8 ott 2020  | Pubblicato in Ligucibario

Chi non comunica non esiste

uno scorcio di calizzano

uno scorcio di calizzano

Heritage e genius loci, fattori di competitività della destinazione rurale

Nell’àmbito di un progetto europeo, ho selezionato i (58) Comuni liguri sopra i 400 m di altitudine, per individuare le più ricorrenti risorse agroalimentari e gastronomiche che li caratterizzano.
Dai 1.118 m di Fascia, nel Genovesato, ai 400 m di Pietrabruna, nell’Imperiese, il patrimonio “food” nel suo complesso racconta anzitutto arte bianca (pasta, focacce, pasticceria…), birre artigianali, carni, caseario, castanicoltura, cereali (con qualche caso di grano antico), erbe selvatiche, frutta (pesche, fragole…) e frutti di bosco, funghi, lavanda, mieli e melata, olio evo, ortaggi (patate, fagioli e fagiolane, carciofi, zucche, moco…), rose da sciroppo, tartufo, vino (Ormeasco!), zafferano.
Oggi che, nell’accezione turistica, il concetto di “heritage” s’intreccia operativamente, e con stretti nodi, a genius loci – parola chiave nei product esperienziali – , ecco allora che tutti i patrimoni locali, e sottolineo tutti (storico-culturale, paesaggistico, enogastronomico, artigianale…) convergono a qualificare l’identità di un territorio, che contemporaneamente aggrega/è architettura e manufatti, biodiversità e coltivazioni, folklore prodotti sagre ricette… E solo attraverso tali corredi di risorse può differenziarsi dalla concorrenza e posizionarsi presso la domanda. Fin qui, l’abc del marketing, livello beginners, pagina 1 dei manuali. Ben più complesso, purtroppo, indurre sistemi e comparti (enti, musei, scuole, consorzi, associazioni…) ad una reale cooperazione.
Non mi dilungo per l’ennesima volta sui molti punti di forza e di debolezza che contraddistinguono la nostra regione (la mia società di consulenza ha realizzato 25 swot analysis per il sistema camerale ligure…). Oggi sono qui semplicemente per riaffermare che l’emergenza sanitaria ha – ed era prevedibile – allontanato molti flussi d’arrivo dai cosiddetti “turisdotti”, ovvero dalle località più celebrate e frequentate, a beneficio di destinazioni meno note e meno “centrali” nell’immaginario collettivo: borghi, soprattutto, ed intendo aree, entroterra e comunità – appartate ma ospitali – dove l’esperienza di soggiorno può esser positivamente slow, a contatto con gli abitanti del luogo, le loro attività e tradizioni, le loro cucine, la loro quotidianità. Molta Italia ha scelto Italia (qui un link con alcune recenti rilevazioni).

u.curti "Libro bianco del turismo esperienziale"

u.curti “Libro bianco del turismo esperienziale”

Borghi e comunità: gli asset del turismo slow ed esperienziale

Esperienze, relazioni, emozioni, a misura d’uomo, per una fruizione dei beni sostenibile e consapevole.
Mi convince in tal senso, per alludere a queste nuove geografie ed opportunità di scoperta, o di riscoperta, il neologismo – ma non è mio – “neoluoghi”, fors’anche in antitesi a quei “non luoghi” desolati dove, secondo l’antropologo francese Marc Augé (1992), gli individui sempre più s’incrociano senza di fatto interagire gli uni con gli altri (aeroporti, ipermercati…).
Borghi, che eufonica parola, l’Italia è costellata di meraviglie… Ma nel “commercio” turistico, come ormai noto, il dove senza il come non basta, ovvero occorre sempre più rafforzare l’offerta di un luogo in sé con tutta un’ampia gamma di attività ed esperienze (di apprendimento, escursionistico-sportive, food…) che è possibile vivervi, così da render quel luogo “insostituibile” e motivare e soddisfare il o i target cui ci si rivolge. E tali attività ed esperienze vanno – andrebbero – in qualche modo già prefigurate online, perché non da oggi la quasi totalità dei turisti sceglie (costruisce) la vacanza sul monitor del proprio PC…
Chi non comunica non esiste, si suol dire, e fin qui – di nuovo – l’abc del marketing (esse est percipi sottolineavano i teologi medievali). Tuttavia oggi è necessario spingersi oltre quanto a buone prassi, “anticipare” i desideri e le esigenze dell’ospite, e a tal fine rappresentare già sul web – in maniera personalizzata – i contenuti che allieteranno la sua permanenza.

Formare per comunicare: web marketing, lingua inglese, storytelling

Dunque, con buona pace del misoneismo rurale, che talvolta pare voler “chiudere” i contatti e confronti con molto mondo esterno, anche il “made in” e le tradizioni agro-gastronomiche, da soli, poco possono…
Il nostro Paese si contraddistingue, da sempre, per un tessuto di piccole e microimprese, sovente a gestione famigliare, tipologia che propone plus e criticità specifiche. Ed il caseificio di minime dimensioni, l’antica bottega di paese, l’apicoltore, la pastorizia superstite, l’eroico agriturismo o artigiano che funge da “presidio” lungo un itinerario di cui pochi si curano…purtroppo sono realtà che talora stentano a fronteggiare le dinamiche del presente, le globalizzazioni, il peso della burocrazia. I numeri, socioeconomicamente, parlano chiaro, li ho già sciorinati in altri post…
Ecco quindi la necessità di allargare la visuale, e di sostenere e “qualificare”, senza beninteso snaturarli, tutti gli operatori che – a vario titolo – concorrono alla proposta turistica, gastronomica ecc. del territorio. La conoscenza (quantomeno) della lingua inglese, la presenza efficace su web e social media, l’attitudine allo storytelling sono “capacità” da possedere trasversalmente, per assicurarsi un domani e non esser travolti dallo tsunami (a buon intenditor…). In tal senso, tradizione e innovazione debbono essere due valori sinergici, non antitetici.
E per un’offerta di sistema che gareggi ad armi pari coi competitor (veloci e aggressivi) e garantisca ai turisti un’accoglienza ricca di qualità e suggestioni.
Buon lavoro, Liguria!
Umberto Curti
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