24 apr 2017  | Pubblicato in Ligucibario

Il “Mercato Orientale” di Genova, un suq di colori e profumi

luisa puppo, grande amica del mercato orientale di genova

luisa puppo, grande amica del mercato orientale di genova

Le nuove forme di turismo chiedono all’Italia, e alla Liguria, esperienze emozionanti, momenti di relazione autentica, reciprocità di saperi. Ecco perché risorse fino a ieri erroneamente estromesse dall’offerta turistica (botteghe e mercati tipici, micromusei, ruralità, eventi della tradizione…) vi recitano oggi, viceversa, un ruolo importante.
La fine dell’Ottocento fu per Genova periodo vivo e florido. Le prime serre del basilico, l’esposizione italo-americana, via via i primi e sempre più ambiziosi ricettari di cucina locale, e l’apertura del cosiddetto Mercato Orientale (inaugurato dal sindaco Francesco Pozzo la prima domenica di maggio 1899 con un’esposizione di fiori, ortaggi, avicolture e concimi)…
In centro, via XX settembre è oggi l’imponente “rambla” che con lieve salita lega la stazione ferroviaria di Brignole al centro topografico della città, piazza De Ferrari, mescolando stili architettonici e vocazioni commerciali. E’ cifrata, a metà, dal cosiddetto ponte Monumentale, che per alcuni metri interrompe il carosello di portoni decorati, vetrine e showroom, ristori e bar.
Il limitrofo dedalo di vicoli medievali era ancora a fine Ottocento il cuore pulsante di una città (capitale del Mediterraneo) davvero fiera di sé e delle proprie ricchezze passate e presenti, una città Superba, e che tale potrà ambire a tornare individuando le proprie vere attitudini.
Proprio da via XX settembre si accede al Mercato Orientale, uno dei più vitali e riforniti d’Italia, l’aggettivo “orientale” ne rivela – semplicemente – l’ubicazione est, come porta d’accesso orientale, rispetto a piazza De Ferrari. Vi si può accedere anche da via Galata, garbato incrocio punteggiato – a propria volta – di botteghe e pasticcerie storiche, sino a raggiungere piazza Colombo, regno porticato dei bouquinistes.
Significativo l’assetto architettonico di fine Ottocento, che sin dall’inizio – su progetto dell’ingegner Veroggio – dové integrarsi col portico-chiostro conventuale preesistente (ai tempi già presidiato da microbotteghe), quest’area attigua alla chiesa della Consolazione è nel suo complesso agostiniana, la chiesa fra l’altro ospita un antico crocifisso ligneo e una quadreria che meritano la visita.
Il Mercato Orientale ha tutta la settimana orari d’apertura “ampi”, tranne (gli esseri umani necessitano di un po’ di riposo!) la domenica. Sono decine e decine i banchi di vendita, colori e odori non solo di frutta e verdura fresche, nostrane ed esotiche, ma anche di olive, spezie, carni frattaglie e salumi, pani focacce e pasta fresca, pesci molluschi e crostacei, formaggi, frutta secca e candita, fiori… Odori – a me piace sottolineare – di basilico per il pesto, di maggiorana per i ripieni, di menta per il marò di fave, e in stagione il preböggiön per i pansoti…
Qui convergevano i besagnin, ovvero il contado che dalla Val Bisagno calava in città per vendere i frutti del proprio lavoro, di piante ed orti che, Deogratias, in alcuni casi sono sopravvissuti anche alla successiva cementificazione edilizia.
Oggi come ieri la quantità e qualità della merce esposta è strabiliante, quasi la natura appoggiasse qui una tavolozza di colori da mare e terra. Sui banchi del pesce, ad esempio, ecco baccalà e stoccafissi dai lontani mari della Norvegia, ma accanto al famigliare pescato del Mediterraneo e del Tigullio, ecco fra il ghiaccio i tonni, le acciughe, i rossetti, i polpi, pretesto trionfale per cento idee culinarie, pesce in umido, fritto, al sale, in scabeccio…, ma senz’alcun bisogno di stravaganza, dato che il pesce fresco meno si manipola e meglio è. Pesce, non si dimentichi, quasi sempre buon alleato della salute, tanto che già anni fa scrivevo sul web: “che l’odore sia fresco, piacevole, delicato, il corpo sodo, le squame ben aderiscano alla pelle luminosa, l’occhio trasparente, sporgente e quasi estroflesso, le branchie rosse e rosate, le carni intense, sane e chiare, le costole che fan tutt’uno con le parti dorsali e addominali”. Qui viene perfino nettato e sfilettato, e la clientela trova in distribuzione, ai lati dei banchi, semplici pieghevoli opportunamente predisposti per suggerire usi e ricette…
Credo si possa ormai affermare, senza tema di smentite, che il Mercato Orientale (come strutture simili, o bazar, in altre località, da Modena a Firenze a Palermo a Barcelona…) costituisce a pieno titolo una risorsa culturale e turistica, per una città che sta individuando proprio nel turismo uno degli asset di più convincente rilancio. Fra quei banchi stracarichi di merce si svolge infatti qualcosa più che una semplice compravendita. S’instaura una relazione, ovvero un’esperienza di “scambio”, e poiché l’enogastronomia è, per propria natura, tradizione e convivio sensoriale, il Mercato Orientale, a maggior ragione ove oggetto di ristrutturazioni migliorative, potrà e saprà sempre più ospitare tour e visite guidate, iniziative mediatiche e gustincontri culturali.
Entrare per credere.
Umberto Curti

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