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	<title>Ligucibario &#187; garibaldi</title>
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		<title>A tavola con Garibaldi, dalle pampas a Caprera</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 09:47:29 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/11/Gerolamo_Induno_-_Portrait_of_Giuseppe_Garibaldi_1807-1882_during_the_landing_of_Thousand_at_Mar_-_MeisterDrucke-1410425.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-28562" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/11/Gerolamo_Induno_-_Portrait_of_Giuseppe_Garibaldi_1807-1882_during_the_landing_of_Thousand_at_Mar_-_MeisterDrucke-1410425-212x300.jpg" alt="Gerolamo_Induno_-_Portrait_of_Giuseppe_Garibaldi_(1807-1882)_during_the_landing_of_Thousand_at_Mar_-_(MeisterDrucke-1410425)" width="212" height="300" /></a></p>
<p>“La mensa era imbandita…. Fumavano sulla tavola due grandi piatti di merluzzo salato con fave condite con olio. Eranvi altri piatti di merluzzo pesto, impastato colla farina e fritto. Fichi secchi, zibibbo e cacio compivano il desinare. Mi parve che l’ospite mangiasse con molto appetito” (Candido Augusto Vecchi, “Garibaldi a Caprera”, da una visita nel 1861)</p>
<p>Grazie ormai ad un’immensa bibliografia, che sul condottiero ha talora smentito tanti e troppi luoghi comuni, di Garibaldi conosciamo anche i biscotti (nati come esito di un felice viaggio nel 1864 in Inghilterra, li leggete a questo mio link <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/biscotti-di-garibaldi/" target="_blank">biscotti di Garibaldi</a>), e conosciamo i ravioli (esito di una vicenda che tocca infine anche il paese di Montoggio presso Genova, li leggete a quest&#8217;altro mio link <a href="https://www.ligucibario.com/alfabeto_del_gusto/ravioli-di-garibaldi/" target="_blank">ravioli di Garibaldi</a>). Era un uomo gioviale e conviviale.</p>
<h2>Garibaldi a tavola: la torta di riso dolce</h2>
<p>Ma tra i dolci prediletti dall’eroe dei due mondi figurava – udite udite &#8211; una torta di riso.<br />
La incontriamo anche sfogliando “Il Mulino del Po” di Riccardo Bacchelli (1938-1940), una torta “…di cui si consumò una pila di teglie…” (nel romanzo si descrive anche la pinza munara). Questo dolce di matrice emiliana (nato nel &#8216;400 in coincidenza col Corpus Domini) era del resto – ricetta n. 638 &#8211; anche nella “Bibbia” del forlivese Pellegrino Artusi (&#8220;La scienza in cucina e l&#8217;arte di mangiar bene&#8221;, 1891), sebbene – secondo costui &#8211; migliorasse il giorno dopo la cottura, e andasse spolverata di zucchero a velo poco prima di servirla. L’Emilia beninteso la condivide anche con la Lunigiana, con Massa e Carrara…<br />
Dettaglia l’Artusi (i canditi cui allude sono cedri): “Le mandorle sbucciatele e pestatele nel mortaio con due cucchiaiate del detto zucchero. Il candito tagliatelo a piccolissimi dadi. Cuocete il riso ben sodo nel latte, versateci dopo il condimento e, quando sarà diaccio, le uova. Mettete il composto in una teglia unta col burro e spolverizzata di pangrattato, assodatelo al forno o tra due fuochi, il giorno appresso tagliate la torta a mandorle e solo quando la mandate in tavola spolverizzatela di zucchero a velo”.</p>
<h2>Il &#8220;ricettario&#8221; di casa Garibaldi</h2>
<p>Sfogliamo il “ricettario” di casa Garibaldi, giuntoci tramite la <strong>primogenita Clelia</strong>, nata e morta – quasi centenaria (1867-1959) – all’isola di <strong>Caprera</strong>, il quieto gioiello dell’arcipelago della Maddalena, nella casa bianca che somigliava a una fazenda, non lontano dal Forte Arbuticci. Ricette sovente semplici (la tavola stessa poteva essere apparecchiata con fogli di giornale per “risparmiare” le tovaglie) ma ricette anche corroboranti, dalle olive marinate alle melanzane sott’olio, dalle croccanti cotolette di carciofi ai maccheroni gratinati, nonché appunto una torta di riso, cucinata tuttavia con un plus risorgimentale da Unità d’Italia, aggiungeva difatti due cucchiai di confettura e…un bicchiere di Marsala (luogo dove oggi un Museo rievoca l’arrivo dei Mille salpati da Quarto nella primavera del 1860).<br />
Clelia Gonella ovvero “Clelietta” (1916-2000), la quale risulta esser figlia di tal Paolo Gonella, vedovo che in seconde nozze sposò Gemma Armosino, cugina di Clelia Garibaldi, ha vissuto con Clelia Garibaldi per lunghi anni, sia a Caprera sia a Villa Francesca, una proprietà a Livorno-Ardenza che Clelia Garibaldi poi lasciò a Clelietta stessa in eredità.<br />
<strong>Villa Francesca</strong> è un ampio e classico edificio ottocentesco, che si sviluppa su due piani, in via del Parco, connotato senza solennità da un interminabile balcone sostenuto da mensole. Un tempo era nota come villa Donokoe. Nel 1888 l’immobile appartenne a Francesca Armosino, ultima moglie – come vedremo &#8211; di Garibaldi e, sei anni dopo, passò al figlio Manlio Garibaldi che giovanissimo frequentava con ardimento l&#8217;Accademia Navale; dopo la sua morte prematura (per tubercolosi), passò agli eredi (tra cui Menotti Garibaldi) e, dal 1924 fino al secondo Dopoguerra, l’unica proprietaria rimase Clelia Garibaldi (leggete l&#8217;articolo <a href="https://www.soloriformisti.it/una-storia-comune/" target="_blank">a questo link</a>).<br />
Durante la vita la signora Gonella ha “testato”, come detto a Caprera ma anche all’Ardenza, un po’ tutte le ricette di famiglia, sia quelle più datate sia quelle che Clelia Garibaldi realizzava nella propria quotidianità abituale. Ricette da Caprera, dalla costa ligure donde provenivano i genitori di Garibaldi (il papà Domenico era certamente chiavarese), da Nizza, da amici “suggeritori”…</p>
<h2>Garibaldi a Caprera: minestrone alla genovese, baccalà, stoccafisso e&#8230;</h2>
<p>Nella godibile biografia di Garibaldi redatta dai giornalisti Indro Montanelli e Marco Nozza si legge: “Aveva sempre mangiato poco, gli unici stravizi li faceva nella stagione delle fave: per mesi, esse erano il suo unico piatto insieme al pecorino. Altre sue ghiottonerie erano il minestrone alla genovese col pesto, il baccalà e lo stoccafisso. Carne, ne voleva di rado. Ma quando gliene capitava, la cuoceva alla sudamericana, mettendone un blocco crudo sui carboni ardenti, raschiandone e mangiandone il sottile strato annerito dalla brace e rimettendola ad arrostire. Ma il più delle volte si contentava di una manciata di olive salate e di un pomodoro tagliato a fette e condito di basilico, olio e acciuga. Vino, ne beveva soltanto un mezzo bicchiere annacquato a ogni pasto”.<br />
