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	<title>Ligucibario &#187; chieri</title>
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		<title>Jeans, marinai, facchini e carichi&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 09:12:07 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_19939" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/10/DSCN2245.jpg"><img class="size-medium wp-image-19939" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2020/10/DSCN2245-300x225.jpg" alt="scorcio del porto di Genova" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">scorcio del porto di Genova</p></div>
<p>Jeans, marinai, facchini e carichi&#8230;</p>
<p>A Roma (&#8220;Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria&#8221;), La Spezia (&#8220;Museo civico etnografico Giovanni Podenzana” in via del Prione) e sparsamente altrove si conservano abiti popolari liguri in <strong>jeans</strong>, dal Sette all’Ottocento. A Genova la &#8220;Galleria nazionale di Palazzo Spinola di Pellicceria&#8221; ospita un <strong>presepe</strong> dello scultore locale Pasquale Navone, dunque creazione di un atelier databile seconda metà del Settecento, ove appaiono pastori con indosso abiti jeans (e per il presepe ottocentesco, e sabaudo, di Giovanni Battista Garaventa esposto a Palazzo Reale si veda <a href="https://www.pharmacom.news/genova/blue-jeans-no-blu-di-genova/">https://www.pharmacom.news/genova/blue-jeans-no-blu-di-genova/</a> ). A Nervi, presso il &#8220;Museo Giannettino Luxoro&#8221;, si custodiscono <strong>acquerelli</strong> dell’Ottocento a firma Antonio Pittaluga (provenienti dal succitato museo di Roma), ove uomini e donne vestono jeans&#8230; Ben <strong>14 paramenti sulla Passione di Cristo</strong>, alcuni grandi 4&#215;3 m, colpiscono il visitatore nel &#8220;Museo Diocesano di Genova&#8221;, risalenti al Cinque-Seicento, sono eccezionali testimonianze – controriformiste &#8211; di come la tela jeans, in fibra di lino tinta con indaco, venisse utilizzata a supporto per allestimenti liturgico-devozionali, in questo caso ad ornamento del Sepolcro in occasione della Settimana Santa. Visitai una mostra, di cui conservo il catalogo Electa, nel dicembre 1989 a <strong>Palazzo San Giorgio</strong>, quando la riapertura del porto antico era ancora di là da venire ma Deogratias imminente (occorsero le “Colombiadi” del 1992, cinquecentenario della scoperta delle Americhe). Parte di una collezione privata, quei paramenti allora provenivano dall’abbazia di <strong>San Nicolò del Boschetto in Val Polcevera</strong> (vennero poi vincolati e acquisiti dallo Stato). Rifacendosi alla severa &#8220;Grande Passione&#8221; in 12 xilografie del <strong>Dürer</strong>, l&#8217;opera viene ora parzialmente attribuita al pittore zoagliese Teramo Piaggio, avviata intorno al 1538 (<a href="https://lacittaimmaginaria.com/i-teli-della-passione-illustri-antenati-dei-jeans/">https://lacittaimmaginaria.com/i-teli-della-passione-illustri-antenati-dei-jeans/</a> ). Prima dei coloranti chimici, l’indigofera tinctoria (<strong>indaco, al pari del cotone</strong> un dono originariamente dell’Asia) era fra le opzioni più ricorrenti, per coprire le macchie, un’alternativa è &#8211; come noto &#8211; il pastello indigeno, detto anche <strong>guado</strong>, che diversamente dall’indaco può crescere anche in Europa, ad es. Toscana, Liguria e Languedoc (si vedano sul tema anzitutto i lavori della storica dell’arte Marzia Cataldi Gallo <a href="https://video.repubblica.it/edizione/genova/tele-blu-come-si-tingevano-gli-antenati-dei-jeans/147466/145983">https://video.repubblica.it/edizione/genova/tele-blu-come-si-tingevano-gli-antenati-dei-jeans/147466/145983</a> ).</p>
<p>Sul finire del Seicento, un anonimo (convenzionalmente il &#8220;<strong>Maestro della tela jeans</strong>&#8220;, si vedano gli studi di Gerlinde Gruber) attivo in Lombardia dipinge con estremo realismo in tutti i suoi lavori qualcuno, ora una madre che cuce, ora un piccolo mendico&#8230;, con indosso (sia l’indumento ritratto giacca, gonna, grembiule (1) o pantalone) <strong>fustagno</strong> di Genova. Gli vengono attribuite 8 tele, e forse – da studi recenti &#8211; ulteriormente 2 (<a href="https://issuu.com/artsolution/docs/cat._maitre_toile_de_jeans_i/63">https://issuu.com/artsolution/docs/cat._maitre_toile_de_jeans_i/63</a> ).</p>
