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	<title>Ligucibario &#187; gianfranco contini</title>
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		<title>Eugenio Montale e la Gina</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Oct 2024 08:42:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/10/Locandina-Curti-Montale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-23519" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/10/Locandina-Curti-Montale-212x300.jpg" alt="Locandina Curti-Montale" width="212" height="300" /></a></p>
<p><strong>Eugenio Montale e la Gina. Una lunga fedeltà</strong></p>
<p>Prossimamente terrò una conferenza per la Biblioteca Civica Saffi, presso l’auditorium municipale di Genova-Molassana, su “Eugenio Montale a tavola”. Mi è parso dunque interessante percorrere “ricerche” sul poeta un po’ meno consuete, ivi compresa anche quella che conduce a Gina Tiossi, ovvero la più importante fra le varie donne di servizio (infatti tale definizione suona riduttiva) che sin dall&#8217;infanzia lo accudirono…</p>
<p>Gina Tiossi (Cavriglia AR, 1922 – Firenze, 2014) è stata a lungo la governante di Montale e Drusilla Tanzi, dalla metà degli anni &#8217;40 fino alla scomparsa del poeta nel settembre 1981.</p>
<p>Apparteneva a quel mondo d’Appennini, contadino e disagiato, a quelle giovani ragazze che a causa della guerra e della crisi economica abbandonavano le terre natie per trovare lavoro nelle case delle grandi città. Cavriglia, paese natale di Gina, 9mila abitanti circa, il 4 luglio 1944 fu anche interessato da una strage di ben 191 abitanti, passati alle armi dalla famigerata unità nazista (Fallschirm-Panzer Division 1) “Hermann Goering” nelle frazioni di Meleto, Castelnuovo, Massa e San Martino.</p>
<p>Gina si propose (informata della richiesta dal medico di famiglia) e fu assunta, 22enne, per badare all&#8217;appartamento all&#8217;ultimo piano di viale Duca di Genova 38/a (oggi viale Amendola) a Firenze, dove Montale dal 1939 viveva con la Tanzi (“la Mosca”), ex signora Marangoni, madre di un figlio già grande. Quando nel 1948 divenne redattore presso il “Corriere della Sera”, Gina Tiossi aderì all&#8217;invito della coppia di raggiungerli a Milano, nella casa in via Bigli 11, via centrale e signorile.</p>
<p>La Tanzi soffriva d’una grave spondilite (infiammazione della colonna vertebrale), e sappiamo come per decenni Montale fosse stato più un fratello e un medico che un partner&#8230; Alla sua morte, il 20 ottobre 1963 per i tragici postumi di una caduta dalle scale, morte che letteralmente sconvolse Montale, Gina volle restare a servizio, come da desiderio espresso dalla Tanzi in punto di morte, la quale si fece promettere da Gina che mai avrebbe lasciato il poeta.</p>
<p>Montale, non a caso, così descriveva i fatti all’amica Margherita Dalmati (pseudonimo della poetessa Maria Niki Zoroyannidis): “Margherita cara, spostare i mobili, prendere un cane, vedere amici, ahimè, mi servirebbe poco. Si tratta di 36 anni vissuti insieme nella buona e nella cattiva sorte, venti dei quali occupati da una lotta eroica per vincere il male che covava, la cecità che progrediva, gli anni che crescevano, l’amministratore che la derubava e tutto il resto che non ti dico. 36, dei quali almeno venti di orrore; ed ora la fedele Gina che vive con noi da vent’anni, stesa al suolo in lacrime, incapace di prender cibo, con le fotografie della morta stese sul letto, sul suolo, dappertutto… Mi capisci?”.</p>
<p><a href="https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/margherita-dalmati-la-voce-grecadi-montale">https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/margherita-dalmati-la-voce-grecadi-montale</a></p>
<p>Nel 1967 Montale, vedovo e 71enne, liberò molto “abbacchiato” quell&#8217;appartamento, in quanto, categoricamente, «la figlia del padrone di casa doveva sposarsi», e dové traslocare con Gina in uno più ampio, sempre in via Bigli, ma al civico 15, terzo piano.</p>