Come ancor meglio constatiamo nel libro intimista “Mio Padre” di Clelia, uscito nel 1948, le priorità erano tuttavia i prodotti dell’isola e del suo mare. Garibaldi, che era anche un valente nuotatore, quasi un “anfibio”, si appassionava di natura e d’orto*, di fave, agrumi, fichi d’India, ulivi, vigne, bestiame&#8230;<br />
A Caprera, infatti, pascolavano circa centoquaranta mucche, duecento capre e cento pecore. Latte e carne presumibilmente non difettavano. La figlia Teresita accudiva un fornito pollaio, donde uova e carne. E spesso, da capace amazzone, cacciava in Gallura cervi o cinghiali. Poi arrivavano regali da ovunque: casse di pasta, sacchi di riso e zucchero, e tanto caffè.<br />
Quanto alle vigne, pare che nel 1861, ospite sulle colline di Sala Baganza (PR) nella tenuta di una marchesa (sorella di un colonnello dei Mille), s’infatuasse di un’ambrata malvasia bianca frizzante, e ne fece trasportare a Caprera alcune barbatelle.<br />
Sull’isola, il forno dove cuocevano pani e canestrelli era autoprodotto. Sul camino della cucina presumo già troneggiasse il mortaio di marmo bianco portato da Genova (e da Genova giungevano anche i biscotti del Lagaccio). Ma la gola ove possibile “conduceva” Garibaldi – peraltro quasi astemio** &#8211; verso i ravioli (passione anche di Paganini), gli stoccafissi (che le cucine mediterranee trionfalmente acquisirono dai mari del Nord), la brandade (tipica della zona di Nîmes), i polpetti all’inferno, le zuppe di pescato come la bouillabaisse (assai agliata), i minestroni alla genovese (con pesto), le pissaladière ovvero le proto-pizze ponentine con cipolle, e i pecorini e le ricotte di propria produzione.<br />
Quando, ma di rado, erano disponibili maggiori risorse, anche le carni magre arrostite sulla brace del caminetto, alimento “invernale” che Garibaldi chiamava “ciurasco” poiché gli rammentava gli andati giorni dell’America Latina, delle pampas. Garibaldi, come abbiamo visto, levava dal fuoco queste carni ben cotte e con un coltellino asportava la prima fetta, poi rimetteva la carne sulla brace, asportava la seconda e così via fino a finire il pezzo e forse la brace&#8230;<br />
Ormai anzianissimo e costretto sulla sedia a rotelle, quando in terze nozze (dopo Anita Ribeiro da Silva e Giuseppina Raimondi) sposò Francesca Armosino rinunciò tuttavia (saggiamente?) all’abbacchio al forno e si bastò d’un piatto di lenticchie. Era sempre stato anche un igienista.</p>
<p>*si veda anche quanto emerso dal convegno “Garibaldi agricoltore. Un’esperienza di economia circolare”, Roma, 29/4/2019<br />
**apprezzava anzitutto quello rosso, ma tendeva ad astenersene, amava viceversa il caffè, il tè, il mate (un infuso che succhiava con la cannuccia detta “bombiglia” insieme alla figlia), l’orzata di mandorle.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>Luisa Puppo e Umberto Curti, grazie a vaste competenze ed esperienze ormai trentennali a fianco di territori e imprese, propongono consulenze, marketing, social media e attività formative per le destinazioni turistiche, l’enogastronomia e il commercio, con specifici focus sul turismo esperienziale, lo storytelling, l’escursionismo coste/entroterra, e le traduzioni da/in inglese (naviga anche <a href="https://liguriabyluisa.blogspot.com/" target="_blank">LiguriabyLuisa</a>, interamente in lingua inglese). Contattaci senza impegno su <a href="mailto:info@ligucibario.com">info@ligucibario.com</a><br />
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<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cenni per una storia della Liguria e di Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 10:28:25 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_24996" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/DSCN3033.jpg"><img class="size-medium wp-image-24996" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2025/01/DSCN3033-300x215.jpg" alt="albenga" width="300" height="215" /></a><p class="wp-caption-text">albenga</p></div>
<p><strong>Cenni per una storia della Liguria e di Genova</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1)Origini, preistoria/protostoria</p>
<p>I Liguri sono uno dei più antichi popoli del Mediterraneo (culla di civiltà), e al contempo sono assai remote le prime testimonianze circa una presenza dell&#8217;uomo in Liguria. Tuttora si dibatte se si trattasse di una popolazione indoeuropea, casomai imparentata con popolazioni celtiche antiche, o preindoeuropea (glosse, relitti linguistici e toponomastica includono la lingua ligure fra le preindoeuropee di tipo mediterraneo). In termini – diremmo oggi – di melting pot, nel VI secolo a. C. coloni greci di Focea, in Asia Minore, avevano fondato Massalia (Marsiglia), e intorno al IV secolo si insediarono poi sul territorio “ligure” altre tribù celtiche e fenicie, contatti che ci ostacolano precise ascendenze etniche…</p>
<p>Liguria deriverebbe da un monema lig, che significherebbe luogo acquitrinoso, palude, golena, pantani stagnanti poco abitabili (lig originerebbe anche il toponimo francese Livière). Ma in effetti una terra definita dai diversi primi autori anche sassosa, sterile, aspra, o coperta di alberi da abbattere, quindi sempre inospitale, sempre un’orografia antitetica alle agricolture… “Schiacciata”, ieri come oggi, tra Alpi/Appennini da un lato e coste rocciose dall’altro (il Mar Ligure raggiunge rapidamente profondità superiori ai 1.000 m), con l’eccezione di alcuni arenili più ampi a Ponente e della sempre fertile piana d’Albenga, dove “convergeva” l’acqua di vari torrenti che poi vennero chiamati Pennavaire, Neva, Arroscia, Lerrone.</p>
<p>Durante il Paleolitico, il periodo dell&#8217;uomo cosiddetto di Nearderthal e dei cacciatori di orsi, in Liguria vivevano il cervo, lo stambecco, il camoscio, il capriolo, l’uro (estinto), il bisonte, l’ippopotamo, l’alce, il mammuth e il leone. Qui come in altre zone d’Italia, quali ad esempio la Puglia e la Sardegna, sebbene sia ormai difficile immaginarlo.</p>
<p>I primi Liguri lasciarono traccia di sé nella grotta del Cavillon ai Balzi Rossi a Grimaldi, oggi confine francese; nel territorio dell’attuale Sanremo; nel Loanese-Finalese (grotta delle arene candide (a), val Ponci←vallis pontium…) oltre che a Toirano; e, in misura minore, in altre località di levante (grotta dei colombi all’isola Palmària, l’unica non marina dell’arcipelago…).</p>