<p>Levi Strauss&amp;Co. rappresenta una delle imprese d’abbigliamento leader internazionali, con negozi <em>all over the world</em>, ed ha quote di mercato maggioritarie proprio nel settore jeans (grazie al leggendario modello ‘501’) e pantaloni. Questa “madre dei jeans&#8221; nacque nel 1853 dall’intraprendenza di <strong>Levi Strauss, un immigrato bavarese d’origine ebraica</strong> (il più irrequieto di 6 fratelli orfani), giunto in California durante il boom della cosiddetta corsa all&#8217;oro, costui a San Francisco avviò infatti col cognato una filiale della società di tessuti (tende, rivestimenti…) che gestiva coi fratelli, ed aveva sede centrale a New York. Il jeans, anzi il denim, che Levi Strauss intuì irrinunciabile per il minatore locale che ogni giorno lavorava di piccone e setacci, fu perfezionamento di un sarto del Nevada (nato lettone) Jacob Davis nel 1871, e brevetto Levi Strauss (n. 139121) del 20 maggio 1873 (2), epoca in cui il deposito d&#8217;esclusiva richiedeva un versamento di 68 dollari, che Davis non possedeva. Cowboys, legnaioli, ferrovieri, carrettieri, manovali e salopette, anch’esse funzionali ai lavoratori che dovessero coprire e proteggere anche da piogge il vestiario sottostante, s’aggiunsero subito&#8230; I primi output dello stabilimento furono peraltro di un color beige scuro, e i cowboys lamentarono rigature alle selle dovute ai rivetti. In breve, comunque, Levi Strauss fu milionario.</p>
<p>Il resto, di fatto, pertiene già alla storia presente, nel senso che questi numerosi e “sparsi” frammenti di storia in realtà convergono tutti verso quel termine jeans (o blue jeans) il quale oggi individua caratteristici – celeberrimi &#8211; pantaloni con rivetti di rame, a rinforzo di giunture/tasche, bottone centrale di metallo, 5 tasche fra cui le posteriori cucite sopra la stoffa, ed etichetta (la salpa) fissata in alto a destra posteriormente. E’ peraltro successivo rispetto all’ideazione originaria il taschino per orologio e monete. La struttura diagonale che intreccia trama e ordito li rende indistruttibili e comodi, poiché s’adattano a forma e movimento di chi li indossa (una tela viene viceversa tessuta incrociando i fili a perpendicolo).</p>
<p>Jeans deriverebbe da una storpiatura dell&#8217;antico Jeane/Jannes con cui i francesi alludevano a Genova, e poi da un <strong>Gênes</strong> anglicizzato; il plurale, tuttavia, si consolida collettivamente nell’Ottocento. Tutto ciò in quanto i tempi antichi solevano indicare i tessuti col nome del luogo di produzione/provenienza, e Jean/Jeane appariva su tante importazioni di fustagno (materiale resistente ed economico) che, sin dal Cinquecento, facevano rotta dal porto di Genova a <strong>Londra</strong>. Ianuensis ergo mercator, come al solito, malgrado la forte concorrenza di Ulm (fustagni più costosi rispetto a Genova) e di alcune città italiane, fra cui <strong>Chieri</strong>, che ovviamente esportava da Genova (a Chieri un museo racconta la storia tessile locale, ecco il <a href="https://www.fondazionetessilchieri.com/" target="_blank">link</a>)&#8230; In quei secoli d’intense compravendite e business, la marina genovese stessa ne faceva largo impiego equipaggiando navi a vela e marinai (l’uniforme di servizio in Marina è tuttora così, e <strong>Garibaldi, nell’impresa dei Mille su Marsala del 1860</strong>, indossò jeans, oggi custoditi presso il Museo centrale del Risorgimento, a Roma). L’import classificato ai tempi di Enrico VIII come Jeane non era peraltro tutto fustagno, bensì anche velluto ed altro.</p>
<p>Ad esser pignoli, oggi <strong>denim</strong> (3), o “serge de Nîmes” dalla città francese – occitana &#8211; di Nîmes, indica il tessuto, non vincolandolo al blu (4); jeans viceversa lo specifico taglio, indipendentemente dal tipo di tessuto (se ne trovano difatti anche in twill, gabardine, pelle…). Il diffusissimo twill, o saia, presenta infatti anch’esso rigatura diagonale</p>
<p>(1) in genovese “scosalin”, dal longobardo skauz, donde, in edilizia, scossalina</p>
<p>(2) disponiamo di una lettera del 1872 con cui Davis, subissato di richieste e timoroso della possibile concorrenza, convince Levi Strauss a &#8220;sposare&#8221; il suo progetto&#8230;</p>
<p>(3) erede del fustagno, ne differisce quanto a colore dell’ordito: nel fustagno esso è uguale alla trama, nel denim l’ordito è blu e la trama bianca o écru</p>
<p>(4) il blu fu in origine tinta peculiare ad ottenersi, non reputo questa la sede per approfondire tale processo, ma l’anima del filo blu rimane bianca, e per questo i jeans, più consumandosi con l’uso e i lavaggi, schiariscono (per taluni l’aspetto “vissuto” costituisce segno di pregio)</p>
<p><strong>Umberto Curti<br />