<p>Come ripetono in tanti, Gina – “viva per la vita di un altro”… &#8211; in realtà fu sempre molto più che una domestica, fu anche confidente e musa: «potrebbe benissimo esser definita assistente, se non amica, del poeta e della sua compagna, e poi moglie, Drusilla Tanzi» scrisse il critico Cesare Segre, «di questa, la Gina era l&#8217;occhio vigile, capace di sopperire agli inconvenienti della sua vista difettosa». Drusilla Tanzi era infatti “la Mosca” proprio per lo spessore delle lenti degli occhiali.</p>
<p>Gina gestiva e proteggeva il tempo quotidiano di Montale, con simpatica fermezza. Che per la Pasquetta del 1969 le dedica, sul frontespizio della prima biografia dedicatagli dal giornalista Giulio Crescimbeni, queste allusive parole: &#8220;Alla cara carissima / Gina Tiossi / il povero scrittore degli Ossi/ che dipinge col caffè&#8221; (Montale sulle tele spalmava con le dita colori naturali quali ciprie, erbe, fondi di caffè).</p>
<p>Col tempo, grazie all’irreprensibilità ed empatia, Gina seppe rimanere accanto a Montale con sempre più totale discrezione… Toscana verace, “esperta” d’olii e di Chianti, non pochi la ricordano anche col poeta, al famoso bar “Alemagna” (che aveva aperto i battenti in via Manzoni 31 nel 1933), per degustare alle 18.00 in punto i marrons glacés.</p>
<p><a href="https://www.leoneverde.it/wp-content/uploads/2021/01/672-Dove-la-terra-finisce.pdf">https://www.leoneverde.it/wp-content/uploads/2021/01/672-Dove-la-terra-finisce.pdf</a></p>
<p>Tanto che &#8220;La Gina&#8221;, come veniva chiamata con tenerezza da Montale, “scortò” il poeta nel 1967 al Quirinale per la nomina a senatore a vita, nel 1974 anche a Basilea per il dottorato honoris causa e, insieme al critico tarantino Domenico Porzio (che era anche medico e dalla vicenda trasse un bel libro), soprattutto a Stoccolma, nel dicembre 1975, a ritirare il Nobel per la letteratura. Peraltro, come noto, Montale non amava i “disagi” delle ufficialità e delle mondanità. Occorreranno assegni, valuta svedese, uno smoking?, si preoccupava… Porzio si occupò di molte incombenze, fece 3 prenotazioni aeree a proprio nome, e presumibilmente Montale dové esibire il passaporto solo dinanzi ai funzionari di dogana.</p>
<p>In una foto datata 7 dicembre 1975, su un volo delle linee aeree scandinave da Milano a Stoccolma, si vede dunque di profilo un anziano Montale portare alla bocca una sigaretta. Alla sua destra, nell’ombra aumentata dal chiarore abbacinante che penetra l’oblò, si indovina il volto di una donna dall’ampia pettinatura scura, doveva essersi concessa da poco la permanente. Gina aveva allora 53 anni.</p>
<p>A Stoccolma, con la consueta energia, preparò caffè liofilizzati, tenne a bada i curiosi e gli scocciatori, scaglionò le richieste d’autografi e i giornalisti (non esistevano i selfie, ma…). Talvolta rimase sbalordita dalle domande puerili che costoro rivolgevano a Montale (a che ora si sveglia, a che ora fa colazione…).</p>
<p>Ripercorriamo brevemente (di fatto grazie al puntuale resoconto di Giulio Nascimbeni) quei particolarissimi eventi, quella goodnews per un’Italia da poco reduce dalla strage del Circeo e dall’atroce delitto Pasolini, intellettuale – e firma anch’egli del “Corriere” &#8211; con cui Montale aveva peraltro polemizzato nella celebre “Lettera a Malvolio”.</p>
<p>A casa Montale il 22 ottobre era suonato il telefono, e come sempre aveva risposto Gina. Il poeta stava fumando (vizio da cui non sapeva liberarsi) con due amici del “Corriere”, Gaspare Barbiellini Amidei e – appunto &#8211; Giulio Nascimbeni. Quasi ottantenne, dubitava che dopo Quasimodo potessero premiare un altro poeta italiano… Ma «Chiamano dall’Ambasciata di Svezia»…, e Montale si era appoggiato al braccio della Gina e si era diretto al telefono, nella piccola anticamera che precedeva la cucina, tra un vecchio frigo e la porta del bagno di servizio. Il resto di questa semplice scena telefonica possiamo intuirlo…</p>