<p>Nelle grotte lungo il torrente Pennavaire, che dà nome alla valle tra Zuccarello e Cantarana, ovvero le aree ingauna e ormeasca, sono stati ritrovati residui umani risalenti fino al 7.000 a.C. Via via scavi mirati e accurati, presso i Balzi Rossi e altri siti, hanno restituito agli archeologi molti materiali, tra cui resti fossili, importanti per comprendere l&#8217;alimentazione del tempo, sepolture con oggetti di corredo (il medico Emile Rivière aveva scoperto la prima alla grotta del Cavillon alla fine di marzo del 1872), ed inoltre talune fra le prime espressioni d&#8217;arte conosciute in Italia e nel bacino mediterraneo, si pensi anche alle circa 40mila incisioni rupestri di Monte Bego nella valle delle Meraviglie, risalenti all’età del rame/bronzo. Alla successiva età del ferro o poco prima (Neolitico) risalgono anche i castellari, stazioni fortificate dove poter vivere sorvegliando e fronteggiando i passaggi nemici, e le straordinarie (enigmatiche) statue-stele oggi riunite nel Museo del Piagnaro a Pontremoli, in Lunigiana (la prima statua stele giuntaci venne rinvenuta nel 1827 a Novà di Zignago (SP), e reca l’iscrizione etrusca “mezunemunius”). E’ certo che quei Liguri abitassero una regione molto più estesa dell’attuale, quantomeno dall’Arno al Rodano→Ebro, come è stato scritto (b). Tuttavia, nel ‘300 l’Alighieri, valutando anzitutto l&#8217;aspetto linguistico-dialettale, parlerà della Liguria come di una regione compresa tra il “trofeo d&#8217;Augusto” (La Turbie) ad ovest, Lerici ad est, e lo spartiacque alpino-appenninico. Il patrimonio archeologico ligure compone un fil rouge trasversale, che in termini turistici attende da sempre una compiuta valorizzazione d’insieme.</p>
<p>(a) celebre per il rinvenimento della sepoltura di un “giovane principe”, un cacciatore del Paleolitico superiore deceduto circa 15enne per via di un forte colpo al volto, e seppellito nella cavità con gli onori che si tributano ad un capo, accompagnato da un cospicuo corredo.</p>
<p>(b) per ulteriori approfondimenti, vedi ad es. Umberto Curti, “<em>Il cibo in Liguria dalla preistoria all’età romana</em>”, ed. De Ferrari, Genova, 2012…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2)Romanizzazione</p>
<p>La Liguria, ancora tribale e “primitiva” due secoli e mezzo prima di Cristo, suddivisa in gruppi apuani, ingauni, intemelii ecc., praticanti una modesta economia agro-pastorale (integrata da caccia e pesca) ma bellicosi, fu quindi conquistata dai Romani, potenza per natura espansiva. Per quanto attiene a Genova, il nucleo pre-romano fu la rupe di Sarzano, sorta poi di oppidum sopra il navigatissimo seno del Mandraccio, oggi la “collina di Castello”.</p>
<p>Durante la prima guerra punica (238-235 a.C.), a seguito dell&#8217;alleanza di alcune tribù liguri – ma mai i Genuates! &#8211; coi Cartaginesi e coi Galli contro Roma, i Romani dovettero superare molte difficoltà per assicurarsi il controllo del territorio, che pian piano divenne – malgrado la guerriglia di gruppi liguri rimasti “autonomi” – la IX Regio augustea. Dopo le distruzioni del 205 a.C. provocate dai Cartaginesi di Magone Barca – fratello minore di Annibale &#8211; nel corso della seconda guerra punica, si verificò nell’attuale area di Genova una spinta abitativa a nord ed est, &#8220;popolando&#8221; quelle prime alture che (la storia si ripete “curiosamente”) molti secoli dopo divennero i luoghi di villeggiatura della nobiltà cittadina in fuga dalla calura.</p>
<p>Apuani e ingauni, nel corso della conquista romana, vennero ripetutamente massacrati e deportati (182-180 a.C.). Tuttavia, solo con la costruzione delle grandi strade romane (ovvero 1.la via Julia Augusta da Vada al Var in Provenza; 2.la via Postumia, da Derthona (Tortona) a Genova (visibili alcuni resti di Libarna), che collegava il mare alla Padania e alle “autostrade” direzionate all’Adriatico; 3.la via Aemilia Scauri, da Luna a Vada e a Derthona), i Romani poterono finalmente assicurarsi la sottomissione e il controllo definitivo della regione posta tra Pisa/Magra a levante e Roja/Aquae Sextiae (oggi Aix-en-Provence) a ponente, rafforzandone l&#8217;unità territoriale ed incrementando gli scambi ed il business dei commerci. I Romani confermarono, per così dire, come principali città Albintimilium (Ventimiglia), di cui rimangono significativi monumenti; Albingaunum (Albenga), anch&#8217;essa ricca e splendida, area agricola su cui giunsero subito ad insediarsi facoltosi coloni, e che “dialogava” con Aquae Statiellae e Alba Pompeia; Vada Sabatia (Vado Ligure), scalo come oggi di valenza portuale; Ad Navalia (Varazze) dove i conquistatori ricavavano dal Beigua tronchi per costruire la flotta mercantile e militare; Genua (da un etrusco Kainua, Genova), emporio per l’import ed export sin dall&#8217;epoca etrusca, scalo delle “portacontainer” che trasferivano merci &#8211; ad es. vini e olii &#8211; sulle rotte da Roma alla Spagna, e ritorno (c). E infine la bella marmorea Luna (Luni), il porto a forma di luna, da cui salpavano anche formaggi di pregio, verosimilmente ovini e rotondi, di cui parla in un epigramma il salace poeta Marziale («caseus etrusca signatus imagine Lunae praestabit pueris prandia mille tuis», il cacio contrassegnato dal simbolo etrusco di Luni procaccerà mille pasti ai tuoi fanciulli/servi), vissuto nel I secolo d.C..</p>
<p>(c) nel 1506 un contadino della val Polcevera, tal Agostino Pedemonte, ritrova presso Serra Riccò (GE), nel rio Pernecco, ivi portata da un moto franoso, una tavola di bronzo, che poi verrà datata al 117 a.C., contenente un testo in latino. Si tratta di un arbitrato emesso da magistrati a Roma per dirimere la contesa fra “Genuates” (Genovesi) e “Viturii Langenses” (abitanti di Langasco, in val Polcevera). Questi ultimi dovranno pagare un vectigal, una sanzione (in grano e vino) onde poter fruire del compascuus, ovvero il terreno pubblico su cui far pascolare le mandrie ecc.. La tavola bronzea, restaurata alcuni decenni or sono e oggi visibile al Museo civico archeologico di Genova Pegli, è la conferma di come in zona – lungo l’importante via Postumia… &#8211; si praticasse al tempo già anche la viticoltura (ed oggi la val Polcevera è una delle 8 DOC vinicole liguri…)</p>
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<p>3)Epoche “barbariche” ed Alto Medioevo</p>
