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	<title>Ligucibario &#187; inno nazionale</title>
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		<title>Il marketing della storia</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jul 2023 10:06:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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<p>Se sulla tastiera del PC si digita “marketing della storia” Google pare quasi…spiazzato, e recupera soltanto contenuti relativi a “storia del marketing”…</p>
<h2>Cosa è il marketing della storia?</h2>
<p>Ho digitato quelle 3 parole perché ho letto in questi giorni un libro inatteso, ironico e duro, <em>Denominazione d’origine inventata</em>, redatto da <strong>Alberto Grandi (docente di storia delle imprese all’ateneo di Parma)</strong> e pubblicato da Mondadori. Un libro che ha suscitato pareri discordi (come al solito tra sensatezze e deliri), e di cui comunque suggerisco la lettura, specie ai giovani e a chi si occupi di enogastronomia non in senso propagandistico.</p>
<p>Mi ha fra l’altro rinviato agli anni – ahimé sempre più lontani &#8211; dell’università, quando per un esame m’imbattei in un saggio di <strong>Eric Hobsbawm e Terence Ranger</strong>, <em>L’invenzione della tradizione</em> (ed. Einaudi, 1987). Anch’esso, per così dire, inatteso, dato che le «tradizioni inventate» vi venivano descritte come prassi sociali volte a trasfondere negli individui alcune “norme”, modelli e condotte che si reiterano specificamente per suggerire una continuità – nobilitante &#8211; col passato. Convenzioni destinate a posizionare riti formali, solenni, a metà strada fra memoria e leggenda. Ogni società infatti ha stratificato contenuti e valori apparentemente arcaici, originari, fondativi: al fine di rafforzare identità, orientamenti religiosi, di connotare significativamente gruppi o movimenti, talora di fronteggiare quelle sensazioni di smarrimento che può provare al cospetto di mutamenti e passaggi epocali, o di altre società. In definitiva, viene da dire, al fine di <strong>celebrare il marketing della propria storia</strong>.</p>
<h2>Marketing della storia. Le &#8220;tradizioni inventate&#8221;</h2>
<p>Questi “manuali d’officina” socioculturali, questi kit di attrezzi via via hanno di solito prodotto il consolidamento delle nazioni/stati odierne, le quali mitologizzano la propria storia più recente tramite link col passato, rievocazioni e rappresentazioni “ufficializzate”, e simboli e lessici ad hoc, si pensi alle <strong>chanson de geste</strong>, alla bandiera, all’inno nazionale&#8230; In un certo senso, dunque, tali comunità &#8211; tramite il marketing della storia &#8211; validano qualcosa (lo corredano di backstory) con qualcos’altro di “inventato”. E diacronie fragili come fili attraggono consenso, indottrinano chi ha bisogno o desidera riconoscersi in contesti collettivi e simbolici.</p>
<p>A puro titolo d’esempio (ma ve ne sarebbero decine), l’antichissimo kilt scozzese è in realtà intuizione di un imprenditore, oltretutto inglese e non scozzese, Thomas Rawlinson, di fine ‘700… Ma Mel Gibson, in <em>Braveheart</em>, non avrebbe forse torreggiato parimenti nella tenuta da guerra che gli highlanders nel Medioevo indossavano davvero: una lunga, umile e rozza tunica gialla tinta con urina di cavallo, che d’epos aveva poco. E l’altrettanto celebre Sean Connery, più di recente, al kilt giunse perfino a sovrapporre il frac.</p>
<h2>Marketing della storia. Il &#8220;caso&#8221; Denominazione di Origine Inventata</h2>
<p>Quanto al cibo, scorrendo il saggio di Grandi, ha purtroppo scontato un destino in gran parte analogo, anche qui tanto&#8230;marketing della storia. <strong>Limoncello, torta caprese, pasta alla carbonara…</strong>, queste ottime ricette raccontano tutte un passato molto recente, ma talora beneficiano di uno<em> storytelling</em> che in apparenza le daterebbe ben più indietro nel tempo (limoncello “presumibilmente” noto già a Pompei, torta caprese d’epoca borbonica o sorta di sacher campana, carbonara “dei carbonai” già prefigurata dai ricettari di Vincenzo Corrado nel 1773 e Ippolito Cavalcanti nel 1837…).</p>
<p>Alberto Grandi, in particolare, percorre senza indulgenze, e appoggiandosi a saggistica e fonti di qualità, il lardo di Colonnata, il pomodoro di Pachino, il formaggio Parmigiano-reggiano, i vini Marsala e Dolcetto, il prosciutto crudo, il panettone milanese, l’aceto balsamico di Modena, il cioccolato di Modica, la focaccia di Recco… Sovente svelando &#8211; da abile storico di buon senso &#8211; qualunquismi e “tradizioni inventate”, che però da alcuni decenni hanno permesso di erigere impalcati di storicità (là dove non ve n’era alcuno) e, in parte, di infittire quell’intrico di denominazioni/sigle &#8211; ormai una decina &#8211; che talvolta <strong>disorientano</strong> il consumatore, il gourmet, il turista. Tanto che oggi, alla fin fine, pare non esistere più un solo Comune/borgo che non vanti ruralità, cultivar e tipicità culinarie secolari, o millenarie.</p>
<p>Marketing della storia. Un’ossessione &#8211; sebbene &#8220;legittima&#8221; &#8211; dei nostri tempi?</p>
<p><a href="https://www.luisapuppoeumbertocurti.com/" target="_blank"><strong>Umberto Curti</strong></a></p>
<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-20548" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2021/07/umberto-curti-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a></p>
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