<p>Alla fine, la Gina lo baciò sui capelli, poi gli domandò: «Andiamo a tavola?». Erano pronti un riso (molto cotto) all’olio e due polpette con l’insalata, forse poi una pera.</p>
<p>Montale indugiò un poco: «Fumo un’altra sigaretta con questi miei amici. L’ambasciatore mi ha raccontato che scrive poesie anche lui… Dovrei dire cose solenni, immagino. Mi viene un dubbio: nella vita trionfano gli imbecilli. Lo sono anch’io?». Il telefono squillò ancora, e alla porta c’era già un inviato della televisione svedese, ma Montale dopo pranzo era uso coricarsi a riposare. Il giorno prima, peraltro (era di mercoledì), uno dei suoi traduttori in svedese, l’illustre professor Giacomo Oreglia, lo aveva allertato che l’assegnazione era ormai sicura al 90%. Montale aveva trascorso la notte con la solita insonnia, che a prescindere dal Nobel lo torturava da sessant’anni.</p>
<p>La “competizione” era stata molto agguerrita: Simone De Beauvoir, Saul Bellow, Graham Greene, Leopold Sédar Senghor e niente di meno che Jorge Luis Borges. Circa la scrittrice parigina, si chiese: “Dicono sia una donna terribile. Come fa Sartre a starle insieme da tanto tempo?».</p>
<p>Da Roma era giunta una giornalista svedese, Martha Larsson, per una veloce biografia del poeta, ormai 79enne. «Ho scritto la mia prima poesia a 5 anni. La ricordo perfettamente: <em>Il vaso era il posto noto – né pieno né vuoto</em>». A poco a poco la curiosità del solitario lo rendeva intervistatore. Alla Larsson che gli domandava se avesse lettori in Svezia rispose: «Sì, mi mandano delle cartoline con slitte trainate da cani. Ma come risolvete i problemi del riscaldamento con tutto quel freddo? In quanti siete? È vero che da voi non c’è modo di sfuggire alle tasse?». La giornalista confermava. «Allora il vostro governo non piacerebbe agli italiani», commentò Montale. La Larsson insisté: «Cosa ne pensa della situazione italiana?». La risposta fu: «Finirà bene. Non ho mai visto un Paese che muore perché un bilancio è in passivo. Mio padre, ai primi del secolo, diceva sempre: “È una catastrofe, non si può andare avanti”. Sono passati più di 70 anni. I discorsi sono sempre uguali. Solo al tempo del fascismo non si faceva perché non si poteva parlare. Adesso siamo forse arrivati all’eccesso opposto: Dal mutismo alla logorrea». Poi la conversazione approdò all’aborto, e Montale ragionò: «Adesso c’é il pericolo che tutte le donne si sentano obbligate ad abortire. Ma è vero che in Svezia non ci sono poveri?».</p>
<p>Poi da Mondadori, editrice che pubblicava i suoi libri, richiesero a Montale una dichiarazione ufficiale. I «tic» del volto si accompagnavano alla bocca che sbuffava: «Come si fa a dire cose non banali?&#8230; L’altissimo riconoscimento che mi viene dall’Accademia svedese é per me motivo di soddisfazione…” Ma così rettificò: «Non sono mai stato in Svezia e non conosco personalmente i miei traduttori in lingua svedese. Questo fatto aumenta in me la profonda gratitudine per il riconoscimento che mi viene da un Paese che ha alte tradizioni di cultura e di profonda fede democratica. Mi ripropongo di andare in Svezia e ringraziare personalmente i miei nuovi amici».</p>
<p>Il Nobel coincideva con i 50 anni di <em>Ossi di seppia</em>. Raccolta che in origine, nel 1925, costava sei lire, Piero Gobetti (Torino) ne stampò mille copie. Parenti e amici furono indotti a prenotarlo, e doveva intitolarsi “Rottami”.</p>
<p>“Se andrò a Stoccolma dovrò tirare fuori lo smoking. È da quando ho smesso di fare il critico musicale che non lo indosso più». A chi gli chiedeva se avesse poetato di recente, rispondeva: «No, sono appena rientrato da una lunga vacanza a Forte dei Marmi. Adesso posso concedermi lunghe vacanze. Andavo alla spiaggia tutte le mattine. Ma non ho scritto poesie». Ma in qualche cassetto forse si celava qualcuno di quei foglietti su cui aveva sempre abbozzato le sue poesie: quei foglietti che un’antica domestica, Maria Bordigoni (1), trovava nelle sue tasche e buttava via. Maria la quale non sapeva leggere. Le interessava ricuperare i fiammiferi o i bottoni staccati.</p>