<p>Caduto via via l&#8217;impero romano, il territorio ligure fu ovvia e ambita meta delle invasioni barbariche, dei Visigoti di re Alarico (morto nel 410), degli Eruli di Odoacre (morto nel 493) e dei Goti di Teodorico (morto nel 526)… Genova fu certamente e precocemente sede vescovile, come si evince – leggendo gli Acta Concilii &#8211; dalla presenza di Diogene (con funzione anti-arianesimo) al Concilio d&#8217;Aquileia del 381, un sinodo “politicamente” decisivo per la Cristianità. Conquistata dall’audace e abile generale Belisario, la Liguria di fatto fu poi bizantina. I bizantini, che abitavano i “resti” dell’Impero romano d’oriente, per l&#8217;importanza dei suoi porti la tennero a lungo, difendendo anzitutto la costa contro le mire esterne. In seguito e per un paio di secoli fu dominata anche dai Longobardi “di Rotari”, che naturalmente applicarono l&#8217;editto di Rotari (643) e permisero la fondazione di diverse abbazie, dato che molti monaci – in primis poi i benedettini &#8211; erano agronomi e speziali di grande cultura (è di pochi decenni antecedente all’editto di Rotari l’insediamento dell’irlandese Colombano a Bobbio, e si suppone che l’editto, un corpus di norme per dirimere controversie, sia stato redatto proprio nello scriptorium di Bobbio, dove si fabbricavano anche pergamene…). Non si devono figurare le calate barbariche sempre in forma di scorrerie selvagge: i nuovi venuti “scendevano” sovente con famiglie e bestiame, per insediarsi e campare stabilmente.</p>
<p>Il porto di Genova divenne porto franco, e si sviluppò nei retrostanti entroterra la coltivazione a terrazze, ovvero fasce sostenute da muretti a secco (quest’arte appartiene oggi al patrimonio UNESCO), mentre riprendevano alcuni commerci.</p>
<p>Presa poi dai Franchi, che avevano sconfitto alle chiuse in val di Susa i Longobardi nel 773-774, la Liguria subì anche ripetute aggressioni saracene e normanne. Tali razzie comportavano anche stupri e rapimenti, impattavano gravemente sul morale e l’economia locale, e indussero molte località “in prima linea” ad erigere strutture e torri di avvistamento sugli arenili, di cui talora ci resta traccia. Sconfitti o quantomeno fronteggiati i Saraceni (nel 952 venne distrutto l’avamposto del Frassineto – La Garde-Freinet &#8211; in Provenza e quindi la minaccia islamica che da alcuni decenni tormentava anche Genova ne uscì notevolmente diminuita), dopo il Mille le attività commerciali ripresero pian piano vigore.</p>
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<p>4)Medioevo e progressiva affermazione mercantile di Genova</p>
<p>Intanto la Liguria dei Franchi era stata divisa da Berengario II d’Ivrea in tre marche “fedeli”, da cui provengono le maggiori dinastie di quel tempo: l&#8217;Arduinica ad occidente, l&#8217;Aleramica al centro, e l&#8217;Obertenga (con Genova e La Spezia) ad Oriente. Nei secoli XI e XII le marche sopracitate furono frazionate in feudi. Feudo deriverebbe da un franco/germanico fehu, ovvero possesso di bestiame.</p>
<p>È a questo punto (alquanto tranquillo) della storia ligure che in effetti Genova si afferma durevolmente, e più d’ogni altro centro ligure.</p>
<p>Elevata a rango di contea in epoca carolingia contro i Saraceni, i quali in varie occasioni la percorsero e ripercorsero con l&#8217;usuale puntualità (sino agli anni 931, 934, 945…), divenne successivamente, come detto, Marca Obertenga, cioè feudo dei marchesi Obertenghi. Lo stato di fatto, sin dal 958, consentì ai Genovesi molte prerogative di relativa libertà, dentro quelle cinte murarie che una dopo l&#8217;altra venivano issate a contrasto anzitutto degli Arabi. E&#8217; del 1056 l&#8217;autonomia cittadina grazie ad un accordo stipulato fra il vescovo e &#8211; appunto &#8211; i marchesi Obertenghi. Genova, pertanto, assurse a libero Comune che &#8220;aggregava&#8221; in sé le antiche <em>compagne</em> commerciali di rione; in tal senso, possiamo affermare che i Comuni sono stati null’altro che la prima forma forte di associazionismo. Tale indipendenza, unitamente al valore strategico delle sue coste ed ai valichi, consentì a Genova una prima significativa espansione verso occidente, ed alcune compagne poterono già schierarsi a fianco dei pisani, al tempo ancora alleati, nella navigazione del Mediterraneo centrale. Fu il preludio alle Crociate del XI secolo, che cominciarono a fruttare nuove relazioni e molteplici colonie d’oltremare. Genova nel 1091 insediò addirittura un mega-mercato a San Giovanni d&#8217;Acri. Al 1155 risalgono la celebre Porta Soprana e la cinta muraria eretta contro la minaccia di Federico Barbarossa, all’epoca un bellicoso 33enne, incoronato “re dei Romani”. Il governo della Sicilia fece ulteriormente di Genova l&#8217;emporio nodale del Mediterraneo, mentre ferveva l&#8217;escalation delle Maone, sodalizi privati (molto se ne è scritto anche recentemente) di carattere finanziario-politico grazie alle quali si realizzeranno poi le missioni &#8211; altrimenti inimmaginabili &#8211; per la presa di Ceuta del 1235, di Scio del 1347, di Cipro del 1373 e del 1402. C’est l’argent qui fait la guerre.</p>
<p>Dunque, sintetizzando un “riepilogo”, a seguito del consolidamento dell&#8217;organizzazione feudale, con la crescita del potere dei vescovi e dopo lo sviluppo dei liberi Comuni, Genova impose la sua preminenza – con le buone o le cattive &#8211; sulle altre comunità liguri. Nel 1254 riuscì a sottrarre pure Lerici all’influenza di Pisa e accrebbe il proprio controllo su quel Golfo, ma per quasi vent&#8217;anni, tra il 1256 e il 1273, il borgo della Spezia fu peraltro svincolato dal dominio genovese, poiché Nicolò Fieschi ne fece il centro di una propria ambiziosa ma effimera &#8220;signoria guelfa&#8221;, estesa da Lavagna a Sarzana, che ebbe termine con la conquista dell’ammiraglio Oberto Doria, il quale nello stesso tempo inviò vittoriosamente il fratello Jacopo contro i Grimaldi (Oberto è molto noto per aver comandato la flotta genovese nel trionfo della Meloria contro Pisa, sebbene affiancato dall’esperto Benedetto Zaccaria).</p>
<p>Genova incontrò le maggiori resistenze da parte dei Conti di Ventimiglia, dal Marchesato di Finale dei Del Carretto sottomesso solo nel 1713, da Savona in perenne lotta contro la filo-genovese Noli, e in alcuni momenti storici la sua supremazia sui territori fu necessariamente un po’ “a macchia di leopardo”…</p>
