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Testaroli

Tipici del genovesato e dello spezzino, a Ne, Cogorno, Sestri Levante, Varese Ligure, La Spezia…, si possono condire con pesto ben agliato o sugo; nel primo caso abbinerai un DOC Colli di Luni bianco, nel secondo un rosso. Ne incontri anche in Toscana, vista la vicinanza geografica. Il vocabolo deriva chiaramente da testo, teglia con orli bassi o comunque disco di materiale vario (ghisa, ferro…), adatta a fiamme e a braci, “antiaderente”, da piadine e focacce. Sono dischi (più sottili oggi) di farina di grano tenero o di farro, diametro 30 cm. Un tempo si cocevano i testaroli su foglie di castagno. Purtroppo si confondono spesso coi panigacci (gloriosissimi a Podenzana), vedi qui nell’alfabeto del gusto la relativa voce, che tendenzialmente incorporano anche una parte di farina di grano duro. Un ricettario di un gastronomo locale, Salvatore Marchese (“Cucina di Lunigiana”, da p. 43), approfondisce le affinità e le differenze con le barbotte e le polte/polke, di evidente origine romana.
La ricetta dei testaroli è di una semplicità clamorosa (se possiedi lo spazio e il forno per testi di 30-40 cm di diametro!), per 4 persone ti servono soltanto 400 grammi di farina, sale q.b., un litro d’acqua. Porrai la farina nell’acqua insieme a due presine di sale e rimesterai ben bene con un lungo cucchiaio di legno. Lascerai riposare l’impasto per un’ora e poi lo setaccerai onde evitare spiacevoli grumetti. Spargilo ora col cucchiaio in due testi (puoi anche ripiegare su lastre d’acciaio), creando uno strato ben sottile che collochi a cuocere. Terminata un’idonea cottura il testarolo va lasciato a freddarsi. Tagliato a listelle o a lasagnette romboidali va immerso a rinvenire in acqua tiepida/calda, e dopo averlo scolato lo consumi deliziosamente col pesto genovese – ben agliato – , oppure con semplice olio d’oliva e formaggio.

Umberto Curti http://www.ligucibario.com/ligucibario-servizi/umbi bello

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