<p>Montale come sempre sfuggì alle domande troppo solenni, erigendo muri di scetticismo: «Globale è un aggettivo che detesto. Messaggi? I messaggi è meglio non mandarli. Per me la poesia è un invito alla speranza. Ho sempre provato un po’ di vergogna a sentirmi chiamare poeta. Nei registri degli alberghi, mi sono sempre qualificato come giornalista». Gli chiesero: «E se Mosca fosse ancora viva?». «Sarebbe contenta, ma poi aggiungerebbe che hanno un po’ esagerato». La Mosca per cui aveva scritto: «Avevamo studiato per l’aldilà – un fischio, un segno di riconoscimento. – Mi provo a modularlo nella speranza – che tutti siamo già morti senza saperlo». Quel fischio esisteva davvero.</p>
<p>La Gina aprì la radio in cucina (la tv era vietata!), stavano dando la notizia. Mettendo in onda un’intervista di qualche anno prima, ai tempi (1971) della raccolta <em>Satura</em>. La radio era in cucina. Per chi crede nella poesia e in Montale, questo momento non sbiadirà mai. Fuori c’era la città, rumorosa e indifferente, forse già poco incline alla decenza quotidiana…</p>
<p>Pur nel gelo di dicembre, Stoccolma (col Palazzo reale, la darsena…) gli piacque molto. Visse tre giorni nelle camere 338 e 339 del Grand Hotel, unite fra loro da un salotto, guardando il panorama dalle vetrate e fumando quasi ininterrottamente (Muratti, in genere alternate a confetti di liquirizia). Il giorno della premiazione l’anziano italianista &#8211; e poeta &#8211; Anders Oesterling, che tanto s’era speso per Montale, pronunciò il discorso gratulatorio: “ La poesia di Montale non viene incontro al lettore a braccia aperte… Il suo stile lirico ha assorbito un carattere durevole che sembra attinto dal severo profilo del paesaggio della costa ligure, con un mare procelloso che si abbatte contro i bastioni di rocce scoscese.” Oesterling accennò alla “negatività” spesso imputata al poeta… Rievocò l’epoca che aveva accompagnato la parabola umana e poetica di Montale, una prima guerra mondiale, il fascismo, poi un’altra guerra mondiale, un dopoguerra di ampi e destablizzanti rivolgimenti. “C’è una negatività , disse, che scaturisce non dal disprezzo dell’uomo ma dal sentimento indistruttibile del valore della vita e della dignità dell’uomo.”</p>
<p>Al momento tanto atteso, non fu la Gina – elegantissima – ad accompagnare Montale verso re Carlo Gustavo, bensì fu costui (mentre risuonavano arie di Respighi) ad alzarsi per consegnargli il diploma e la medaglia d’oro…</p>
<p>Montale meritò il Nobel «per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni». In tale occasione si adattò a pronunciare il discorso, battuto a macchina, &#8220;È ancora possibile la poesia?&#8221;, nel quale manifestò ottimismo circa questa possibilità, ritenendo che la poesia autentica affiori da un&#8217;interiorità profonda, dall’essenza intima dell&#8217;anima umana.</p>
<p>A sera si tenne il banchetto, con milleottantasei commensali. Il menu comprendeva mousse di rombo, gallinella delle nevi arrosto con salsa tartufata , patatine e insalata, gelato con biscotti, vino Chateau Lacaussade 1970 (un Bordeaux), champagne, cognac, liquore al mandarino e caffè. Montale sorrise dentro sé , pensando ai “coccodrilli”, ossia gli articoli di giornale che si predispongono in archivio nell’eventualità della morte improvvisa di un personaggio famoso: “Il mio coccodrillo adesso, caro Taulero Zulberti (l’anziano collega che lo aveva redatto (2)), lo dovrai aggiornare”…</p>