<p>Ma, partecipando attivamente alle Crociate (la nona ed ultima risale al 1272), poté diventare paladina baricentrica della Cristianità, così da ricavarne enormi benefici, assicurando la propria presenza commerciale e navale in tutto il Mediterraneo (divenuto intanto meglio navigabile in virtù dei progressi tecnologici delle flotte). Presso Caricamento affluivano non a caso tutte le merci che ora diremmo top di gamma, né è un caso che anche molte parole della gastronomia locale si leghino all’arabo, da buridda a bottarga, da mosciamme a scuccusun, o talvolta al francese, o al catalano… Le vittorie sul mare della Meloria contro Pisa (6 agosto 1284 con l’aiuto di 300 portorini), e della Curzola contro Venezia appena 14 anni dopo (1298), rinsaldarono la leadership genovese, ed anche la diarchia “ghibellina” Doria-Spinola, malgrado la terribile caduta di San Giovanni d’Acri (1291) in mano di un sultano mamelucco: Genova, che nel 1358 il Petrarca stesso andava definendo “Superba per uomini e per mura”, non a caso rimase la Repubblica marinara più potente del Mediterraneo dal XII al XIV secolo, una sorta di potenza pre-coloniale, nel 1252 emise il primo genovino d’oro, e “Ianuensis ergo mercator” (Genovese e quindi mercante) divenne espressione proverbiale, sebbene quel mercante si trasformasse poi progressivamente in banchiere, per godersi – meno temerariamente &#8211; finanze e palazzi, indirettamente “causando” il declino della città&#8230;</p>
<p>E&#8217; medievale anche l&#8217;ulteriore espansione urbana a ponente, dove oggi s&#8217;incontrano rispettivamente Ponte Monumentale, Piazza Fontane Marose (dal nome di una fonte “impetuosa”, forse vicina ad un postribolo), la Lanterna &#8211; edificata nel 1139 ma il cui attuale aspetto risale al 1543 &#8211; , Montegalletto.</p>
<p>Con l&#8217;eccezione di una breve parentesi sotto i Visconti, la Francia e il Sacro Romano Impero, e poi di nuovo sotto i Visconti, Genova riuscì a riguadagnare pieno prestigio sulla ribalta politica con l&#8217;ammiraglio Andrea Doria (Oneglia, 1466 &#8211; Genova, 1560), che sgominò la – famosa &#8211; congiura dei rivali Fieschi (filo francesi) nel 1547, conquistando il castello di Montoggio grazie all’assedio del capitano Lercari. E che soprattutto seppe avvicinarsi alla Spagna di Carlo V e di Filippo II e a nuovi successi (siglos de oro), tanto che Genova cedette al potere enorme di Venezia e alle fatali mire dei Savoia solo alla fine della propria parabola di Stato autonomo… Era peraltro sopravvissuta ad anni difficili sulla scena internazionale, basti pensare che nel 1453 Costantinopoli, pur difesissima da mura, dopo lungo assedio s’era arresa ai turchi che disponevano del cosiddetto “cannone ottomano” consegnando loro l’intero impero bizantino; nel 1463 il Banco di San Giorgio (il &#8220;sostituto&#8221; delle Maone) aveva ceduto a Francesco I Sforza la proprietà della Corsica, sempre ribelle e continuamente appetita dai catalani (gli Sforza gliela restituirono nel 1484); e nel 1522 era stata saccheggiata dagli imperiali francesi&#8230;</p>
<p>“Capitale” di un territorio aspro, Genova necessitava (ieri come oggi) di connessioni, mancavano ancora 3 secoli all’introduzione delle ferrovie&#8230; Nel 1585 fu dunque aperta la strada della Bocchetta, sorta di “via del sale” per collegare Pontedecimo e la val Polcevera con Voltaggio e la val Lemme (la strada due secoli dopo fu adattata dal doge Giovan Battista Cambiaso ai carriaggi, divenendo “via Cambiagia”, ma dal 1823 perse d’importanza per via della costruzione della regia strada dei Giovi). Nel 1630, inoltre, una nuova, poderosa cinta di difese dalla Lanterna e dalla foce del torrente Bisagno salì lungo i crinali, disegnando profili di fortificazioni che preludono alla vista d&#8217;oggi ed alla città attuale.</p>
<p>Il temperamento della città da offensivo scadde tuttavia a tendenzialmente difensivo, i grandi palchi della storia si allontanarono (accenneremo fra poco a Cristoforo Colombo, genovese ma al soldo della Spagna), fu l&#8217;epoca delle congiure, delle fortificazioni sulle alture, degli attacchi di Carlo Emanuele I di Savoia prima, e di Carlo Emanuele II di Savoia in sèguito. Nel 1684 Genova, sempre filo spagnola, resisté anche per dieci giorni all&#8217;atroce cannoneggiamento francese dal mare, finalizzato ad esaurirne le forze e deprimere la popolazione, finché il doge Francesco Maria Imperiale Lercari dové prostrarsi a Versailles dinanzi alla potenza transalpina. Proseguirono inoltre &#8211; dal 1729 fino al 1768 &#8211; le insurrezioni in Corsica (indotte anche da epidemie, da carestie, e dall’iniquo sfruttamento fiscale genovese), che trovarono non pochi sostenitori anche all&#8217;esterno. Al termine, la Francia poté infatti “estorcere” l’isola a Genova…</p>
<p>Quanto a Savona, sottomessa da Genova nel 1528, quella città fuoriuscendo dal Medioevo conferiva al soglio due Papi, e ancora a metà Cinquecento – pur sofferente, ma “caratterizzata” da clamorose apparizioni mariane… &#8211; recitava sia un ruolo portuale (nella rada di Vado stavano alla fonda centinaia di navi le cui àncore reggevano ai ricorrenti libecci e scirocchi), sia di link con Piemonte e Padanìa, come ben focalizzò anche lo Chabrol (funzionario napoleonico) 3 secoli più tardi&#8230; Traffici, equipaggi, truppe animavano dunque anche le stagioni savonesi… Compulsando le pagine dell’illustre cronista Giovanni Vincenzo Verzellino (1562-1638), addirittura scopriamo che al Corpus Domini del 1543 l’imperatore Carlo V, salpato da Barcellona con una flotta impressionante, giunse (nuovamente) sulla riviera. Accolto con tutti gli onori, visitò a cavallo la nuovissima fortezza, prima di ripartire per Genova, sodale com’era – lo abbiamo appena scritto &#8211; di Andrea Doria. E 5 anni più tardi fu Filippo II, sempre con una flotta impressionante, a sostare (3 giorni) a Savona, ospitato a pranzo dai notabili, devoto alle Messe nel Santuario (la Madonna era apparsa 16 anni prima), ma incline – per esigenze di sicurezza – a dormire a bordo delle proprie galere. Non possiamo conoscere i raffinati menu che allietavano tali momenti di rappresentanza, ma certo ricevette in dono “molte conserve di zucchero (ovvero confetture) e altre gentilezze”. All’occorrenza, non dovettero mancare neppur i vini, se pochi anni dopo il poeta Gabriello Chiabrera, oziando nelle sue campagne di Legino, cantava di vigne e di vendemmie (paradisi per la vista e il palato che, peraltro, anche l’erudito Nicolò Cesare Garoni “confermò” nella sua Guida storica economica e artistica della città, 1874)…</p>
