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Carloforte

L’isola di San Pietro è porzione della Sardegna dove tuttora si parla genovese (fu infatti colonia nel ‘700, coi profughi di Pegli provenienti dalla tunisina Tabarca). Terra antica, propone fra l’altro necropoli puniche e vari oggetti d’epoca romana. Fu viceversa disabitata (a parte le molte navi che vi facevan sosta * ) dal crollo dell’impero romano sino appunto al ‘700.

Come noto, i pegliesi avevano popolato l’isoletta di Tabarca – vasta solo 24 ettari – intorno al 1540, per via del corallo. Fu il re di Spagna a “concederla” a Francesco Lomellini e ad altri notabili genovesi. Divenne ben presto un popoloso “porto franco” dove si commerciava senza scrupoli ogni cosa, e – in qualche modo – anche un punto di contatto fra l’universo cristiano e quello islamico. L’atmosfera però via via prese a peggiorare e i Lomellini addirittura proibirono i matrimoni per evitare ulteriori sovraffollamenti nel ridotto spazio dell’isola.

Giunse dunque più che a proposito la notizia secondo la quale Carlo Emanuele III di Sardegna intendeva popolare alcune aree “deserte” del suo regno. San Pietro venne individuata sia per l’ubicazione geografica, sia per il corallo, sia per la pesca dei tonni, sia per la prospettiva delle saline. Vi sbarcarono così da Tabarca un centinaio di famiglie, cui si sommarono una trentina di famiglie dalla Liguria, per un totale di circa 470 persone. Altre colonizzarono la prospiciente Calasetta, sull’isola di Sant’Antioco. Carloforte fu toponimo scelto in onore, appunto, di re Carlo Emanuele.

La località iniziò a svilupparsi (abitazioni, colture, pesca, canali…), benché flagellata dapprima da un’invasione francese e poi da una cruenta razzia tunisina (i pirati rapirono oltre 900 persone, tenendole in ostaggio 5 anni). Si decise perciò l’erezione di una cinta muraria, interrotta fra le altre dall’ampia Porta Leone, che ricorre in alcuni proverbi tipici dell’isola. Il riparo e la pace portarono un rinnovato benessere, tanto che Carloforte commerciò anche aragoste ** con le principali potenze europee.

I trascorsi storici, di segno anche commerciale e culturale, si riverberano evidentemente nella cucina, né tout court sarda né tout court ligure, dove esistono ad es.: infinite ricette del tonno, pesce di cui si consuma tutto tranne testa e coda; la farinata; la focaccia; la casòlla, una zuppa di pesci e molluschi in salsa; il pesto (con aggiunta di pomodoro); i ravioli (con ricotta) conditi col pomodoro; la bobba, sorta di favetta; le cipolle ripiene; il cascà, sorta di cous-cous *** con verdure; i pesci fritti con l’agiadda; stocche e baccalà; i panetti coi fichi secchi, preparati per i Santi o per San Carlo; i canestrelli natalizi o pasquali… Interessante infine il proverbio ”per conoscere una persona occorre mangiarci una salma di sale insieme”, la salma era un’unità di misura fra i 70 e i 300 litri, in funzione dell’area dove veniva adottata

* compresa quella che naufragò col suo carico di giovani partiti per la Crociata del 1212.

** Carloforte emanò nel 1820 un documento, per calmierare i prezzi del pescato, in base a cui scopriamo che le aragoste erano la merce più a buon mercato!

*** il cous-cous – la grafia può variare – , in origine ideazione delle tribù berbere, è oggi piatto nazionale di molti Paesi nordafricani e islamici. Rappresenta un momento conviviale, e prima di mangiarlo – seduti in cerchio – si prega e si ringrazia Dio. Non si consuma individualmente nei piatti, bensì lo si prende via via dal recipiente tramite le classiche focacce non lievitate.

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