<p>Nel settembre 1981, alla morte di Montale, ormai molto debilitato (due giorni prima recitò un Pater Noster in latino e ricevette – più volente che nolente? &#8211; l’estrema unzione…), e da lei accudito giorno e notte &#8211; fino all&#8217;ultimo &#8211; anche presso la casa di cura &#8220;San Pio X&#8221;, in via Nava a Milano, Gina si ritirò a vita privata a Firenze (in un appartamento di via Quintino Sella) senza mai rilasciare interviste né mai intervenendo a commemorazioni anche significative. Le esequie del poeta si svolsero in Duomo alla presenza di Pertini.</p>
<p>«Che cosa posso dire di lui? Che è buono, che è grande, che è dolce, che io lo considero come un padre». E’ stato scritto che Gina non soltanto rispondeva al telefono, preparava da mangiare e stirava le camicie, non solo dirigeva il traffico delle visite, lo aiutava anche a vestirsi, era con lui nei pochi viaggi, lo teneva a braccetto nelle passeggiate pomeridiane attorno alla Scala, passava ore con lui a guardare la tv. Niente di più e niente di meno. Moltissimo, in verità.</p>
<p>Nell&#8217;autunno 2004, mostrando una prodigalità encomiabile in una modesta pensionata (Montale stesso le aveva detto “Se avrai bisogno di soldi, vendi questi”), Gina ha donato al Fondo Manoscritti dell&#8217;Università di Pavia (3) tutta l&#8217;eredità letteraria rimastale (cui certo doveva essere legata), e alcuni dipinti e oggetti “di una vita”, fra cui la macchina da scrivere Olivetti lettera 22 (donata da Gina stessa al poeta) e la famosa upupa impagliata (l’ilare uccello calunniato dai poeti…).</p>
<p><a href="http://centromanoscritti.unipv.it/collezioni/archivi-letterari-2/58-fondo-eugenio-montale-gina-tiossi.html">http://centromanoscritti.unipv.it/collezioni/archivi-letterari-2/58-fondo-eugenio-montale-gina-tiossi.html</a></p>
<p>L’acquisizione del corpus ha fra l’altro consentito l’allestimento della mostra “da Montale a Montale”, ospitata nella Sala teresiana della Biblioteca universitaria di Pavia dal 13 dicembre 2004 al 15 gennaio 2005 (il 3 e 4 aprile 2019 vi si svolse un ulteriore convegno).</p>
<p>Fra i numerosi autografi, nei quali risalta un album con istruzioni domestiche corredate da piccoli disegni, sono stati individuati due quaderni contenenti numerose poesie inedite. Il primo presenta una nota autografa di lascito «proprietà della Gina», e il secondo la scritta autografa «a Gina Eugenio Montale». Il volume, che col titolo “La casa di Olgiate e altre poesie” raccoglie le poesie inedite – intenso il loro tono diaristico ed epigrammatico &#8211; , è stato dedicato dai curatori proprio a Gina.</p>
<p>La “enigmatica” casa di Olgiate citata dal poeta, che sembra viaggiare in auto investito dai ricordi, era una elegante villa a due piani, tipica costruzione lombarda di fine Ottocento, con sottotetto per la servitù. Sorgeva accanto al cavalcavia dell&#8217;autostrada Milano-Varese, e venne purtroppo demolita negli anni ’70. Nota in passato come Villa De Fernex, dal nome dei proprietari che l’abitarono fino al 1936, fu acquisita nel 1939 da Antonio Tognella, industriale tessile di successo (molte le notizie reperibili sul web), che vi dimorò con la famiglia fino agli anni ’50, prima di tornare a Milano. Probabile che Montale la frequentasse in quanto conoscente dei Tognella.</p>
<p>Gina è morta all&#8217;età di 91 anni, il 28 giugno 2014. Nei giorni successivi il Fondo Manoscritti ha inteso omaggiarla pubblicando sulla homepage del sito web alcune rare testimonianze iconografiche tratte proprio dalla Donazione Tiossi, insieme a un ricordo personale di Maria Antonietta Grignani, Direttore del Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei (nonché una delle migliori discepole di Maria Corti).</p>
<p>Eugenio Montale via via accennò a Gina in alcune liriche: “Nel Cortile”, “Il rondone” e “Al mio Grillo” nella raccolta “Diario del &#8217;71 e del &#8217;72”, mentre nella successiva, il “Quaderno di quattro anni”, Gina appare ne “Il giorno dei morti” e nel terzo e ultimo movimento della lirica “Appunti”:</p>
<p>«Gina all’alba mi dice / il merlo è sulla frasca / e dondola / felice.»</p>