<a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18771" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/umberto-curti1-300x168.jpg" alt="umberto curti" width="300" height="168" /></a><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18794" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2019/12/Ligucibario-mindmap-PNG-300x225.png" alt="Ligucibario mindmap PNG" width="300" height="225" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>Dov&#8217;eri? A Chieri!</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Apr 2014 09:02:27 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2014/04/DSCN5748.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15651" alt="DSCN5748" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2014/04/DSCN5748-225x300.jpg" width="225" height="300" /></a>Via dalla pazza folla e dalle città-turisdotto, il weekend di Pasqua mi trova con Luisa a Chieri, dove arrivo puntuale (via Torino-Lingotto) con un moderno e pulitissimo treno del Servizio Ferroviario Metropolitano. Il paesaggio ai finestrini vira progressivamente al verde (coltivazioni di cereali, di vigne freisa, di cardi…), mentre mi avvicino a questa quieta cittadina commerciale, ai margini sud delle colline torinesi, celebre anche per la tradizione del tessile, che ha lasciato in eredità un piccolo museo, visitabile dal lunedì al venerdì (meglio telefonare). Scendo all’hotel Park, tre stelle funzionale appena fuori del centro storico, che ha reception sorridente, camere ampie e ottimi servizi, nonché un giardino privato capace nei periodi caldi d’offrire ombroso riparo. E, attenzione, situato a fianco di &#8220;Grado Plato&#8221;, pluripremiato birrificio artigianale apprezzato anche all&#8217;estero. Dopo di che eccomi sùbito per le vie dello “struscio”, specialmente la pedonale Via Vittorio Emanuele II, punteggiata di negozi e griffe. Chieri, antica colonia romana poi fortificata sotto il regno di Augusto, è un susseguirsi di bei palazzi medievali (‘300 e ‘400), non a caso in quel periodo s’assoggettò ai Savoia, che le permisero la fioritura mercantile. Ma la principale risorsa turistica è l’imponente Duomo, ricca testimonianza del gotico piemuntais, che sorge su un preesistente luogo di culto, pare infatti che il Cristianesimo presenziasse Chieri già mille anni prima. Santa Maria della Scala allude alla scala su cui Dio scende verso l’umanità, e su cui l’uomo può aspirare al cielo. <a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2014/04/chieri-duomo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15650" alt="chieri duomo" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2014/04/chieri-duomo-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>Fraterno lettore, ti lascio la gioia della visita, il buio delle tre navate silenziose consente momenti d’intima solennità, ma abbi un occhio di riguardo anche per il Battistero e il Campanile, su cui fra l’altro noterai due meridiane. Quanto all’enogastronomia, l’area è nota ai foodtrotter principalmente per il vitigno freisa, che qui regala anche un chinato, interessante con cioccolati, pasticceria secca e crostate ai frutti rossi. Io ho via via sostato da “Avidano” (via Vittorio Emanuele II, 46), noto chocolatier con punto vendita anche in via Madama Cristina 62d a Torino, dove ho comprato anzitutto una colomba all’arancia strabiliante, senza burro, preparata con burro di cacao e olio d’arachidi. Ho comprato splendide birre artigianali (sarde, venete e piemontesi) e qualche altra sfiziosità da “Good” (palazzo Valfré, via San Giorgio, 2). Ho mangiato il buon gelato di “Grom” (via Vittorio Emanuele II, 59), che valorizza prodotti del territorio e prassi produttive sempre attente alla salute del consumatore. Ho bevuto l’aperitivo al “Nuovo Caffè Nazionale” (via Palazzo di Città, 1), staff cordiale e ben organizzato, consolandomi con infiniti stuzzichini mentre fuori la pioggia non cessava. <a href="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2014/04/DSCN5815.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15652" alt="DSCN5815" src="https://www.ligucibario.com/wp-content/uploads/2014/04/DSCN5815-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a>Ho cenato con gioia alla “Cantina del Convento” (vicolo Sant’Antonio, 6), circondato da 600 etichette, fra vini e birre, locale d’atmosfera dove regalarsi taglieri – di salumi e formaggi &#8211; e taglierini – al ragù di salsiccia stufata nella birra &#8211; , agnolottini del plin e prosciutti crudi d’autore, hamburger di fassone e tarte tatin. Luisa la gourmet non s’è fatta mancare niente…Dov’eri a Pasqua? A Chieri. Arrivederci Piemonte, sei sempre il solito, non tradisci mai.</p>
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