano familiari l’organizzazione dell’alveare e soprattutto la vita dei meravigliosi insetti che lo popolano.<br />
Sentenziò (si dice) Albert Einstein: qualora le api dovessero scomparire, all’uomo non resterebbero più che 4 anni di vita. Cari lettori, vi partecipo una pessima notizia: le api stanno scomparendo, “travolte” – guarda caso – dall’azione dell’uomo. Se le specie addomesticate non verranno presto rinforzate da quelle selvatiche, prepariamoci agli scenari peggiori.<br />
Il film, un gioiello di riprese mozzafiato del regista svizzero Markus Imhoof, girate un po’ in tutto il mondo (da cineantologia il volo dei fuchi intorno alla regina), guida lo spettatore dentro la dissennatezza dell’uomo, che per asservire le api ai diktat quantitativi e all’industria le sottopone a stress esiziali. Quanta malinconia nello scoprire le covate acide, che obbligano a distruggere tutto, gli acari killer, che spadroneggiano intorno alle api, le carcasse di migliaia di esemplari, che non sopravvivono a trasporti – di fatto – deliranti e crudeli…<br />
“More than honey” è una pellicola da diffondere presso le scuole, un viaggio (dalle Alpi alla Cina, dalla California ad una disabitata isoletta australiana) per comprendere che non siamo i proprietari del pianeta bensì i componenti di una grande famiglia, quella umana, che se riprenderà possesso della ragione, a scàpito del business fine a se stesso, potrà garantirsi un cibo più dignitoso e un avvenire più felice. Saprà farlo? Da enogastronomo (che ogni giorno “scopre” scandali e truffe agroalimentari), ho qualche dubbio in proposito.</p>
<p>Appuntamento sempre al Nickelodeon (via della Consolazione), martedì 24 alle ore 21.15, con “God save the green”.<br />
<strong>Umberto Curti</strong></p>
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