6 giu 2016  | Pubblicato in Ligucibario

Feste e sagre del biologico… Ma che sia biologico 1

splendori di val d'aosta

splendori di val d’aosta

“L’Italia è una Repubblica fondata sulle sagre”

Che il “biologico” come vasto settore complessivo, pur fra molti meriti, abbia indirettamente calamitato attorno a sé una serie di falsi miti, e alcuni operatori della “naturalità” siano stati al centro di approfondite inchieste (delle pubbliche autorità e/o giornalistiche) dall’esito non sempre lusinghiero, è ormai cosa troppo nota per dilungarvisi. Del tema si sono ad esempio occupati anche

il noto chimico-blogger Dario Bressanini (https://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/18/dieci-vero-o-falso-sul-biologico/),

“Le iene” su Italia1 (https://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/498338/agresti-quando-il-cibo-biologico-contiene-pesticidi.html),
“Ballarò” sulla RAI (https://ballaro.blog.rai.it/2016/03/29/bio-falso-un-dipendente-la-maggior-parte-della-merce-era-convenzionale-e-sulla-carta-diventava-biologica/)
e ripetutamente l’imperdibile “Report”, il format di Milena Gabanelli che davvero non necessita più di presentazioni, e che andrebbe proiettato in tutte le scuole superiori (https://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-aaa2c7ef-f2d6-431e-9dcb-e2d5a3834c68.html)…
Il connotato modaiolo ha poi rafforzato una proliferazione di mercatini, fiere, festival e sagre enogastronomiche “bio”, o pseudo tali, su tutto il territorio nazionale. Digitando su Google “fiera del biologico” appaiono, non a caso, centinaia di migliaia di item. Si consideri che oggi in Italia le manifestazioni genericamente food sono in media salite a 3 per Comune, l’80% concentrate – manco a dirlo… – fra giugno e settembre (e talora lo scontento dei ristoratori e pubblici esercizi locali è deflagrato e sta deflagrando potente).
Massimo rispetto per chi vi s’impegna, beninteso, e massima stima per il volontariato genuino. Ma dato che sagra deriva da sacra, la festa dei cibi e dei vini dovrebbe essere una liturgia di territorio, tipicità e artigianati, là dove, viceversa, badare laicamente solo al business oscura ipso facto i concetti di autentico e di tradizionale.
E’ dunque verosimile che, per molte ragioni, la mera fila di stand indifferenziati, e la vendita di paella o muscoli fritti presso valli contadine che nemmeno intravedono uno spicchio di mare diventino, auspicabilmente, formule oramai obsolete. Per non parlare di sicurezza alimentare (conservazione, manipolazione e cottura dei cibi), talora un optional. Io non mi spingo sino alle parole del sito Dissapore (https://www.dissapore.com/cucina/il-pranzo-della-domenica-alle-sagre-solo-mera-congelata/), dove si legge “…non ho nessuna fiducia sulla qualità delle pietanze servite in queste sagre: le ultime due che ricordo sono quella di Castelnovo in Garfagnana, con la polenta e qualcos’altro, e la Sagra del Polpo a San Vincenzo: polpesse in umido con vino di vascello servito a fiumi su tavolazzi con il rivestimento di linoleum, al prezzo del pranzo in un ristorante, appena qualcosa meno. E non riesco nemmeno a vedere l’utilità di queste manifestazioni, spesso sfoggio delle amministrazioni, passerella per le Pro Loco…”. E tuttavia una riflessione s’imporrebbe.
A quali criteri conformarsi, dunque, per separare il grano dal loglio e per intendersi una buona volta circa i temi in gioco? Ecco qualche modesta proposta…
- Questi eventi dovrebbero garantire le tracciabilità “bio” dei prodotti esposti e/o somministrati. In una fiera del biologico tutti i prodotti dovrebbero vantare la relativa certificazione. Punto a capo.
- Questi eventi dovrebbero assicurare il reale e concreto rispetto della sostenibilità ambientale, in termini di sia di strutture hardware sia di utensili, detersivi, smaltimenti… Vedere in un luogo “green” i cestini straripare di rifiuti indifferenziati è criticità non solo estetica. Punto a capo.
- Questi eventi non dovrebbero avere, occultamente, finalità speculative. Trasparenza impone che siano organizzati e gestiti da associazioni senza scopo di lucro, e che eventuali utili vengano reinvestiti solo a favore del “patrimonio” storico-culturale locale. Punto a capo.
- Questi eventi dovrebbero tenersi alla larga da ricette, merci e trend che nulla hanno a che vedere col “made in Italy” virtuoso né coi segni e i patrimoni profondi delle comunità locali. Punto a capo.
Il cammino mi pare ancora lungo… Tu, fraterno lettore, che ne pensi? Come ti regoli? Raccontami le tue esperienze migliori e peggiori. Rappresenteranno un utile “repertorio” per il pubblico di Ligucibario!
Umberto Curti

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