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<p>5)Epoche moderna e contemporanea</p>
<p>Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo, “buscando el levante por el poniente” al soldo della corona spagnola, come noto scoprì l&#8217;America centrale (anziché le Indie) e successivamente, aprendosi quelle nuove rotte rivoluzionarie, cominciò per la Liguria e poi per Genova un periodo di decadenza. Acuitasi allorquando la Spagna stessa prese via via a soccombere dinanzi alle forze inglesi e olandesi (è del 1588 il tracollo della “invincible armada”, l’invincibile flotta spagnola vintissima dai colpi di Francis Drake, corsaro-politico, primo circumnavigatore inglese del globo…). Nel 1746 Genova fu occupata dagli Austriaci, e qui si collega il celebre episodio di Balilla (Giobatta Perasso), il giovinetto 11enne che a Portoria il 5 dicembre al grido &#8220;che l&#8217;inse!&#8221;, e scagliando un sasso, pare abbia incoraggiato la rivolta della città contro gli occupanti (alleati di Inghilterra, Olanda e Savoia, in un quadro confusissimo, contro Francia, Spagna, Prussia, Sassonia, Baviera e Regno di Napoli).</p>
<p>Nel 1805 la Liguria entrò a far parte dell&#8217;Impero napoleonico, furiosamente anticlericale (ma che talora inviò ottimi e lungimiranti funzionari, si pensi a Chabrol per Savona), e nel 1815 la regione fu poi annessa al Regno di Sardegna, sotto i Savoia (già possessori dal 1576 di Oneglia e dal 1736-1770 di Loano), per far infine parte dell&#8217;Italia unificata. Dopo i terremoti indotti dalle guerre bonapartiane, del resto, non v’era più spazio per staterelli e repubbliche che non fossero asserviti alle necessità delle potenze maggiori.</p>
<p>Peraltro la Liguria, com’è stato acutamente sottolineato, a differenza di tutte le altre regioni italiane non ha mai approvato l&#8217;annessione allo Stato sabaudo prima, e al Regno d&#8217;Italia poi, con plebisciti o altre forme di democrazia…  Tale annessione, sancita dal Congresso di Vienna e operativa dal 7 gennaio 1815, fu perciò illegittima perché avvenuta in violazione dello scopo stesso per cui era stato convocato il Congresso, ovvero ristabilire le sovranità esistenti prima del 1797, e per la ferma contrarietà del legittimo e sovrano governo della Repubblica di Genova… Significativamente, aggiungo io, i forti costruiti dai Savoia a &#8220;difesa&#8221; di Genova vedevano le cannoniere rivolte non verso l&#8217;esterno delle mura ma verso l&#8217;interno, ovvero la città.</p>
<p>Sia come sia, dopo un primo momento di pesanti contrasti fra gli ex nemici, culminato con duri scontri urbani e la sanguinosa “calata” dei bersaglieri, le complementarità territoriali, sociali ed economiche diedero frutti, e i rispettivi interessi affiorarono palesi così da unire liguri e piemontesi nella emergente tensione risorgimentale, ed in seguito nella prospettiva unitaria. Di fatto Genova, col suo porto leader nel Tirreno, si elevò anche a vertice del cosiddetto “triangolo industriale” Ge-Mi-To.</p>
<p>Sul piano storico l&#8217;Ottocento fu dominato proprio dalle azioni insurrezionali del Risorgimento, che portarono all&#8217;Unità d&#8217;Italia (1861) e alla breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), le quali ebbero come protagonisti tanti personaggi liguri: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Goffredo Mameli, Nino Bixio e molti altri patrioti irredenti. Tutto il secolo vide inoltre un intenso fervore imprenditoriale, agevolato anche dall’apertura del canale di Suez (1869) e dalla presenza a Genova di businessmen inglesi (che tra l’altro fondarono il Genoa cricket &amp; football club) e tedeschi. Attraverso l&#8217;Ottocento prese poi vita il vero piano regolatore, con la sistemazione delle attuali Piazza De Ferrari, Via XXV aprile, Via Roma, la ripida Via Assarotti e la circonvallazione a monte, dove cominciarono a trasferirsi i facoltosi proprietari delle abitazioni del centro storico, sempre gravate – anche per l’attività del porto &#8211; da problemi igienico-sanitari. Si definì inoltre la fusione con le popolose aree di Quezzi e Marassi e con Albaro e Sturla…</p>
<p>Si noti che questa urbanizzazione, e il conseguente “operaismo”, in qualche modo coincisero se non produssero la nascita a Genova, presso la sala dell’associazione garibaldina Carabinieri genovesi, del Partito socialista (1892).</p>
<p>Fece però da contraltare a quanto sopra la poderosa emigrazione di liguri verso le “Meriche”, in primis l’Argentina, segno di una povertà che costringeva a partire, in cerca di maggiori fortune, verso l’ignoto. Questi liguri lasciarono in patria radici che tuttora consentono ritorni, all’insegna di una bilateralità culturale profonda, biografie mestieri musiche, si pensi anzitutto al barrio della Boca di Buenos Aires e ad alcune ricette “condivise” attraverso l’oceano…</p>
<p>Il fascismo, salito al potere (con la marcia su Roma del 1922) sfruttando anche il malcontento del primo Dopoguerra che covò sulla cosiddetta vittoria mutilata, non poté mai posizionare Genova fra le città più “devote” alla sua causa. Risale peraltro al 1926 l’accorpamento con Genova di tanti Comuni fino a quel momento autonomi, fra cui Sampierdarena, “la Manchester d’Italia”. E un regio decreto aveva 3 anni prima accorpato a ponente anche Oneglia e Porto Maurizio, gli empori dell’olio, dando vita alla realtà amministrativa di Imperia.</p>
<p>Durante la seconda guerra mondiale la Liguria fu pesantemente bombardata, e infine dopo l’armistizio dell’8 settembre occupata per due anni, dall’autunno 1943 al 25 aprile 1945, dalle forze naziste affiancate dal residuo fascismo della RSI (Repubblica Sociale Italiana), forze contrastate dalle azioni dei partigiani nascosti sui monti liguri. Genova, costringendo alla resa il generale tedesco Meinhold e dunque autoliberandosi, meritò al termine di quella terribile guerra civile la medaglia d&#8217;oro resistenziale.</p>
<p>Seguirono gli anni del boom economico, e di un’industria sempre “pesante” più che pensante, la quale asservì interi quartieri. Più di recente, anche grazie a progetti specifici, a “concause” e a finanziamenti ad hoc (mundial calcistico di Italia90, Colombiadi, Giubileo, G8 nel 2001, Capitale europea della cultura 2004…), Genova è andata legittimamente orientandosi al turismo culturale, una vocazione che potrebbe, se ben gestita, compensare le crisi industriali e lavorative che da decenni affliggono una città non più Superba – per ovvie ragioni &#8211; come ai tempi del Petrarca, ma in cerca di nuovi ruoli…</p>