<p>Nel lungo processo di sgombero e/o metamorfosi dei significati, realizzato dal poeta via via da “Satura”, in quella che è stata definita «una sorta di riscrittura a distanza» della propria opera, la figura di Gina si ammantò di una duplice responsabilità: da un lato prese su di sé il ruolo che era stato della coniuge Drusilla Tanzi, in parte – meritoriamente &#8211; colmando un vuoto; dall&#8217;altro, venne proposta dall&#8217;anziano poeta come detentrice di un sapere ancestrale, silenzioso e semianalfabeta, che opposto alla cultura borghese, di cui sono noti falsità e alterazioni, poteva diventare scaturigine d’una nuova fase creativa, che qui e là si esprime come a flash, dentro una conversazione su piccole cose, e sul poco che rimane. «La jeune fille ha fatto la terza elementare, ma è più intelligente della maggior parte dei letterati che io conosco».</p>
<p>Alla poesia “Il giorno dei morti”, dove il poeta delicatamente tratteggiò la governante intenta a celebrare in cucina i propri defunti, il critico (e poeta) Franco Fortini, con cui Montale ebbe anche scontri, ha dedicato un attento scritto ne “I latrati di fedeltà”, pubblicato per l&#8217;ottantesimo compleanno del poeta, rilevando l&#8217;importanza di Gina nell&#8217;ultima produzione poetica di Montale. Ecco la lirica:</p>
<p>«La Gina ha acceso un candelotto per i suoi morti.</p>
<p>L’ha acceso in cucina, i morti sono tanti e non vicini.</p>
<p>Bisogna risalire a quando era bambina</p>
<p>e il caffelatte era un pugno di castagne secche.</p>
<p>Bisogna ricreare un padre piccolo e vecchio</p>
<p>e le sue scarpinate per trovarle un poco di vino dolce.</p>
<p>Di vini lui non poteva berne né dolci né secchi</p>
<p>perché mancavano i soldi e c’era da nutrire</p>
<p>i porcellini che lei portava al pascolo.»</p>
<p>La sua figura davvero «impensabile tra le dantesche Clizia e Volpe», ovvero quell’italianista americana Irma Brandeis che aveva fatto impazzire di gelosia Drusilla Tanzi, e quella poetessa Maria Luisa Spaziani cui Montale fu assai vicino, persuase anche il grande critico Gianfranco Contini (amicissimo di Montale, fu il “Trabucco” del carteggio con “Eusebio”) circa l’opportunità di intestare “alla Gina” il terzo e ultimo momento del percorso letterario e biografico del poeta, la Gina fra i pochi viventi che possedessero una segreta virtù. Mentre Fortini ha più volte esortato a intravedere nella sua presenza, centro di una realtà ridotta al quotidiano e priva di qualsiasi valenza rivelatrice, «la piccola porta apertissima dalla quale è possibile ipotizzare di rileggere l&#8217;intera opera montaliana».</p>
<p>Tra le poesie, infine, affidate da Montale alla poetessa ed artista Annalisa Cima e pubblicate postume (non senza controversie), per volere del poeta, dalla Fondazione Schlesinger di Lugano a partire da cinque anni dalla sua scomparsa (in plaquettes di sei poesie a cadenza annuale in seguito raccolte col titolo redazionale di “Diario postumo 66 poesie ed altre”), Gina apparve ne “Se la mosca ti avesse vista” e nella lirica “Un alone che non vedi”.</p>
<p>E dunque tutti questi riferimenti (poiché la poesia montaliana è un atto privato che diviene inevitabilmente pubblico) sono e rimarranno dediche più che esplicite, colme di stima ed affetto, ad una donna che &#8211; fra le molte frequentate a vario titolo da Montale <strong>https://www.centroitalianodipoesia.it/it/le-figure-femminili-in-montale</strong> e <strong>https://vitaminevaganti.com/2019/10/12/omaggio-al-femminile-nella-poesia-di-eugenio-montale/</strong> &#8211; volle e seppe realizzarsi nella dedizione…</p>
