19 dic 2019  | Pubblicato in Ligucibario

La fine delle buone maniere

Foto0461Leggo gli scritti di Pierfranco Pellizzetti da molti anni: libri, articoli, dossier, cahier de doléances. Mi dolgo di non conoscerlo personalmente, dato che condivido numerose delle sue riflessioni, ed i miei libri (specie “Alte stagioni”, 2005) propongono reali consonanze coi suoi… Da cittadino, da co-founder di una società di marketing turistico, da contribuente, da elettore vivo infatti una reale preoccupazione, umana prima ancora che professionale, circa gli italici tempi in atto, e circa la città – Genova – dove vivo e lavoro.
Pellizzetti, sociologo, polemista “performing” e molto altro, nell’àmbito delle attività dell’associazione “Controvento” è in particolare fra gli autori di un “libro bianco”, dal significativo titolo “Rompere il silenzio. Un libro bianco per ridare voce alla Liguria” che pochi anni or sono mi colpì profondamente, ricco com’è di tesi originali e talora financo dirompenti (si recupera online, e ne caldeggio di tutto cuore la lettura). Alcune le ho riprese ed ampliate, benché meno impietosamente, nel mio recente “Libro bianco del turismo esperienziale” (editore Sabatelli), che contiene specificamente un denso capitolo su Genova, mio luogo natale, porto-casbah verso il quale nutro – come altri – un sentimento ambivalente, amandola e talora detestandola. Sia come sia, si tratta di una città complessa e policentrica, che per rianimare le proprie potenzialità, ed interrompere la decadenza in atto da decenni, dovrà rimuovere tutta una serie di contraddizioni e lobbismi che continuano a minarne l’avvenire.
In questi giorni, di Pierfranco Pellizzetti è uscito in libreria per i tipi di Aragno “La fine delle buone maniere” (un titolo bello e amaro), il dolente pamphlet – strutturato in 11 racconti non “lineari” – di un figlio deluso dalla propria città-madre, un figlio che si confessa e si congeda non senza sdegni, tanto che la tenerezza ha via via ceduto il posto alle indignazioni, e riga dopo riga – dopo il veemente incipit “Un bel giorno, Genova sparì” – affiora il ritratto di una città ferma e, salvo rare eccezioni (dall’ammiraglio Andrea D’Oria all’armatore Raffaele Rubattino), storicamente misoneista. Cosa rimane infatti di quella che fu la capitale delle partecipazioni statali ed il vertice sud del triangolo industriale con Torino e Milano?
Altro non intendo svelare agli amici lettori di Ligucibario®, ma coloro che amano Genova dovrebbero riservar spazio sugli scaffali ed attenzioni vere a questo “tomo” (370 pagine) di piacevole lettura, che ancora una volta – com’è nel dna di Pellizzetti – incastra presente e passato, senza pietà per i familismi di ceto e di corporazione, né per l’agiata borghesia che si circondava di decoro e “villeggiava” nell’immediato entroterra, là dov’è infatti sopravvissuta qualche traccia liberty.
Umberto Curti

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