<p>E in un certo senso, come sempre è avvenuto, al “destino” di Genova si legheranno forse anche i destini di molte altre territorialità liguri…</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
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<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea.jpg"><img class="size-medium wp-image-22485" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2024/04/foto-umbi-sala-lignea-300x149.jpg" alt="umberto curti in sala lignea alla biblioteca civica berio di genova" width="300" height="149" /></a></p>
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<p>P.Stringa, <em>I forti di Genova</em>, Genova, 1985</p>
<p>S.Verdino (a cura di), <em>Riviere in versi</em>, Ventimiglia, 2002</p>
<p>G.V. Verzellino, <em>Memorie e uomini illustri della città di Savona (1885)</em>, 2 volumi, Bologna, 1974</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Jeans, marinai, facchini e carichi&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 09:12:07 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_19939" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/10/DSCN2245.jpg"><img class="size-medium wp-image-19939" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/10/DSCN2245-300x225.jpg" alt="scorcio del porto di Genova" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">scorcio del porto di Genova</p></div>
<p>Jeans, marinai, facchini e carichi&#8230;</p>
<p>A Roma (&#8220;Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria&#8221;), La Spezia (&#8220;Museo civico etnografico Giovanni Podenzana” in via del Prione) e sparsamente altrove si conservano abiti popolari liguri in <strong>jeans</strong>, dal Sette all’Ottocento. A Genova la &#8220;Galleria nazionale di Palazzo Spinola di Pellicceria&#8221; ospita un <strong>presepe</strong> dello scultore locale Pasquale Navone, dunque creazione di un atelier databile seconda metà del Settecento, ove appaiono pastori con indosso abiti jeans (e per il presepe ottocentesco, e sabaudo, di Giovanni Battista Garaventa esposto a Palazzo Reale si veda <a href="https://www.pharmacom.news/genova/blue-jeans-no-blu-di-genova/">https://www.pharmacom.news/genova/blue-jeans-no-blu-di-genova/</a> ). A Nervi, presso il &#8220;Museo Giannettino Luxoro&#8221;, si custodiscono <strong>acquerelli</strong> dell’Ottocento a firma Antonio Pittaluga (provenienti dal succitato museo di Roma), ove uomini e donne vestono jeans&#8230; Ben <strong>14 paramenti sulla Passione di Cristo</strong>, alcuni grandi 4&#215;3 m, colpiscono il visitatore nel &#8220;Museo Diocesano di Genova&#8221;, risalenti al Cinque-Seicento, sono eccezionali testimonianze – controriformiste &#8211; di come la tela jeans, in fibra di lino tinta con indaco, venisse utilizzata a supporto per allestimenti liturgico-devozionali, in questo caso ad ornamento del Sepolcro in occasione della Settimana Santa. Visitai una mostra, di cui conservo il catalogo Electa, nel dicembre 1989 a <strong>Palazzo San Giorgio</strong>, quando la riapertura del porto antico era ancora di là da venire ma Deogratias imminente (occorsero le “Colombiadi” del 1992, cinquecentenario della scoperta delle Americhe). Parte di una collezione privata, quei paramenti allora provenivano dall’abbazia di <strong>San Nicolò del Boschetto in Val Polcevera</strong> (vennero poi vincolati e acquisiti dallo Stato). Rifacendosi alla severa &#8220;Grande Passione&#8221; in 12 xilografie del <strong>Dürer</strong>, l&#8217;opera viene ora parzialmente attribuita al pittore zoagliese Teramo Piaggio, avviata intorno al 1538 (<a href="https://lacittaimmaginaria.com/i-teli-della-passione-illustri-antenati-dei-jeans/">https://lacittaimmaginaria.com/i-teli-della-passione-illustri-antenati-dei-jeans/</a> ). Prima dei coloranti chimici, l’indigofera tinctoria (<strong>indaco, al pari del cotone</strong> un dono originariamente dell’Asia) era fra le opzioni più ricorrenti, per coprire le macchie, un’alternativa è &#8211; come noto &#8211; il pastello indigeno, detto anche <strong>guado</strong>, che diversamente dall’indaco può crescere anche in Europa, ad es. Toscana, Liguria e Languedoc (si vedano sul tema anzitutto i lavori della storica dell’arte Marzia Cataldi Gallo <a href="https://video.repubblica.it/edizione/genova/tele-blu-come-si-tingevano-gli-antenati-dei-jeans/147466/145983">https://video.repubblica.it/edizione/genova/tele-blu-come-si-tingevano-gli-antenati-dei-jeans/147466/145983</a> ).</p>
<p>Sul finire del Seicento, un anonimo (convenzionalmente il &#8220;<strong>Maestro della tela jeans</strong>&#8220;, si vedano gli studi di Gerlinde Gruber) attivo in Lombardia dipinge con estremo realismo in tutti i suoi lavori qualcuno, ora una madre che cuce, ora un piccolo mendico&#8230;, con indosso (sia l’indumento ritratto giacca, gonna, grembiule (1) o pantalone) <strong>fustagno</strong> di Genova. Gli vengono attribuite 8 tele, e forse – da studi recenti &#8211; ulteriormente 2 (<a href="https://issuu.com/artsolution/docs/cat._maitre_toile_de_jeans_i/63">https://issuu.com/artsolution/docs/cat._maitre_toile_de_jeans_i/63</a> ).</p>
<p>Levi Strauss&amp;Co. rappresenta una delle imprese d’abbigliamento leader internazionali, con negozi <em>all over the world</em>, ed ha quote di mercato maggioritarie proprio nel settore jeans (grazie al leggendario modello ‘501’) e pantaloni. Questa “madre dei jeans&#8221; nacque nel 1853 dall’intraprendenza di <strong>Levi Strauss, un immigrato bavarese d’origine ebraica</strong> (il più irrequieto di 6 fratelli orfani), giunto in California durante il boom della cosiddetta corsa all&#8217;oro, costui a San Francisco avviò infatti col cognato una filiale della società di tessuti (tende, rivestimenti…) che gestiva coi fratelli, ed aveva sede centrale a New York. Il jeans, anzi il denim, che Levi Strauss intuì irrinunciabile per il minatore locale che ogni giorno lavorava di piccone e setacci, fu perfezionamento di un sarto del Nevada (nato lettone) Jacob Davis nel 1871, e brevetto Levi Strauss (n. 139121) del 20 maggio 1873 (2), epoca in cui il deposito d&#8217;esclusiva richiedeva un versamento di 68 dollari, che Davis non possedeva. Cowboys, legnaioli, ferrovieri, carrettieri, manovali e salopette, anch’esse funzionali ai lavoratori che dovessero coprire e proteggere anche da piogge il vestiario sottostante, s’aggiunsero subito&#8230; I primi output dello stabilimento furono peraltro di un color beige scuro, e i cowboys lamentarono rigature alle selle dovute ai rivetti. In breve, comunque, Levi Strauss fu milionario.</p>
