23 ott 2019  | Pubblicato in Ligucibario

I Durazzo. Genova a Vienna e Venezia

durazzoAngela Valenti Durazzo è giornalista, saggista e poetessa. Autrice di biografie e contributi su cataloghi a tema storico, in particolare le siamo debitori de “I Durazzo da schiavi a dogi della Repubblica di Genova” (La Compagnia della Stampa, 2004), e “Il fratello del Doge. Un illuminista alla Corte degli Asburgo tra Mozart, Casanova e Gluck” (2012).
Ho ricevuto in dono proprio quest’ultimo volume, dalla veste editoriale incantevole, che percorre con rigore e passione la storia (le storie) di un’importante casata, che diede a Genova ben 9 Dogi (il primo dei quali ascese al dogato nel 1573), e complessivamente alle istituzioni trenta senatori, due cardinali, cinque vescovi, sedici ambasciatori. Mi riferisco niente meno che ai Durazzo, «les Duras» per i francofoni. Giunti via mare nel 1389 dall’Albania (Paese con cui Angela – non a caso – oggi intrattiene fitte relazioni), mentre i turchi Ottomani vincendo al Kossovo scorrazzavano nei Balcani, costoro – una semplice famigliola – si stabilirono in Liguria, mostrando presto notevoli capacità commerciali nell’area di Genova detta Pietraminuta (setaioli, conciatori). Dal XV secolo intensificarono i rapporti coi Grimaldi (accedendo al patriziato più in vista), dapprima poiché la costa monegasca risultò l’approdo donde i Francesi, con l’alleato Louis II d’Angiò, salpavano per combattere Genova e i «Duras», in seguito (più faustamente) allorquando, nel XVIII secolo, Giulia Maria Durazzo (figlia di Giuseppe) sposò Pier Francesco Grimaldi, imparentato coi sovrani di Monaco. Giulia, donna “di spirito elevato e religioso”, mise al mondo 4 figli.
Il volume donatomi focalizza la figura specifica di Giacomo Durazzo (27 aprile 1717-15 ottobre 1794), fratello cadetto del Doge di Genova, il più noto Marcello, dentro una temperie storica che via via si stava facendo più favorevole agli intellettuali, grazie in primis a quell’Illuminismo che progressivamente trasformò il continente Europa. Di costui/della casata si sono occupati in epoche recenti anche autori come Dino Puncuh (già Presidente onorario della Società ligure di storia patria), Giovanni Assereto (ordinario di Storia moderna presso l’Università di Genova)…
Animo sensibile anche grazie agli studi classici, uomo di charme aristocratico, Giacomo intrattiene epistolari anche e persino con Voltaire, Rousseau…, sicché (32enne) già parte per il proprio cursus honorum rappresentando Genova, in qualità di inviato straordinario, alla corte di Vienna. Un luogo, la corte asburgica, in cui – grazie al feeling con l’imperatrice Maria Teresa “dalle finestre sempre spalancate” – Giacomo può esprimere tutto il proprio talento di musicista, di innovatore, di alacre event manager, di direttore teatrale, di talent scout (la carriera di Gluck, nominato nel titolo del libro, e l’Orfeo ed Euridice coi testi di De Calzabigi molto gli devono). A Vienna sposa nel 1750 l’avvenente Ernestine Ungnad von Weissenwolf, giovane damigella di corte e figlia del Presidente dell’Alta Austria (ma non mancano le contraccambiate scappatelle).
Nominato poi ambasciatore imperiale a Venezia (carica che coprirà per un ventennio), ospita Mozart e frequenta Casanova, di cui tuttavia condivide solo gli afflati intellettuali. Si può dunque concludere che le “capitali” Genova, Vienna e Venezia (dove fu sepolto dietro sua specifica richiesta) cadenzano le 3 stagioni della biografia non solo professionale di Giacomo, che peraltro sin dall’infanzia, presso la fastosa dimora genovese di via Balbi (oggi Palazzo Reale) dove nel 2012 gli fu dedicata una mostra, aveva “avvicinato” – con precoce cosmopolitismo – il teatro, le collezioni librarie, l’arte, il bel canto.
Intanto, purtroppo, l’oligarchica Repubblica di Genova completa il proprio declino, inidonea per strutture e culture a fronteggiare il nuovo che avanza, ed anzitutto la palingenesi illuministica… La rivoluzione francese, Napoleone Bonaparte e la fine di un’epoca sono alle porte.
Tutto questo ci narra il volume di Angela Valenti Durazzo, che – malgrado le 400 pagine – ho letto tutto d’un fiato, colpito dall’attività di ricerca che certamente deve averlo preceduto. Il sagace frazionamento in capitoli e l’agile prosa dell’autrice lo rendono una lettura davvero godibile, che restituisce uno spaccato della quotidianità del tempo, e un ritratto di Giacomo Durazzo dove la componente umana (con le amarezze, le contraddizioni, le difficoltà…) avvicina il protagonista, come persona autenticissima, anche alla sensibilità dei lettori odierni. Felicitazioni arci-sincere all’Autrice.
Umberto Curti

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