<p>(1) “La vecchia serva analfabeta e barbuta chissà dov’è sepolta poteva leggere il mio nome e il suo come ideogrammi forse non poteva riconoscersi neppure allo specchio ma non mi perdeva d’occhio della vita non sapendone nulla ne sapeva più di noi nella vita quello che si acquista da una parte si perde dall’altra chissà perché la ricordo più di tutto e di tutti se entrasse ora nella mia stanza avrebbe centotrent’anni e griderei di spavento”. Maria Bordigoni è la donna che rimase 65 anni a servizio della famiglia Montale. Che per essa cucinò cibi tanto da plasmare un mood molto ligure nel sapore intenso degli spicchi d’aglio, delle cipolle, del basilico, e nei ripieni pestati nel mortaio di marmo. Maria doveva badare al piccolo Eugenio e condurlo alla scuola elementare. E al ritorno, lungo la salita in direzione Castelletto, si concedevano in una vaccheria (lo “chalet” di via Bertani) un bicchiere di latte e due biscotti del Lagaccio. Era la factotum di casa, un’analfabeta che si dichiarava illibata, ma Eugenio le imputava spiritosamente di aver giaciuto con Napoleone. E, malgrado la sfasatura temporale, ella viceversa spergiurava di non aver mai ceduto alla lussuria. Montale la “descrisse” vecchia fin dalla culla, un po’ sorella, un po’ mamma, un po’ complice ed un po’ despota: un mostro angelico e barbuto, che talora tuttavia gli aveva alleviato la solitudine (che lo gravò per tutta la vita), quasi una divinità casalinga. Di contro, così ella descriveva Eugenio: attento alle cose di tutti i giorni, alla spesa, ai fatti del paese. Adolescente, leggeva molto ed era ammaliato dalla solitudine e dal paesaggio nelle ore oziose dei meriggi estivi. Non tollerava le persone invidiose e taccagne, era più benevolo verso i peccati di gola e l’indolenza, amava la sensualità ma non la lussuria, e andava fiero di non dirsi mai poeta o scrittore, ma giornalista (e pochi sanno che era ragioniere, diplomato con buoni voti al “Vittorio Emanuele”). Si notava per i brevi, affrettati passi e per un bocchino di ciliegio da cui pendeva sempre la cenere. Andava “famoso” per i suoi umori, tanto che Gadda lo diceva shakespearizzato (furono sodali negli anni ’30 a Firenze, poi il rapporto conobbe alti e bassi quando il sempre inquieto Gadda sospettò che Montale boicottasse un suo reclutamento al “Corriere”…). A chi gli domandava come fossero scaturite le sue migliori raccolte, rispondeva accennando a carrozze ferroviarie, a soste nei caffè, e a biglietti del tram, conti di trattoria e pacchetti di sigarette su cui aveva scarabocchiato qualcosa. Fu così che alcune bozze certamente si persero… La responsabile fu talora proprio la Maria che, fanatica dell&#8217;ordine, ogniqualvolta il poeta cambiava d&#8217;abito gli riordinava le tasche. Se trovava pezzettini di carta, qualche appunto, lei li gettava, e custodiva, invece, i fiammiferi ed i bottoni staccati… In definitiva, le donne di servizio assursero in qualche modo a “personaggi”, se Giulio Nascimbeni scrisse della Tiossi (sintetizzando gli avvicendamenti): “Arrivava da Cavriglia, in provincia d’Arezzo. Prendeva il posto che in anni lontani era stato di Maria Bordigoni, poi di Alice Bigi (la cuoca dalla bravura sbalorditiva che è protagonista di un brano della Farfalla di Dinard, Le rose gialle) e di Rina Meriggi, che pretendeva di essere la reincarnazione della bellissima Aspasia». Alice Bigi era “Palmina”. Si veda infine, al link <a href="../Downloads/2217341701086.pdf">file:///C:/Users/welcome/Downloads/2217341701086.pdf</a>, anche Enrico Testa, “Una lettura di <em>Corso Dogali</em> di Eugenio Montale”.</p>
<p>(2) poeta, giornalista, scrittore, traduttore, direttore dell’<em>Alto Adige</em> dal 1950 al 1955. Amico di Alcide De Gasperi e Flaminio Piccoli, fu una delle più importanti figure di intellettuale non solo delle Giudicarie ma dell’intero Trentino Alto Adige…</p>
<p>(3) Paolo di Stefano, “Gina, la governante morta in povertà che si spogliava dei regali di Montale &#8211; Il poeta le donò quadri e testi rari. Tutti ceduti a un Fondo”, in &#8220;Corriere della Sera&#8221;, domenica 29 giugno 2014.</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
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