<p>Il resto, di fatto, pertiene già alla storia presente, nel senso che questi numerosi e “sparsi” frammenti di storia in realtà convergono tutti verso quel termine jeans (o blue jeans) il quale oggi individua caratteristici – celeberrimi &#8211; pantaloni con rivetti di rame, a rinforzo di giunture/tasche, bottone centrale di metallo, 5 tasche fra cui le posteriori cucite sopra la stoffa, ed etichetta (la salpa) fissata in alto a destra posteriormente. E’ peraltro successivo rispetto all’ideazione originaria il taschino per orologio e monete. La struttura diagonale che intreccia trama e ordito li rende indistruttibili e comodi, poiché s’adattano a forma e movimento di chi li indossa (una tela viene viceversa tessuta incrociando i fili a perpendicolo).</p>
<p>Jeans deriverebbe da una storpiatura dell&#8217;antico Jeane/Jannes con cui i francesi alludevano a Genova, e poi da un <strong>Gênes</strong> anglicizzato; il plurale, tuttavia, si consolida collettivamente nell’Ottocento. Tutto ciò in quanto i tempi antichi solevano indicare i tessuti col nome del luogo di produzione/provenienza, e Jean/Jeane appariva su tante importazioni di fustagno (materiale resistente ed economico) che, sin dal Cinquecento, facevano rotta dal porto di Genova a <strong>Londra</strong>. Ianuensis ergo mercator, come al solito, malgrado la forte concorrenza di Ulm (fustagni più costosi rispetto a Genova) e di alcune città italiane, fra cui <strong>Chieri</strong>, che ovviamente esportava da Genova (a Chieri un museo racconta la storia tessile locale, ecco il <a href="https://www.fondazionetessilchieri.com/" target="_blank">link</a>)&#8230; In quei secoli d’intense compravendite e business, la marina genovese stessa ne faceva largo impiego equipaggiando navi a vela e marinai (l’uniforme di servizio in Marina è tuttora così, e <strong>Garibaldi, nell’impresa dei Mille su Marsala del 1860</strong>, indossò jeans, oggi custoditi presso il Museo centrale del Risorgimento, a Roma). L’import classificato ai tempi di Enrico VIII come Jeane non era peraltro tutto fustagno, bensì anche velluto ed altro.</p>
<p>Ad esser pignoli, oggi <strong>denim</strong> (3), o “serge de Nîmes” dalla città francese – occitana &#8211; di Nîmes, indica il tessuto, non vincolandolo al blu (4); jeans viceversa lo specifico taglio, indipendentemente dal tipo di tessuto (se ne trovano difatti anche in twill, gabardine, pelle…). Il diffusissimo twill, o saia, presenta infatti anch’esso rigatura diagonale</p>
<p>(1) in genovese “scosalin”, dal longobardo skauz, donde, in edilizia, scossalina</p>
<p>(2) disponiamo di una lettera del 1872 con cui Davis, subissato di richieste e timoroso della possibile concorrenza, convince Levi Strauss a &#8220;sposare&#8221; il suo progetto&#8230;</p>
<p>(3) erede del fustagno, ne differisce quanto a colore dell’ordito: nel fustagno esso è uguale alla trama, nel denim l’ordito è blu e la trama bianca o écru</p>
<p>(4) il blu fu in origine tinta peculiare ad ottenersi, non reputo questa la sede per approfondire tale processo, ma l’anima del filo blu rimane bianca, e per questo i jeans, più consumandosi con l’uso e i lavaggi, schiariscono (per taluni l’aspetto “vissuto” costituisce segno di pregio)</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Torta di Mazzini</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 13:16:05 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Torta di Mazzini, ode alle mandorle, ricaviamo le necessarie notizie da una lettera che il patriota scrisse, dalla svizzera Grenchen dove scontava un esilio in clandestinità * , alla madre Maria Drago il 28 dicembre 1835 e che si conserva a Genova presso l’Istituto Storico del Risorgimento ** . Insieme ai ravioli di Paganini (passione recuperata da una lettera del violinista del 1838 all&#8217;amico Luigi Germi), un menu dunque di pieno &#8216;800, cui si potrebbero collegare anche le predilezioni di Garibaldi (minestrone col pesto, stoccafisso in brandade, pesce, bouillabaisse, carni alla brace, formaggi e olive)&#8230;<br />
* se vuoi approfondire le relazioni fra Genova e la Svizzera, leggimi estesamente al link <a href="https://www.ligucibario.com/genova-a-zurigo-per-fespo/">https://www.ligucibario.com/genova-a-zurigo-per-fespo/</a></p>
<p>** &#8220;[… ]Prima di dimenticarmi, voglio attenere la mia promessa e soddisfare un mio capriccio. Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste, e provaste, perché a me piace assai. Traduco alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese: pelate, e pestate fine fine tre once di mandorle, tre once di zucchero, fregato prima ad un limone, pestato finissimo. Prendete il succo del limone, poi due gialli d’uovo, mescolate tutto questo, e movete, sbattete il tutto per alcuni minuti, poi, sbattete i due bianchi d’uovo quanto potete: en neige, dice essa, come la neve – cacciate anche questi nel gran miscuglio – tornate a movere. Ungete una tourtière, cioè un testo da torte, con butirro fresco, coprite il fondo della tourtière con pasta sfogliata, ponete il miscuglio sul testo, su questo strato di pasta sfogliata, spargete sopra dello zucchero fino, e fate cuocere il tutto al forno. Avete inteso? Dio lo sa. Mi direte poi i risultati: intanto ridete&#8221;.<br />
<strong>Umberto Curti<br />
</strong></p>
<p>L’alfabeto del gusto di Ligucibario® è la più ampia, completa e autorevole “banca dati” dell’enogastronomia ligure. Circa 1.500 voci che Umberto Curti in decenni di lavoro ha redatto e poi aggregato online per tutelare e promuovere le tradizioni regionali. Liberamente fruibile, “oggetto d’innumerevoli tentativi d’imitazione”, conta migliaia di follower e da sempre non contiene alcuna pubblicità. Iscriviti alla newsletter cliccando in homepage il simbolo della busta, e ogni settimana riceverai gratuitamente i nuovi contenuti…</p>
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</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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